Natalia Ginzburg

La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario. (altro…)

«Autografo» 58. Natalia Ginzburg

AA.VV., «Autografo 58» Natalia Ginzburg, a cura di Maria Antonietta Grignani e Domenico Scarpa, Interlinea 2018

Il numero 58 della rivista «Autografo» (2018), fondata da Maria Corti e diretta da Maria Antonietta Grignani e Angelo Stella, è un volume monografico dedicato a Natalia Ginzburg che affronta “neo-geograficamente” la scrittura di un’autrice che, sempre di più in questi anni, è tornata all’attenzione della critica non solo specialistica. Una delle ragioni che muovono questa pubblicazione, come segnalato nella premessa dalla stessa Grignani e da Domenico Scarpa, è il convegno organizzato da Giada Mattarucco all’Università per Stranieri di Siena (14-15 marzo 2017), a breve distanza dal centenario della nascita della scrittrice.
Non soltanto affondi plurimi nel mondo culturale e letterario della Ginzburg, da angolazioni diverse, a segnare un territorio che possa proporre la sedimentazione di alcuni aspetti dell’opera forse non considerati sinora o del tutto trascurati − anche gli autori più indagati, spesso, nascondono nelle pieghe dei loro materiali, qualcosa di inedito, ancora da decifrare. Ciascun saggio restituisce quella «difficoltà a parlare di sé» proposta da Alessandra Ginzburg come qualità peculiare della madre Natalia (pp. 11-14), una “complessità” incarnata anche nel ruolo di intellettuale che lei ricoprì durante il secondo Novecento, che trova tuttavia origine nel periodo che precedette la seconda guerra mondiale, in un territorio − come scopriremo anche da questa pubblicazione − in cui si fondano alcune prospettive future della nostra. L’espressione di una creatività polimorfa l’ha portata, infatti, a perseguire “rotte” inattese che, nel volume, riescono a presentarsi in primo piano e concorrenti a rendere il dibattito critico sulla scrittrice più attuale e peculiare.
Fatta eccezione per Scarpa, la raccolta vede una presenza tutta al femminile di studiose che si sono misurate con un diverso approccio alla scrittura di Ginzburg, scoprendo “territori” fecondi, interni o inversamente esterni all’opera; questi critici sono stati in grado di tracciare percorsi di comparazione che amplificano l’eco ginzburghiana anche nel panorama della letteratura internazionale, e rivelano l’importanza di dettagli non marginali connessi al lavoro editoriale, portato avanti dal secondo dopoguerra in poi come sappiamo soprattutto con la casa editrice Einaudi. Se ciò potrà apparire atteso e anche un po’ vago, una più attenta lettura dei singoli scritti evidenzierà i legami che ciascun saggista ha saputo intessere con gli altri, in un libro ricco di ispirazione anche per studi futuri. (altro…)

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

1 2 3 Penna! #2: Il poeta insonne tra Ginzburg e Raboni

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Sandro Penna, fotografato nella sua stanza da letto, nella casa romana di Via della Mole de’ Fiorentini, negli anni Settanta

Verrebbe quasi da dire che l’occasione di incontro tra Natalia Ginzburg e Sandro Penna sia stata una delle più classiche occasioni mancate. È una storia romanzata, questa, perciò aleggia legittimo il dubbio che le cose siano andate diversamente da come le raccontò la Ginzburg nel suo primo scritto dedicato al poeta perugino, a quel «pederasta» che all’epoca «viveva vendendo alla borsa nera saponette e marmellate.» L’anno è il 1945: Penna, privo di un lavoro stabile, da anni si arrangiava con il mercato nero, vendendo quel che gli capitava di vendere, forse pure contento di vivere un’anomala libertà anche nel modo di procacciarsi di che sostentare lui e la madre. Aveva, del resto, per primo alimentato questa immagine di sé, generando un vero e proprio cliché al quale nemmeno la Ginzburg si sottrae.
Nel 1945 Penna non era più un esordiente; anzi!, direi che fosse già un caso letterario dato che, come ben sappiamo, aveva mosso a curiosità prima Saba e poi Solmi e infine anche Montale (salvo poi assistere a una sorta di vera e propria ritrattazione da parte del ligure). Nel 1939 Parenti aveva pubblicato quello smilzo libercolo intitolato Poesie, pronto da almeno 6 anni e più volte rinviato, a ridosso del ben più roboante Le occasioni di Montale. Ora, nel ’45, la Ginzburg ci descrive Sandro Penna gironzolare per la sede romana dell’Einaudi, che allora si trovava in via Uffici del Vicario, con le bozze di un nuovo libro che, stando a quel che scrive, avrebbe visto la luce solo anni dopo e per un altro editore. Ora, a Poesie del ’39 seguì soltanto nel 1950 Appunti, pubblicato per le Edizioni della Meridiana e costituito da poesie com­poste dal 1938 al 1949. Certo, Penna poteva davvero nel ’45 avere pronta una nuova raccolta, e non si può escludere che fosse una prima forma di Appunti. Di poesie, come mostrano le varie appendici pub­blicate a partire da Poesie, e riprese e implementate nei successivi volumi Tutte le poesie e Poesie, Penna dal ’27 al ’45 dovette averne composte parecchie. Ma tutta la ricostruzione dell’aneddoto, a mio avviso, serve solo a ribadire l’immagine lazy di Penna e l’assenza di un’idea minima dell’urgenza del tempo:

benché venisse là con quelle bozze non mostrava d’avere un vero ansioso desiderio che il suo libro fosse presto pubbli­cato. Questo non perché non volesse pubblicarlo, ma perché il tempo, come presto compresi, non esi­steva o non valeva nulla per lui. […] Seduto sul divano azzurro, parlava delle sue poesie. Ma poiché non mostrava nessuna ansia di veder pubblicato quel libro, e poiché c’erano là folle di altri libri in stampa e persone ansiose di pubblicare, quelle sue visite erano del tutto prive di scopo.[1]

Lo scritto poi prosegue con un salto temporale che ci consegna il Penna degli ultimi anni, quello del lungometraggio di Mario Schifano per intenderci; e qui i cliché si moltiplicano a dismisura, sicché pare a me che a un certo punto sia accaduto qualcosa tra i critici e i lettori di Sandro Penna; qualcosa di irrepa­rabile; qualcosa che nemmeno Pasolini riuscì a superare, malgrado il suo culto; qualcosa che solo Garboli riuscì a combattere: l’essere assaliti da un senso di impotenza davanti alla poesia di Sandro Penna. Più facile è liquidare poesia e poeta ripetendo fino alla noia sempre le solite cose: cataste di carte e libri ai lati del letto, vasi da notte con urine azzurrognole, voce impastata al telefono, telefonate a ore improbabili, me­lenso e maligno, e via di seguito. Salvo poi accorgersi d’avere compreso tardi ogni cosa:

non sapevo e non pensavo, quando lo conobbi, che egli fosse un grande poeta; l’idea della grandezza non la univo allora ai suoi versi, così come non univo allora alla sua persona l’idea della libertà. Lo trovavo, allora, soltanto strano e singolare; e mi stupiva che la sua poesia, che ammiravano e amavo, nascesse da quella persona singolare e strana che non mi sembrava dare grandi ricchezze di esperienza umana ma solo un amore maniaco per i suoi versi. Molto più tardi, compresi però che la grandezza della sua poesia, ignara e involontaria, aveva radici nella sua grande innocenza e nel suo modo candido e libero di esistere al mondo.[2]

Perdonatemi questa lunga e articolata premessa, ma era necessaria: necessaria perché nelle ripetizioni della Ginzburg si capisce lo sconcerto destato dal caso Penna. E di vera e propria epifania si potrebbe parlare quando, poche righe oltre, scrive che nella poesia di Penna «si riflette insieme l’infinità dell’universo e il tempo in cui viviamo, rotto e discorde e incoerente.» Ecco allora che si fa percepita la grandezza del poeta perugino, estraneo forse a idee ‘ordinarie’ di tempo e di storia, ma affatto estraneo al tempo, come da sempre sostengo.
Questo primo scritto di Natalia Ginzburg è datato «1 Dicembre 1976», e tutti sanno che compare come prima delle due Presentazioni alla raccolta postuma di Penna, Il viaggiatore insonne.[3] Penna sarebbe morto il 21 gennaio 1977. Ovviamente l’autrice non poteva immaginare che le sue righe avrebbero assunto una valenza del tutto nuovo, un colore postumo involontario; eppure è innegabile che queste pagine non guardino al futuro, non proiettino il poeta di cui trattano in avanti: hanno lo sguardo rivolto al passato, perché ripercorrono esattamente, senza aggiungere nulla, tutto ciò che di Penna già era noto. (altro…)

Festlet! #2: ereditare

Foto G. A.

Foto G. A.

Per festeggiare il ventennale, Festlet incontra quest’anno, per venti minuti ciascuno, degli scrittori che sono liberi di parlare del libro che hanno letto a vent’anni (la ricognizione è aperta, però: potete twittare il vostro libro a #librodei20). Per tornare al tema di ieri sul corpo, Chiara Valerio, ad esempio, ha parlato di un libro che avrebbe voluto leggere a quell’età ma aveva letto a sedici, Tra un atto e l’altro di Virginia Woolf, da lei recentemente anche tradotto per nottetempo. Forse è della rappresentazione di noi, come ha detto stamattina Antonio Prete parlando dell’autoritratto in pittura, che lasciamo l’eredità più ballerina; lo stesso Borges, ha raccontato Alan Pauls, a un certo punto della sua vita si è tolto un anno per far coincidere la sua nascita con il 1900. Parlando ancora del Libro dei vent’anni, Giorgio Ghiotti ha ereditato l’amore per Natalia Ginzburg (e poi tutti i suoi libri) dalla nonna, che una sera dei suoi dieci anni ha iniziato a leggerla per lui dopo che aveva dimenticato il libro per ragazzi che aveva con sé.
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I poeti della domenica #95. Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo

ginzburg

Non possiamo saperlo

Non possiamo saperlo. Nessuno l’ha detto.
Forse là non c’è altro che una rete sfondata,
Quattro sedie spagliate e una vecchia ciabatta
Rosicchiata dai topi. C’è caso che Dio sia un topo
E che scappi a nascondersi appena arriviamo.
E c’è caso che invece sia la vecchia ciabatta
Rosicchiata e consunta. Non possiamo sapere.

Forse Dio ha paura di noi e scapperà, e a lungo
Noi dovremo chiamarlo e chiamarlo coi nomi più dolci
Per indurlo a tornare. Da un punto lontano
Della stanza lui ci fisserà immobile.

Forse Dio è piccolo come un granello di polvere,
E potremo vederlo soltanto col microscopio,
Minuscola ombra azzurra sul vetrino, minuscola
Ala nera perduta nella notte del microscopio,
E noi là in piedi, muti, sospesi a guardare.
Forse Dio è grande come il mare, e spumeggia e tuona.

Forse Dio è freddo come il vento d’inverno,
Forse ulula e romba come un rumore assordante,
E dovremo portare le mani alle orecchie,
Agghiacciati e tremanti, rimpiattendoci al suolo.
Non possiamo sapere com’è Dio. E di tutte le cose
Che vorremmo sapere, è la sola veramente essenziale.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia,
E quel suo paradiso è una noia mortale.

Forse Dio ha gli occhiali neri, una sciarpa di seta,
Due volpini al guinzaglio. Forse ha le ghette,
Sta seduto in un angolo e non dice parola.
Forse ha i capelli tinti, ha una radio a transistor,
E si abbronza le gambe sul tetto d’un grattacielo.
Non possiamo sapere. Nessuno sa niente.
Forse appena arrivati ci manda allo spaccio
A comprargli del pane e salame ed un fiasco di vino.

Forse Dio è noioso, noioso come la pioggia
E quel suo paradiso è la solita musica,
Svolazzare di veli, di piume, di nuvole,
Un odore di gigli recisi, una noia di morte,
E ogni tanto una mezza parola per passare il tempo.
Forse Dio sono due, una coppia di sposi
Abbandonati al sonno ad un tavolo d’osteria.

Forse Dio non ha tempo. Ci dirà di andarcene
E tornare più tardi. Noi andremo a passeggio;
Siederemo su di una panchina a contare i treni che passano,
Le formiche, gli uccelli, le navi. A quell’alta finestra,
Dio s’affaccerà a guardare la notte e la strada.

Non possiamo sapere. Nessuno lo sa.
C’è anche caso che Dio abbia fame e ci tocchi sfamarlo,
Forse muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre,
Sotto una coperta sudicia, piena di cimici,
E dovremo correre in cerca di latte e di legna,
E telefonare a un medico, e chissà se subito
Troveremo un telefono, e il gettone, e il numero,
Nella notte affollata, chissà se avremo abbastanza denaro.

© Natalia Ginzburg, Non possiamo saperlo, in «Paragone», giugno 1965.

Natalia Ginzburg, Mai devi domandarmi

foto di anna toscano

foto di anna toscano

*

Natalia Ginzburg
Mai devi domandarmi

di Anna Toscano

Testo di una lezione
Venezia, 1991

*

È molto difficile  inquadrare la vita e le opere di Natalia Ginzburg nel panorama letterario italiano contemporaneo. Anche se non la si può isolare nel contesto contraddittorio di quello stesso panorama quale si configura dall’immediato dopoguerra fino a oggi, la scrittrice vive e opera nel suo tempo ma anche indipendentemente da esso.
La Ginzburg non è rimasta insensibile a correnti e indirizzi della sua epoca ma non è mai stata direttamente partecipe,  è stata attenta ma distaccata, perché consapevole delle sue scelte come doloroso frutto interiore da cogliere in piena libertà seguendo un proprio cammino di intima coerenza.
A se stessa ha riservato una costante fedeltà continuando sempre a cercarsi intimamente per poter meglio avvicinarsi agli altri che ci completano e in noi si completano.

Mai devi domandarmi è una raccolta di scritti che risalgono alla fine degli anni Sessanta e che nella bibliografia dell’autrice si pongono accanto a Le piccole virtù e Lessico famigliare.
La curiosità, la fantasia, la memoria, la casualità sono all’origine di queste pagine: dalla ricerca di una casa all’infanzia, dalla vecchiaia alla psicanalisi, il credere o il non credere in Dio, un libro letto, un film visto, una frase riaffiorata dalle memorie, un quadro, un incontro.
Tutto, i minimi particolari trascurabili, i grandi temi dibattuti scaturiscono dalla sua penna di scrittrice che li amalgama in un tempo unico che è presente e passato insieme.
È l’opera di una donna che si siede e osserva consapevole che il tempo passa su di lei in passiva attesa di ciò che verrà. Non può fare altro che guardare, e osservare, e ricordare, e descrivere, sapendo che altro non è concesso.  Ed è ciò che sottolinea nel racconto È stato così del ’47:

Ma a me pareva adesso di vedere che io non ero mai stata capace di vivere e adesso certo era troppo tardi per imparare, pensavo che nella mia vita non avevo mai fatto altro che guardare fisso fisso nel pozzo buio che avevo dentro di me.

Ed è da questo pozzo buio che lei comunica e cerca disperatamente di conciliare il dentro con il di fuori: una ricerca di armonia e di stabilità che ci descrive nel primo di questi scritti dell’ottobre ‘65 intitolato La casa. La ricerca di un nuovo alloggio deve soddisfare le esigenze primarie dettate dal sentimento, il luogo deve avere un riscontro nel passato della persona, dai luoghi dell’infanzia ai semplici scorci già visti, già vissuti, che hanno avuto per un attimo la nostra vita, che hanno abitato il nostro cuore anche se per un solo istante.
La casa, in cui l’autrice deve coricare il pozzo buio che è in lei, è una tana, ci si vive come si vive in una calza vecchia dove i nostri piedi hanno messo le radici, dove sentiamo la sicurezza della non estraneità e troviamo riscontro nell’infanzia. La casa è un prolungamento di se stessi, della propria anima, del proprio pozzo buio:

Ma forse ogni casa, ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? e accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?

Ciò che mette in moto la contemplazione della scrittrice sulle cose e sugli avvenimenti è la curiosità, suo particolare desiderio di sapere evidenziato in un altro di questi scritti intitolato La vecchiaia del dicembre ’68. In questo pezzo espone come per lei la giovinezza sia sinonimo di sete, di febbre, di ricerca e di errori; mentre vecchiaia è saggezza e serenità, caratteristiche che vengono rifiutate principalmente perché da vecchi, poi perché, paragonate a quelle della giovinezza, appaiono molto noiose soprattutto da chi si crede o si sente ancora giovane. Ed è proprio quando la curiosità e l’immaginazione non risuonano più nella persona che termina lo stupore e subentra la noia di colore nero.

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proSabato: Natalia Ginzburg, I rapporti umani

Natalia-Ginzburg

I rapporti umani

L’infanzia

Al centro della nostra vita sta il problema dei nostri rapporti umani: appena ne diventiamo consapevoli, cioè appena ci si presenta come un chiaro problema, e non più come confusa sofferenza, prendiamo a ricercarne le tracce e a ricostruirne la storia lungo tutta la nostra vita.
Nell’infanzia, abbiamo soprattutto gli occhi fissi al mondo degli adulti, buio e misterioso per noi. Esso ci sembra assurdo, perché non capiamo nulla delle parole che gli adulti si scambiano fra loro, né il senso delle loro decisioni e azioni, né le cause dei loro mutamenti d’umore, delle loro collere improvvise. Le parole che si scambiano gli adulti fra loro non le capiamo e non ci interessano, anzi ci annoiano infinitamente. Ci interessano invece le loro decisioni che possono spostare il corso delle nostre giornate, i malumori che offuscano i pranzi e le cene, lo sbattere improvviso di porte e lo scoppio di voci nella notte. Abbiamo capito che in un momento qualunque, da un tranquillo scambio di parole può scatenarsi una tempesta improvvisa, con rumori di porte sbattute e di oggetti scagliati. Noi vigiliamo inquieti ogni minima incrinatura violenta nelle voci che parlano. Succede che siamo soli e assorti in un gioco, e d’improvviso s’alzano nella casa quelle voci di collera: seguitiamo meccanicamente a giocare, a conficcare sassi ed erbe in un mucchietto di terra per fare una collina: ma intanto non ce ne importa più niente di quella collina, sentiamo che non potremo essere felici finché la pace non sarà tornata in casa; le porte sbattono e noi sussultiamo; parole rabbiose volano da una stanza all’altra, parole incomprensibili per noi, non cerchiamo di capirle né di scoprire le ragioni oscure che le hanno dettate, confusamente pensiamo che dovrà trattarsi di ragioni orribili: tutto l’assurdo mistero degli adulti pesa su di noi. Tante volte complica i nostri rapporti col mondo dei nostri simili, i bambini: tante volte abbiamo, con noi un amico venuto a giocare, facciamo con lui una collina, e una porta sbattuta ci dice che è finita la pace; ardendo di vergogna, fingiamo d’interessarci moltissimo alla collina, ci sforziamo di distrarre l’attenzione del nostro amico da quelle voci selvagge che risuonano per la casa: con le mani diventate a un tratto molli e stanche, conficchiamo accuratamente dei legnetti nel mucchio di terra. Siamo assolutamente certi che in casa del nostro amico non si litiga mai, non si gridano mai selvagge parole; in casa del nostro amico tutti sono educati e sereni, litigare è una particolare vergogna di casa nostra: poi un giorno scopriremo con grande sollievo che si litiga anche in casa del nostro amico allo stesso modo come da noi, si litiga forse in tutte le case della terra.

L’adolescenza

Siamo entrati nell’adolescenza quando le parole che si scambiano gli adulti fra loro ci diventano intelligibili; intelligibili ma senza importanza per noi, perché ci è diventato indifferente che in casa nostra regni o no la pace. Ora possiamo seguire la trama delle liti domestiche, prevederne il corso e la durata: e non ne siamo più spaventati, le porte sbattono e non sussultiamo; la casa non è più per noi quello che era prima: non è più il punto da cui guardiamo tutto il resto dell’universo, è un luogo dove per caso mangiamo e abitiamo: mangiamo in fretta prestando un orecchio distratto alle parole degli adulti, parole che ci sono intelligibili ma che ci sembrano inutili; mangiamo e scappiamo nella nostra stanza di corsa per non sentire tutte quelle parole inutili: e possiamo essere molto felici anche se gli adulti intorno a noi litigano e si tengono il muso per giorni e giorni. Tutto quello che ci importa non succede più fra le pareti di casa nostra, ma fuori, per la strada e a scuola: sentiamo che non possiamo essere felici se a scuola gli altri ragazzi ci hanno un po’ disprezzato. (altro…)

I poeti della domenica #65: Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto

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Tanto amici eravamo che un segreto
dell’uno era dell’altro. D’uno solo
egli non ne parlò mai con se stesso.

© Sandro Penna, Tanto amici eravamo che un segreto, in Il viaggiatore insonne, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1977.

1990, Serena Cruz o la vera giustizia – Natalia Ginzburg intervistata da Marco Rossi

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Il 1990 fu l’anno in cui Natalia Ginzburg, in Serena Cruz o la vera giustizia, si confrontò con lucida passione e comprensibile veemenza con un caso giudiziario che è rimasto nella nostra memoria, un caso sul quale intellettuali, giuristi, l’opinione pubblica tutta presero animata posizione. Alla fine del libro Natalia Ginzburg riporta la data di composizione: dicembre 1989. Nel 1989 Serena Cruz, che all’epoca aveva tre anni, era stata tolta alla famiglia Giubergia. La motivazione addotta dalle autorità giudiziarie: Francesco Giubergia, il padre adottivo, aveva violato la legge, dichiarando di esserne il padre naturale. Il 20 febbraio 1990. per Italia Radio, Marco Rossi intervistò Natalia Ginzburg, che nelle circa sessanta pagine del suo pamphlet aveva cercato una risposta all’interrogativo che si agitava nelle coscienze di moltissimi italiani: perché Serena Cruz era stata tolta ai genitori adottivi, che avevano sì ingannato la legge, ma lo avevano fatto per un atto di amore? Pubblico qui il testo dell’intervista, per il quale ringrazio Brunella Bassetti, moglie di Marco Rossi. All’intervista segue l’incipit del libro di Natalia Ginzburg. Fu l’ultimo libro pubblicato dalla scrittrice, morta a Roma nel 1991. (Anna Maria Curci)

 

Tra memoria e giustizia: il caso di Serena Cruz

Intervista di Marco Rossi a Natalia Ginzburg del 20 febbraio 1990, trasmessa da Italia Radio.

 

Generale e astratta. Così deve essere la norma giuridica, come scrivono i manuali su cui si imparano i primi rudimenti del diritto. Ma poteva bastare una definizione così per Serena Cruz? Natalia Ginzburg, che quattro anni fa dedicò il suo ultimo libro a questa vicenda, non aveva dubbi. La storia di questa bambina filippina, adottata amorevolmente ma non nel rispetto delle leggi da Francesco Giubergia, e poi affidata dal Tribunale dei Minori ad un’altra famiglia, in quei due aggettivi non ci poteva davvero stare.
Credo che la chiave di lettura più corretta del suo volume sia il contrasto tra la necessità della certezza del diritto, essenziale per una società civile, e la necessità della giustizia del caso concreto, che è poi l’unica giustizia vera.
Lei condivide questa interpretazione, signora Ginzburg?

Io penso che l’unica vera giustizia consista nell’esaminare ogni caso in sé, vedere che cosa può essere il bene per una determinata persona, per un determinato bambino. Riguardo al diritto noi sappiamo che i giudici potevano agire in un altro modo perché nella legge c’è scritto: ‘Il giudice può togliere l’affidamento ad una persona per una omissione di segnalazione’. Non c’è scritto: ‘Deve’, è scritto ‘Può’, quindi i giudici potevano agire in un altro modo. Mi pare che anche dal punto di vista del diritto non sia difendibile questo operato, che si potesse agire diversamente.
.    A me sembra di una tale ingiustizia quanto è successo che non trovo giusto sia dimenticato. Io voglio ricordarlo, ho voluto ricordarlo in un libro. Non desidero certo far clamore ma voglio che questa vicenda non sia scordata, perché secondo me la giustizia è stata tradita.

Uno dei bersagli polemici del suo libro è il rifiuto di schierarsi, c’è anche la citazione di un versetto dell’Apocalisse a questo proposito. Ma in un contrasto come quello che abbiamo appena descritto, obiettivamente è difficile schierarsi. Non si rischia di giungere alla conclusione, forse un po’ paradossale, che siamo tutti in qualche misura colpevoli per il fatto che questi due principi si siano trovati in contrasto come nel caso di Serena Cruz?

Io credo che fosse un caso non facile, però di fronte ad una situazione difficile mi sembra che si dovrebbe cercare di agire con il buon senso, non togliere una bambina a quelli che ormai erano i suoi genitori perché le si fa del male. Che posso aggiungere a questo? Io la penso così. (altro…)

proSabato: Natalia Ginzburg, Le scarpe rotte. Racconto

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          Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una grande fibbia d’oro da un lato.
………Io appartengo a una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quelle e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale. Ero stata viziata dalla vita prima, sempre circondata da un effetto tenero e vigile, ma quell’anno qui a Roma fui sola per la prima volta, e per questo Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di ricordi angosciosi, poche ore dolci. Anche la mia amica ha le scarpe rotte, e per questo stiamo bene insieme. La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciaquettio.
………La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il suo viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese. Allora non lo sapevo che aveva le scarpe rotte. Lo seppi più tardi.
………Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso. I miei figli dunque vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. Ma come saranno da uomini? Voglio dire: che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto quel che è piacevole ma non necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane?
………Con la mia amica discorriamo a lungo di questo, e di come sarà il mondo allora, quando io sarò una vecchia scrittrice famosa, e lei girerà per il mondo con uno zaino in spalla, come un vecchio generale cinese, e i miei figli andranno per la loro strada, con le scarpe sane e solide ai piedi e il passo fermo di chi non rinunzia, o con le scarpe rotte e il passo largo e indolente di chi sa quello che non è necessario.
………Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni fra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto. Al mattino quando ci alziamo, le nostre scarpe rotte ci aspettano sul tappeto.
………La mia amica qualche volta dice che è stufa di lavorare, e vorrebbe buttar la vita ai cani. Vorrebbe chiudersi in una bettola a bere tutti i suoi risparmi, oppure mettersi a letto e non pensare più a niente, e lasciare che vengano a levarle il gas e la luce, lasciare che tutto vada alla deriva pian piano. Dice che lo farà quando io sarò partita. Perché la nostra vita comune durerà poco, presto io partirò e tornerò da mia madre e dai miei figli, in una casa dove non mi sarà permesso di portare le scarpe rotte. Mia madre si prenderà cura di me, m’impedirà di usare degli spilli invece che dei bottoni, e di scrivere fino a notte alta. E io a mia volta mi prenderò cura dei miei figli, vincendo la tentazione di buttar la vita ai cani. Tornerò ad essere grave e materna, come sempre vi avviene quando sono con loro, una persona diversa da ora, una persona che la mia amica non conosce affatto.
………Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta ad ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini.

Natalia Ginzburg in Le piccole virtù, © Torino, Einaudi, 1962

8 settembre 1943 (Ginzburg, Malaparte, Fenoglio, Sereni)

Alberto Sordi e Eduardo De Filippo in un fotogramma del film "Tutti a casa" (regia di Luigi Comencini, 1960)

Alberto Sordi e Eduardo De Filippo in un fotogramma del film “Tutti a casa” (regia di Luigi Comencini, 1960)

«La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era più uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu così la guerra.»

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, Torino 1963, p. 147

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«Era stato per noi un magnifico giorno, quello dell’8 settembre 1943, quando avevamo buttato le nostre armi e le nostre bandiere non soltanto ai piedi dei vincitori, ma anche ai piedi dei vinti. Non soltanto ai piedi degli inglesi, degli americani, dei francesi, dei russi, dei polacchi, e di tutti gli altri, ma anche ai piedi del re, di Badoglio, di Mussolini, di Hitler. Ai piedi di tutti, vincitori e vinti. Anche ai piedi di coloro che non c’entravano per nulla, che stavan là, seduti, a godersi lo spettacolo. Anche ai piedi dei passanti, e di tutti coloro ai quali veniva il capriccio di assistere all’insolito, divertente spettacolo di un esercito che buttava le proprie armi e le proprie bandiere ai piedi del primo venuto. E non già che il nostro esercito fosse peggiore o migliore di tanti altri. In quella gloriosa guerra, non soltanto agli italiani, siamo giusti, era capitato di voltar le spalle al nemico: ma a tutti, inglesi, americani, tedeschi, russi, francesi, jugoslavi, a tutti, vincitori e vinti. Non c’era un esercito al mondo che, in quella splendida guerra, non si fosse, un bel giorno, preso il gusto di buttar le proprie armi e le proprie bandiere nel fango.

Nell’ordine firmato dalla graziosa Maestà del Re e dal Maresciallo Badoglio era scritto proprio così: “Ufficiali e soldati italiani, buttate le vostre armi e le vostre bandiere, eroicamente, ai piedi del primo venuto”. Non c’era da sbagliarsi. Era proprio scritto “eroicamente”. Anche le parole “primo venuto” erano scritte in modo chiarissimo, da non lasciar dubbio alcuno. Certo, sarebbe stato molto meglio per tutti, vincitori e vinti, e molto meglio anche per noi se avessimo ricevuto l’ordine di buttar le armi non già nel 1943, ma nel 1940 o nel 1941, quando era di moda, in Europa, buttar le armi ai piedi dei vincitori. Tutti ci avrebbero detto: “bravi”. È ben vero che tutti ci avevano detto “bravi” anche l’8 settembre 1943. Ma ci avevano detto “bravi” perché, in coscienza, non potevano dirci altro.

Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più ‘eroicamente’ le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, perfino ai piedi dei passanti, perfino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. “Viva l’Italia!” gridava la folla entusiasta, la bonaria, ridente, rumorosa, allegra folla italiana. […] Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. Marciavamo a testa alta, cantando.»

Curzio Malaparte, La pelle, Mondadori, Milano 1978 (le pagine riportate dall’edizione ne “La biblioteca di Repubblica”, 2003, sono 52, 53, 54)

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«Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell’Italia centrale. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny invece era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre.»

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968 (incipit)

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«Sono caduto prigioniero in Sicilia, a Pececo (Trapani), ad opera di un reparto aviotrasportato dell’esercito americano. Erano le ore 13,30 circa del 24 luglio 1943, la vigilia del crollo del regime. Da due anni o quasi il mio reparto cercava di raggiungere l’Africa del Nord senza riuscirvi. Fummo ad Atene quattro mesi per questo, al tempo dell’Asse fermo a El Alamein e quasi in vista di Alessandria. Quella del luglio ‘43 fu la volta buona, da prigionieri. Sbarcammo a Biserta il giorno di Ferragosto, tra lo schermo e peggio dei francesi là stanziati, gollisti o meno: dei colonial-fascisti di laggiù, diremmo oggi (ma vale anche per allora). Meno male per noi, nemmeno nel ‘43 gli americani li avevano in simpatia.
Non c’è bisogno di arrivare all’8 settembre ‘43 per scoprire che uno dei sentimenti diffusi tra noi, ufficiali dell’esercito italiano, era una specie di senso di colpa verso l’alleato dal quale stavamo staccandoci. Saltavano i fascetti dai baveri degli ufficiali della Milizia caduti prigionieri con noi e venivano sostituiti con le stellette dell’esercito, mentre gli ufficiali superiori in servizio permanente effettivo, cui gli americani avevano lasciato una larva d’autorità in quanto responsabili ai loro occhi della moltitudine di sbandati che eravamo, si affannavano a scovare nel campo gli antibadogliani, i fascisti insomma, secondo loro. Sicché il meccanismo semplicistico, l’unico disponibile del resto, della fedeltà al re che vuol dire fedeltà alla patria garantita dall’onore militare il quale fa sì che le guerre continuino, fece presto a dividere il campo in due parti: quelli che non discutevano il 25 luglio e quelli che lo discutevano ma già sottovoce.
In nome di che cosa, questi ultimi? Diciamolo chiaro: in nome dell’onore militare, della parola data e di altri impegni e giuramenti di fedeltà. Certo, ci sarà stato anche chi taceva su tutto e vedeva pur qualcosa al di là di certe fasulle alternative di incompatibilità tra parola data da una parte e fedeltà al monarca dall’altra (vespai in cui a cacciarsi l’onore militare!), ma non ne fanno cenno le cronache di quel formicolante campo di prigionia: che era per l’esattezza il 127 di Chazny, Algeria, non molto lontano da Sidi-Bel-Abbès, località cara alla Legione Straniera. (Chazny, Chazny bijou de l’Algérie – eau courante – tous les conforts – visitez-la). Completava il quadro un ragguardevole numero di gente catturata in panni borghesi e in panni borghesi giunta sin lì: siciliani o residenti in Sicilia che dal reparto in sfacelo se l’erano squagliata a casa ma poi avevano dovuto presentarsi alle truppe occupanti; e un ragguardevole nucleo di combattenti d’Africa che ancora non erano stati spediti nei campi d’oltre Oceano. Bisognerebbe dire qualcosa dell’aria astratta, alquanto stralunata di questi ultimi, per i quali guerra doveva essere diventata niente più che un fatto agonistico e personale tra loro e gli inglesi, mesi e anni avanti e indietro per il deserto; e qualcosa del dileggio e delle baruffe cui dava luogo la presenza di quegli altri in abito civile.
Al grido di “fuori i borghesi!” s’incrociava nel campo quello di “fatelo federale!”, di recentissimo conio – e certo quasi incomprensibile alla gioventù di adesso.»

Vittorio Sereni, L’anno quarantatre (1963), in Gli immediati dintorni (primi e secondi), Milano, il Saggiatore, 1983, pp. 82-84 (ora in Idem, Milano, il Saggiatore, 2013, pp. 80-81).