NEO. Edizioni

La Passione secondo Paolo Zardi

 

“E tu cosa vuoi fare, pensi di partire?”
“Cosa dovrei fare, dirgli di no?” Glielo chiese con una faccia rassegnata, quella di uno che ha perso in partenza.

Una storia apparentemente semplice si racchiude in questo nuovo romanzo di Paolo Zardi. Giovanni, padre lontano e poco presente, richiama a sé con urgenza i due figli Matteo e Giulia, nati da donne diverse e con vite completamente diverse. La storia di un viaggio  le cui tappe sono inesorabilmente le memorie, i rimorsi, i sospesi e i rancori. Come nel suo precedente XXI Secolo, Zardi ci traccia le linee di una storia che non solo è un pretesto per riflettere attorno a problematiche attuali, ma che si sviluppa e trova un suo senso quando passato, presente e futuro dei protagonisti cominciano a interloquire e a trovare una loro logica che col passare degli anni si era via via sfilacciata fino a trasformare ogni ricordo nella base per un pregiudizio. Matteo è il protagonista con un suo presente che potremmo dire “sicuro”: una carriera maturata attraverso logiche di branco e di prevaricazione, un cattolicesimo rassicurante ereditato da una madre che lo ha cresciuto nella quiete oratoriale di un paese della provincia veneta, una moglie e due figli in vacanza sulla costiera romagnola.

La preparazione alla prima Comunione era durata sei mesi e si era conclusa con una festa sul grande prato dietro la chiesa; la cresima a undici anni gli sembrò – come scrisse poi in un tema che fu premiato con un dieci – una cerimonia piena di meraviglioso mistero. Era attorno a questi eventi che ruotavano la sua vita, quella di sua madre e quella dei suoi coetanei. In Sicilia invece, a caa di quella sorella della quale non sapeva nulla, si parlava di libri, di teatro e di politica.

Tutto in regola quindi, ma fin dal principio è palese il suo essere sempre su una soglia e Paolo Zardi è abilissimo in questo: paesaggi, dialoghi, memorie, tutto lascia pensare a qualcosa di indefinito, in mutamento, mai strutturato in un suo essere “presente”. La figura di Matteo si muove, pensa, comunica proprio nella sua indefinitezza e per tutto il romanzo appare come un ragazzino, in costante balia delle contraddizioni tra ciò che si deve e ciò che si desidera, fermo a eventi più grandi di lui e ben lontano da quel Matteo serio padre di famiglia e responsabile lavoratore, le due presunte sicurezze che si sgretoleranno via via nel riconoscere e accettare un percorso fatto in apnea, mai come protagonista ma come vittima collaterale di eventi e soprattutto delle altrui pulsioni. Comparsa in storie di altri, figlio di un incontro sporadico tra la madre con cui ha vissuto e un padre che ha incontrato solo anni dopo. Matteo conoscerà la sua sorellastra, Giulia, anch’essa figlia sporadica, ma con un legame più forte col padre e sicuramente meno rancoroso. Fratello e sorella adesso si ritrovano per affrontare assieme un viaggio verso l’Ucraina, ultima meta del padre; un viaggio che per tutti e due sarà l’ultima fondamentale occasione per rimettere in pace il loro passato con un presente irreale, fasullo e ricominciare da quella soglia da cui non sembrano mai essersi mossi e tornare a essere protagonisti e non semplici interpreti come in quelli che sembrano essere i ricordi più indelebili della loro infanzia: Matteo ricordato dal padre nella sua interpretazione della Passione secondo Matteo e Giulia presentatasi a Matteo in una sua performance teatrale nel giardino di casa. E poi c’è Bach e il suo capolavoro che non è solo colonna sonora o un pretesto, ma è parte strutturante del romanzo e che ritroviamo nel procedere, nello scambio dei dialoghi, nel comparire di personaggi che a modo loro hanno un ruolo in questa Passione che non è che l’inevitabile e improcrastinabile bisogno di riconoscersi per accettarsi e amarsi nonostante tutto.

E tu invece, hai scelto la responsabilità, giusto?”. lo disse con una mossa di sarcasmo. “Cosa stai insegnando ai tuoi figli? Il Catechismo e poi? Qual è la soluzione che proponi? Convincerli che è giusto obbedire a Dio e alla Patria? O ti basta che obbediscano a te?…

©Iacopo Ninni

Paolo Zardi, La Passione secondo Matteo, Neo. edizioni, 2017; € 15,00

Pensiero madre

Pensiero-madre-a-cura-di-Federica-De-Paolis

Federica De Paolis chiede allora a diciassette scrittrici, diciassette donne, di parlare della maternità “nella zona del preludio”.
Dai risultati è chiaro come quel preludio sia non solo l’attesa e la scelta tra due opzioni naturali – riprodursi, non riprodursi – ma un groviglio, una scacchiera di intenzioni, aspettative, a volte pressioni, scelte forzate e tempi che mettono sgambetto alla naturalità con cui quelle due opzioni dovrebbero essere ponderate.
Scrive allora Carla D’Alessio:

Che poi è la tenerezza che fa scattare l’ansia riproduttiva. Ma è il senso di protezione con cui la si ricambia che fa prendere la rincorsa all’orologio. L’ho capito un venerdì pomeriggio, nel parcheggio di un cinema. Con Massimo stavamo discutendo perché, come al solito, avevo frainteso una sua battuta, intanto l’umidità era scesa e i pini avevano cominciato a mandare sciami di moscerini. E mentre lui parlava e parlava (è prolisso nelle spiegazioni), non badava per niente agli insetti che viaggiavano nella sua direzione, era troppo impegnato a cercare di scacciare quelli che infestavano la mia.

Del groviglio e della scacchiera vediamo i tempi, soprattutto. Quasi ognuna delle diciassette donne “narrativamente intervistate” (sia il loro uno stralcio di autobiografia o pura invenzione, le diciassette donne mettono in gioco una percezione genuina della maternità) quasi ognuna delle diciassette donne, dicevo, parla del tempo come del più feroce degli avversari. Che desiderino un figlio o no, il loro orologio biologico le insegue e le mette in condizione di affrettare una scelta, affrontare la possibilità di un rimpianto, andare in cerca di provvedimenti. (altro…)

Franz Krauspenhaar, Grandi momenti

libro-2Franz Krauspenhaar, Grandi momenti, Neo edizioni, 2016, € 13,00

Finirò male. La morte mi raggiungerà, e così imparerò a cercare un passato che non esiste più. Che ora come ora non è mai esistito.

L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar si rivela come una mano aggrappata stretta a un passato da cui si ha il  terrore folle di staccarsi. Tralasciamo il fatto che GRANDI MOMENTI presenti tracce di elementi autobiografici (costante del lavoro di F.K.) perchè ciò al fine della nostra lettura non ha alcuna importanza. Franco Scelsit, il protagonista, scrittore di successo in terapia riabilitativa perchè sopravvissuto a un infarto, raccoglie in sé un malessere che è maledettamente generazionale e che trova la sua maledizione nel non potere essere terapeuticamente condivisibile. Il perché F.K. ce lo disvela con consapevolezza, pagina dopo pagina, scavando con abile puntiglioso cinismo nell’impossibilità di un’intera generazione di “maturare”. Si rimane così saldamente aggrappati a oggetti, abitudini, necessità di un’eterna adolescenza che si è nutrita dell’illusione di simboli che rimangono ancora, seppur mnemonici, necessari perché si è semplicemente impossibilitati a liberarsene, terrorizzati dall’atto maturo del riconoscerli definitivamente come “transizionali” e renderli così tali. Ma se gli oggetti e le relazioni famigliari restano ancora rassicuranti è la musica a infierire sulle poche certezze; la colonna sonora quotidiana di Scelsit che attraversa altre epoche da Van Halen a Chet Baker, allieta ma intristisce al contempo, rendendo sempre più stantia e polverosa una “memoria” che è ogni giorno tanto pesante quanto distaccata da una realtà che il protagonista riesce a malapena a sfiorare. Sono rari gli “oggetti” presenti in questo libro. Le mani di Franco Scelsit si stringono adolescenziali al volante di macchine veloci, lussuose; status symbol di una “gioventù” che è già trapassata, (siano i celluloidi anni 70 o la Milano paninara) realizzando così ucronicamente quel “voglio ma non posso” e contemporaneamente assolvendosi dall’impossibilità, l’inettitudine, la mancanza di strumenti autonomi per definire un nuovo punto di riferimento o una nuova ambizione da realizzare. Il piacere si identifica in un percorso che possa anche non avere una meta oltre il girare e il girarsi attorno.

Non sto mentendo, stavolta. Il rumore della Jaguar supera i 90 decibel. Sono incapsulato in lamiera e rumore, come se stessi viaggiando alla velocità della luce su una traiettoria immaginaria diretta a casa mia, l’ultimo dei pianeti abitati. (altro…)

Paolo Zardi – XXI secolo

XXI-secolo-Paolo-Zardi

Paolo Zardi, XXI Secolo, Neo. edizioni, 2015 – € 13,00, ebook € 6,99

.

L’odio di classe aveva lasciato il posto all’odio razziale che andava lasciando spazio a una forma inedita di risentimento primitivo, inclassificabile, destrutturato, totalizzante. La gente odiava la gente tutto il giorno, tutti i giorni.

Ho cominciato a leggere XXI Secolo di Paolo Zardi qualche giorno prima dell’uscita. In molti mi avevano parlato bene dell’autore, del quale non avevo mai letto nulla, ero molto curioso. C’era, poi, quella copertina che mi entusiasmava. Dopo aver letto le prime trenta pagine ho pensato a una persona, a Luigi Bernardi. Ho pensato che a Luigi sarebbe piaciuto quello che avevo sotto agli occhi. Gli sarebbe piaciuta, e tanto, la maniera in cui Zardi aveva immaginato e scritto la storia. Ho proseguito senza fermarmi fino alla fine, le prime impressioni non erano sbagliate. Paolo Zardi ambienta il libro in un futuro molto poco distante, un presente spostato di qualche metro. Mette il ragionamento al servizio dell’immaginazione, e la scrittura al servizio di entrambe le cose. Un futuro appena più avanti vuol dire che gli elementi per immaginarlo sono già qui, lo scrittore bravo li mette su carta e ci mostra, inventando, quello che dovremmo sapere. Il mondo vive una situazione di abbandono: improvvisazione, grigio e solitudine comandano. I palazzi brutti e le luci opache da piccole cucine raccontano.
Una famiglia di quattro persone. Lui, lei e i due bambini, femmina e maschio. Un classico. Forse sono felici in un mondo che non sa più esserlo. Lei un giorno entra in coma, nelle prime pagine del libro, ed esce di scena restando, però, sul palco. Da quel momento il romanzo è suo marito. La storia si impossessa di lui e lo mette in viaggio tra dolore, senso pratico e contabilità emozionale. Ci sono i due bambini da gestire, da proteggere, li affiderà alla nonna. Prenderà una stanza nell’albergo che accoglie i parenti dei ricoverati e passerà lì le notti che verranno. Continuerà a fare il suo lavoro. Un lavoro in cui è molto bravo, un lavoro che non va più bene come un tempo. C’è crisi, la gente non ha soldi e tanti stanno andando via. Un flusso verso altri stati europei come se fosse la metà del novecento ma con molta più angoscia e minori speranze. Vende sistemi di depurazione d’acqua domestica. La parola depurazione pare un ossimoro messa nel mondo che Zardi racconta. Un mondo in cui un blackout può scatenare un inferno. Un inferno che, però, sconvolge poco, fa parte delle cose del tempo.
Paolo Zardi mentre immagina il futuro ci dice un’altra cosa ancora, forse più importante. Ci spiega che del nostro passato non conosciamo molto. Conosciamo solo la porzione di passato che abbiamo visto, immaginato. Il passato è quello in cui abbiamo creduto. Il protagonista trova un cellulare in un cassetto della moglie. Un telefono segreto. Foto, email e poi messaggi chiari: sua moglie aveva una relazione. Non una cosa passeggera, qualcosa di lungo, profondo, erotico, passionale. Incredibile. Ricostruire il passato per tentare di comprendere la vita che è stata. Quante ore sono state verità e quante menzogna? Cercare di scoprire tutto o il tutto era già prima? Paolo Zardi usa un corpo per rappresentare i nostri giorni e la forza e la profondità del cuore umano.
XXI secolo è un romanzo scritto benissimo e, facendoci aprire gli occhi, ci ricorda che qualcosa sopravvive sempre, ed è quello che sta sotto la ruggine del tempo, sotto le nostre parti più scure. Cose come la mente, il cuore o il respiro stesso.

«Hai presente quando pensi ai tuoi pensieri?» […] «Ecco, quella è la tua voce narrante, capisci? La coscienza, l’anima, te stesso, chiamala come cazzo ti pare. È il tizio che continua a raccontarti la tua vita. Che te la trasforma in una storia.»

©Gianni Montieri