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Scrivere d’azzardo

Solo adesso mi accorgo che qui su Poetarum Silva mai si è parlato della produzione di Jonathan Lethem. Tento quindi di risolvere immediatamente questa carenza affrontando il suo decimo romanzo, Anatomia di un giocatore d’azzardo (La Nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) e tracciare così una qualche linea sulla sua scrittura.
I lettori storici di Lethem sono preparati e consapevoli del fatto che ognuno dei suoi protagonisti deve presentarsi con caratteristiche ben precise che li distingue e li mette in un confronto spesso disarmante e destrutturante con un’umanità apparentemente “normale”: caratteristiche che nell’evoluzione di ciascuno dei dieci romanzi pubblicati fino a oggi in Italia (e gran parte dei racconti) diventano cifre o tematiche narrative che si presentano costantemente e si sviluppano definendo storie che sono sempre ai limiti della “normalità”. Emergono con forza il bisogno di riempire il vuoto materno, la necessità di esprimere una passione politica radicale ai limiti dell’anarchia, la memoria e la sopravvivenza di una cultura popolare underground e il fumetto (i supereroi soprattutto), la necessità di verificare ogni ricordo e la relativa labilità e modificabilità della memoria e soprattutto in questo romanzo, l’analisi interiore sul sopravvivere quotidiano e sulla propria storia davanti a malattie improvvise spesso limitanti. Se Chronic City forse più di La fortezza della solitudine con quel suo lento inseguirsi lungo dinamiche e interazioni che si confondevano tra il reale e il virtuale si è rivelato come il manifesto della sua scrittura, in questo romanzo uscito nel maggio del 2017, Lethem affronta non solo un tema complesso come il gioco d’azzardo, ma anche il bisogno di tornare in certi luoghi dove si è formato politicamente. Non più New York quindi ma Berkeley e anche in questo caso gli Stati uniti raccontati da Lethem sono sempre cartograficamente precisi, nessun “luogo” è a caso, a parte le architetture spesso inventate che diventano un prolungamento dei personaggi che ne fanno parte (la clinica, il mega store, il ristorante). Percorsi, strade, parchi sono qui estremamente accurati nella loro definizione topografica e nel loro essere rimando a eventi del passato. Torniamo però al tema: il gioco d’azzardo. In questo caso il protagonista è un giocatore professionista di backgammon, uno dei giochi più antichi che a differenza di altri giochi d’azzardo si distingue per raffinatezza, intelligenza e per la sua limitata aleatorietà. Sicuramente è un omaggio a Dostoevskij, tuttavia in questo caso il gioco non viene presentato come ossessione distruttiva, ma come una modalità d’incontro che si dilata lungo il contorno che definisce le relazioni del protagonista. Alexander è un giocatore professionista che viaggia per il mondo a giocare contro personaggi molto ricchi e potenti, guidato da un suo manager. Singapore, Berlino e Berkeley sono le sue tappe e in ognuno dei casi le partite si rivelano essere qualcosa che non si distacca dal senso di sopravvivenza quotidiano; sotto un certo punto di vista, la narrazione della partita in sé come improvvisa astrazione dal contorno ricorda le partite in Il terzo Reich di Bolaño. Le giocate e il flusso dei pensieri di Bruno Alexander seguono la stessa dinamica e si scontrano con una malattia che si fa via via più invadente. Tutto accade velocemente e così Alexander si trova ad affrontare una necessaria operazione che si rivelerà unica per metodo, risultato ma soprattutto per il chirurgo; un tipico esempio dell’umanità narrata da Lethem. una sorta di super eroe che opera ascoltando Jimi Hendrix ma il cui egocentrismo si troverà a scontrarsi con un altro Alexander che uscirà cambiato dall’operazione sia nel fisico che nella mente rivelandosi telepatico e mettendo così in dubbio, come in una partita in cui improvvisamente cambia la sorte, il rapporto di potere-controllo tra medico e malato. Sarà un altro Bruno Alexander quello che esce dall’operazione, fino alla definizione del dubbio che malattia e gioco fossero in realtà un’unità indissolubile. Come in tutta l’opera di Lethem, ecco che il romanzo cambia ritmo e vengono a ribaltarsi tutti i ruoli. Il gioco diventa così esperienza quotidiana: strategia, lettura dell’altro, previsione, errore, incidenti, recuperi, rialzi. Questo è veramente un romanzo sulla destrutturazione dell’uomo, nel momento in cui perde tutto quello che possiede e ogni parte di lui sembra gestito e manipolato da altri e come le pedine su una tavola di backgammon si dedica a una dignitosa (vincente?) uscita da un mondo al quale non sente di appartenere più.

© Iacopo Ninni

Jonathan Lethem, Anatomia di un giocatore d’azzardo, La Nave di Teseo, 2017; traduzione di Andrea Silvestri.

 

 

proSabato: Raffaele La Capria, da “America 1957”

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In autobus da New York a Boston

L’autobus era partito da più di due ore da New York, ma ancora non riuscivo a capire quando avremmo abbandonato le ultime case delle città. Si aveva sempre l’impressione di una periferia che non finiva mai, si aspettava sempre all’ultima curva la campagna.
A destra e a sinistra della strada le case erano tutte uguali, a uno o due piani. Di tanto in tanto, ogni venti o trenta chilometri, tutto pinnacoli, tetto spiovente, tegole rosa fragola, interrompeva la monotonia delle case uno di quei restaurant che dal nome del proprietario sono chiamati Howard Johnson.
Non mi sono meravigliato quando ho saputo che in America l’incidente automobilistico più frequente è quello causato dal sonno del guidatore. Le grandi distanze e la monotonia determinata dallo spazio si ritrova dappertutto. Anche quando finirono le case entrammo nello Stato del Massachusetts così diverso dal Connecticut, verde e ordinato come una Svizzera, o come il parco di una villa, l’elemento predominante era sempre la monotonia. Le case adesso apparivano molto più rade. A volte passava un quarto d’ora, mezz’ora, senza che se ne vedesse una. Poi d’improvviso, una fabbrica o uno shopping center; così, isolati in mezzo alla campagna. E pareva che il puro caso avesse voluto far sorgere quella fabbrica in quel posto, che lo shopping center avrebbe potuto essere benissimo cinquanta chilometri più in là. E sempre, implacabili, come stazioni di servizio, gli Howard Johnson.
Ora però da questi segni piuttosto confusi si cominciava a “sentire” la vastità dell’America. È una sensazione strana che prende d’improvviso e in un primo tempo mette addosso un certo sgomento. Ma gli americani non se ne erano preoccupati granché: in fondo il mito degli spazi liberi, il mito della frontiera, è stato sempre una delle caratteristiche fondamentali di questo popolo. E anche se oggi la frontiera non c’è più, anche se non si può più dire a un giovane di belle speranze: “Giovanotto vattene nel West”, perché il West non è più la terra vergine da conquistare, la grande valvola aperta allo spirito d’iniziativa dei giovanotti di belle speranze, nonostante tutto questo gli americani continuano a trattare lo spazio con molta disinvoltura. Me ne accorgevo anche io, appena arrivato dall’Europa, mentre viaggiavo nell’autobus che da New York portava a Boston.

© Raffaele La Capria, in America 1957, a sentimental journey, Roma, nottetempo, 2009

Anomalisa (di Nicolò Barison)

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Anomalisa, l’Uomo Postmoderno nel film d’animazione di Charlie Kaufman

*

Anomalisa è la storia di Michael, uomo di mezz’età annoiato dalla sua vita, che di lavoro fa l’oratore motivazionale, ovvero è specializzato nel dare un senso alle esistenze degli altri. Ha avuto un discreto successo con il suo libro sui servizi ai clienti delle varie compagnie. È inglese ma vive a Los Angeles, anche se in realtà a casa non c’è mai, dato che è sempre in viaggio da un Paese all’altro. Durante un soggiorno di lavoro giunge a Cincinnati, dove deve tenere un importante discorso ad una convention. Nel lussuoso hotel in cui alloggia conosce casualmente Lisa, una sua fan che lo colpisce sin da subito nel profondo.

Anomalisa, vincitore del Leone d’argento – Gran premio della giuria al Festival di Venezia 2015 ed in corsa agli Oscar, è il primo film d’animazione in stop motion diretto da Charlie Kaufman, con il supporto di Duke Johnson. E il risultato è davvero molto buono. Kaufman è prima di tutto un grande sceneggiatore, sin dai tempi dello splendido Essere John Malkovich, senza dimenticare Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, scritti rispettivamente per Spike Jonze e Michel Gondry. Kaufman si è poi cimentato anche nella regia con Synecdoche, New York con il compianto Philip Seymour Hoffman e, appunto, Anomalisa. Il film, verboso, complesso e filosofico come tutto il cinema dello sceneggiatore/regista, mette in scena la vita-non-vita di un uomo di successo, distaccato dal mondo ed incapace di provare interesse per l’umanità che lo circonda. Egli manda sempre tutto a rotoli e non riesce ad instaurare rapporti umani sinceri con i suoi simili. Tutto sembra annoiarlo maledettamente e le persone gli appaiono tutte identiche (non a caso “tutti gli altri” sono doppiati dalla stessa grigia e robotica voce maschile, anche le donne), fino a quando non incontra Lisa, il cui timbro vocale (quello della Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight) presenta delle peculiarità diverse che lo fanno sentire di nuovo vivo. Michael, fino a quel momento, era maestro nel cambiare la vita delle altre persone, ma incapace di trasformare sé stesso. Ma Lisa ai suoi occhi e alle sua orecchie sembra totalmente diversa da quella massa informe e piatta che vede ogni giorno.

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Omosessualità, droga e pallottole. Sessant’anni dopo l’Urlo [di Paolo Castronuovo]

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Omosessualità, droga e pallottole. Sessant’anni dopo l’Urlo
di Paolo Castronuovo

Allen Ginsberg e William Burroughs si conobbero nel 1943 e giusto un anno dopo Jack Kerouac venne presentato a loro da Lucien Carr. Quest’esercito di “ragazzi selvaggi” cominciò ad espandersi con i nomi di Peter Orlovsky, Carl Solomon, Joan Vollmer, Neal Cassady, ma tutto nacque dall’amicizia dei primi tre. Kerouac e Burroughs si mettono subito all’opera e pubblicano And the hippos were boiled in their tanks (E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche), una visione ipertrofica e psichedelica che “narra” di una vicenda accaduta nel ’44: quando Lucien Carr, per difendersi dalle avances di un amico, lo uccide, gettandone poi il corpo nel fiume Hudson.
Lawrence Ferlinghetti, during the Howl Magazine case. Photo by Bob Campbell Photo BOBNel 1956 l’editore e libraio Lawrence Ferlinghetti mette in commercio nella sua Banned Books un inedito di Allen Ginsberg letto un anno prima nella Six Gallery di San Francisco: Howl & other poems (Urlo e altre poesie). Si tratta di una distruzione degli schemi ordinari della poesia, un poema/comizio carico di ribellione contro l’America corrotta e armata. Non è altro che una lunga dedica al suo amico Carl Solomon conosciuto nel manicomio di Rockland. Nel testo inoltre compaiono cenni al suo amore non corrisposto per Neal Cassady, eterosessuale al contrario di Ginsberg, amico, e compagno d’avventure di Kerouac. Il libro per le varie “oscenità” rilevate nel contesto storico statunitense del dopoguerra portò al processo lo stesso Ginsberg e Ferlinghetti.
Nel ’57 viene pubblicato On the road (Sulla strada) di Jack Kerouac, scritto a macchina in meno di un mese su un vero e proprio rotolo di carta, sotto effetto di benzedrine. È la storia di anni di viaggi fatti da un versante all’altro degli Stati Uniti, di cui alcuni assieme all’inseparabile amico e allievo di scrittura Neal Cassady: autista e parcheggiatore iperattivo che morirà nel 1968.
È con Sulla strada che questo movimento di giovani ribelli e sregolati ottiene un nome: nasce così la Beat Generation. Il movimento cult per la liberalizzazione dell’America, capitanato proprio da Kerouac e dal suo libro fatto di sesso, droga, accattonaggio, jazz, viaggi interminabili tra autonoleggi e passaggi, conoscenze e perdite. Sono questi, difatti, gli elementi che tocca la Beat Generation: il jazz – in particolare il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie – le droghe psichedeliche, i viaggi astrali, gli hippies, il buddismo e i riti zen. Proprio ciò che si può trovare anche nel testo a quattro mani di Ginsberg e Burroughs Lettere dello Yage che ritrae un intero decennio d’amicizia e d’amore epistolare pieno di sostanze psicotrope come l’ayahuasca, la liana dello yoka ed appunto lo yage.
Sembra proprio l’amicizia infatti, spesso unita dalle droghe oltre che dalla cultura, a concretizzare la Beat Generation, l’esempio più evidente è quando Allen e Jack fanno visita a William e lo ritrovano con “la scimmia sulla schiena” su una marea di fogli. È il 1959 e da tutti questi appunti di Burroughs ecco nascere Naked lunch (Pasto nudo). Un viaggio onirico tra flussi di coscienza joyciani rimodernizzati con la fantascienza della carne, paesi immaginari, centopiedi giganti, medici corrotti e polizia alle calcagna. La biomeccanica di una forchetta e del pezzo di carne che in quel momento è lì, su quel pezzo di ferro dentato e tutto il resto non esiste perché è solo tovaglia, piatti, tovaglioli. «Il pasto nudo è ciò che c’è davanti al momento di scrivere», fu proprio Jack Kerouac, dopo l’intensissimo lavoro di assemblaggio di appunti ed editing, con Ginsberg, a darne il titolo. Nacque così uno degli scrittori più sperimentalisti del Novecento. Burroughs scrive, taglia i testi in quattro parti, li miscela, li incolla e cerca di creare una logica subliminale, si ispira con questa tecnica – il Cut-up – a Brion Gysin, artista visuale e sperimentatore musicale. Naked lunch diviene assieme ad Howl ed On the road uno dei libri cult della Beat Generation e della letteratura di tutti i tempi.
A questo trio si aggiungono i nomi dei vari amori, Peter Orlovsky per Ginsberg; Joan Vollmer per Burroughs, uccisa da Burroughs stesso con un colpo di pistola in testa mentre giocavano a ‘Guglielmo Tell’ (successivamente Burroughs si legò sentimentalmente a Brion Gysin, suo ‘amante di vita’); Edie Parker, Joan Haverty e Stella Kerouac per Kerouac.
Non mancano gli altri amici scrittori e poeti: Gregory Corso con il suo miliare Gasoline, Ken Kesey con il suo Qualcuno volò sul nido del cuculo, Jack Hirschman con i suoi Arcani scritti di recente, unico autore ancora in vita del Movimento.
In Italia il Beat prende più forma nella musica con varie band di spicco negli anni sessanta, ma per la letteratura tutto ci è dovuto a un’unica persona: Fernanda Pivano, colei che ha portato a noi questi colossi tramite traduzioni e interviste.
A sessant’anni dall’uscita di Urlo è bene sempre ricordare questi geni fondatori, se volete sapere cos’è la Vera Rivoluzione, umanistica, letteraria e d’amore.

Iosif Brodskij, Conversazioni (Adelphi, 2015)

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Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, 2015, € 20,00

Poeta, saggista, drammaturgo, Iosif Brodskij, nato a Leningrado nel maggio del 1940 e diventato cittadino statunitense nel 1977, viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura dieci anni dopo, nel 1987, a soli 47 anni. “Poeta laureato” nel 1991, morirà a Brooklyn, New York, nel gennaio del 1996.
Conversazioni, curato da Cynthia L. Haven, è il libro che raccoglie, in ordine cronologico dal 1970 al 1995, interviste in larga parte preziose, a tratti preziosissime testimonianze.
«Noi russi veniamo al mondo in un regno molto ristretto. Per noi il resto del pianeta è solo pura geografia, una disciplina accademica, non la realtà», si legge a pagina 138, nella conversazione con Sven Birkerts, svoltasi nel dicembre 1979 presso l’appartamento del poeta al Greenwich Village. Un passaggio cruciale questo, che consente di comprendere l’intero libro. La condizione di esilio infatti si avverte di continuo nel corso della lettura, eppure pare di cogliere – non di rado nascostamente tra le parole del poeta – anche una forma, potremmo dire, di “tremenda felicità”. Brodskij cioè sembra dirci: la vita riserva questo, il destino mi ha riservato questo, ed è in ogni caso la mia fortuna. Fortuna e riconoscimento che non sono in effetti mancati, anzi. Prima accusato di “parassitismo sociale” (1964), relegato quindi al confino per anni, invitato infine nel 1972 dall’OVIR, il Dipartimento per i visti dell’Unione Sovietica, a lasciare il Paese, giunge definitivamente negli Stati Uniti d’America (dopo aver rifiutato di andare in Israele, limitandosi a una breve “tappa”, interlocutoria, a Vienna). Lì, nel Nuovo Mondo, in molti l’hanno accolto, ne hanno appunto favorito stabilità e fortuna, offrendogli un ruolo (l’insegnamento subito avviato presso l’Università del Michigan) e via via di qui la centralità sulla scena americana e mondiale, con la fama che ne è conseguita. Però va detto: si percepisce nettamente anche attraversando queste interviste quanto il suo divenire poeta negli Stati Uniti sia stato lento e difficile, interiormente, ai ferri corti con se stesso e con il proprio sguardo ferito, specialmente in rapporto all’incolmabile perdita di contatto con il linguaggio e la cultura d’origine (non sfugge quanto sia stata importante la vicinanza soprattutto di Susan Sontag, tra gli altri, per superare queste difficoltà). (altro…)

Goffredo Parise a New York

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall'amico Igi Polidoro nel 1961

Goffredo Parise a New York, in una foto scattata dall’amico Igi Polidoro nel 1961 – © Getty Images

La New York di Goffredo Parise e, più in generale, il suo rapporto con l’America, costituiscono una parte importante dell’opera dell’autore veneto: la selezione di scritti autobiografici e giornalistici che oggi vi invitiamo a leggere lo testimonia e si collega, in parte, a quanto esprimeva Italo Calvino (da rileggere qui) negli stessi anni. Si entra così in alcune fra le pagine più interessanti del Parise non romanziere, attraverso alcuni reportage diversi fra loro: del 1961 i primi tre testi − lettere e appunti sparsi usciti postumi −, mentre risale al ’75 l’articolo in cui si accosta New York a Venezia e che apre a una serie di altri pezzi importanti apparsi sul «Corriere della Sera». Parise guarda agli Stati Uniti e in particolare a New York due volte (anche se nel ’61 il suo viaggio lo portò in Florida e in California) e la sua visione muta nel tempo. Una traversata di lavoro quella intrapresa per il produttore Dino De Laurentis nei primi anni Sessanta; di piacere o di esplorazione la seconda. L’abbuffata statunitense, tuttavia, e il desiderio di non perdere tempo, di vivere il più possibile l’esperienza newyorkese (non può non ricordare Emanuel Carnevali o Mario Soldati, in questo) si placherà in seguito: viene meno, cioè, l’urgenza di conoscere la città, i bar, gli angoli, di intraprendere relazioni fugaci; anche l’età è differente: nel ’61 Parise ha trentadue anni, nel ’75 ne ha quarantasei. L’approccio è, tuttavia, coerente: quello di un letterato che opera una re-visione. Parise si pone come un attento osservatore, in grado di cogliere negli “oggetti” al centro delle sue opere dagli anni Settanta – come riferisce anche Silvio Perrella nella prefazione al volume Rizzoli – gli strumenti per interpretare un luogo ma anche un sistema culturale. Per rifiutarlo e confutarlo, ripensarlo e aggiornarlo ai tempi (anche ai propri tempi letterari), Parise si serve di “dettagli”: è lì, infatti, che alberga il senso da restituire al lettore successivamente, con l’acutezza di chi è in grado di leggere le cose ma soprattutto − e prima − di chi sa leggere i sentimenti umani, le persone (i suoi Sillabari risalgono a quel periodo). Gli anni Settanta e Ottanta sono quelli dei viaggi nel mondo e dei reportage più significativi tra cui vi è anche L’eleganza è frigida («Corriere della Sera» e poi Milano, Mondadori, 1982), in cui protagonista è invece il Giappone, scorciato sempre da una prospettiva personale. Parise parlava già di America nei racconti de Gli americani a Vicenza (del 1956 ma pubblicato da Scheiwiller nel 1966) e, fra gli altri, anche in alcuni scritti critici di Quando la fantasia ballava il «boogie» (Milano, Adelphi, 2005. Qui, ad esempio, un pezzo su Robert Altman incontrato alla Biennale Cinema presumibilmente nel 1982).
New York “caput mundi”: la città desolata, assorta nella propria “cultura pop”, è il simbolo e il cuore del paese, il punto di partenza e d’arrivo per comprendere gli Stati Uniti in quel momento (e, forse, anche dopo). La relazione con gli spazi, le persone, la sessualità, ma anche il vuoto e soprattutto l’oggettivazione che l’autore fa della realtà sono cruciali in queste pagine. Restano esclusi dalla scelta pubblicata qui alcuni passi su Harlem, che meritano uno spazio a sé stante. Il lettore incuriosito, tuttavia, potrà trovare nel volume le considerazioni sull’incontro con la popolazione afroamericana, il graffitismo e molto altro ancora. In coda a questo post anche un’intervista RAI che si riallaccia ai temi accennati. Segnalo infine il volume di Pino Dato, L’ultimo anti-americano. Goffredo Parise e gli Usa: dal mito al rifiuto (Roma, Aracne, 2009).

© Alessandra Trevisan

N.Y., 20 marzo

Caro Vittorio,
arrivati ieri in questa folle città […] L’idea migliore è stata quella di venire in questo albergo che, come tutta la città ha l’aspetto babilonico di una tomba. Subito fin dall’entrata mi sono imbattuto in due donne di mezza età che parevano finte: vestiti finti che assomigliavano a quella carta crêpe dai colori inesistenti in natura: azzurrini, rosa fragola chiari, rosso lacca, rosso rossetto, e nel fondo dominante il nero. Un nero lacca da bara, come le porte della stanza, che si presentano veramente come quelle porte bronzee delle tombe di famiglia, sempre socchiuse nei grandi cimiteri. La serratura è d’argento, o di metallo argentato, con piccoli bassorilievi di sfingi o cose del genere, così da far pensare a una reale persistenza del macabro in tutte le cose: mi spiego sommariamente che questo macabro derivi da una mancanza di aggressione erotica, in sostanza da mancanza di eros. Infatti, passeggiando ieri a Broadway ho trovato un mucchio di bottegucce con aria di bazar in liquidazione, piene di oggetti di gomma o di plastica: tette finte, donne intere di gomma, da gonfiare, col buco tra le gambe, salamini di gomma rossa, che si chiamano “sigari di gomma” ma il cui uso è fin troppo chiaro, perfino cinture di castità all’uso antico ma fatte di latta ignobile e dorata, con relativa chiavetta: per uomo e per donna l’allusione erotica è continua ovunque, ma fa veramente pensare alla morte perché non un volto, non una espressione, non un corpo di donna, una bocca, degli occhi esprimono sensualità autentica, ma alienazione evidente di questa sensualità e quindi impotenza, frigidità.

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Ben Lerner – Nel mondo a venire

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Ben Lerner – Nel mondo a venire, Sellerio, 2015. Traduzione di Martina Testa. € 16,00, ebook € 10,99

Premessa

Ho due amici, Cristiano (De Majo)  e Andrea (Pomella), caso vuole che entrambi siano scrittori e che nonostante questo siano miei amici. Negli ultimi mesi mi è capitato di parlare con loro di Ben Lerner, in particolare di questo libro: Nel mondo a venire, entrambi ne hanno anche scritto (in fondo aggiungerò i link ai loro articoli, la rete è l’archivio più grande del mondo, usiamolo), ma soprattutto me ne hanno parlato. Ora, dovete sapere che Cristiano e Andrea non sono tipi che si entusiasmano facilmente e se lo fanno non lo danno a vedere. Cristiano mi ha parlato di Lerner in preda, invece, a uno sconfinato entusiasmo, con una certa luce negli occhi, davanti a una birra, quasi rimproverandomi per il fatto che io non lo avessi ancora letto. Cristiano è napoletano, ma quasi mai parla in dialetto, eppure mentre mi parlava di Lerner in italiano ho avuto la sensazione che stesse cazziandomi mentalmente in napoletano, immaginavo una serie di “Nientedimeno, non l’hai letto ancora? Ma si scem’? È pure poeta, maronna”. Cristiano negherebbe questi pensieri. Quando mi parlò di Lerner avevo già il libro, ma non lo cominciai, avevo paura di restare deluso, pur fidandomi molto della sua opinione. Tempo dopo ne parlai con Andrea, al telefono. Fu una delle nostre solite brevi telefonate, dopo i saluti finiamo ai libri, al calcio e alle cazzate, quella volta arrivammo a Lerner. Andrea mantenne fede al suo, proverbiale, non entusiasmo, e mi disse poche parole, mi restò impressa una frase, che, più o meno, suonava: “Il modo in cui scrive è la letteratura del futuro”. Non avrei potuto rimandarne la lettura ancora a lungo.

[…] scoprire di non essere identici a se stessi anche nel modo più destabilizzante e doloroso contiene comunque la scintilla, per quanto rifratta, del mondo a venire, in cui tutto sarà come ora ma un po’ diverso perché il passato resterà citabile in tutti i suoi momenti, compresi quelli che dalla prospettiva del nostro attuale presente sono esistiti ma senza succedere davvero.

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Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

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Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

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In una poesia di Ashbery

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Vetiver[1] di John Ashbery unisce una nostalgia romantica, in continuità ironica con il Romaticismo del passato, a una vertigine respirata e meditata con cura, per quanto vissuta d’improvviso.
Il vetiver è un distillato di radici, alla base di molti profumi da uomo, un’essenza che può essere anche diffusa in un ambiente per creare atmosfera. Sia il processo di distillazione sia l’effetto della diffusione, evocati e racchiusi nel titolo, si svolgono nell’arco di tre stanze, fino a riassumersi in «una situazione / per cui noi veniamo a significare a noi stessi».
La poesia si avvia con una calma di sapore epico (in particolare con il primo verso), che presto però sarà interrotta da una catastrofe. Si dovrà passare prima attraverso la sfera della malinconia e poi spingersi fino alla preghiera, di fronte alla nuda verità.
Nella prima stanza l’autore allude a un dialogo di Friedrich Schlegel, contenente un riferimento a “una catena o una ghirlanda di frammenti”. Più esattamente: nel 1798, in Frammenti dell’Ateneo, l’autore tedesco sosteneva che un dialogo è una catena o una ghirlanda di frammenti, mentre un epistolario è un dialogo su scala più grande e le memorie sono un sistema di frammenti.
Ashbery varia leggermente, ma significativamente, in “ghirlande frammentate” («fragmented garlands») la “ghirlanda di frammenti” di Schlegel, riconducendo così lo slancio caratteristico di quelle altezze romantiche a qualcosa di rovinoso, mediante un tono più serrato e malinconico. In questo scarto troviamo sottesa l’ironia, nel senso proprio dell’etimo, εἰρωνεία, ricerca e comprensione cioè da parte dell’uomo di una realtà che senza un opportuno scombinamento degli equilibri stabiliti tenderebbe a sfuggirgli. È il motivo per cui le parole più confidenziali, quelle “lettere delle lettere” esaltate da Schlegel, diventano nel testo di Ashbery «Already distilled in letters of the alphabet»: “anticipate” dunque, portate all’origine, all’alfabeto, nate lì per restare dentro un male familiare, consanguineo, sempre presente. Proprio quest’ultimo passaggio della stanza, mentre ogni cosa era in un orizzonte quieto, annuncia un’imminente tragedia.
Ed ecco la catastrofe, nella seconda stanza. Forse, o almeno così si lascerebbe intendere, la perdita di un amico. Una frattura in ogni caso definitiva, capace di generare una profonda crisi interiore. Se ne avverte tutta l’entità già dal primo verso: «It would be time for winter now». La stagione è cambiata, cambiato il tempo, tutto. E tutto adesso sembra pronunciarsi nella sua vera dimensione: la distillazione si precisa, il profumo si diffonde, e la psicologia pendola continuamente fuori e dentro l’Io. Si tratta di un Io allargato, ormai rassegnatosi a un clima rituale, a un’atmosfera quasi funeraria.
L’accento cade quindi sulla suggestiva, splendida immagine: «…a basin called infinity». Per esteso e in traduzione: «…le lacrime sono scorse decorative / oltre noi in un lavandino chiamato infinito».
Se specchiarsi nella natura è un principio eminentemente romantico, Ashbery rompe la linearità di un simile pensiero, secondo cui la spiritualità dell’uomo si convoglia nella natura rigenerando da essa un continuo desiderio d’infinito. Qualcosa, infatti, lo vediamo bene, si è spezzato: all’inizio del testo c’era la raccolta del fieno, il luccio se ne stava placido nello stagno; poi i serpenti hanno cambiato pelle, poi un amo è pronto a lacerare la bocca, e l’infinito “finisce” appunto in quanto di più comune ci sia, un lavandino.
Ma già prima, riferendosi alla muta dei serpenti, simbolo dell’inevitabile cambiamento che ogni volta a tutti spetta, il poeta mostrava la sua ironia, scrivendo: «It had all been working so well and now, / Well, it just kind of came apart in the hand» ovvero: «Funzionava tutto così bene e ora, / beh, quasi si disfa in mano». Il doppio “well”, così volutamente ravvicinato, contiene nel suo risuonare tutta la forza del cambiamento, l’intera, rapida rottura della presunta linearità della vita, mentre la natura manifesta con piccoli segni tutta la sua potenza, vasta e terribile. Ashbery “porta a casa” tutto questo, lo passa al filtro della mente, e meditando intorno all’Apocalisse consueta dei giorni, la “addomestica” per preparare il finale, consegnato al pianto.
Così, l’ultima stanza abbraccia la forza della catastrofe. Il nodo cruciale lo troviamo nel passaggio, altissimo, di due versi: «And in some room someone examines his youth, / Finds it dry and hollow, porous to the touch»… Si rivela a questo punto, in maniera del tutto impersonale, lo svuotamento del tempo e della persona. E dello scrivere: «porosa al tatto», infatti, è speculare alla penna che nella prima stanza al tatto «era fresca». Come dire, invecchiando si conosce sempre più e soltanto ciò che è più vero.
Ugualmente, con l’immagine dei pescatori, c’è un’invocazione che è auspicio e preghiera: «raccolgano le loro reti vuote» scrive l’autore, facendo seguito alla figura dell’«amo in gola» presente nella seconda stanza.
Siamo alla conclusione del disegno. Il poeta vuol dirci che ciò che esiste continuerebbe a farlo senza l’esercizio della violenza. Perché se la potenza è propria della natura, la violenza è propria dell’uomo, e può toccare indistintamente tutti. Allora il poeta non potrà che radunare tutti (se stesso, l’amico perduto, il cacciatore, il pescatore, tutti) intorno a un falò, un falò che tutto bruci, in luogo di un fornelletto che in casa, secondo metafora, diffonda il profumo del vetiver.
La distillazione è avvenuta, il profumo diffuso. Tutto brucia, finalmente, nella sua verità. Resta alla fine il pianto, salvato dalla grazia delle foglie.

 

Vetiver

Ages passed slowly, like a load of hay,
As the flowers recited their lines
And pike stirred at the bottom of the pond.
The pen was cool to the touch.
The staircase swept upward
Through fragmented garlands, keeping the melancholy
Already distilled in letters of the alphabet.

It would be time for winter now, its spun-sugar
Palaces and also lines of care
At the mouth, pink smudges on the forehead and cheeks,
The color once known as “ashes of roses.”
How many snakes and lizards shed their skins
For time to be passing on like this,
Sinking deeper in the sand as it wound toward
The conclusion. It had all been working so well and now,
Well, it just kind of came apart in the hand
As a change is voiced, sharp
As a fishhook in the throat, and decorative tears flowed
Past us into a basin called infinity.

There was no charge for anything, the gates
Had been left open intentionally.
Don’t follow, you can have whatever it is.
And in some room someone examines his youth,
Finds it dry and hollow, porous to the touch…
O keep me with you, unless the outdoors
Embraces both of us, unites us, unless
The birdcatchers put away their twigs,
The fishermen haul in their sleek empty nets
And others become part of the immense crowd
Around this bonfire, a situation
That has come to mean us to us, and the crying
In the leaves is saved, the last silver drops.

 

Vetiver[2]

Le Età passavano lentamente, come un raccolto di fieno,
come i fiori recitavano le loro battute
e il luccio si agitava sul fondo dello stagno.
La penna era fresca al tatto.
La scala saliva su
attraverso ghirlande frammentate, trattenendo la malinconia
già distillata nelle lettere dell’alfabeto.

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

Niente era da pagare, le porte
erano state lasciate aperte intenzionalmente.
Non preoccuparti, puoi avere qualsiasi cosa.
E qualcuno in qualche stanza ripercorre la sua giovinezza,
la trova secca e vuota, porosa al tatto…
Tienimi con te, a meno che la vita là fuori
abbracci entrambi, ci unisca, a meno che
i cacciatori facciano sparire i rami,
i pescatori raccolgano le loro reti vuote
e altri ancora diventino parte dell’immensa folla
riunita attorno a questo falò, una situazione
per cui noi veniamo a significare a noi stessi, e il pianto
sulle foglie è salvo, le ultime gocce d’argento.[3]

 

Cristiano Poletti

 

 

[1] È la prima poesia di April Galleons (New York, 1988), già apparsa sul The New Yorker il 23 dicembre 1985 e ora ricompresa, sempre come poesia d’apertura, in Notes from the air (New York, 2007).

[2] Libera traduzione dell’autore di questo articolo.

[3] C’è un’intenzionale polisemia utilizzata da Ashbery negli ultimi due versi. Diversamente dalla scelta personalmente effettuata, si potrebbe anche tradurre: “e il pianto / nelle foglie è preservato, l’ultimo argento cade”.

 

Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni ottanta (Bonus track)

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Nello scorso settembre abbiamo pubblicato a puntate il romanzo breve di Roberto Saporito: Mi ricordo gli anni ottanta. Qui le quattro puntate #1 #2 #3 #4 . Pubblichiamo oggi “Bonus track”. Gli anni ottanta non sono mai finiti, a quanto pare, buona lettura.

 

***

Mi ricordo il mio primo walkman… Mi ricordo che tutte le mattine nel tragitto, breve, tra casa e scuola, per buona parte dell’anno scolastico 1981, mi ha accompagnato la cassetta dei Joy Division “Closer”… Un’autentica ossessione…

 

Mi ricordo i (miei) migliori dischi del 1980:

 

Killing Joke “Killing Joke”

Pink Military “Do Animals Believe in God”

Dead Kennedys “Fresh Fruit for Rotting Vegetables”

The Feelies “Crazy Rhythms”

John Foxx “Metamatic”

The Cramps “Songs The Lord Taught Us”

Ultravox “Vienna”

Joy Division “Closer”

Gaznevada “Sick Soundtrack”

Krisma “Cathode Mamma”

Talking Heads “Remain In Light”

Tuxedomoon “Half-Mute”

The Cure “Seventeen Seconds”

Gary Numan “Telekon”

Gun Club “Fire Of Love”

Japan “Gentlemen Take Polaroids”

Bauhaus “In The Flat Field”

X “Los Angeles”

The Sound “Jeopardy”

Young Marble Giants “Colossal Youth”

Elvis Costello “Get Happy!!

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

 

Ricordo solo di essermi svegliata seduta su una vecchia poltrona di velluto marrone. Una giovane donna tentava di porgermi un bicchiere d’acqua, mi diceva di avermi trovata priva di sensi davanti all’ingresso dell’associazione. A quel punto mi è tornato tutto in mente: stavo passeggiando per Brooklyn, nel mio ultimo pomeriggio americano, sarei partita per l’Italia il giorno dopo. La mia attenzione era stata attratta da una scritta su una piccola targa metallica Gruppo mamme aiuto, prendete per buona la traduzione di una vecchia professoressa in pensione. Leggendo la targa pensavo alla distanza dall’Italia, a quanto poco avessi pensato alla mia casa  durante le settimane trascorse qui, pur avvertendo la mancanza delle mie amiche che, per fortuna, sono diventate tutte bravissime con Skype. Credo di aver pensato a quanto mi sarebbero mancati mio figlio e mio nipote, ed è a quel punto che devo essere svenuta. La donna che mi ha offerto da bere mi ha chiesto come mi sentissi e mi ha spiegato d’avermi trovata sui gradini davanti all’ingresso dell’associazione e di avermi portata dentro con l’aiuto di Claire e Helen, me le ha indicate e loro mi hanno fatto un gesto di saluto, dal fondo della sala. Lei mi ha detto di chiamarsi Suzanne, le ho sorriso: «Come la canzone di Cohen» le ho detto. Mi ha spiegato che i suoi genitori l’hanno chiamata così proprio per la canzone. Stavo meglio, ma ho accettato l’offerta di rimanere lì seduta per un po’ a riposare. Hanno cominciato la loro riunione, c’era un piccolo palco, vi è salita una certa Marion (in automatico ho pensato a Marion Ross, l’attrice di Happy Days), una bionda sui sessanta, che ha cominciato a spiegare d’aver fatto dei passi avanti nella gestione organizzativa dei figli della figlia. Mi son detta che forse nel gruppo avrebbe dovuto iscriversi la figlia, ma non sono una che si metta a giudicare gli altri, ho solo scosso un po’ la testa come avrebbe fatto la Luisa. Ho ascoltato Marion e ho capito che sua figlia aveva dei grossi problemi, faceva un po’ di fatica a parlare ma le altre donne la incitavano. Qualcuna ha preso il microfono per dare qualche consiglio pratico. Suzanne si è voltata un paio di volte a controllare se ci fossi ancora, e mi ha fatto dei larghi sorrisi. Quando Marion è scesa dal palco l’ho applaudita insieme alle altre. Prima che cominciasse a parlare la prossima, ho ringraziato Suzanne e sono andata via.

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