Neri Pozza

I poeti della domenica #402: Mario Luzi, Come deve

 

Che vuoi che vieni da così lontano
ed entri a volo cieco nella nebbia
fin qua dove gli uccelli anche di nido
da ramo a ramo perdono la traccia?

La vita come deve si perpetua,
dirama in mille rivoli. La madre
spezza il pane tra i piccoli, alimenta
il fuoco; la giornata scorre piena
o uggiosa, arriva un forestiero, parte,
cade neve, rischiara o un’acquerugiola
di fine inverno soffoca le tinte,
impregna scarpe ed abiti, fa notte.

È poco, d’altro non vi sono segni.

 

da Onore del vero (1957)

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

proSabato: Romain Gary, da ‘La vita davanti a sé’

La vita davanti a sé

Il signor Waloumba è un nero del Camerun che era venuto in Francia per spazzarla. Aveva lasciato tutte le sue mogli e i suoi figli al paese per ragioni economiche. Aveva un talento olimpico nel mangiare il fuoco e dedicava le sue ore straordinarie a questa impresa. Era mal visto dalla polizia perché provocava degli assembramenti, ma aveva un permesso per mangiare il fuoco che era ineccepibile. Quando vedevo che Madame Rosa incominciava ad avere l’occhio spento, la bocca aperta e se ne stava a sbavare all’altro mondo, correvo subito a chiamare il signor Waloumba che divideva un domicilio legale con altre otto persone della sua tribù in una stanza che gli avevano concesso al quinto piano. Se era in casa, saliva subito con la sua torcia accesa e si metteva a sputare fuoco davanti a Madame Rosa. Non era soltanto per interessare una persona malata aggravata dalla tristezza, ma per farle un trattamento di shock, perché il dottor Katz diceva che molte persone sono migliorate con questo trattamento all’ospedale, dove per questo scopo gli accendono la corrente elettrica all’improvviso.
Anche il signor Waloumba era di questa opinione, diceva che spesso i vecchi ritrovano la memoria quando gli si mette paura e con questo sistema in Africa aveva guarito un sordomuto. Spesso i vecchi piombano in una tristezza ancora più grande quando si mandano all’ospedale in via definitiva, il dottor Katz dice che è un’età senza pietà e che dai sessantacinque settant’anni non interessano più nessuno.
Perciò abbiamo passato ore e ore a cercare di fare una gran paura a Madame Rosa perché il suo sangue facesse un salto. Il signor Waloumba è terribile quando inghiottisce il fuoco e questo gli esce da dentro tutto in fiamme e sale fino al soffitto, ma Madame Rosa era in uno dei suoi periodi vuoti che si chiamano letargo, quando uno se ne frega di tutto e non c’è modo di scuoterlo. Il signor Waloumba ha vomitato fiamme davanti a lei per una mezz’ora, ma lei aveva l’occhio tondo e stupefatto come se fosse già una statua che nulla può scuotere e che hanno fatto di legno o di pietra apposta per questo. Lui ha tentato ancora una volta e siccome faceva degli sforzi, Madame Rosa è uscita improvvisamente dal suo stato e quando ha visto un nero a torso nudo che sputava fuoco davanti a lei, ha lanciato un urlo che non vi potete immaginare. Ha cercato persino di fuggire e abbiamo dovuto impedirglielo. Dopo non ne ha voluto più sapere e ha proibito che si mangiasse del fuoco in casa sua. Non lo sapeva mica di essere rimba, credeva di aver fatto un pisolino e che l’avessimo svegliata. Non potevamo mica dirglielo.
Un’altra volta il signor Waloumba è andato a chiamare cinque compagni che erano tutti suoi tribuni e sono venuti a ballare intorno a Madame Rosa per scacciare gli spiriti maligni, che quando hanno un momento libero si attaccano a certe persone. I fratelli del signor Waloumba erano molto noti a Belleville e li venivano a chiamare per questa cerimonia quando c’erano dei malati che si potevano curare a domicilio. Il signor Driss al caffè disprezzava queste che lui chiamava delle “pratiche”, ci scherzava sopra e diceva che il signor Waloumba e i suoi fratelli di tribù facevano della medicina in nero.
Il signor Waloumba e i suoi sono saliti in casa nostra una sera che Madame Rosa era in assenza e se ne stava seduta in poltrona con l’occhio tondo. Erano seminudi e decorati di molti colori, con le facce dipinte come qualcosa di terribile per far paura ai demoni che i lavoratori africani si portano dietro in Francia. Due si sono seduti per terra coi loro tamburi a mano e gli altri tre si sono messi a ballare intorno a Madame Rosa sulla poltrona. Il signor Waloumba suonava uno strumento musicale fatto apposta per questo scopo e per tutta la notte era veramente quanto di meglio si potesse vedere a Belleville. Non è servito assolutamente a niente, perché sono cose che sugli ebrei non si attaccano e il signor Waloumba ci ha spiegato che era una questione di religione. Lui pensava che la religione di Madame Rosa si difendeva e la rendeva inadatta alla guarigione. A me questo mi meravigliava molto, perché Madame Rosa era in uno stato tale che non si capiva proprio come potesse entrarci la religione.
Se volete la mia opinione, da un certo momento in poi anche gli ebrei non sono più degli ebrei, da tanto non sono più niente. Non so se riesco a farmi capire bene ma non ha nessuna importanza perché se si capisse sarebbe certamente una cosa ancora più schifosa.
Un po’ più tardi i fratelli del signor Waloumba hanno incominciato a scoraggiarsi, perché Madame Rosa nel suo stato se ne fotteva di tutto e il signor Waloumba mi ha spiegato che gli spiriti maligni ostruivano tutte le sue uscite e gli sforzi non arrivavano fino a lei. Ci siamo seduti tutti quanti per terra attorno all’ebrea e abbiamo assaporato un momento di riposo, perché in Africa sono molto più numerosi che a Belleville e si possono dare il cambio a squadre attorno agli spiriti maligni come si fa alla Renault. Il signor Waloumba è andato a prendere dei liquori e delle uova di gallina e abbiamo fatto un picnic intorno a Madame Rosa che aveva uno sguardo come se l’avesse perduto e lo cercasse dappertutto.
Il signor Waloumba mentre ci abbuffavamo ci ha spiegato che nel suo paese era molto più facile rispettare i vecchi e occuparsi di loro per ammansirli che in una grande città come Parigi, dove ci sono migliaia di strade, e di piani, di posti e cantoni dove la gente li dimentica e non si può usare l’esercito per cercarli in tutti i posti dove sono perché l’esercito è fatto per occuparsi dei giovani. Se l’esercito perdesse il tempo a occuparsi dei vecchi, non sarebbe più l’esercito francese. Mi ha detto che di covi di vecchi ce n’è per così dire decine di migliaia nelle città e in campagna, ma non c’è nessuno che dia delle informazioni che permettano di trovarli, e così si ha l’ignoranza. Un vecchio o una vecchia in un paese grande e bello come la Francia fa pena a vedere e la gente ha già tante preoccupazioni così.

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© in Romain Gary, La vita davanti a sé, trad. it, di Giovanni Bogliolo, Vicenza, Neri Pozza, 2009

Prosa scelta dal musicista Sergio Marchesini, che ringraziamo.

proSabato: Lea Quaretti, Al compleanno di Pound

proSabato: Al compleanno di Pound

……..Venezia, martedì 30 ottobre 1962
……..Al compleanno di Pound

Sedeva su una poltrona di paglia con un grande schienale circolare intessuto come un pizzo. La sua persona lunga, quasi inesistente nelle pieghe vuote del vestito nero, aderiva, abbandonata, alla paglia. La sua forza era nella testa circondata dall’assurda aureola di quello schienale rotondo posato contro la scala che portava al primo piano. Una testa di capelli ancora eccezionalmente vivi, gonfi sulle tempie, completamente bianchi. La pelle del viso, nella penombra della stanza, era luminosa e aderiva alle ossa come a disegnarle. Teneva le mani lunghe e nodose sulle ginocchia.
Era fermo. Così immobile che si sarebbe potuto pensare stesse dormendo se gli occhi, vivissimi, azzurri e inquieti, non fossero stati fissi a un punto che lui solo vedeva. taceva e nel suo silenzio c’era una forza di suggestione che mi paralizzava. Non sapevo staccare i miei occhi da quel suo viso consumato e leggero, di una bellezza straordinaria: la bellezza che la forza del pensiero, la sofferenza e la poesia possono aggiungere a un volto già per se stesso eccezionalmente bello. Allo stesso modo dovevano essere stati belli quei grandi americani che lo hanno preceduto: Melville, Thoreau, Hawthorne, Whitman.
Non posso più reggere il silenzio carico del suo sguardo. Dico stupidamente: «È bella questa casa».
Dopo un lungo silenzio sento la sua voce bassa, faticosa, che risponde: «Io non ho casa».
«Non ha casa?»
«In nessun posto del mondo» mi dice.
Intanto attorno a un tavolo rotondo posato alla parete di fronte alla poltrona, gli altri riuniti a festeggiare i suoi settantasette anni hanno finito di accendere le candeline rosse piantate su una grande torta bianca: «Ecco» dicono insieme.
La grande torta con le settantasette candeline rosse è davanti al grande vecchio: «Soffia, soffia».
Chi è che grida? Siamo tutti noi che soffiamo sul petto del vecchio […] (altro…)

I poeti della domenica #172: Neri Pozza, I cani

I CANI

Nella caverna della notte
il latrato fumante dei cani
e le catene che corrono sul ghiaccio,
il vento nero che scampana.

Tu chiami ancora vaneggiando
rosse, bianche bocche di cani,
denti come spettri di colonne,
fauci scarlatte dell’orco sulla neve.

Ninna nanna di cani per dormire
e le catene al vento che scampana.
In bocca ai cani taglienti colonne,
bave sul sangue come fiumi di melma;
il pianto tuo ululato,
il tuo fiato di morte.

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© da Stagioni del carcere. Seconda (1944-1945), ora in Neri Pozza Opere complete, poesia a cura di Fernando Bandini, Vol. II, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

I poeti della domenica #45. Neri Pozza, Ezra alle Zattere

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EZRA ALLE ZATTERE

Sulla Fondamenta delle Zattere, risegando i marmi
ci veniva incontro alto barbato bianco,
Ezra Pound; e una donnuccia annaspava
dietro a lui che marciava,
gli occhi biavi della follia
persi nel liquame melmoso della Zudèca.
Scavalcava le pietre a passo di cammello
e la donnuccia Arlecchina gli correva dietro
— non era parente, o postulante, si capiva! —
Ezra perticava la salizada veloce più della sua ombra,
alto-altero, gli occhi
sulle barcone ancorate, le petroliere, i carghi,
i rifiuti putrescenti della Marittima.
Sembrava corresse al gran Dio
per offerire i Cantos.
Superata la flotta, parve diretto
alla maona che caricava abeti bianchi come ossa.
Fece uno scarto: così chi salta dalla nave a terra —
e voltò via improvviso per la sua calle;
e la non parente, o postulante Arlecchina
lo chiamava urlando.

(1972)

Neri Pozza, da Suite Veneziana (1958-1982), in Opere complete, Vicenza, Neri Pozza, 2011

I poeti della domenica #34: Neri Pozza, Poesia per dedica

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POESIA PER DEDICA

In te discesa come luce d’alba
dal punto più bianco dello spazio,
farai della tua vita favole agli occhi
e le danze più felici.

Io piego il volto sull’ombre dei tuoi giri
e vengo a ballo tra gli alberi del prato.
Ascolto la tua gioia, vivo
chiamo nuvole e canto.

Neri Pozza, in Maschera in grigio (1946), ora in Opere complete, Vicenza, Neri Pozza, 2011

Joanna Rakoff, Un anno con Salinger (di Giulietta Iannone)

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Joanna Rakoff, Un anno con Salinger, Neri Pozza, 2015, traduzione di Martina Testa. € 17,00. ebook € 9,99

 

L’editoria. I libri. La vita.
Un anno vissuto molto pericolosamente, sfiorando J. D. Salinger.

 

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
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Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Una frase lunga un libro #7 – Robert Seethaler: Una vita intera

 

Una frase lunga un libro #7

una vita intera - seethaler
Robert Seethaler – Una vita intera – Neri Pozza, 2015 – trad. di Riccardo Cravero. € 14,00

“Non dormiva quasi mai in un letto, di solito si buttava sul fieno, in una soffitta, in qualche ripostiglio o stalla, accanto al bestiame. A volte nelle miti notti d’estate stendeva una coperta da qualche parte su un campo falciato di fresco, si sdraiava sulla schiena e guardava in alto il cielo stellato. E allora pensava al futuro, che si allungava senza fine davanti a lui proprio perché Egger dal futuro non si aspettava niente. A volte, dopo essere rimasto sdraiato così per un po’, aveva la sensazione che la terra sotto la schiena si sollevasse e abbassasse piano, e in quei momenti sapeva che le montagne respiravano.”

Quando finisco di leggere i libri che mi piacciono mi domando sempre da dove vengano le storie. Carver (in Niente trucchi da quattro soldi minimum fax, trad. Riccardo Duranti) scrive: «Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale.» Carver prosegue e dice che la storia è come una palla di neve che rotola a valle, man mano ci si aggiunge qualcosa. Me lo sono domandato anche alla fine della lettura di questo bellissimo romanzo: da dove viene? Arriva dalla memoria di Robert Seethaler? Da un pezzetto di una vecchia storia tramandata? O da un’immagine fugace e dopo tutta fantasia? È una domanda che conta per pochi minuti, però. Per il lettore conta (e conta sempre) la storia che si ha davanti e conta più dell’autore (di Seethaler, ad esempio, ignoravo perfino l’esistenza fino a qualche giorno fa) e dei suoi, di certo, importantissimi perché. Allora proviamo a vederla questa piccola e meravigliosa storia. Andiamo a vedere com’è.

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Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete (recensione di Martino Baldi)

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Goffredo Parise, Il ragazzo morto e le comete, Adelphi, 2006 (prima edizione Neri Pozza, 1950); € 17,00; ebook € 8,99

Di tutti i meriti letterari che si possono ascrivere all’eclettico Neri Pozza – partigiano, scrittore, editore, artista, collezionista e grande protagonista della cultura veneta del dopoguerra – uno dei maggiori è stato sicuramente il coraggio con cui ha condotto la sua casa editrice. Un’indipendenza che ci ha regalato opere grandi ed anomale che forse non avrebbero visto la luce senza di lui, come Il primo libro delle favole di Gadda o la Farfalla di Dinard, esordio in prosa di Eugenio Montale. Ma fra tutti i regali di Neri Pozza il più grande è stato, probabilmente, quello di averci donato dal nulla uno scrittore tra i più indipendenti, poetici, innovativi della letteratura italiana del dopoguerra quando, nel 1950, prese in considerazione la proposta di pubblicazione giuntagli da un ventenne assolutamente sconosciuto e fin troppo spavaldo che qualunque altro editore avrebbe sicuramente rifiutato. Il ventenne si chiamava Goffredo Parise e il libro era Il ragazzo morto e le comete.

Il testo di Parise era quanto di più “fuori tempo” si potesse immaginare nell’Italia degli anni Cinquanta, soprattutto nell’ambito letterario, dominato dalle esigenze sia tematiche sia stilistiche del cosiddetto neorealismo: l’antifascismo, l’impegno politico, le tematiche sociali, la narrazione piana, una lingua oscillante tra la neutralità e il localismo, un’ideologia di fondo di stampo populista, l’inclinazione dell’opera d’arte a farsi documento, ecc. In nome di questo “clima generale”, come lo definì Calvino, furono molti gli artisti sottovalutati, ignorati o addirittura contestati apertamente e accusati di essere reazionari e conservatori (come capitò notoriamente ai pittori non figurativi, presi di mira dal violentissimo anatema di Palmiro Togliatti e Renato Guttuso contro “gli scrabocchi, le cose mostruose, gli errori e le scemenze”).

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