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Peppe Millanta, Vinpeel

Esiste un’Isola che non c’è anche per gli adulti e a quanto ci racconta Peppe Millanta sembra che non ci sia alcun bisogno di partire da Kensington per raggiungerla.
Dinterbild, un luogo di adulti dove regna la ripetibile polverosa conformità delle cose, delle relazioni e dei ruoli al punto di aver completamente rimosso la possibilità di altro. Come ci si arrivi a Dinterbild non è dato saperlo, ma gli indizi disseminati da Millanta parlano chiaro e se per un bambino è facile avere la consapevolezza dell’essersi perduto, per gli adulti che ci finiscono no, tutto è apparentemente naturale e necessario: ognuno sembra bastare a se stesso a Dinterbild. eppure ognuno ha la sua storia e il suo aneddoto che si sono incancreniti in una sorta di stereotipo, tale per cui ognuno è così e così resterà. Ma Vinpeel no, il piccolo Vinpeel, protagonista di questo romanzo non ambisce a essere un nuovo Peter Pan, Vinpeel osserva questo mondo alla rovescia dove gli adulti hanno deciso di rimanere tali e quali a come li vedono gli altri. Vinpeel è la “devianza”, è colui i cui comportamenti creano scompiglio nella comunità e smuovono pur temporaneamente meccanismi ingolfati, Vinpeel è il granellino di sabbia che arriva a rompere l’ingranaggio della ripetitività. Vinpeel però non è solo. Vinpeel vive con un padre che si interfaccia solo con un mare che non sembra avere orizzonti. un mare/muro che lascia conchiglie dentro cui cercare messaggi. Il padre è l’unico adulto che mostra a Vinpeel la possibilità di un “prima” di Dinterbild e se c’è un prima, nella mente di qualsiasi bambino, non può che crearsi la possibilità di un dopo, come per i suoi compagni di avventura, personaggi anche loro ai bordi della società di Dinterbild che si uniranno a Vinpeel nella definizione di un percorso eroico che vuole solo trovare la chiave comunicativa per dimostrare una sorta di ovvietà: al di là del mare c’è sempre qualcosa d’altro. Ci sono delle luci lontane, c’è una gamba di legno che viaggia, ci sono storie e oltre la spiaggia e il mare c’è comunque un orizzonte che è diverso da quello che ciascuno degli adulti di Dinterbild non riesce neanche a dimensionare, ma soprattutto ci sono ancora messaggi lasciati nelle conchiglie che un padre deve essere in grado di trovare per poter capire che il mare più vasto è quello che resta tra lui è il figlio e che superato quello, di orizzonti se ne apriranno tanti. Noi ve lo consigliamo questo libro e non solo perché ha già fatto una notevole incetta di premi e perché è candidato al “Premio Strega giovani”. Vinpeel degli orizzonti è un libro che va letto perché ogni tanto pensiamo che ci sia bisogno di fermarsi a cercare quei buchi nell’anima che neanche immaginiamo, grandi come intere emozioni e larghi come sogni.

…Lei sorrise, “Anche noi abbiamo dentro una storia. Come le conchiglie, Ci rimane dentro quando ci tirano fuori dai nostri sogni.”

© Iacopo Ninni

 

Peppe Millanta, Vinpeel degli orizzonti, Neo edizioni 2017, pp. 246, € 15,00

 

Silvia Ferreri, La madre di Eva

 

Bisogna essere onesti da subito e raccontare le cose come stanno: Eva è su un lettino in una sala operatoria di una clinica di Belgrado mentre la madre fuori dalla stanza attende che ne esca Alessandro. Non c’è equivoco, nessun finale a sorpresa. Come in un processo entropico, dati per certi punto d’inizio e punto di fine, quello che ci interessa approfondire è il percorso nel suo essere assolutamente definito e irreversibile. Solo partendo da questo presupposto possiamo addentrarci nella logica narrativa di questo romanzo di Silvia Ferreri meritatamente inserito nella dozzina finalista del premio Strega 2018. Sarebbe stato molto facile ma molto probabilmente fallimentare raccontare in prima persona il tema del cambio di sesso e invece Silvia Ferreri sceglie di affrontare la “disforia di genere” dal punto di vista di una madre, arrivando a definire un percorso narrativo che spiazza in quanto non si limita a ribaltare il punto di vista ma lo specchia nell’altro utilizzando l’indistruttibile, irreversibile, immodificabile amore materno come “espediente” per non far (s)cadere i lettori nell’inevitabile giudizio (attenzione che con il termine “espediente” non voglio togliere nulla al reale processo creativo di questo romanzo che potete conoscere qui).
Eva, nome non casuale, nasce e cresce con un corpo che non le/gli appartiene fino alla decisione di regalarsi definitivamente e irreversibilmente un corpo da maschio per la sua maggiore età. Fino a qui tutto sembra lineare, una storia sentita tante volte, ma nel momento in cui è la madre a raccontarcela, allora tutto cambia perché la narrazione non è più neutra, pulita, ma si evolve in un continuo alternarsi tra conflitto e complicità nella difficoltà di accettare l’idea che la propria “creatura” sia un errore, un pensiero nato in un corpo sbagliato o molto peggio: un dono non gradito, mentre si fa sempre più enorme la fatica nel cercare e mantenere la lucidità e l’obiettività per scardinare pregiudizi e materni sensi di colpa. Perché prima o poi arriva il momento preciso in cui dover scegliere da che parte stare, soprattutto quando si fa ancora più opprimente la consapevolezza di quanto sia impari la lotta tra una bambina che cresce e si forma volendo coerentemente comportarsi da maschio con gesti sempre più inequivocabili e un mondo esterno che non è attrezzato eticamente, socialmente, moralmente e normativamente per accogliere questa possibilità. La madre stessa inesorabilmente fa parte di quel mondo esterno, quello che gira attorno a quella sala operatoria dove il corpo di Eva già modificato nella voce e negli ormoni e quindi disarmonico, incoerente, viene svuotato della sua femminilità funzionale e estetica e si adatta in maniera irreversibile a diventare il corpo di Alessandro, privo (finalmente) di seni e organi riproduttivi. Attorno a Eva e alla madre girano altri personaggi mai minori che si configurano metaforicamente come le difficoltà e le paure comuni nell’accettazione di un tale cambiamento; un marito/padre architetto che a fatica capisce e accoglie ciò che può apparire come il fallimento del suo “progetto” più importante; i genitori/nonni che fanno culturalmente parte di una generazione stereotipata nei ruoli di genere, la psicologa che guida Eva in questo suo percorso e quindi nemica/amica della madre, le amicizie, le attonite insegnanti, i divertiti, esterrefatti compagni di scuola. È un romanzo particolare questo; nella sua concezione che lo rende innovativo, nella sua profondità nell’affrontare tutti gli sguardi e tutti i punti di vista sul dramma che si consuma nella testa e nel/sul corpo di Eva, ma anche nel suo svilupparsi quasi in maniera epistolare con un equilibrio tale per cui nessuno possa sentirsi autorizzato a sviluppare una qualsivoglia banale e bigotta compassione per la madre, perché alla fine quell’attesa fuori dalla sala operatoria fortemente voluta proprio da Eva non può che essere letta come la preparazione per l’imminente, necessario parto di un nuovo corpo che rimetta così in pari i conti tra madre e figlio.

© Iacopo NInni

Silvia Ferreri, La madre di Eva, Neo edizioni. 2017

 

Il grande nudo

neo

C’è una guerra.
Non c’era una guerra, quando è morta la mamma

Bisogna essere scrittori molto attenti, conoscere il senso del ritmo della lettura e delle labbra, saper mescolare odori, colori e sensazioni così come riconoscere e prevedere i tempi di respiro del lettore per scrivere un libro come Grande Nudo. Bisogna soprattutto essere lettori impuri, disposti a sporcarsi e accettare il fatto che la “civiltà” come la si conosce e come la si desidera si disgreghi davanti e, dissolta ogni ipocrisia, lasci il posto alla primordialità degli istinti, all’idea che in realtà ogni rapporto umano sia una condizione di sopravvivenza, una dualità di prede e cacciatori. Il resto verrà da sé e sarà più facile entrare in questa narrazione potente, viscerale che lascia ben poca speranza, a parte una scogliera su uno specchio di mare che si confonde con il cielo da cui in silenzio un brandello di eletti riuscirà a fuggire, lasciando quel brandello di terra al suo destino. Ma anche detto così è fin troppo semplice. Grande Nudo va oltre. Diciamolo pure, è raro trovare libri di cui ci si innamora pur detestandone visceralmente i personaggi, protagonisti o meno. L’ultimo romanzo di Gianni Tetti ne è un esempio. La stessa Maria, donna televisiva bella e famosa, annichilita nel corpo e nell’anima dalle sevizie di un omuncolo, non può che adattarsi a questa condizione e accettare le ferite, le deformazioni, le cicatrici, la brutalità animale come una normalità fino a dissolversi nella rappresentazione animalesca di una cagna. D’altra parte sarebbe ipocrita non riconoscere in ognuno dei personaggi un’ambiguità e la convivenza schizofrenica del peso di un dolore personale profondo e radicato e un dolore che si diffonde e si perpetua. Lo scambio dei ruoli è imprevedibile e naturale, si fa presto a accogliere la sofferenza e la morte e conviverci al punto che il confine tra suicidio e omicidio diventi quasi impercettibile: il rapporto con il sé sarà sempre conflittuale, tutti sono prede e predatori di se stessi, che si sia preti, ometti da bar, baristi, studenti fuori corso, madri, padri, ma soprattutto fratelli.

 Non sono un infetto, sono tuo fratello. Mi stai ammazzando.
   Sei il mio prigioniero. E purtroppo ho l’ordine di fare prigionieri.
Per questo non ti ammazzo.

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