Nicola Manuppelli

David Costantine, La biografia

David Costantine, La biografia, traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti 2017; € 17,00

 

Katrin sposta un piccolo tavolo in legno di pino sotto la finestra, apre il taccuino, prende la penna e fissa lo sguardo oltre il villaggio e il fiume, verso la strada che si sta facendo silenziosa. Dopo un po’, si concentra e inizia a scrivere.

Eric muore, muore piano, muore dolcemente, muore a casa, nella bella casa che divide con sua moglie Katrin. La seconda moglie, una studiosa, una biografa.

Katrin è impeccabile anche il giorno del funerale, invita tutti quelli che Eric avrebbe voluto ci fossero. Gli amici più cari come Daniel, il grande amore giovane che è Monique, la sua ex-moglie (che non verrà), il figlio di Eric, suo fratello. Katrin è dolce e gentile con tutti, fino alla fine, fino a quando tutti andranno via. Poi arriva il silenzio, il sole che cala, la casa vuota, un dolore che è anche fisico e un altro dolore più grande che si insinua piano piano fino a esplodere. Un dolore che è mancanza, assenza: che è non poter più condividere, che è un racconto mancato. Una parola non detta a tempo, un pezzo di formaggio, un libro non letto, una passeggiata non fatta.

Katrin è stata la compagna di vita di Eric negli ultimi vent’anni, anni molto belli, anni felici. Katrin ricostruisce le vite per mestiere, vite particolari, personaggi che avrebbero potuto essere e non sono stati, eccentrici, originali ma mai sfiorati dal vero talento, oppure – peggio ancora – con un talento non riconosciuto, oppure minimo, annullato da un talento più grande: un poeta geniale che viveva nella stessa epoca, un musicista più bravo. Katrin decide di ricostruire il pezzo di vita di Eric venuto molto prima di lei, il pezzo che non le è stato raccontato, tenterà così di colmare una distanza attraverso la conoscenza. Forse sarà una battaglia, forse non servirà a lenire il dolore ma è l’unica cosa che Katrin è in grado di fare.

Si metterà a scrivere, parlerà con Daniel degli anni degli studi, e gli anni di Parigi ovvero quelli di Monique. Monique un grande amore di gioventù, rimasto intatto forse perché finito presto ma che è stato fuoco nel poco che è durato. Monique e Daniel e un vecchio baule colmo di lettere aperte e non aperte, di cartoline e francobolli saranno la guida di Katrin.

David Constantine è un bravissimo romanziere (ed è pure fine traduttore) e ha scritto una storia molto intima con la giusta delicatezza, quasi mai eccede, in alcuni può ricordare la sobrietà di McEwan soprattutto attraverso l’acume dei personaggi che hanno sempre il giusto pensiero, la giusta intuizione, sanno scegliere il tempo dell’abbraccio e quello per andarsene. Persone illuminate dotate di grande intelligenza e di umanità, come accade nei romanzi di McEwan, anche per questo di Costantine ci si domanda se gente così disposta alla comprensione ad accostarsi al dolore dell’altro esista sul serio; ma è solo un pensiero che accompagna una lettura molto godibile. Per tutto il tempo staremo dalla parte di Katrin, vogliamo che riesca anche se non capiamo fino in fondo a fare cosa. Il dolore non passa, nemmeno così, ma forse lo si comprende. Katrin per ogni anno all’indietro che percorre scopre qualcosa di più sull’amore che prova, saprà alla fine – forse – ancora di più di aver amato la persona giusta.

Un romanzo che è una storia d’amore ma che è anche un metodo di lavoro, mentre leggiamo non possiamo non pensare al lavoro degli storici, dei biografi, di chi ricostruisce le vite passate per farcele conoscere e farci conoscere, così, attraverso il passato, qualcosa di noi.

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© Gianni Montieri

 

 

Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

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Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi 2013, € 16,50, ebook € 9,99, traduzione di Susanna Basso
Roger Rosenblatt, Una nuova vita, Nutrimenti , 2016, € 15,00, ebook € 7,99, traduzione di Nicola Manuppelli

Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

di Giulia Guida

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«You put together two things that have not been put together before. And the world is changed. People may not notice at the time, but that doesn’t matter. The world has been changed nonetheless». Metti insieme due cose – scrive Barnes nell’incipit del suo “Livelli di vita” – apparentemente molto distanti l’una dall’altra e l’assetto dell’universo potrebbe uscirne non solo mutato, ma divelto a tal punto da divenire irriconoscibile a chi lo ha abitato fino a pochi istanti prima: in questo cosmo sottosopra, violentemente illuminato o sfigurato dalla comparsa di una frattura, le strutture rapidamente si sfilacciano o si esaltano, la prospettiva abituale schizza impazzita fuori fuoco, i valori si sovvertono, i contorni si sgranano, deformandosi dentro schegge di colore caotiche, affamate e incuranti delle conseguenze causate dall’esplosione innescata da quel piccolo taglio nella tela. Ѐ una lacerazione sottilissima, quasi non ci si accorge della differenza. Ogni cosa appare uguale a se stessa, mentre tutto diventa alieno come un codice cifrato.

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere due libri in parallelo, due libri che tramite percorsi diversi tentano di venire a patti con la morte di una persona cara. E paradossalmente entrambi – con una tenacia buffa e dolorosa – contengono nei rispettivi titoli la parola vita. Tra immagini che si inseguono in un gioco di correlativi oggettivi, gli autori riflettono sulla distanza che si instaura tra due persone che sono state intimamente legate l’una all’altra, ma che la morte di una delle due ha relegato su livelli di esistenza inconciliabili. Pertanto, mi è sembrato naturale e necessario seguire il consiglio di Barnes e rileggere il suo romanzo alla luce di Una nuova vita di Roger Rosenblatt, pubblicato questo gennaio da Nutrimenti nella bella traduzione di Nicola Manuppelli. Ho deciso di mettere insieme due uomini, Rosenblatt e Barnes, entrambi artigiani della parola (sebbene negli ultimi anni si sia dedicato principalmente al memoir e alla saggistica, Rosenblatt è stato un nome di punta del giornalismo statunitense, lavorando tra gli altri per il New York Times e il Washington Post), il cui status quo viene improvvisamente sconquassato da una perdita inaspettata: per Rosenblatt la figlia Amy, deceduta a causa di un infarto dovuto a una malformazione cardiaca congenita, e per Barnes la moglie Pat, morta morta poco tempo dopo che le era stato diagnosticato un cancro. Nei giorni successivi al lutto, il corso del tempo si arresta, il presente si sospende in un limbo privo di accadimenti, il corpo si prosciuga fino a trasformarsi in un groviglio informe e bellicoso di linee spezzate, le mani compiono sovrappensiero i gesti di sempre – versare il latte nella tazza, rispondere al telefono, rassettare i cuscini del divano – come se queste azioni potessero ancora reclamare un significato dentro schemi condivisi, ma gli occhi sono altrove, rovesciati tra i fotogrammi della memoria, le rughe si disegnano sulla fronte cave come lo scheletro di un feretro. Di fronte a queste morti – in cui a mancare non è soltanto la presenza fisica della persona, ma soprattutto quella morale –  Rosenblatt e Barnes si sentono d’un tratto vecchissimi, colpevoli di essere sopravvissuti e soli. Di una solitudine che – la lingua originale in questo caso ci aiuta – non è solitude, isolamento ricercato e goduto, ma loneliness, senso di abbandono e incomunicabilità. I due uomini sono soli nel mondo, soli con il loro carico di sofferenza da sbobinare nel processo senza fine che Barnes definisce grief-work, il lavoro da compiere sul e attraverso il dolore per poter costruire un nuovo schema, che abbia interlocutori e oggetti diversi, ma che permetta al sopravvissuto di orientarsi nel mondo-voragine che gli si dischiude davanti. In quanto scrittori, è nella reinvenzione della lingua che i due individuano lo strumento per rapportarsi a una realtà ormai permanentemente danneggiata. La lingua non deve essere edulcorata, non può pretendere consolazione, da qui l’insofferenza degli autori per il ripetersi di formule come “mi dispiace per la scomparsa di tua figlia” o “nonostante la sua battaglia contro il cancro, è venuta a mancare”: per diventare reale, la morte ha bisogno di una lingua precisa, che non faccia giri di parole, che sia lo specchio diretto dell’assenza.

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