Newton Compton

proSabato: Sigmund Freud, Determinismo e superstizione

Chi ha avuto occasione di studiare con i mezzi della psicoanalisi i moti riposti dell’animo umano, sa dire qualcosa di nuovo anche sulla qualità dei motivi inconsci che si esprimono nella superstizione. Si riconosce con la massima chiarezza nelle persone nervose affette da pensieri ossessivi e da stati ossessivi, persone spesso intelligentissime, che la superstizione nasce da moti repressi ostile e crudeli. La superstizione è in gran parte attesa di disgrazie, e chi spesso ha augurato del male agli altri, ma ha rimosso nell’inconscio questi desideri perché educato alla bontà, facilmente si aspetterà la punizione per tale malvagità inconscia, come disgrazia che lo minacci dall’esterno. Ammettendo di non aver affatto esaurito con queste osservazioni la psicologia della superstizione, dovremo d’altra parte almeno sfiorare il problema se sia da negare assolutamente che la superstizione abbia radici nella realtà, se sia certo che non esistono presagi, sogni profetici, esperienze telepatiche, manifestazioni di forze sovrasensibili e simili. Sono lungi dal voler rigettare in blocco questi fenomeni, sui quali si hanno molte osservazioni accurate anche da parte di intellettuali eminenti e che molto opportunamente dovrebbero formare oggetto di ricerche ulteriori. Anzi è da sperare che una parte di queste osservazioni trovi chiarimento in base alla nostra incipiente conoscenza dei processi psichici inconsci, senza imporci radicali alterazioni delle nostre concezioni odierne. Se dovessero risultare dimostrabili anche altri fenomeni, come per esempio quelli affermati dagli spiritisti, ebbene, procederemo a quelle modifiche delle nostre “leggi” che saranno volute dal nuovo apprendimento, senza per ciò incorrere in perplessità sulla connessione delle cose nell’universo. Ora, nell’ambito di queste discussioni, io non posso rispondere alle questioni sollevate altro che soggettivamente, vale a dire in base alla mia esperienza personale. Devo purtroppo confessare di appartenere a quella categoria di individui indegni al cui cospetto gli spiriti rinunciano alla loro attività e il soprannaturale si disperde, cosicché non fui mai in condizione di provare cose che m’incitassero a credere nei miracoli. Come tutti gli uomini, ho avuto presagi e ho subito disgrazie, ma le due cose si sono sempre evitate tra di loro, cosicché i presagi rimasero senza seguito e le disgrazie mi colpirono senza essere presagite. (altro…)

proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro

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proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro 

1917-1921

Forse fu a metà gennaio di quest’anno che per la prima volta alzai gli occhi e notai il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare quello che si è visto. Così adesso penso al fuoco; al velo immobile di luce gialla sulla pagina del mio libro; ai tre crisantemi nella boccia di vetro rotonda sulla mensola del camino. Sì, doveva essere inverno, e noi avevamo appena finito di prendere il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta, quando alzai gli occhi e mi accorsi per la prima volta di quel segno sul muro. Guardai attraverso il fumo della mia sigaretta e posai l’occhio per un momento sui carboni ardenti: mi tornò in mente la vecchia fantasia della bandiera cremisi fluttuante sulla torre del castello e pensai a una cavalcata di rossi cavalieri che si arrampicassero per il fianco della rupe nera. Con alquanto sollievo da parte mia, la vista del segno interruppe quella fantasia, perché è una vecchia fantasia, una fantasia automatica, risalente alla mia infanzia, forse. Il segno era una piccola chiazza rotonda, nera sulla parete bianca, una quindicina di centimetri o giù di lì sopra la mensola del camino.
Come fanno presto i nostri pensieri a sciamare attorno a un oggetto nuovo, sollevandolo un poco come formiche che trasportino con sforzo febbrile un filo di paglia per poi lasciarlo cadere… Se quel segno era stato lasciato da un chiodo, non poteva essere stato fatto per un quadro, semmai per una miniatura… la miniatura di una signora dai bianchi riccioli incipriati, dalle guance sbiancate dal piumino, dalle labbra come garofani rossi. Un falso, ovviamente, perché le persone che erano state proprietarie di quella casa prima di noi avrebbero scelto quadri di quel tipo, un vecchio quadro per una vecchia stanza. Ecco che persone erano, gente molto interessante, e capita così spesso di ripensare a loro e nei posti più inconsueti, perché non li si rivedrà più, non si saprà mai che cosa è successo dopo. Volevano lasciare questa casa per cambiare stile di mobilia, così aveva detto lui, e stava per aggiungere che, a suo avviso, dietro l’arte avrebbe dovuto esserci una qualche idea di supporto, quando fummo separati brutalmente, come si è strappati da una vecchia signora che si sta versando il tè e da un giovanotto che sta per colpire la pallina da tennis nel giardino dietro la villa di periferia, mentre si sfreccia in treno davanti a loro.
Quanto a quel segno, tuttavia, non sono sicura; non credo che sia stato lasciato da un chiodo, dopotutto: è troppo grande, troppo rotondo. Potrei alzarmi, ma se mi alzassi per andare a controllare, dieci contro uno che non sarei in grado di capirlo con certezza; perché una volta che una cosa è fatta, nessuno può più dire come sia stata fatta. Oh! povera me, il mistero della vita! L’inadeguatezza del pensiero! L’ignoranza dell’umanità! A dimostrazione di quanto poco teniamo sotto controllo i nostri averi – che faccenda accidentale è la nostra vita malgrado tutti i progressi della nostra civiltà! -basta anche soltanto fare il conto di alcune delle cose andate perdute nel corso della nostra esistenza, a cominciare, perché questa sembra sempre la più misteriosa delle perdite (quale gatto potrebbe mordicchiarle o quale topo rosicchiarle?) da tre scatole celesti di metallo piene di arnesi per rilegare i libri. Poi è toccato a tre gabbie di uccelli, ai cerchi di ferro, ai pattini d’acciaio, al recipiente del carbone stile Regina Anna, al biliardino, all’organetto… tutto perduto, gioielli compresi. Opali e smeraldi sono sparsi tra le radici delle rape. Che faccenda di scavi e livellamenti è a pensarci bene! La cosa sorprendente è che io abbia degli indumenti addosso, che in questo momento sieda circondata da solida mobilia. Sì, se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. Sì, quest’immagine sembra esprimere la rapidità della vita, il perpetuo processo di logoramento e riparazione; tutto così casuale, così accidentale…
Ma dopo la vita? Un lento tirar giù di spessi steli verdi in modo che il calice del fiore, mentre si rovescia, ci inonda di luce rosso-purpurea. Perché, dopotutto, non si dovrebbe rinascere anche di là come si era nati di qua, indifesi, incapaci di parlare, di mettere a fuoco lo sguardo, brancolando a tentoni tra l’erba, ai piedi di Giganti? Quanto a dire quali siano gli alberi, e quali gli uomini e le donne, o se almeno vi siano, magari non si sarà in condizione di farlo per una cinquantina d’anni o giù di lì. Non ci saranno altro che intervalli di luce e di buio, intersecati da spessi steli, con alquanto più in alto, forse, chiazze a forma di rosa dai colori indefiniti -vaghi rosa e azzurri – che col tempo si faranno via via più nitide, diventeranno… non so che cosa…
E tuttavia il segno sul muro non è affatto un buco. Non è detto che non sia stato lasciato da una qualche sostanza nera rotonda, come un minuscolo petalo di rosa rimasto appiccicato lì dall’estate, mentre io, non essendo una padrona di casa diligente… guardate la polvere sulla mensola del camino, per esempio, la polvere che, dicono, seppellì tre volte Troia, miseri frammenti di terraglie che rifiutano di annientarsi completamente, come si può ben credere. (altro…)

Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, trad. di Pier Francesco Paolini, ed. integrale, Newton Compton (classici moderni), 2004 (e successive edizioni); € 5,90

Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

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I poeti della domenica #70: Boris Vian, La vita, è come un dente

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La vita, è come un dente

La vita, è come un dente
All’inizio non ci si pensa
Felici di masticare
Ma poi ecco che d’improvviso si guasta
Fa male, e preoccupati
Lo si cura non senza fastidi
E per essere veramente guariti,
Bisogna strapparlo, la vita.

*

La vie, c’est comme une dent

La vie, c’est comme une dent
D’abord on y a pas pensé
On s’est contenté de mâcher
Et puis ça se gâte soudain
Ça vous fait mal, et on y tient
Et on la soigne et les soucis,
Et pour qu’on soit vraiment guéri
Il faut vous l’arracher, la vie.

© Boris Vian, La vie, c’est comme une dent in Non vorrei crepare, a c. di G. A. Cibotto, Newton Compton editori, 1993 (Je voudrais pas crever, Jean-Jacques Parve, 1966).

La botte piccola #5: Jack London, “Il Gioco”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il quinto appuntamento è con il racconto lungo Il gioco di Jack London. Buona lettura.

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J. London, prima edizione di “The Game”, Macmillan Company 1905

Non mi interesso di boxe né amo particolarmente i racconti che fondano la propria struttura sulla descrizione di partite di qualsiasi genere, che si tratti di calcio o di scacchi. Ma è proprio l’improvvisa unione di questi due dis-interessi, la boxe come evento (per evento si legga: qualcosa che accade) e la descrizione di uno sport, a eliminare gli addendi e a creare una somma del tutto nuova, un senso che riguarda il mistero del corpo, della sua bellezza, il suo legame con le regole universali e feroci della natura.
Trovo straordinarie, ad esempio, descrizioni di questo tipo (da Una bella bistecca, Newton Compton 1994, trad. Paola Cabibbo):

Prima vennero sfilati a Sandel i pantaloni, poi gli fu sfilata dalla testa la casacca, quando si alzò in piedi. E Tom King, che osservava, vide un’immagine di gioventù incarnata: torace profondo, possente, muscoli lisci e guizzanti come oggetti vivi sotto la pelle bianca. Tutto il corpo emanava un’eccezionale vitalità, e Tom King sapeva che era una vita che non aveva disperso nulla della sua freschezza attraverso i pori dolenti nei lunghi combattimenti in cui la gioventù pagava il pedaggio e da cui usciva un po’ meno giovane di quando era arrivata.
(…) Sandel si faceva sotto e si ritraeva, saltellava a destra, a sinistra, ovunque, agile e avido, miracolo vivente di carne bianca e muscoli accordati, tessuti insieme in mirabolante intreccio, guizzando e saltando come una spoletta velocissima da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte mirate alla distruzione di Tom King.

Le trovo straordinarie, e non le amerei tanto se si trattasse di una descrizione estemporanea, fine a se stessa; se insomma quel corpo non dovesse operare da un momento all’altro, difendersi e distruggere, venire a patti con le regole fisiche del movimento, dell’inerzia e dell’impatto, perfettamente preparate a loro da un lungo addestramento. È la bellezza che avvertiamo quando un atleta corre superando il limite assodato della corsa umana, o quando la parabola di un pallone prende l’avvio dal centrocampo e si chiude con grazia naturale nella ridicolmente piccola rete di un portiere.
Ma a questa bellezza ancora superficiale si aggiunge, in London, un significato molto più profondo.  (altro…)

La botte piccola #3: Ambrose Bierce, “Il sogno”

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il terzo appuntamento è con Il sogno di Ambrose Bierce. Buona lettura.

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Devo già averlo detto da qualche parte: quando mi capitava di stare da mia nonna, da bambina, stravedevo per i libretti Newton “100 pagine 1000 lire”. Lì ho scoperto una letteratura che mi sarebbe sempre stata cara, quella specialmente anglofona del racconto dell’occulto e del terrore, e avuto l’imprinting verso quella sospensione inquieta che cerco in ogni forma, anche nella più ancorata alla realtà.
Ambrose Bierce è probabilmente uno dei miei autori più amati, e proprio da un volumetto Newton, a cura di Gianni Pilo (A. Bierce, I racconti dell’oltretomba, Newton Compton 1998) voglio pescare il primo racconto, Il sogno, e raccontare perché. (altro…)

“Il Re Giallo” e altre cose da fare da piccola

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No, non ho mai visto “True detective”, ma conoscendomi (e su queste cose mi conosco) mi farò prestare il cofanetto da qualche amico per recuperare (questo post è anche un appello). Non è per questo, quindi, che ho comprato Il Re Giallo, raccolta di racconti di Robert W. Chambers del 1895 e suo riferimento letterario, ma perché sedotta dalla strepitosa illustrazione con cui Vallardi l’ha rimesso in gioco nel 2014 sull’onda del successo della serie TV. Ho vissuto la quarta di copertina come una ragazza scarta il vestito del ballo delle debuttanti: se H. P. Lovecraft sostiene che «quest’opera raggiunge vertici straordinari di paura cosmica», allora chi sono io per.
Tutto questo un mese fa. Se dovessi dire che Il Re Giallo mantiene tutto quello che promette, non sarei del tutto sincera: i racconti, che dovrebbero formare un intero tematico e spazio-temporale riprendendo personaggi da varie angolature, mancano da un lato di un perfetto aggancio reciproco e dall’altro di una compiuta indipendenza. Ma la lettura è entusiasmante, scorrevole, e a tratti sinceramente spaventosa.
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Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… Due note di lettura e un’intervista.

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Ilaria Beltramme, Forse non tutti sanno che a Roma… (Newton Compton editori, 2014)

Due letture e cinque domande…

… da una fuorisede innamorata (Giovanna Amato)

Tranne poche eccezioni che non hanno mai fatto amicizia con la città (e per lei provano astio, ma mai indifferenza), il fuorisede arrivato a Roma per l’università – o poco più tardi, per lavoro – è un turista permanente e assieme un romano fino al midollo. La famiglia arrivata in visita può fidarsi ciecamente del fuorisede: può esprimere un desiderio su qualcosa da vedere e ritrovarsi, nel giro di un minuto, sul giusto autobus che faccia il percorso più breve fino a quel qualcosa su cui il fuorisede avrà comunque di cui parlare. Il fuorisede è come l’innamorato che si sente in ritardo e chiede alla sua bella i dettagli della sua vita fino a quel momento.

Sono a Roma da dieci anni. L’ho lasciata per pochi mesi, l’ho rivoluta. È per questo innamoramento ininterrotto che non mi stanco mai di passeggiare, frugare tra le guide, chiedere, e quando mi capita tra le mani un libro delizioso come Forse non tutti sanno che a Roma…, di Ilaria Beltramme, non riesco a staccare gli occhi dalla pagina e lo riempio di segnalibri per ripromettermi di andare sul posto. Nei suoi settantacinque capitoli che è riduttivo chiamare “episodi”, nei suoi settantacinque blocchi di storia raccontati con la leggerezza di una conversazione, il libro è una guida cronologica per aneddoti serratamente documentati, e il discorso innamorato di una romana alla sua città (per la gioia anche di questa fuorisede).

L’elemento che più mi ha colpito nel tuo libro è il tuo ripetere che la luce è uno dei monumenti di Roma. Per questo, dici e rendi improvvisamente chiaro, il nostro occhio non riesce bene ad assorbire un monumento come il Vittoriano in un luogo che pure si fonda sulla sovrapposizione; per questo il tramonto di Roma mozza il fiato e non è mai lo stesso da quartiere a quartiere. Mai come qui si sente la doppia spinta di questo libro: la competenza, in questo caso sui materiali da costruzione, e l’amore, il tempo di girare per i luoghi e guardare le gradazioni di luce da cui sono investiti durante la giornata. In che momento della tua vita hai iniziato a coltivare questa doppia spinta?

A Roma la luce è un elemento costruttivo, al pari dei mattoni, del travertino e del marmo. La luce come catalizzatore dei raggi di sole, tra l’altro, credo sia uno degli strumenti che ha questa città per farti innamorare. Non si “legge” immediatamente, ma ha un peso durante una passeggiata, un peso specifico notevole che agisce emotivamente sull’osservatore e poi rimane, sedimentata nella memoria, nel ricordo del piacere che si prova a fissare il Palatino al tramonto (per esempio). La passione per la luce di Roma è cominciata da piccola per me. E devo ringraziare mio padre, che non mi portava alle giostre, ma mi faceva passeggiare in centro. È stato lui a farmi scoprire per la prima volta il cortile dell’Archivio di Stato a corso Rinascimento. Mi promise uno spettacolo di magia. Era la lanterna di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro di Borromini. Ci arrivammo poco prima del tramonto, all’improvviso il cielo è diventato rosso: le curve, le volute, ogni singolo centimetro di quella lanterna a forma di conchiglia si sono accesi e sono diventati prima rosa e poi rosso intenso. Non ho mai smesso di cercare quelle sfumature su ogni monumento bianco. Più tardi, anni dopo, sempre mio padre (che era uno storico dell’arte), mi ha fatto conoscere la storia di Borromini e l’architettura del bianco. A Roma quindi c’è stata una scelta “razionale” da parte di alcuni artisti del passato di giocare con la luce. Quella scelta è alla base della nostra meraviglia di oggi. Andavano riportati entrambi gli approcci. Perché è vero che la luce di Roma è un fatto principalmente emotivo e deriva da condizioni naturali (l’acqua, le montagne, la rifrazione), ma è vero pure che chi è intervenuto artisticamente su questa città ha deciso di utilizzarla con competenza non soltanto per ottenere risultati “funzionali”, ma pure per sostenere una reazione emotiva. E noi oggi ancora godiamo di queste scelte che solo apparentemente sono minime. (altro…)

Si ristampi #6 – Rafael Alberti: Tra il garofano e la spada

di Adriano Fraulini

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Tra il garofano e la spada è un’opera baciata dalla storia; primariamente in quanto scritta da Rafael Alberti nell’indomito girovagare da esiliato dalla sua amata Spagna, tra Francia e Argentina, paese che ne vide la messa in stampa nel 1941; in seconda istanza, facendo nostre le parole in calce all’edizione italiana del 1977 – la prima – poiché «Tra il garofano e la spada può essere considerato il primo e più struggente frutto poetico di quella tragica esperienza che fu, per Rafael Alberti e il suo popolo, la guerra civile spagnola». È risaputo quanto quella ferita aperta nel cuore degli spagnoli fosse un semplice antipasto per il disastro europeo e mondiale; è risaputo altresì che quella faglia d’amore e morte che squassò a fondo le esistenze iberiche si rivelò – e rivelò appieno – la grandezza poetica della “generazione dei poeti del ‘27”, una costellazione poetica nata sull’onda della ripresa del magistero poetico di Luis de Gongora e temprata alla vita e alla tecnica letteraria da una sapienza non immune da intrusioni delle avanguardie allora imperanti e del simbolismo. Si sa, le crune dell’ago della Storia producono in conseguenza grandi uomini, grandi avvenimenti, grandi libri. Con Neruda nel cuore (e nella dedica), il libro si articola in diverse sezioni: Prologhi, Sonetti corporali, Dialogo tra Venere e Priapo, Metamorfosi del garofano, Toro nel mare , Dei pioppi e dei salici, Del pensiero in un giardino, Come leali vassalli e Final del Plata Amargo. Ovunque emerge la perfetta fusione tra canto popolare e tecnica sopraffina, tra sopravvento erotico e sangue e morte incipienti; ovunque si percepiscono le presenze di maestri della tradizione quali Gongora appunto e Francisco de Quevedo, mescidati insieme al più moderno crisma d’avanguardia e alle articolazioni surrealiste, responsabili di metafore ardite, vere cattedrali del pensiero. Il simbolo si accorda con il popolo e l’immagine che ne esce non è mai fuorviante, il gusto può apparire – a volte, ai nostri occhi – ben oltre il melodramma, tendente al grottesco: non si storca troppo il naso, non veniamo da altezze destinate a restare immutate: ogni età colleziona i suoi. Alberti compone come solo uno spagnolo del suo tempo poteva comporre, attraverso spericolate variazioni condotte tramite un tecnicismo consapevole e filologicamente fondato, capaci di percorrere l’intera tastiera del lessico a disposizione, senza patemi di troppo simbolismo, di troppo gusto decadente dedito a troppa natura – sempre viva e pulsante, eroticamente al passo col genere umano e sanguinante – di troppo surrealismo; compone, in ultimo, come un grande poeta spagnolo che meriterebbe nuova fortuna e nuove passioni.

Intervista a Ilaria Beltramme sul romanzo “Il papa guerriero”

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Ilaria Beltramme, Il papa guerriero (Newton Compton, 2014)

Intervista di Anna Maria Curci a Ilaria Beltramme

Il 17 aprile scorso, al “Villaggio Cultura – Pentatonic”,  ho avuto modo di tornare a incontrare Ilaria Beltramme, in occasione della presentazione del suo romanzo Il papa guerriero. Con Marco Guerra della libreria “Pagina 348”, che ringrazio, abbiamo rivolto all’autrice alcune domande. Ne è nata una conversazione vivace, che ha coinvolto tutti i presenti. Come è avvenuto per il suo precedente romanzo, La società segreta degli eretici, ho poi inviato a Ilaria le mie domande e ho ricevuto le sue risposte. Pubblico qui di seguito domande e risposte, con il mio grazie a Ilaria Beltramme. (a.m.c.)

AMC: La scelta del punto di vista per narrare la nascita e l’evoluzione del mito del “papa guerriero”, Giulio II, Giuliano Della Rovere, è quella di un personaggio di pura finzione e grande verosimiglianza: il punto di vista di una cortigiana. Perché?

IB: Sentivo il bisogno di navigare nelle stesse acque di Giulio II rimanendo, però, in una posizione defilata. Mi piaceva l’idea di guardare al “suo” Rinascimento dal buco della serratura e con gli occhi di qualcuno che non si facesse abbagliare dallo splendore accecante della sua politica, della sua personalità e del suo gusto artistico. Insomma, cercavo un Cinquecento romano con tutte le ombre del caso, perché ne venisse fuori il ritratto di un’epoca a tutto tondo, vera anche nelle sue debolezze, o nelle sue difficoltà. La Roma degli anni di papa Della Rovere è una realtà strana, di inondazioni, violenze, fame, oltre che di artisti che la decoravano e papi che rientravano in Vaticano. Il punto di vista di Isabella (la protagonista inventata) è giudicante, nel senso che la mia giovane cortigiana non si cura troppo dello splendore ritrovato della Curia, ma è testimone di ogni suo movimento e soprattutto è stata vittima dell’arbitrio del potere romano e a questa esperienza reagisce, basando tutta la sua vita sull’odio che ha maturato nei confronti di Giuliano Della Rovere prima che diventasse papa.

AMC: La sapiente interazione tra finzione narrativa e ricorso alle fonti storiche, alla fedeltà ai documenti prosegue qui rispetto al romanzo storico precedente, La società segreta degli eretici. Qui tuttavia si rinuncia del tutto a salti tra epoche e a voli nel tempo, mentre la bibliografia riportata in fondo al volume testimonia un attento lavoro sulle fonti storiche, consultate in ampiezza e in profondità.  Quale, tra i numerosi testi presi in esame, ha avuto maggior peso nella composizione del romanzo?

IB: Ne La società segreta degli eretici, il salto temporale era funzionale alla storia di documenti, libri, filosofie perduti che volevo raccontare; per Il papa guerriero non c’è stato bisogno. La storia dell’epoca è sufficientemente densa per non allontanarsene troppo ed è tradizionalmente molto dibattuta e studiata, quindi invitava a osservare quegli anni da un punto di vista diverso. Ho letto moltissimo per tentare di comprendere la politica e il tempo di Giulio II, oltre che la sua personalità, che di per sé meriterebbe un libro a parte. Ludwig von Pastor è da sempre una specie di “faro” quando si parla di pontefici. Nella sua Storia dei papi, al Della Rovere dedica quasi seicento pagine, un corposo volume tutto per lui (o quasi), ma sono le sue note la fonte di ispirazione inesauribile del mio romanzo, è lì che emerge lo spirito dell’epoca e del mio racconto: nelle lettere degli ambasciatori veneziani, spesso picchiati dal papa; nei resoconti degli incontri ufficiali; nelle lettere dei nobili da cui emerge il giudizio non sempre lusinghiero che i suoi contemporanei avevano di lui. Felice, invece, l’ho incontrata grazie alla serissima biografia scritta da una storica americana, Caroline P. Murphy, che ha pubblicato un libro prezioso intitolato La figlia del papa, in cui si tratteggia perfettamente non soltanto l’ambiente culturale in cui si muove Felice, ma anche la sua personalità, complessa, libera e “terribile”, proprio come quella del padre.

AMC: L’amore per la città di Roma, del quale tu non fai segreto, è intensificato, se possibile, dallo sguardo di Isabella, il cui attaccamento alla città non recede neanche quando se ne deve allontanare, neanche quando Roma, con insidie e trame accelera i rovesci della fortuna, altri protagonisti del romanzo. Quale Roma è presente, quale città è rappresentata qui?

IB: Isabella è una romana per davvero. Vive nella sua città e la sua città la “usa” tutta, comprendendo perfettamente come “funziona”. E le manca. Quando la vita la costringe a scappare, saranno proprio le trame e i pettegolezzi a mancarle, a farla sentire orfana. È una sensazione “moderna” la sua, simile a quella che provano molti romani costretti ad abbandonare Roma e che, una volta lontani, si riscoprono nostalgici anche dei suoi aspetti meno gratificanti. La città di cui parlo nel libro, però, è ben diversa dalla Città Eterna che si svilupperà già alla fine del Cinquecento, con l’elezione di Sisto V. Quella del 1503 non è una metropoli, è un borgo affogato di rovine di cui si sa poco o niente. È un agglomerato urbano vittima costante delle esondazioni del Tevere, con un tessuto sociale estremamente variegato, ma composto da pochissimi residenti (circa cinquantamila) e molte cortigiane che a Roma prosperano proprio per l’altissima percentuale di preti e nobili, o soldati, impegnati in viaggi d’affari. Quest’Urbe è minuscola anche per estensione, vive in una manciata di rioni su cui “trionfa” la via Papalis, l’arteria su cui scorre la vita romana e su cui si affacciano i palazzi dei cardinali e degli aristocratici. È una città che non esiste più, ma che si prepara al grande balzo. È una città che lentamente riscopre il suo passato, dà un nome alle rovine e lo fa anche grazie al contributo di Giulio II che, non scordiamocelo, avvia il nucleo centrale dei Musei Vaticani partendo dalla sua collezione antica, custodita nel cortile di San Pietro in Vincoli, prima, e al Belvedere, poi. Ed è una città bellissima e caotica, come sempre.

AMC: Il titolo del romanzo, Il papa guerriero, non mente sul contenuto della vicenda narrata, tuttavia non ne anticipa tutta la costellazione, perché si può affermare che, accanto a Isabella, è Felice Della Rovere, la figlia del papa, consapevole e determinata figlia del suo tempo e capace tuttavia di precorrere i tempi, a rivestire un ruolo di primo piano. Isabella e Felice, i loro incontri e i loro scontri, la loro diversità e la loro affinità, conferiscono a questo romanzo storico anche il carattere di romanzo di formazione, dove, finalmente, sono figure femminili al centro di un itinerario che passa per il cambiamento e la progressiva presa di coscienza dei rapporti tra individuo e storia. Quali considerazioni hanno fatto maturare questa scelta?

IB: Sì, insieme Felice e Isabella faranno scoperte interiori che altrimenti, impegnate come sono a rivestire un ruolo sociale che rischia di schiacciarle, non avrebbero la forza di svelare neanche a loro stesse. È una formazione sentimentale la loro, nel senso che – nel caso di Isabella – sarà proprio l’affinità con Felice Della Rovere a farle scoprire il prezzo che rischia di pagare alla vendetta e all’odio. Negli anni, infatti, concentrata in queste sue trame, la cortigiana dimentica ogni altro aspetto della sua vita, della sua crescita. È come paralizzata nel ruolo della vendicatrice, ma lentamente, grazie all’amore tormentato che nutre nei confronti di un capitano mercenario e all’amicizia con una persona “degna” della sua intelligenza e della sua aspirazione alla libertà, cioè Felice Della Rovere, riuscirà a completarsi. Allo stesso modo Felice è prigioniera della sua posizione. All’inizio della storia la figlia del papa è tutt’al più “una bastarda” che deve essere piazzata in un matrimonio politicamente conveniente per il padre. Ma nel tempo, la sua personalità, le sue aspirazioni e la sua forza riusciranno a tirarla fuori da questa trappola, mentre il suo istinto a conquistarsi spazi di autonomia e libertà l’avvicineranno a questa strana “amica” che le “suggerirà” un’altra via: l’indipendenza. Felice e Isabella sono due donne uniche, per questo si incontrano e si parlano. Le loro intelligenze sono le sole armi che hanno a disposizione per ricavarsi spazi di libertà in una società che le vuole congelate nei loro ruoli. Questa vicinanza è salvifica per entrambe e vuole raccontare lo sforzo delle donne per affermarsi in un’epoca splendente, ma estremamente crudele, specie nei riguardi di madri, mogli, figlie e sorelle che a fatica emergono dalle pieghe di una storia ufficiale, spesso troppo frettolosa quando c’è da analizzare tematiche femminili.

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Dal risvolto di copertina  de Il papa guerriero:

È una giornata carica di aspettative e timori quella del 1° novembre 1503, scelta per l’elezione di papa Giulio II. Irascibile e vendicativo, il nuovo pontefice è famoso per le sue doti di stratega e militare, l’amore per l’arte, i suoi modi sbrigativi [… ]. Tanti sono i suoi nemici, anche tra la gente comune, e la giovane Isabella lo sa bene. Bellissima cortigiana dalla storia familiare tormentata, la ragazza agisce nell’ombra aspettando il momento giusto per mettere in atto la sua vendetta. È convinta che proprio Giulio II sia il responsabile delle sue sofferenze [… ]

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Ilaria Beltramme è nata a Roma 41 anni fa. Ama la sua città di un amore smisurato ed è convinta che il Tevere sia una divinità. Per Newton Compton ha pubblicato: 101 cose da fare a Roma almeno una volta nella vita, 101 perché sulla storia di Roma che non puoi non sapere, Roma in un solo weekend, La società segreta degli eretici e Il Papa guerriero. Per Mondadori ha pubblicato Caccia ai tesori nascosti di Roma e Magna Roma.

 

Ilaria Beltramme - Foto di Emiliano Cavicchi

Ilaria Beltramme – Foto di Emiliano Cavicchi