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[Racconti inediti] STOLZ – di Domenico Caringella (post di natàlia castaldi)

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Stolz si liberò delle figure vuote dell’ultimo incubo della mattina e si svegliò. Le lettere, che non conosceva e non sapeva leggere e che nella visione lo avevano circondato, sparirono; il fracasso industriale dei suoi sogni ci mise più tempo ad abbandonarlo.
Quando lo benedisse il silenzio della camerata vuota e di quella accanto, tutti quelli del suo Gruppo erano già al lavoro.
Ogni Gruppo aveva una gestione autonoma della sorveglianza, dell’organizzazione del lavoro, dei giudizi per i crimini commessi dai membri comuni, della redazione del resoconto settimanale sull’applicazione del documento di Pianificazione Generale Trimestrale (il Piano), approvato dal Comitato Centrale per la Salute. Della manutenzione della serra.
Le nuvole ogni giorno si sbarazzavano in abbondanza di un’acqua color fumo, che il depuratore centrale restituiva di una tonalità delicata di grigio e con un sentore di ruggine che agli ultimi arrivati aveva finito per piacere. E avevano scatolette per mesi, anni, forse. Anche se il problema del cibo lo avevano poi risolto con le serre. Girava tutto intorno a quello: alla loro sopravvivenza e alla differenza con gli altri là fuori.
Erano i bambini il problema, i propri, quelli degli altri. Rischiavano di rimettere tutto in discussione. Ecco perché c’era la Caccia; certi appetiti il cibo della serra non riusciva a placarli.
Stolz, i suoi, non ricordavano quando quelli che erano i ricercatori si erano trasformati in cacciatori e i possessori in prede.

Il Comitato ne addestrava uno o due per ogni Gruppo, prima di mandarli nei quartieri a fare razzia. La Caccia aveva una funzione duplice: acquisire/togliere.
Stolz consumò la solita colazione sintetica, che gli servì a rafforzare il suo approccio chimico alla vita, si rifornì in armeria ed uscì dalla porta est della fabbrica, passando davanti a quella cattedrale abbandonata che erano i vecchi altiforni.
Gli addetti al Vallo gli aprirono i cancelli senza salutarlo, senza guardarlo. Già sulla strada a 4 corsie che portava ai quartieri dovette togliersi il giubbotto e legarselo in vita. In città la temperatura sfiorava i 35 gradi, dando almeno un senso all’andatura trascinata, grottesca, che tutti laggiù sembravano avere. Gli indumenti laceri che indossava servivano a mimetizzarlo tra la gente. A tradirlo poteva essere il suo modo naturale di camminare a testa alta, gli stivali di cuoio, e soprattutto gli occhi, iniettati di sangue. Era per quello che li teneva bassi.
Attraversò il ponte ed entrò nella sua zona di caccia preferita. Era lì che le sue battute ottenevano i risultati più soddisfacenti e che quello che cercava era ancora reperibile.
Scartò una dozzina di palazzi già visitati durante quell’anno e di cui conosceva con precisione la faccia, la pianta, gli occupanti, le stanze, le riserve.
Dei bambini che giocavano in un cortile alla guerra nella variante della “dolce apocalisse” con dei bastoni di legno marcio ed un piccolo secchio pieno d’acqua torbida, attirarono la sua attenzione. Quando rientrarono nella palazzina consunta dai miasmi del fiume e dai monsoni, Stolz attese una decina di minuti prima di seguirli. Seppe da subito che era nel posto giusto, perché in un angolo dell’androne vide un ammasso di quello che cercava. Lo esaminò con la punta dello stivale. Era putrido, inservibile.
Impegnò la rampa di scale. Al primo piano gli arrivò l’eco di una specie di discussione tra due vecchi. Gridavano, ma ognuno lo faceva per conto suo, e senza passione. I paradossi non gli interessavano manco per il cazzo. Proseguì. Fu al terzo piano che sentì la voce di un bambino, cadenzata, espressiva, dietro una delle tre porte che si aprivano sul pianerottolo. Per un istante smise di respirare. Poi il cuore cominciò a battere più veloce. Tirò fuori dalla sacca una piccola bottiglia e diede un sorso di smoka per riprendere il controllo; o per perderlo forse.
Bastò un calcio per spalancare la porta. Nello stanzone c’erano i bambini che aveva visto poco prima in cortile. Uno era in piedi, al centro. Gli altri erano seduti su un materasso, per terra e lo ascoltavano in silenzio.
Stolz, sapeva che quei bambini erano uguali ai suoi, a quelli della fabbrica, e che non sarebbero bastati i prodotti della serra a convincerli. Avevano quella strana fame. Il bambino al centro si strinse a sé, guardandolo fisso.
Stolz tirò fuori il coltello e fece il lavoro in molto meno di un minuto.
Portò via la preda e la trascinò fino ai cancelli senza che nessuno lo degnasse di un vero sguardo.
Consegnò tutto al responsabile, al vecchio Kaminski, tra i monoliti del vecchio museo, per la registrazione e l’accredito. Poi raggiunse il reparto della fabbrica assegnato al suo Gruppo; dentro la camerata, si tolse gli stivali, li ripulì dal sangue e dal fango con uno straccio e si mise a dormire.

Il responsabile portò la preda nella saletta accanto al refettorio. I ragazzi e i bambini del Gruppo erano tutti presenti, o quasi. Avevano fame, glielo si leggeva negli occhi, un miscuglio di gratitudine e minaccia.
– Ecco – gridò mostrando a tutti il frutto della caccia di quel giorno, prima di dare, subito dopo, il via alla consumazione del pasto.
Kaminski aprì la preda alla prima pagina e cominciò a leggerla. “Chiamatemi Ismaele” disse la sua voce profonda nel silenzio. E continuò a leggere, pensando a quanto fosse grasso e durevole quel frutto, e a che buon sapore avesse.

Domenico Caringella