nicola tonelli

Nicola Tonelli, Biondo con gli occhi celesti

BIONDO CON GLI OCCHI CELESTI

Racconto di Nicola Tonelli

« E se adottassimo un bambino?»
Lo chiede con occhi disperati.
« Potrebbe essere un’idea», rispondo senza convinzione.
« Ho tanta voglia di un bimbo da tenere in braccio.»
« Ci saranno da compilare documenti.»
« Non m’importa.»
« Ci saranno colloqui con assistenti sociali e psicologi.»
« E allora? Non ho paura se mi sei vicino.»
«Lo sai amore che sono pronto a tutto.»
«Magari biondo con gli occhi celesti.»
Penso d’aver dilatato le pupille e a stento ho trattenuto un sorriso.
«Si, così ci faremmo notare ancora di più. Ora dormi cara, ne riparliamo domani.»
Mi giro sul letto dandogli la schiena, per un attimo la sento sospirare, un sussulto del materasso mi dice che sta soffocando il pianto.
Potrei passarle il braccio sotto la testa e avvicinarla a me. Quante volte l’ho fatto e altrettante mi ha sciorinato la sua tristezza di non essere più donna, il suo panico verso ogni cosa, la sua rabbia verso il mondo. Ma stanotte non posso esserle d’aiuto. Mi sistemo in posizione fetale.
Domani andrò in comune a chiedere la documentazione per iniziare le pratiche d’adozione.
«Buongiorno Signor Rosi cosa desidera?»
La conosco di vista perché ci incontriamo ogni mattina al caffè del centro.
«Buongiorno, vorrei tutta la modulistica per adottare un bambino.»
«Un’ adozione a distanza?»
«No! Un bambino vero, possibilmente di pochi mesi, biondo e con gli occhi celesti.»
Sguardo stupito, voce titubante.
«Signor Rosi, e sicuro di quello che sta facendo?»
«Non si preoccupi signora. Buongiorno.»
Mi guarda uscire ed io la vedo, nel riflesso della porta a vetri, che si gira verso il collega della postazione accanto. Indicandomi sorride di biasimo.
Guardo il foglio che mi ha consegnato. Oltre ai soliti certificati, ci sono descritte le procedure per richiedere l’adozione: indagini da parte di servizi socio-assistenziali, colloqui con psicologi, analisi dell’ambiente familiare, situazione economica, motivazione della domanda.
Ha avuto tre aborti spontanei entro il terzo mese, con l’ultimo raschiamento le hanno tolto le ovaie. Desidera un figlio più di ogni altra cosa.
Penso sia sufficiente come motivazione.
«Sono tutta eccitata, non vedo l’ora di iniziare i colloqui.»
«Non credi ci saranno problemi?»
«Perché? Siamo una famiglia felice. Abbiamo una bella casa. Di certo non ci mancano i soldi.»
«Va bene, però non scordarti che potremo trovare difficoltà.»
«Si, ma tu sei tenace, e non ti lascerai frenare dagli ostacoli.»
«Alcune domande potranno far male.»
«Tu mi sarai accanto.»
«Dormi ora; domattina abbiamo il primo incontro con lo psicologo.»
Sistemo il cuscino ben sotto il collo, chiudo gli occhi cercando il sonno tra i mille pensieri che si sovrappongono: moglie, lavoro, adozione.
Mi giro nel fianco preferito, ma il sonno non arriva, allora adotto un vecchio rimedio: con il pensiero comincio a correre. Corro scalzo lungo una strada, dritta e infinita: alberi, gente, case passano accanto in un susseguirsi ipnotico.
E il sonno arriva con gli incubi.
Una grande stanza senza finestre ne porte. Bianca.
Pavimenti, muri, soffitti si mescolano in una soluzione senza alcuna interruzione, senza angoli bui ne ombre.
Sono seduto ad un tavolo bianco dietro al quale due persone ridono.
Le riconosco: la mia insegnante di matematica e il mio ex caporeparto di quando ancora lavoravo in fabbrica.
Ridono sguaiatamente; ridono a bocca aperta mostrando denti giallastri; ridono gettandomi fogli bianchi appallottolati. Non parlano, ridono sollevando la testa all’indietro e facendosi illuminare dal neon il collo pallido. E mi sveglio.
«Buongiorno signori Rosi, questo è il vostro primo colloquio. Io sono Carla, l’assistente sociale mentre alla mia sinistra la dottoressa Luana, psicologa, nominata dal tribunale dei minori.»
Non mi piace la confidenza del nome al primo incontro.
Dopo le strette di mano ci sediamo, intimoriti dall’accoglienza controllata, la stanza non è bianca come nel sogno, anzi anonima e alquanto disordinata.
Al centro un tavolo con sopra solo una cartella, tutt’attorno scaffali in ferro con appoggiati decine di faldoni con date e nomi. Le poche pareti che si possono intravedere sono scrostate e la pittura rosa confetto ormai sbiadita. Al soffitto un neon rotondo illumina male tutta la stanza, due finestre nella parete di fronte sono coperte da una tenda che in origine doveva essere bianca.
Il pavimento veneziano è in più punti consumato, ormai diventato grigio.
L’assistente sociale apre la cartella con il nostro nome e comincia ad esaminare tutta la documentazione che avevo spedito nel corso dei due mesi precedenti: stato famiglia, certificati di nascita, titoli di studio, fotografie formato tessera, dichiarazione  dei redditi e certificati di sana e robusta costituzione.
«Signor Rosi tutti i documenti sembrano in regola, forse un piccolo errore nell’autodichiarazione dei redditi, uno zero in più che si può subito modificare.»
«Non credo. Lo ha compilato il mio commercialista.»
«Vuole dirmi che il suo reddito netto è di 150.000 euro e non 15.000?»
«Esatto,» dico sorridendo, «non ci sono zeri in più. Anzi, non era chiaro se si doveva trascrivere il reddito netto o lordo, voi capite che se fosse lordo crescerebbe ulteriormente.»
Attimo imbarazzante da parte delle due esaminatrici, sottolineato da un’impercettibile inarcamento delle sopraciglia della psicologa, chissà quanti pensieri volgari passeranno nelle loro teste.
Scioglie il silenzio la psicologa.
«La vostra richiesta è alquanto originale.»
«Perché dottoressa?» chiede mia moglie.
«Esistono dei limiti a cui tutti dobbiamo attenerci.»
Ecco, ora comincia la trafila delle allusioni.
«E i nostri quali sarebbero?» chiedo io.
Silenzio nella stanza.
Rumori esterni: auto che passano, bambini che giocano nella vicina scuola materna, la sirena di un’ ambulanza.
Rumori nella mia anima che sente gridare i suoi antenati, i suoi genitori, i mille soprusi subiti dall’ ex caporeparto e dall’insegnante di matematica.
«Non avete pensato di adottare un bambino asiatico?», chiede l’assistente sociale.
«No!» risponde decisa mia moglie.
«Credo sia molto più facile per voi, magari uno del sud America, cileno o uruguaiano.»
«No!»
«E se provenisse dalla Costa d’Avorio o dal Camerun?»
«Senta signora,» dico io, evitando di chiamarla per nome, «ci sono centinaia i bambini italiani in attesa di un’adozione, perché dovremo rivolgerci all’estero. Noi siamo cittadini di questo stato e quindi chiediamo un bambino italiano.»
La psicologa non si scompone e continua a scrivere nel suo taccuino. Io tengo stretta la mano di mia moglie sotto il tavolo. L’assistente sociale sfoglia distrattamente i documenti. Trascorrono secondi, forse minuti, sicuramente anni nel mio cuore, poi la dottoressa alza la testa e interviene dicendo:
«Sappiate che la trafila per l’adozione di un bimbo locale è molto più lunga e non sempre ha buon esito. Se presentaste una domanda di adozione internazionale il percorso sarebbe più semplice; senza contare che a voi le finanze per un viaggio nel paese d’origine non mancano.»
La liquido con un sussurrato “Ci penseremo”.
Ormai non ci sono altri argomenti, le guardo senza parlare, così la signora Carla, con un forzato sorriso, chiude la cartellina e dice:
«Bene signori Rosi, per oggi possiamo terminare il primo incontro, la prossima volta ci vedremo separatamente.»
Si alzano all’unisono, l’assistente sociale raccoglie con la sinistra la documentazione e mi porge la mano.
È sudata, molle, una stretta appena accennata.
Prima di andarmene faccio l’ultima domanda a tutte due:
«Secondo voi possiamo sperare in un adozione?»
«Certamente signor Rosi», risponde la signora Carla.
«Biondo con gli occhi celesti?» chiede mia moglie.
Silenzio.
Risponde la dottoressa di cui già non ricordo più il nome.
«Comprenda signora Rosi, noi dobbiamo garantire la salute psicologica del bambino.»
«Credevo bastasse solo tanto amore.»
Lasciamo la stanza mano nella mano, poi, sul marciapiede, fuori della porta d’ingresso del consultorio, lontano dallo sguardo indagatore di quelle due, abbraccio mia moglie e la stringo forte.
Passano due vecchi trasandati in anonimi abiti grigi che fanno risaltare i nostri Kaftan verdi con risvolti turchesi. I colori della terra dei nostri antenati.
«Varda Toni stì do neri come i se basa.»
«Si Bepi, me toca vedar simmie anca fora deo zoo.»
«Tuti in Africa i dovaria esar spedii.»
Non finirà mai.
Mio nonno aveva ragione: anche se vestirai come un bianco rimarrai sempre “Quello di colore”.
Incontro gli occhi scuri di mia moglie, sorrido, prendo le chiavi e apro la porta della Jaguar parcheggiata di fonte.
Ci accomodiamo sui sedili in pelle, accendo il motore e mi immetto in strada.
Vedo i due vecchi in attesa alla fermata dell’autobus, grigi come la loro vita; abbozzo un sorriso.
La vendetta è un piatto che si serve freddo diceva sempre mio padre.
Schiaccio l’acceleratore e ci allontaniamo.

 

Breve Nota (auto)Biografica

Sono nato a Dolo il 21/11/1961, laurea in Economia e Commercio a Ca’Foscari, insegnante di matematica presso un istituto tecnico. Ho partecipato con miei racconti alla pubblicazione di Cucina di Storie, volume 1, 2, 3, 4 a cura di Annalisa Bruni, Lucia De Micheli. Ho vinto il concorso “La Seriola” a Dolo, il concorso letterario a Campodarsego (Pd), il concorso Poesia Conviviale a Mestre (Ve), segnalato al concorso letterario a Ponte San Nicolò (Pd) e un racconto è stato inserito nella raccolta Angeli nella mia vita pubblicato nell’inserto del Corriere del Veneto del 19/09/2010. Finalista infine al premio “Il GiovaNE Holden” 2011.
Attualmente insegno matematica presso un istituto tecnico a Mestre (Ve), curo incontri letterari per la biblioteca della scuola e seguo un progetto scolastico per pubblicare un’antologia di racconti scritti dagli studenti.
Quando dico che scrivo molti fanno un sorriso di circostanza: pensa te, un insegnante di matematica che scrive racconti.
Ma forse che i professori non possono sognare?

 

 

Nicola Tonelli – E non mi dava fastidio

E NON MI DAVA FASTIDIO

Racconto di Nicola Tonelli

(Con l’aiuto di E.A.Poe)

Avevo otto anni quando per la prima volta vidi l’uomo che sarebbe diventato mio padre. Non escludo di averlo visto anche prima, ma i miei ricordi più remoti iniziano a quell’età. Non capisco come certe persone dicono di ricordarsi del primo giorno di scuola, dell’asilo e di quando ancora non camminavano. Io mi sono sforzato tante volte per vedere aldilà degli otto anni, ma trovavo sempre un muro, squarciato dai racconti di suor Celestina, pieni di santi bambini che vedevano la madonna. Quanto strizzai gli occhi cercando di vederla, con l’unico risultato di percepire solo lampi di luce che mi accecavano.

Quel giorno ero nel giardino dell’orfanotrofio che giocavo a rincorrere le farfalle. Era una mattina tiepida di fine settembre, così la superiora aveva permesso a tutti di uscire.

Ne avevo appena presa una tra le dita: gialla con striature verdi. La povera creatura si era posata su una margherita proprio accanto a me e, con un guizzo di mano, l’avevo catturata. Si dibatteva, cercava di liberare le ali, strette tra pollice e indice.

Beatrix, John e Joshua si erano avvicinati per vedere l’insetto.

Posso toccarla, chiese Joshua. Solo dalla mia mano, dico io. Guardavo le lunghe antenne, il corpo lanugginoso la proboscide del naso. Mi sembrava persino di vedere gli occhi disperati che chiedevano la libertà. Quando gliela restitui gettandola in aria, il mio sguardo si posò sulla cancellata in fondo al giardino, e alla strana persona ferma dietro. Intanto che la farfalla cadeva miseramente ai miei piedi, senza la polverina magica che la faceva volare, io fissavo quell’uomo.

Non credo fosse vecchio, era stempiato, ma ancora con tutti i capelli neri.

Portava una redingote sopra un panciotto colorato, lunghi calzoni in lino neri, e era appoggiato ad un bastone. Quello che mi colpì fu lo sguardo. Aveva occhi celesti come il cielo e un sorriso appena accennato, di quelli che donavano all’espressione del viso una serenità celestiale. Il bastone terminava con un manico in argento e potevo scorgere la criniera argentata di un leone. Se mi avesse chiesto di fuggire con lui, l’avrei fatto senza pensarci due volte. Non avevo mai superato la grande cancellata in ferro battuto e di quanto succedeva al di là lo potevo solo immaginare. È un mondo pieno di odio e violenza, diceva suor Celestina.

Dopo poco estrasse un orologio d’oro dal taschino, guardò l’ora e se ne andò, scomparendo dietro il muro di cinta.

Ricordo che abbassai lo sguardo proprio nell’attimo che una lucertola verdognola addentava la farfalla. Muoveva la testa a destra e a sinistra mentre staccava a morsi la testa dell’insetto. Fissai lo strazio senza fastidio.

Vidi l’uomo il giorno dopo e quello dopo ancora.

Si fermava davanti al grande cancello e, appoggiato al bastone, guardava dentro il giardino. Quando estraeva la cipolla d’oro capivo che si sarebbe allontanato per tornare la mattina successiva.

Quello è sir Absalood Roth, mi disse suor Celestina. Un sant’uomo che adotta ogni anno qualche bambino. Chiesi se avesse moglie e lei stupita esclamò: “Certamente! Un uomo solo mica può adottare dei bambini. Ha una santa donna che a causa di una malattia non può mai uscire di casa.”

Quella sera, al termine della pregheria, promisi al buon Gesù che se mi avesse fatto adottare, pure io da grande sarei diventato buono come il signor Absalood.

Il giorno di San Patrizio suor Albina, la madre superiora, mi accompagnò nel suo studio dove era seduto un uomo. Vedevo solo le spalle ma riconobbi il signor Absalood dal collo lungo e dall’orologio che dondolava nella mano. Questo è sir Absalood  Roth, disse la madre superiora. Tra tanti bambini ha scelto te per essere adottato quest’anno. Ringrazialo di questa carità.

Feci l’inchino, lui mi porse la mano. Era calda, avvolgeva completamente la mia.

Ecco mi dissi, anch’io ora ho una famiglia, e numerosa a sentire suor Celestina. A occhio e croce avrà adottato dieci bambini disse, mentre mi aiutava a sistemare la valigia. Appena compiono 14 anni sir Absalood trova loro un lavoro fuori città e inviano una lettera per ringraziarci di tanta generosità. Che Dio lo benedica.

Quel giorno pensai che Gesù m’avesse ascoltato. Venni adottato, uscii dal cancello e salii in una vera automobile. Dal finestrino vedevo sfrecciare a ben cinquanta l’ora, case, alberi, campagna. Superammo la collina che dominava Llandovery, il castello medioevale, le rovine romane, e poi ancora campagne, fossati, ponti sul fiume, boschi di larici.

La casa era al termine di un viale nascosto da arbusti soffocati dall’edera.

Era grande, con una torre poco discostata, alta come il campanile della chiesa.

Stranamente era senza finestre, tranne una grande apertura ovale sulla cima.

«Due sono le regole in questa casa. Non devi uscire dalla stanza dopo il tramonto, e per te», disse fissandomi con occhi diventati neri,«sono sir Absalood.»

Era la prima volta che lo sentivo parlare. Aveva una voce profonda, così bassa che mi rimbombava nel petto.

«Si signor Absalood.»

«Come ti chiami?»

«Thomas, sir Absalood.»

Entrammo in un salone immenso, con un lampadario tutto luccicante e pieno di gocce di vetro. Una grande scala, con il corrimano di legno lavorato, portava ai piani superiori, il pavimento era in marmo bianco screziato di rosa e sui muri tanti ritratti di soldati con la spada sguainata. Un arazzo con san Patrizio che gettava un serpente in mare riempiva un’intera parete. Ci vennero incontro bambini di ogni età. Grassottelli, sorridenti, curiosi di toccare il nuovo arrivato. Mi circondarono, e mentre lui scomparve dietro a una porta in acero rosso io venni preso per mano e accompagnato su per la scala. Ognuno aveva la propria camera con bagno, un lusso per chi, come me, fino la sera prima dormiva con dieci compagni di camerata e la loro puzza di sudore.

Tutto era come un sogno e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo.

C’era un servitore, Archibald, sordo come una campana, che prendevamo sempre in giro e una tata, Miss Hope, continuamente ubriaca. La padrona usciva dalle stanze solo di notte e la mattina successiva trovavamo tracce del suo passaggio: un bicchiere sporco di rossetto, un fazzoletto profumato, un ricamo lasciato sulla poltrona. Aveva una strana malattia, diceva il servo, che la costringeva a vivere di notte e ripararsi dai raggi del sole di giorno. Il signor Absalood lo vedevamo solo la domenica quando, tutti assieme, andavamo a messa. Per l’occasione era usata la carrozza di famiglia guidata dal servo sordo e trainata da due cavalli che avevano visto tempi migliori. La nostra era una piccola comunità di mocciosi che giravano per casa tutto il pomeriggio, venivano istruiti dal parroco la mattina, facevano tre pasti e ingrassavano un pound al mese.

I primi tre mesi passarono in un batter d’ali. E venne il giorno che il più grande di noi, Barney, compì 14 anni. Festa grande con la presenza di sir Absalood che regalò una penna tutta d’oro.

«Questa sera, Barney, ti porterò al tuo nuovo lavoro. Saluta tutti,  poiché andrai in un posto troppo lontano per venirli a trovare. Nella tua stanza scrivi alla madre superiora e prepara le valigie.»

Dal balcone della mia stanza cercai di vederlo partire ma quella notte non scorsi alcun movimento sul piazzale e tantomeno sentii un’automobile andarsene. Forse mi sono appisolato, pensai il giorno dopo, vedendolo mancare a colazione.

Passarono altri tre mesi, tra lo studio dei vangeli al mattino e giochi nel pomeriggio, e venne il turno di Carlton compire gli anni. Anche a lui fu regalata una penna d’oro, fece i bagagli e sparì dalla casa. Si, il verbo sparire calzava a pennello. Anche stavolta rimasi sveglio, ma non vidi alcun movimento in strada. Neppure i miei compagni erano d’aiuto, ma chettifrega, dicevano, goditi le giornate e non metterti nei guai.

Una mattina chiesi al parroco se conosceva la signora.

«Certo, l’ho conosciuta appena fui assegnato a questa parrocchia. Diciamo, vent’anni fa. Una bellissima donna, moglie irreprensibile, caritatevole con i bisognosi. A natale invitava tutti i poveri della zona nella sua grande casa. Poi quella strana malattia. Sono oramai quindici, no sedici anni che non esce più dalle sue stanze in cima alla torre. Pover’uomo.»

«Come si entra nella torre?»

«Solo il marito conosce il passaggio.»

Io non sono mai stato il tipo da impicciarsi degli affari altrui, ancor meno trattandosi della famiglia adottiva; non sempre però gli avvenimenti della vita ti lasciano in pace.

La mattina seguente la partenza di Isaac, esattamente undici mesi dopo il mio arrivo, avevo l’intestino sottosopra. Forse troppa zuppa di cipolle pensai, così chiesi al curato di tornare alla mia camera.

Appena in camera mi fiondai in bagno e mentre ero seduto sulla tazza del vater sentii rumori provenire dalla stanza accanto. Qualcuno apriva  i cassetti e li gettava in terra. La cosa mi sembrò strana poiché la camera era stata occupata da Isaac e il servitore l’aveva pulita appena alzati.

Non tirai l’acqua e incollai l’orecchio al muro. Sentivo trascinare, frugare e sbattere la porta. Dal buco della serratura vidi passare il servitore con una valigia in mano. Lo seguii attraverso il salone, la cucina, la biblioteca, la dispensa. Si fermò davanti ad un armadio che aprì con una chiave che teneva al collo. Dentro, una montagna di vestiti.

Forse sono vestiti smessi, pensai.

Poi vidi la camicia preferita di Carlton. Ricordo che la indossava anche per andare a letto, e quando era il momento di lavarla, rimaneva a torso nudo finchè si asciugava.

I miei compagni non credettero alla storia dei vestiti, chiusero gli occhi davanti l’evidenza e mi consigliarono di fare altrettanto. Anzi, mi esclusero dai loro giochi dandomi del pazzo visionario. Non capita tutti i giorni dicevano, d’essere accolti in una bella casa, istruiti, serviti e amati come figli. Io non coglievo l’aspetto dell’amore ma rimasi in silenzio.

Arrivarono in un colpo solo due altri bambini che andarono ad occupare le stanze vuote, fu festeggiato Walt che sparì come gli altri.

Una mattina che il parroco sembrava di buon umore gli chiesi se avesse più visto i ragazzi dopo il loro trasferimento.

«Sir Absalood Roth gli trova un lavoro in paesi lontani. Tuttavia, appena sistemati inviano una lettera nella quale raccontano ciò che fanno. Un benefattore del paese.»

E si possono leggere chiesi, giustificando questa curiosità con la profonda amicizia che avevo con Carlton.

Una settimana dopo arrivò con un rotolo di lettere legato con nastro di raso nero.

Ogni lettera aveva timbri diversi, ma la scrittura era la medesima. Stessa inclinazione delle vocali, identica sbavatura sulla “a”.

Ero forse io prevenuto o il parroco aveva due prosciutti di finta generosità davanti agli occhi?

Potevo fregarmene, ingrassare un pound al mese, studiare il profeta Isaia, prendere in giro Archibald o emulare il mio eroe.

Nella biblioteca avevo trovato le avventure di Sherlock Holmes che avevo letteralemente divorato. A lui erano sufficienti un paio di scarpe sporche, dei calzoni lisi e una foto per risolvere qualsiasi caso. Diceva che le piccole cose sono di gran lunga le più importanti. Così cercai altre prove, di cosa ancora non lo sapevo.

Al compimento del mio undicesimo compleanno avevo esplorato ogni stanza, pertugio e cantina della casa. Avevo aperto armadi, cassetti, credenze senza trovare nulla che mi riconducesse agli amici scomparsi. Holmes si travestiva per non essere riconosciuto, ma di certo non potevo travestirmi da servitore vecchio e neppure da tata alcolizzata. Ero certo tuttavia che le tracce del passaggio notturno della madre adottiva erano false. Il bicchiere, con l’alone di rossetto, era asciutto come non fosse mai stato usato, e il ricamo era fermo sempre nel medesimo punto.

La sera del compleanno di Victor, appena il signor Absalood ci congedò mandandoci nelle nostre stanze, mi nascosi sotto il letto del mio amico.

Dopo poco lui entrò canticchiando, si sedette alla scrivania, estrasse la penna d’oro dall’astuccio, la intinse nell’inchiostro e iniziò a scrivere. Passarono solo due minuti che vidi cadere la testa sul tavolino e le braccia afflosciarsi lungo i fianchi. Stava dormendo. Altri cinque minuti e sentii aprire la porta. Vidi le scarpe lise del servitore e quelle macchiate di rum della tata.

«Facciamo presto.», disse l’uomo.

«Pesa più degli altri. Il signore sarà contento.», farfugliò la donna con la bocca impastata.

«Ricordati di prendere l’inchiostro con il sonnifero. Nessuno deve sospettare.»

«Certo, certo, e tu domani sgombera la stanza.»

Non sono corraggioso, ho paura del buio, dei serpenti, dei topi, di rimanere chiuso in una bara, di vedere il sangue. Non sapevo che fare, fiondarmi in camera sotto le coperte o seguirli mentre trascinavano il mio amico chissà dove?

Va bene, Holmes aveva l’amico Watson che gli copriva le spalle, ma non gli mancavano tre anni per scomparire.

Li seguii.

Lungo il corridoio, giù per le scale, attraverso l’atrio, nella sala con il caminetto e scomparvero dietro l’arazzo. Contai fino a dieci, scostai un lembo e trovai una porta. Prima di aprirla feci una preghiera: giuro Gesù mio che se esco vivo mi faccio prete; poi però ricordai che l’ultima volta mi fece adottare da sir Absalood Roth così chiesi solo una generica protezione.

Al di la della porta, un corridoio illuminato da fiaccole accese e echi di passi.

Vedevo spuntare dal soffitto di terra radici di alberi, licheni e muschi.

Dopo quaranta passi, fatti in punta dei piedi, mi trovai davanti a una scala.

Non è vero che la paura ti secca la bocca e blocca l’intestino; mi scappava e se non volevo farmela adosso dovevo tornare sui miei passi. Mi dissi che sarei tornato nel pomeriggio, quando la tata era sbronza e il servitore faceva la pennichella.

Non ci andai nè quel giorno nè quello dopo ancora, ma solo il pomeriggio del quinto. Era lunedì, Archibald era al mercato e la tata sbronza in cucina, i miei compagni sparsi per la casa. Misi in tasca un coltello, che avevo nascosto a pranzo, una scatola di zolfanelli e superai per la seconda volta l’entrata dietro l’arazzo.

Arrivai alle scale e contai trentanove gradini prima di fermarmi davanti ad una porta chiusa. Pregai fosse sprangata, così da tornare indietro, ma una semplice spinta la fece aprire. Nessun cigolio.

Una zaffata di carne putrefatta mi riempì i polmoni e ebbi un conato di vomito.

Ero in una grande stanza circolare, illuminata dall’unica apertura che si scorgeva dal giardino.

Ciò che vidi non lo dimenticherò mai.

Nella parete opposta alla porta un letto con baldacchino e Victor nudo; era appeso al muro con gambe e braccia divaricate la testa reclinata in avanti. Un tubicino di colore scuro usciva dall’inguine e si infilava sotto le coperte del letto. A terra, tutt’attorno, corpi rinsecchiti.

Feci solo tre passi e una voce rauca mi bloccò.

«Chi c’è?»

Fino a quel momento mi ero pisciato addosso solo una volta: quando suor Celestina mi rinchiuse nello sgabuzzino delle punizioni e mi dimenticò al buio per cinque ore.

Questa era la seconda.

«Chi c’è?», ripetè la voce seguita da un colpo di tosse.

Non credo che rispondere fosse la cosa più giusta invece, con un tono in falsetto, dissi: «Mi chiamo Thomas.»

«Avvicinati.»

Il buon Dio ci ha dato le gambe per correre e la voce per gridare; non feci né l’uno ne l’altro, e mi avvicinai.

Forse attirato da quella voce roca, forse sperando di aiutare l’amico appeso, forse solo per curiosità.

Tra le coperte intravidi un viso scavato da mille rughe, due occhi infossati che mi guardavano e una bocca senza labbra. Non era né uomo né donna, ma una mummia a cui non potevo dare l’età.

«Cosa ci fai qua? Se arriva mio marito ti uccide.»

«Lei è la signora Absalood?», chiesi titubante e stupefatto.

«Tanto tempo fa lo ero, ora sono solo un fantasma.»

«Perché?», era l’unica cosa che riuscii a dire.

«Quando mi ammalai i medici dissero che non c’era rimedio. Il mio sangue si seccava nelle vene. Roth mi accompagnò persino nel continente ma tutti davano la stessa risposta. Un dottore tedesco consigliò un ricambio di sangue ogni due mesi. Lui mi ama così tanto da sacrificare le vite di giovani per prolungare la mia. Ma è vita questa? Ho un rimorso che mi devasta l’anima.», poi con voce implorante, «Aiutami a morire, ti prego.»

«Non posso.»

«Cos’hai nelle tasche?»

Le rivoltai facendo cadere gli zolfanelli con carte argentate di cioccolatini e briciole di pane.

«Dammi quei fiammiferi.»

La mano che uscì dalle coperte era incartapecorita con vene scure in rilievo.

«Ci dev’essere un altro modo.»

«Non capisci, solo un incendio può far accorrere la gente del paese. Vattene  ragazzo, e ricordami nelle tue preghiere.»

Da sotto le coperte iniziò ad uscire del fumo, poi una fiamma viva avvolse il letto.

Scappai.

Ed eccomi qua, seduto sul cordolo del marciapiede, una coperta sulle spalle, circondato dai miei fratelli.

I pompieri sono arrivati e hanno circoscritto l’incendio, e tra poco arriverà anche la polizia.

Dicono che sono un eroe, ma non mi sento di esserlo perché davanti a Victor crocifisso ho provato un’eccitazione che saliva dalle viscere, scoppiava nel petto e non mi dava fastidio.

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Biografia (scritta dall’autore):

Sono nato a Dolo il 21/11/1961, laurea in Economia e Commercio a Ca’Foscari, insegnante di matematica presso un istituto tecnico. Ho partecipato con miei racconti alla pubblicazione di Cucina di Storie, volume 1, 2, 3, 4 a cura di Annalisa Bruni, Lucia De Micheli, Anna Toscano. Ho vinto il concorso “La Seriola” a Dolo, il concorso letterario a Campodarsego (Pd), il concorso Poesia Conviviale a Mestre (Ve), segnalato  al concorso letterario a Ponte San Nicolò (Pd) e un racconto è stato inserito nella raccolta “Angeli nella mia vita” pubblicato nell’inserto del Corriere del Veneto del 19/09/2010. Finalista infine al premio “Il GiovaNE Holden” 2011.

Attualmente insegno matematica presso un istituto tecnico a Mestre (Ve), curo incontri letterari per la biblioteca della scuola e seguo un progetto scolastico per pubblicare un’antologia di racconti scritti dagli studenti.

Quando dico che scrivo molti fanno un sorriso di circostanza: pensa te, un insegnante di matematica che scrive racconti.

Ma forse che i professori non possono sognare?