Neri Pozza

proSabato: Lea Quaretti, Al compleanno di Pound

proSabato: Al compleanno di Pound

……..Venezia, martedì 30 ottobre 1962
……..Al compleanno di Pound

Sedeva su una poltrona di paglia con un grande schienale circolare intessuto come un pizzo. La sua persona lunga, quasi inesistente nelle pieghe vuote del vestito nero, aderiva, abbandonata, alla paglia. La sua forza era nella testa circondata dall’assurda aureola di quello schienale rotondo posato contro la scala che portava al primo piano. Una testa di capelli ancora eccezionalmente vivi, gonfi sulle tempie, completamente bianchi. La pelle del viso, nella penombra della stanza, era luminosa e aderiva alle ossa come a disegnarle. Teneva le mani lunghe e nodose sulle ginocchia.
Era fermo. Così immobile che si sarebbe potuto pensare stesse dormendo se gli occhi, vivissimi, azzurri e inquieti, non fossero stati fissi a un punto che lui solo vedeva. taceva e nel suo silenzio c’era una forza di suggestione che mi paralizzava. Non sapevo staccare i miei occhi da quel suo viso consumato e leggero, di una bellezza straordinaria: la bellezza che la forza del pensiero, la sofferenza e la poesia possono aggiungere a un volto già per se stesso eccezionalmente bello. Allo stesso modo dovevano essere stati belli quei grandi americani che lo hanno preceduto: Melville, Thoreau, Hawthorne, Whitman.
Non posso più reggere il silenzio carico del suo sguardo. Dico stupidamente: «È bella questa casa».
Dopo un lungo silenzio sento la sua voce bassa, faticosa, che risponde: «Io non ho casa».
«Non ha casa?»
«In nessun posto del mondo» mi dice.
Intanto attorno a un tavolo rotondo posato alla parete di fronte alla poltrona, gli altri riuniti a festeggiare i suoi settantasette anni hanno finito di accendere le candeline rosse piantate su una grande torta bianca: «Ecco» dicono insieme.
La grande torta con le settantasette candeline rosse è davanti al grande vecchio: «Soffia, soffia».
Chi è che grida? Siamo tutti noi che soffiamo sul petto del vecchio […] (altro…)

I poeti della domenica #172: Neri Pozza, I cani

I CANI

Nella caverna della notte
il latrato fumante dei cani
e le catene che corrono sul ghiaccio,
il vento nero che scampana.

Tu chiami ancora vaneggiando
rosse, bianche bocche di cani,
denti come spettri di colonne,
fauci scarlatte dell’orco sulla neve.

Ninna nanna di cani per dormire
e le catene al vento che scampana.
In bocca ai cani taglienti colonne,
bave sul sangue come fiumi di melma;
il pianto tuo ululato,
il tuo fiato di morte.

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© da Stagioni del carcere. Seconda (1944-1945), ora in Neri Pozza Opere complete, poesia a cura di Fernando Bandini, Vol. II, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

I poeti della domenica #45. Neri Pozza, Ezra alle Zattere

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EZRA ALLE ZATTERE

Sulla Fondamenta delle Zattere, risegando i marmi
ci veniva incontro alto barbato bianco,
Ezra Pound; e una donnuccia annaspava
dietro a lui che marciava,
gli occhi biavi della follia
persi nel liquame melmoso della Zudèca.
Scavalcava le pietre a passo di cammello
e la donnuccia Arlecchina gli correva dietro
— non era parente, o postulante, si capiva! —
Ezra perticava la salizada veloce più della sua ombra,
alto-altero, gli occhi
sulle barcone ancorate, le petroliere, i carghi,
i rifiuti putrescenti della Marittima.
Sembrava corresse al gran Dio
per offerire i Cantos.
Superata la flotta, parve diretto
alla maona che caricava abeti bianchi come ossa.
Fece uno scarto: così chi salta dalla nave a terra —
e voltò via improvviso per la sua calle;
e la non parente, o postulante Arlecchina
lo chiamava urlando.

(1972)

Neri Pozza, da Suite Veneziana (1958-1982), in Opere complete, Vicenza, Neri Pozza, 2011

Poeti della domenica #34: Neri Pozza, Poesia per dedica

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POESIA PER DEDICA

In te discesa come luce d’alba
dal punto più bianco dello spazio,
farai della tua vita favole agli occhi
e le danze più felici.

Io piego il volto sull’ombre dei tuoi giri
e vengo a ballo tra gli alberi del prato.
Ascolto la tua gioia, vivo
chiamo nuvole e canto.

Neri Pozza, in Maschera in grigio (1946) ora in Opere complete, Vicenza, Neri Pozza, 2011

Joanna Rakoff, Un anno con Salinger (di Giulietta Iannone)

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Joanna Rakoff, Un anno con Salinger, Neri Pozza, 2015, traduzione di Martina Testa. € 17,00. ebook € 9,99

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L’editoria. I libri. La vita.

Un anno vissuto molto pericolosamente, sfiorando J. D. Salinger.

*

Credo che Salinger sia l’incubo di tutti i recensori, giornalisti, operatori culturali. La sua riservatezza è leggendaria, e parte integrante del suo sfuggente mito. Un autore che non concede interviste, non risponde alle lettere dei fan, non appare in radio o tv, un autore che lascia nel vago dove viva, risieda o anche solo la mattina prenda il caffè al bar, un autore che fa sfumare un contratto editoriale perché l’editore ha avuto l’ardire di parlare con un giornale, vivendo ciò come un tradimento, lascia dietro di sé uno spazio bianco, che per pudore sono ben pochi a cercare di riempire.
Si ha quasi paura di disturbare, di infrangere una sacralità tutta laica fatta di rispetto, educazione, timidezza. Ma l’amore stravolge questi canoni, ci autorizza a fare cose che la ragione ci suggerisce siano proibite. E così fa Joanna Rakoff parlandoci di Salinger nel suo romanzo autobiografico, Un anno con Salinger, edito da Neri Pozza e tradotto (con grande sensibilità) da Martina Testa.
I motivi che spinsero Salinger a difendere la sua privacy con tanto accanimento, quasi con ferocia, vanno probabilmente ricercati in un placido desiderio di calma e tranquillità. Continuare a scrivere senza più pubblicare più che una forma di autismo letterario sicuramente si ricollega anche a questo. Scansare, con una certa eleganza e un po’ di durezza, un carico emotivo che in un certo modo non si sentiva in grado di sopportare. Delegando. In questo caso delega per un anno il fardello di leggere le lettere a lui indirizzate dai fan di tutto il mondo (non solo americani) a una giovane (oggi si direbbe stagista, allora si diceva assistente, sebbene il padre della Rakoff fosse certo che sua figlia svolgesse i compiti di una segretaria).
Joanna Rakoff prese molto seriamente questo incarico, arrivando a disattendere le ferree disposizioni a lei impartite (di scrivere impersonali lettere standard di educato rifiuto) e non per insensibilità. All’Agenzia sapevano che era un compito sovrumano. Lo sarebbe stato per Salinger, figurarsi per una ragazza di poco più di vent’anni.
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Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Una frase lunga un libro #7 – Robert Seethaler: Una vita intera

 

Una frase lunga un libro #7

una vita intera - seethaler
Robert Seethaler – Una vita intera – Neri Pozza, 2015 – trad. di Riccardo Cravero. € 14,00

“Non dormiva quasi mai in un letto, di solito si buttava sul fieno, in una soffitta, in qualche ripostiglio o stalla, accanto al bestiame. A volte nelle miti notti d’estate stendeva una coperta da qualche parte su un campo falciato di fresco, si sdraiava sulla schiena e guardava in alto il cielo stellato. E allora pensava al futuro, che si allungava senza fine davanti a lui proprio perché Egger dal futuro non si aspettava niente. A volte, dopo essere rimasto sdraiato così per un po’, aveva la sensazione che la terra sotto la schiena si sollevasse e abbassasse piano, e in quei momenti sapeva che le montagne respiravano.”

Quando finisco di leggere i libri che mi piacciono mi domando sempre da dove vengano le storie. Carver (in Niente trucchi da quattro soldi minimum fax, trad. Riccardo Duranti) scrive: «Nessuna delle storie che scrivo è mai successa veramente, ma le storie non nascono dal nulla. Devono venire da qualche parte, almeno le storie degli scrittori che ammiro di più. Hanno qualche punto di riferimento nel mondo reale.» Carver prosegue e dice che la storia è come una palla di neve che rotola a valle, man mano ci si aggiunge qualcosa. Me lo sono domandato anche alla fine della lettura di questo bellissimo romanzo: da dove viene? Arriva dalla memoria di Robert Seethaler? Da un pezzetto di una vecchia storia tramandata? O da un’immagine fugace e dopo tutta fantasia? È una domanda che conta per pochi minuti, però. Per il lettore conta (e conta sempre) la storia che si ha davanti e conta più dell’autore (di Seethaler, ad esempio, ignoravo perfino l’esistenza fino a qualche giorno fa) e dei suoi, di certo, importantissimi perché. Allora proviamo a vederla questa piccola e meravigliosa storia. Andiamo a vedere com’è.

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Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete (recensione di Martino Baldi)

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Goffredo Parise – Il ragazzo morto e le comete – Adelphi, 2006 (prima edizione Neri Pozza, 1950) – € 17,00 – ebook, 2014 – € 8,99

Di tutti i meriti letterari che si possono ascrivere all’eclettico Neri Pozza – partigiano, scrittore, editore, artista, collezionista e grande protagonista della cultura veneta del dopoguerra – uno dei maggiori è stato sicuramente il coraggio con cui ha condotto la sua casa editrice. Un’indipendenza che ci ha regalato opere grandi ed anomale che forse non avrebbero visto la luce senza di lui, come Il primo libro delle favole di Gadda o la Farfalla di Dinard, esordio in prosa di Eugenio Montale. Ma fra tutti i regali di Neri Pozza il più grande è stato, probabilmente, quello di averci donato dal nulla uno scrittore tra i più indipendenti, poetici, innovativi della letteratura italiana del dopoguerra quando, nel 1950, prese in considerazione la proposta di pubblicazione giuntagli da un ventenne assolutamente sconosciuto e fin troppo spavaldo che qualunque altro editore avrebbe sicuramente rifiutato. Il ventenne si chiamava Goffredo Parise e il libro era Il ragazzo morto e le comete.

Il testo di Parise era quanto di più “fuori tempo” si potesse immaginare nell’Italia degli anni Cinquanta, soprattutto nell’ambito letterario, dominato dalle esigenze sia tematiche sia stilistiche del cosiddetto neorealismo: l’antifascismo, l’impegno politico, le tematiche sociali, la narrazione piana, una lingua oscillante tra la neutralità e il localismo, un’ideologia di fondo di stampo populista, l’inclinazione dell’opera d’arte a farsi documento, ecc. In nome di questo “clima generale”, come lo definì Calvino, furono molti gli artisti sottovalutati, ignorati o addirittura contestati apertamente e accusati di essere reazionari e conservatori (come capitò notoriamente ai pittori non figurativi, presi di mira dal violentissimo anatema di Palmiro Togliatti e Renato Guttuso contro “gli scrabocchi, le cose mostruose, gli errori e le scemenze”).

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Edith Wharton La casa della gioia (anteprima)

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Esce domani da Neri Pozza, per la collana Le Grandi Scrittrici diretta da Monica Pareschi, La casa della gioia nella nuova traduzione di Gaja Cenciarelli, presentiamo qui in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro. Grazie a Neri Pozza e a Monica Pareschi per la gentile concessione.

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Edith Wharton –  La casa della gioia – traduzione di Gaja Cenciarelli

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Capitolo uno (estratto)

Selden si fermò, sorpreso. Il suo sguardo si ravvivò alla vista di Miss Lily Bart nella calca pomeridiana della Grand Central Station.
Era un lunedì di inizio settembre, e lui stava tornando al lavoro dopo una rapida puntata in campagna; ma cosa ci faceva Miss Bart in città in quel periodo dell’anno? Se l’avesse vista prendere un treno avrebbe dedotto che si stesse spostando da una all’altra delle ville di campagna che si contendevano la sua presenza dopo la chiusura della stagione di Newport; ma la sua espressione indecisa lo sconcertava. Si teneva in disparte dalla folla, lasciando che questa le scorresse accanto, diretta alle banchine o alla strada, con un’aria irresoluta che, supponeva lui, poteva benissimo mascherare un proposito ben definito. D’un tratto gli venne in mente che forse stava aspettando qualcuno, ma non seppe spiegarsi perché quel pensiero avesse colpito la sua attenzione. Non c’era niente di nuovo in Lily Bart, e tuttavia ogni volta che la vedeva non poteva evitare di provare un vago slancio di interesse: quella di suscitare sempre congetture era una sua caratteristica, e il più semplice dei suoi atti sembrava frutto di intenzioni di vasta portata.
Un impulso di curiosità lo spinse a cambiare direzione, e invece di andare verso l’uscita, le passò accanto. Sapeva che se lei non avesse voluto essere vista sarebbe riuscita a evitarlo, e lo divertiva l’idea di mettere alla prova la sua abilità.
«Mr Selden… che fortunata coincidenza!»
Gli andò senz’altro incontro, sorridendo e, si sarebbe detto, mostrandosi quasi ansiosa di trattenerlo. Un paio di passanti si attardarono a guardare; Miss Bart era talmente bella da fermare persino i pendolari che correvano a prendere l’ultimo treno.
Selden non l’aveva mai vista così raggiante. La testa vivace, che spiccava tra i colori smorti della folla, la faceva risaltare più che in una sala da ballo, e sotto il cappello scuro e la veletta il volto riacquistava quella levigatezza giovanile e quella carnagione intatta che, dopo undici anni di ore piccole e balli instancabili, stavano cominciando ad appannarsi. Selden si ritrovò a chiedersi se veramente ne fossero già passati undici, e se lei avesse davvero compiuto quei ventinove anni che le sue rivali le attribuivano.
Che fortuna!» ripeté lei. «Com’è gentile da parte sua venirmi in aiuto!»
Lui rispose allegramente che quella era la missione della sua vita, e le chiese in che modo poteva aiutarla.
«Oh, in qualsiasi modo, anche solo sedendosi su una panchina a chiacchierare con me. Se si resiste alla noia di un ballo, si potrà ben resistere all’attesa di un treno. In fondo qui non fa più caldo che nel salone di Mrs Van Osburgh, e le donne non sono poi tanto più brutte». Si interruppe, scoppiando a ridere, e spiegò che era arrivata in città da Tuxedo, che doveva andare dai Trenor a Bellomont, e aveva perso il treno delle tre e un quarto per Rhinebeck. «E non ce ne sono altri fino alle cinque e mezzo». Consultò il piccolo orologio imbrillantato tra i pizzi. «Mancano due ore esatte. E io non so cosa fare. La mia cameriera è venuta in città stamattina per sbrigarmi qualche commissione e ha proseguito per Bellomont con il treno dell’una, la casa di mia zia è chiusa, e io non conosco anima viva in tutta New York». Si guardò intorno con aria sconsolata. «A dire la verità, fa più caldo qui che a casa di Mrs Van Osburgh. Se ha un po’ di tempo da perdere, la prego, mi porti da qualche parte a prendere una boccata d’aria».
Lui si dichiarò a sua completa disposizione: quell’imprevisto gli parve un bel diversivo. Da spettatore, gli era sempre piaciuta Lily Bart; e la sua vita viaggiava su un’orbita talmente lontana che trovò stuzzicante essere attirato per un po’ nell’improvvisa intimità che quella proposta implicava.
«Vogliamo andare a prendere una tazza di tè da Sherry?»
Lei accettò sorridendo, poi abbozzò una piccola smorfia.
«C’è talmente tanta gente in città, il lunedì, che di sicuro si rischia di incontrare parecchi scocciatori. Io sono una vecchia bacucca, ormai, e non dovrebbe importarmi; ma se è vero che io sono vecchia, lei non lo è affatto» obiettò allegramente. «Muoio dalla voglia di bere un tè, ma non ci sarebbe un posto più tranquillo?»
Selden ricambiò il sorriso luminoso che si era posato su di lui. Le cautele di Lily lo interessavano quasi quanto le sue imprudenze; era sicuro che facessero entrambe parte di un piano elaborato con estrema cura. Nel giudicare Miss Bart, si era sempre basato sulla convinzione che lei agisse per calcolo.
«Le risorse di New York sono piuttosto scarse» disse. «Prima di tutto vedrò di trovare una carrozza, poi ci inventeremo qualcosa». La condusse attraverso la folla che tornava dalle vacanze, passando accanto a ragazze con volti insignificanti e cappelli improbabili, e donne dal seno piatto che armeggiavano con pacchi e ventagli di foglie di palma. Possibile che lei appartenesse alla stessa specie? Lo squallore, la rozzezza di quel campione di creature femminili lo convinsero ancora di più che Lily fosse una donna fuori dal comune.
Un breve acquazzone aveva rinfrescato l’aria, e le strade umide erano ancora sovrastate da nuvole ristoratrici.
«Che delizia! Facciamo una passeggiata» disse lei, mentre uscivano dalla stazione.
Svoltarono su Madison Avenue e si avviarono lentamente verso nord. Mentre lei gli camminava accanto a passi lunghi e leggeri, Selden si accorse di trarre un piacere squisito dalla sua vicinanza: dalla curva perfettamente modellata del minuscolo orecchio, dall’onda riccia dei capelli – erano leggermente schiariti ad arte? – dalla foltezza delle ciglia dritte e nere. In lei tutto era energico e delizioso, forte e delicato al tempo stesso. Aveva la vaga sensazione che creare una donna del genere fosse costato parecchio, che molte persone brutte e ottuse fossero state sacrificate, in modo del tutto misterioso, per darle vita. Si rendeva conto che le qualità che la distinguevano dalla massa delle altre erano principalmente esteriori, come se alla volgare creta fosse stata applicata una patina di sofisticata bellezza. E tuttavia quell’analogia lo lasciava insoddisfatto, perché una struttura grossolana non può reggere una finitura di lusso; e se invece la materia prima fosse stata di eccellente qualità, ma poi le circostanze le avessero conferito una forma futile?
A questo punto delle sue riflessioni le nubi si diradarono e lei fu costretta ad aprire il parasole, privandolo di quel gradevole spettacolo. Un paio di secondi dopo si fermò, sospirando.
«Oh, santo cielo, che caldo, e che sete! È un posto orribile New York!» Lanciò uno sguardo sconsolato alla monotonia della strada. «Le altre città indossano i loro abiti migliori d’estate, invece New York sembra sempre in maniche di camicia». I suoi occhi vagarono lungo una delle stradine laterali. «Qualcuno ha avuto il buon cuore di piantare qualche albero laggiù. Andiamo all’ombra».
«Sono lieto che la mia strada riscuota la sua approvazione» disse Selden mentre svoltavano l’angolo.
«La sua strada? Lei vive qui?»
Osservò con interesse le facciate nuove di mattoni e pietra calcarea, fantasiosamente decorate e tutte diverse tra loro per soddisfare la bramosia di novità tipica degli americani, ma fresche e invitanti, con le tende e le cassette per i fiori.
«Ah, sì, certo: il Benedick. Che bel palazzo! Non credo di averlo mai visto prima d’ora». Guardò la casa di fronte, con la pensilina di marmo e la facciata pseudo-georgiana. «Quali sono le sue finestre? Quelle con le tende abbassate?»
«All’ultimo piano, sì».
«E quel delizioso balconcino è suo? Deve far fresco lassù!»
Lui si fermò un attimo. «Vuole salire a dare un’occhiata?» suggerì. «Posso prepararle una tazza di tè in men che non si dica… e non rischierà di incontrare scocciatori».
Il viso le si imporporò – possedeva ancora il talento di arrossire al momento giusto – ma accettò l’invito con la stessa disinvoltura con cui le era stato fatto.
«Perché no? È una tentazione troppo forte: correrò il rischio» dichiarò.
«Oh, non sono pericoloso» disse lui, con lo stesso tono. In verità, non gli era mai piaciuta come in quel momento. Sapeva che aveva accettato senza pensarci due volte: Selden non avrebbe mai potuto far parte dei suoi calcoli, e fu una sorpresa per lui il fatto che avesse acconsentito in maniera così fresca e spontanea.
Si arrestò per un attimo sulla soglia, frugandosi nelle tasche in cerca della chiave.
«Non c’è nessuno in casa; ma ho un domestico che dovrebbe venire di mattina, ed è possibile che abbia apparecchiato per il tè e provveduto al dolce».
La guidò in un corridoio angusto con vecchie stampe alle pareti. Lily notò le lettere e i biglietti accumulati sul tavolo tra guanti e bastoni; poi si ritrovò in una piccola biblioteca, buia ma allegra, con pareti cariche di libri, un tappeto turco gradevolmente sbiadito, una scrivania ingombra e, come lui le aveva preannunciato, il vassoio del tè su un basso tavolino accanto alla finestra. Si era alzata una brezza che gonfiava verso l’interno le tende di mussola, portando con sé il fresco profumo della reseda e delle petunie che fiorivano sul balcone.
Lily si abbandonò con un sospiro in una delle logore poltrone di pelle.

©Edith Wharton

Charlotte Brontë, Jane Eyre (Le Grandi Scrittrici; Neri Pozza)

Jane Eyre

Debutta oggi la nuova collana di Neri Pozza “Le Grandi Scrittrici” a cura di Monica Pareschi (che ringrazio per questa anteprima). Il primo romanzo è l’indimenticabile Jane Eyre, in questa nuova edizione, introdotto da Tracy Chevalier e tradotto da Monica Pareschi, presentiamo qui alcune pagine dal primo capitolo. (gianni montieri)

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”, scriveva Calvino. Siamo partiti da qui per inaugurare una nuova collana dedicata ai capolavori della letteratura femminile, senza limiti di spazio e di tempo, con l’intento di creare, appunto, le condizioni ideali per le lettrici e i lettori di oggi: un’operazione editoriale che rende accostabili e godibili alcuni dei libri più amati di sempre, con nuove traduzioni che ne sottolineano tutta l’attualità, per chi si accinge a rileggerli ma anche per chi vi si accosta per la prima volta.” (Monica Pareschi)

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Charlotte Brontë, Jane Eyre, Neri Pozza (€ 12,90)

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Capitolo 1

Impossibile fare una passeggiata quel giorno. In realtà, la mattina avevamo vagato per un’ora tra gli alberi spogli; ma a partire dall’ora di pranzo (la signora Reed, quando non c’erano ospiti, mangiava presto), il freddo vento invernale aveva portato con sé nuvole così fosche, e una pioggia così penetrante, che qualunque altra attività all’aria aperta era ormai fuori discussione.
Ne ero felice; non mi sono mai piaciute le lunghe passeggiate, soprattutto nei pomeriggi gelidi: era orribile tornare a casa nella luce cruda del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intirizzite e il cuore triste per i rimbrotti di Bessie, la bambinaia, umiliata dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.
I quali Eliza, John e Georgiana erano adesso raccolti intorno alla madre in salotto: lei era adagiata su un divano accanto al caminetto e, circondata dai suoi diletti (che per il momento non si accapigliavano né piangevano), sembrava perfettamente soddisfatta. Quanto a me, mi aveva dispensata dall’unirmi al gruppo, dicendo che «le dispiaceva di esser costretta a tenermi in disparte; ma finché non fosse stata informata da Bessie, e non avesse constatato di persona osservandomi che mi stavo sforzando sul serio di comportarmi come s’addice a una bambina, mostrandomi socievole, affabile, lieta – dovevo essere più vivace, più schietta, più spontanea insomma – le toccava proprio escludermi dai privilegi destinati solo ai bravi bambini che non fanno i capricci».
«Ma Bessie cosa dice che ho fatto?» domandai.
«Jane, non mi piacciono i curiosi o quelli che trovano da ridire su tutto; e poi c’è qualcosa di davvero sgradevole in un bambino che si permette di rimbeccare i grandi in questo modo. Vatti a sedere da qualche parte; e finché non avrai qualcosa di gradevole da dire, taci».
Accanto al salotto c’era una saletta per la colazione, e mi infilai lì. Nella stanza c’era una libreria e ben presto mi impadronii di un volume, dopo essermi assicurata che avesse tante figure. Mi arrampicai sul sedile nel vano della finestra e, sollevando anche i piedi, mi sedetti a gambe incrociate, come un turco; infine, dopo aver tirato quasi del tutto le pesanti tende rosse di tessuto marezzato, mi ritrovai doppiamente protetta, come una reliquia.
Lembi di stoffa scarlatta mi impedivano la vista a destra; a sinistra i tersi riquadri di vetro mi isolavano senza separarmi dalla cupa giornata novembrina. A intervalli, mentre giravo le pagine del libro, studiavo il pomeriggio invernale. In lontananza, nient’altro che un biancore vacuo di nebbia e nuvole; più vicino, uno scenario d’erba bagnata e cespugli flagellati dal vento, lunghe raffiche luttuose che spazzavano via con violenza la pioggia incessante.
Tornai al mio libro, la Storia degli uccelli inglesi di Bewick: del testo non mi importava granché, in generale, eppure c’erano alcune pagine introduttive che, pur essendo una bambina, non riuscii a saltare a piè pari fingendo che non esistessero. Erano quelle che trattavano dei luoghi abitati dagli uccelli marini; degli «scogli e promontori deserti» che essi soli popolano; della costa norvegese, costellata di isole dall’estremità meridionale, il Lindesnes – in inglese Naze – fino a Capo Nord,

Là dove l’oceano nordico, in vasti vortici,
Ribolle tra le nude, malinconiche isole
Dell’ultima Thule; e l’atlantico flutto
Si scaglia tra le Ebridi selvagge.

Né potevo ignorare la menzione delle rive desolate della Lapponia, della Siberia, delle Spitzbergen, della Novaja Zemlja, dell’Islanda, della Groenlandia, con «le sconfinate regioni artiche, e quelle lande dimenticate da Dio di spazio sempre uguale; quella riserva di gelo e neve, dove duri campi di ghiaccio, accumuli secolari di inverni cristallizzati uno strato sopra l’altro fino a raggiungere altezze alpine, circondano il Polo e concentrano, moltiplicandoli, i rigori del freddo estremo». Di questi regni bianchi come la morte mi ero fatta un’idea tutta mia: confusa, come ogni nozione compresa solo a metà che fluttua nel cervello infantile, ma stranamente potente. Le parole di quelle pagine introduttive si collegavano alle illustrazioni seguenti e davano un senso allo scoglio che si ergeva solitario in un mare gonfio e spumeggiante; al vascello spezzato e arenato su una costa desolata, alla luna fredda e spettrale che, attraverso una prigione di nuvole, occhieggiava un relitto sul punto di colare a picco.
Non so dire quale sentimento gravasse sul cimitero solitario con la sua lapide incisa; e il cancello, la coppia d’alberi, il basso orizzonte cinto da un muro diroccato, la falce di luna appena sorta a indicare l’ora serale.
Le due navi immobili su un mare torpido mi parvero fantasmi marini. Girai in fretta la pagina col demonio che sistemava il fagotto sulle spalle del ladro: l’immagine mi terrorizzava.
Come pure quella con la creatura nera e cornuta seduta su un masso in disparte, a guatare di lontano una folla radunata intorno a una forca.
Ogni figura raccontava una storia; spesso misteriosa per la mia mente acerba e la mia sensibilità infantile, e tuttavia profondamente interessante: interessante come le storie che Bessie narrava le sere d’inverno quando capitava che fosse di buon umore; e quando, dopo aver spostato il tavolo da stiro accanto al focolare nella stanza dei bambini, ci lasciava sedere intorno a lei e, mentre rassettava le gale e i pizzi della signora Reed e pieghettava i bordi della sua cuffia da notte, nutriva la nostra avida attenzione con brani romantici e avventurosi tratti da vecchie fiabe e antiche ballate; o (come scoprii in seguito) dalle pagine di Pamela e Henry, conte di Moreland.

Goffredo Parise: poesie

parise3Pubblico oggi alcuni testi di uno scrittore da rileggere, con un breve e non esaustivo cappello, ma che ci dice qualcosa su di essi, per una più agile lettura. Goffredo Parise (1929-1986) è stato un autore molto importante per il secondo Novecento italiano, e si è occupato per la maggior parte della sua vita di prosa. Ancora oggi è ricordato per i Sillabari, editi nel 1972 e nell’82 (con cui vinse il Premio Strega); brevi racconti sui sentimenti umani, ad opera di uno scrittore attento alla lingua e al linguaggio, con sensibilità poetica, intesa – anche – come “giustizia” nei confronti della parola. Però Parise già nel ’51, quando pubblicava Il ragazzo morto e le comete (Neri Pozza, 1951; Torino, Einaudi, 1972; Milano, Adelphi, 2006), suo primo romanzo, dichiarava che la poesia non era cosa per lui perché durante gli studi s’era imbattuto in Carducci, che l’aveva tenuto distante da questo genere letterario. Prima di morire tuttavia, ha scritto poesie. Alcune di esse le leggiamo qui oggi; la selezione comprende anche un frammento da I movimenti remoti del 1948 (pubblicato da Fandango, Roma, 2007), di molto precedente alle liriche che seguono, ma che si rivela vicino invece alle prime opere dello scrittore veneto.
parise7Nel 1989 Cesare Garboli pubblica una recensione su «Mercurio», supplemento di «La Repubblica», in cui stronca le liriche di Parise, etichettandole come oscene, “testi-limite”, svuotati di senso poetico. In realtà questi testi si legano letterariamente e per temi alla prosa di Sillabario n.2, e all’ultima produzione, anche alla saggistica e alla scrittura giornalistica: Parise è stato reporter di guerra, in Vietnam e Indocina e ne ha scritto in Guerre politiche (Einaudi 1976 e Adelphi 2007); Parise ha guardato il mondo post Sessantotto con gli occhi di un autore a cui mancano i punti di riferimento e che riversa nella sue opere le cifre di un mondo che cambia. Ma queste liriche richiamano alla memoria un senso di fine che c’è anche nella poesia di Lalla Romano e nel suo Diario ultimo (Einaudi, 2001), in cui i ricordi dolorosi emergono nel momento della malattia e della cecità – che affliggeva anche Parise -. Dice bene Dalila Colucci, in quest’articolo che aiuta ad orientare la lettura dei testi: «il linguaggio di Parise, seppur nella frammentarietà, è stratificato, eccezionale, fatto di prestiti da lingue straniere, neologismi, che fan parte del linguaggio della prosa già. Queste poesie-non poesie (tornando alla lettura di Garboli), son costruite su forme ellittiche sia nella lingua sia nella metrica e la loro lettura presuppone un lettore che sia il doppio dell’autore». L’analogia di significati sfugge, è sfocata; «il montaggio è jazzistico», lontano dalla poesia italiana e probabilmente si nutre della forma di altre lingue (forse l’inglese). Non si afferra il senso ad una prima lettura: si deve entrare in queste poesie pensando ai richiami e rimandi di prosa, alla eco che hanno con altre opere, poiché in quel tessuto stanno. Per un scoperta o una rilettura, in attesa di leggere un’analisi critica più ampia.*

© Alessandra Trevisan

*

Dove andiamo?
Dove ci porta l’inquieta atmosfera?
nei giorni di pioggia,
nei giorni di burrasca,
quando le umide orbite
anch’esse stillano,
stravolte, illuminate,
nel cuore dei temporali?
quando le persistenti litanie
sbattute dagli scrosci violenti
si frantumano
in mille solitari richiami?

[da I movimenti remoti, 1948.]

*

Pareva questione di un attimo
afferrare il bandolo
invece
di colpo
fu troppo tardi
come animali
non restava che
attendere il gas.
Ma quanto lunga l’attesa
quasi quanto il bandolo
e non sentivi
che il sibilo era già
cominciato da tempo.

30.3.86

*

Rabbino

Nel fumogeno antro
di terza classe
prese posto un uomo
con abiti e cappello nero
barba e riccioli di fiamma
ai viaggiatori volle
imporre discrimine?
Nessuno può dirlo
ma a chi attaccò bottone
l’uomo rispose
no hay de Kabbalar

Più tardi aprì una fessura
della sua borsa nera
da medico
per cavare un untume kosher

Fu un attimo
un bambino vide brillare
all’interno
bisturi e pinze.

2.4.86

*

I tamponi poco chiari
inzeppano i culs de sac
del canale sotto bassi archi
di case ex patrizie
e stillicidio di fogne:
promenades di losche tope.
È questo il destino
della pigrizia
Dove non è piacere
è mestizia.

4.4.86

*

Fu il ramarro e non tu
smunta formica
a udire le sirene

Chi lo vide Ulisse?
forse l’occhio del polipo
attratto dalla luna

ma fauna d’acqua
ne udì la chiglia
per sentito dire.

22.4.86

*

Il pneuma è ostico
il gurgo impossibile
per eccesso di specialità
gastrotecnica

Qualcuno ex muratore
o maestro di scuola
ha deciso
che l’umanità
deve sfoltire
i radi capelli
o lasciarne altri, più folti
da sfoltire a loro volta

L’uomo non è che tricot
dove la viltà si addensa
per un minuto di più
di miserabile vita
come non toccasse anche a loro
agli ex muratori
che in buona salute
covavano cenere
sotto la brace

Non è più tempo dei più
i meno giocano la partita
fino alla coppia fatale
della scala reale
Dollaro o rublo
annullano il fixing
nel cinerario finale

Vale.

8.5.86

*

Trecentomila o muori
messaggia tua madre
ottuagenaria e cieca
platinata croupier
nel gioco della vita
ne sa ben più di te

devi obbedire
alle ore contate
dalla longeva megera

chi più di lei
conosce il tuo quid
l’ovulo è marcio
già da gran tempo
non è certo
questo di primavera
vento
a farlo rifiorire

Ma il gioco è corto
e l’orto non farà in tempo
a dare i suoi frutti
prima che tu abbia dato i tuoi

Come vediamo si tratta
della cifra del vivere.

I0.5.86

*

Orsù Jack
animo Wladimir
alzate i fari
più alti
illuminate le uniformi
di questi vecchi Papi di pezza

Uff che polvere
che cipria
guarda quello Jack
credeva di essere un re
Uff che stracci

Non era certo così
quel danese vestito tutto di nero
non pareva nemmeno morto
Via via ragazzi
troppa polvere di storia
disinfestiamoci
presto ragazzi

Questo è ciò che fu
tuffiamoci ora nell’uranio
e che l’ombra del nero principe sia con noi.

I2.5.86

***

Non si possono leggere nel Meridiano Mondadori dedicato all’autore, ma le poesie di Parise son reperibili altrove in queste edizioni: Dieci poesie, a cura di Silvio Perrella con un disegno di Giosetta Fioroni, Milano, Rizzoli, 1997; Poesie, a cura di Silvio Perrella, Milano, Rizzoli, 1998. Una selezione è apparsa anche ne l’Almanacco dello Specchio Mondadori 2010-2011, con introduzione di Maurizio Cucchi.

*A tal proposito, si rimanda al saggio che contiene tutti i testi Nessuno crede al merlo d’acqua. Le ultime Poesie di Goffredo Parise di Dalila Colucci, Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2011.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo