Natale

Coriandoli a Natale #14: Salvatore Di Giacomo, Buono Natale

salvatoredigiacomo

Salvatore Di Giacomo -1910, (Fonte Wikipedia)

Teresì, buono Natale!
Penza, oinè, ca ‘o Bammeniello
fattose ommo è tale e quale
comm’ a ll’ate, grussiciello,
‘ncopp’ ’o munno scellarato,
senza fa’ male a nisciuno,
secutato e maltrattato,
‘ncroce, oi né, jette a fernì!
E ‘st’esempio ca te porto,
Teresì, tienilo a mmente,
ca pur’io, ‘nnucentamente,
chi sa comme aggia murì!
Nun vo’ sentere ‘sta voce
ca piatà, piatà te cerca:
e mme staje mettendo ‘ncroce
comm’’o povero Giesù…
Ma io nun so’ fatto e ‘mpastato
cu ‘sta pasta, mò nce vo’:
Isso – sempe sia ludato –
Isso nasce ogn’anno: io no!

Il Natale è il 24

milano foto gm

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Il Natale è il 24

di Raffaele Calvanese 

 

La scomparsa dei canditi dai panettoni classici è uno di quei segni del tempo che passa che riescono a spiegare la nostra epoca molto meglio di tanti sociologi. Si narra che pure Ludovico il Moro a Milano, assaggiando il primo panettone inventato dal suo cuoco abbia esclamato “anche a voi l’uvetta fa cagare?” Il Natale ho smesso di sentirlo arrivare da quando ho terminato la scuola e ho iniziato a lavorare, da allora arriva sempre all’improvviso, da un giorno all’altro, nonostante le numerose avvisaglie che dissemina in giro già da Novembre.

La vita dei pendolari, infatti, è un lungo “nel frattempo”. Avanti e indietro, avanti e indietro. L’autobus per me è una seconda casa, ho anche i miei posti preferiti, anzi il posto preferito. Per via delle mie gambe. Troppo lunghe per poter stare comodamente in quegli scomodi scranni tarati su altezze che ricordano i tempi delle scuole medie. Il protocollo era rigido e ben rodato, appena vedo spuntare all’angolo l’autobus comincia la corsa per stare tra i primi, due gradini per salire e buttare subito lo sguardo ai sedili vicino alla porta per la discesa, il posto più largo, se occupato adottare prontamente il piano B, ai penultimi della fila, i sedili forse più stretti e per questo sempre vuoti, lì ci entravo a malapena ma essendo molto ingombrante chiunque mi avesse visto seduto lì avrebbe desistito dal chiedere di mettersi al posto di fianco al mio onde evitare un viaggio fatto di contorsionismi. Ogni santo giorno una guerra di posizione. Durante le feste di Natale diventa tutto più complicato, perché molti passeggeri occasionali affollano le corse che prendo anche io, senza contare il traffico a fiumi per le strade. La domanda ogni anno è sempre la stessa “durante il resto dell’anno dov’è tutta la gente che gira in auto a Dicembre?”. Io non l’ho mai capito, per di più dovendo andare al lavoro mentre molti sono in ferie a caccia di regali il nervosismo è una costante quotidiana. Come se non bastasse vicino la mia fermata stavano ristrutturando un palazzo e nei giorni scorsi su una delle pareti esterne della costruzione è apparsa una figura che molti si ostinano a dire assomigli al “volto santo”.

“Scusi signora ma che è successo qui?”

“È apparso il volto santo non vede, è un miracolo, il miracolo di Natale”

Miracolo, cazzo, è un miracolo di sicuro, perché anche se sembrava impossibile immaginare ci potesse essere più traffico di quanto normalmente ce n’è a Dicembre, l’apparizione di quella immagine ha scatenato un pellegrinaggio infinito di curiosi e di fedeli. Da lì pronta adozione di un nuovo protocollo, come molti altri compagni di sventura su quel bus, scendere alla fermata precedente e fare quattro passi a piedi in più onde evitare di dover dividere in due le folle come fece Mosè col mar nero, solo che io avrei dovuto farlo in autobus.

Ricordo il primo anno che cominciai a lavorare, ero l’ultimo arrivato e chiaramente il 24 non mi toccarono ferie, per anzianità, che non avevo, ed anche perché si faceva solo mezza giornata. Pensai che nessuno sarebbe venuto in ufficio la vigilia di Natale, mi immaginavo tutti intenti a impacchettare regali o a dispensare auguri. Beata ingenuità di chi non capiva il postulato secondo il quale chiunque, con una giornata libera a disposizione, aspetterà di certo l’ultimissimo momento per sbrigare una pratica, richiedere un documento o semplicemente venire a fare qualcosa di assolutamente non indispensabile. Me ne resi conto appena girai l’angolo e vidi la fila fuori la porta ad aspettare l’apertura. Il personale era ridotto all’osso e i clienti tantissimi, al punto che dovemmo chiudere mandando qualche cliente a casa in anticipo tra le bestemmie gli insulti ed anche qualche bella e fantasiosa minaccia personale. Da allora la scena è sempre pressappoco la stessa ma con meno ingenuità e più disillusione. Io ho continuato ad andare a lavoro il 24, più che altro come strategia per non farmi risucchiare subito dal via vai di auguri di circostanza, cercando di dare un tono normale ad una giornata che tutti cercano di sentire come speciale. Quest’anno non ha fatto differenza. Uscendo sempre piuttosto frastornato, con mille cose a cui correre dietro e mille persone in testa, tanti volti, familiari, che non vedo più, e che forse oggi rivedrò davanti a una bevuta, traffico permettendo, volto santo permettendo. Poi passare a casa di miei solo per farmi dire di non tornare tardi, se mi piace la pizza di scarole, che mi hanno preso anche un pezzo di quella con la salsiccia e i friarielli.

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Questo Natale #24: Silvia Tebaldi, Le variazioni Goldberg della pioggia

cielo_e_acqua_1- Escher - fonte google

cielo_e_acqua_1- Escher – fonte google

Le variazioni Goldberg della pioggia

Lei forse riderà, ma quando ho visto la scritta Bruegel (anzi, Brueghel) su fondo rosso e la facciata del palazzo, nella neve, il portale barocco, e ho pensato a una mattina di luglio incandescente, a noi due sotto i portici, adagio, al riparo dei portici, dall’Archiginnasio al Collegio di Spagna su fino al largo di via Saragozza che pareva immenso, fatto di luce sporca; ai miei sforzi di evitarle inciampi, ostacoli, alla mia idea di raccontarle i quadri (così avevo immaginato) e invece fu lei, davanti a Cielo e acqua, a descrivere quei pesci e uccelli nel loro moto a forma di rombo, nella loro trasmutazione nera e bianca, perché lei le conosceva bene le opere di Escher, le ricordava anche senza vederle – lei riderà, maestro, ma io volevo visitare la mostra dei Brueghel e invece ora capisco che è con lei che vorrei andarci, stare al cospetto di quelle nevi, quei canali, quelle folle minute e inesauribili. Ma lei è dall’altra parte del mondo, maestro, e allora torno indietro nella neve, nei portici, che mancano tre giorni a Natale ed è già notte.

Non so dir quasi niente, di me – solo che un tempo anch’io scrivevo e ora ho smesso, se scrivere vuol dire inventare mondi, persone, o metter giù delle parole astratte. E dico che si dovrebbe tenere non dico un diario, ma un taccuino sì, e ogni giorno scriverci su due righe, tre – scriverle oppure dettarle e mica chissà cosa, giusto per dire eccomi, ecco, per non sparire almeno da noi stessi. E così quando ho tempo mi siedo e scrivo queste righe, oppure vado su all’Archiginnasio, che poi è dove stavo un tempo, prima di sparire – mi siedo a quei tavoli lunghi, di legno, e scrivo due righe sul taccuino. Ed è così che si siamo incontrati, lei e io – qualcuno della biblioteca che ci conosceva entrambi, lei un maestro anziano e celebre e io nessuno, e quel giorno lei scelse me per accompagnarla a una mostra, Maurits Cornelis Escher, per labirinti e scale che non poteva vedere.

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Questo Natale #23: Giuseppe Ceddia, Teste pelate e morti bagnate

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

Teste pelate e morti bagnate

 

I

 

La notte in cui furono convocati dall’assemblea, i fratelli I. potettero assistere allo spettacolo di una luna che – improvvisamente – da esser gialla catarifrangente, assunse un colore rosso mestruo o, volendo, rosso ferita da arma da taglio.

Non si accorsero neppure del pompino che, con grande maestria, una bionda dal cuore d’oro e labbra aventi vita a sé stava praticando a un loro amico, all’interno di una libreria, senza contraccettivo, come in uno spettacolo aperto al pubblico, in quanto i fratelli I. si accorsero del tutto semplicemente guardando la vetrina del locale che, in quell’istante, oltre a esporre libri, trasmetteva in mondovisione la storia della pratica orale più vecchia del mondo.

Notte di Natale dunque; altrimenti una libreria bigia di una città triste, mai e poi mai sarebbe stata aperta in una notte qualsiasi di una città qualsiasi.

  • Neanche i contraccettivi usi quando te lo fai succhiare? – disse il rapper.
  • Non sprecare fiato con quello, avrà già tutte le malattie del mondo, i vermi si stan fottendo la sua anima… – disse la ragazza della libreria.

Fiato sprecato, aria mandata all’aria.

La notte in cui furono convocati all’assemblea, la notte di Natale del 2345, i fratelli I. ignoravano che la succhiatrice bionda (che si ergeva a cantatrice calva) in realtà altro non fosse che la rappresentazione della morte. Una morte passionale, sfuggente, vaginale, meravigliosamente sensuale, occhiblueggiante, una morte che – solo in quel preciso istante – assunse i connotati di una bambola scandinava, ma che avrebbe potuto essere coleottero il minuto dopo e macchina da scrivere quello dopo ancora.

Se ne accorse invece, anche se già lo intuì succosamente mentre le infilava le palle in bocca, il signor G. – quello che, lacrimando come un somaro battuto, riceveva il dono bagnato delle labbra da ergastolo.

Ne fu cosciente nel momento in cui, mentre si osservò per un attimo nella vetrina, vide solo il suo pene eretto e il nulla che glielo trastullava, c’era solo lui nello schermo demoniaco del vetro, solo i fratelli I. si accorsero della figura accovacciata, prostrata ai suoi piedi, che mentre glielo succhiava lo schiaffeggiava dolcemente sulle cosce con mani smaltate dal vizio.

Si accorsero della donna ma figuriamoci se tre esseri simili (erano tre i fratelli I.) avrebbero mai potuto accostare cotanta bellezza alla falce ossea e pietrificata dei disegni sui giornaletti horror che, assieme a quelli pornografici bagnati di sacro sperma incrostato senza pensionamento anticipato, collezionavano da giovani.

Eppure mica è da tutti vedere un amico che si fa succhiare il cazzo dalla morte. Loro non sapevano fosse la morte, l’amico neanche la vedeva riflessa e pensò di esser da rinchiudere. Noi sappiamo però le cose come stanno.

I fratelli I. erano sostanzialmente uguali o meglio, diciamo che il medio e il grande avevano stazza simile, massiccia, cambiava solo l’altezza; media quella del medio, grande quella del grande.

Solo il fratello minore, che pur manteneva i medesimi tratti da insopportabile figlio di papà, era magro come un chiodo, di altezza indefinibile, a metà strada tra l’altezza media del medio e quella grande del grande, la morte intanto succhiava grandemente un glande, e lo faceva alla grande.

Il giorno in cui la morte non dovesse più saper fare un pompino, dovremmo seriamente preoccuparci. Tutti, nessuno escluso.

Figuriamoci se questo debba avvenire a Natale poi.

I fratelli I. erano calvi, le loro teste lucide come biglie giganti da collezione, solo dei baffetti decoravano, in maniera viscidamente asimmetrica, le sottili labbra superiori, perennemente incurvate a sostenere il peso della vita, l’essenza stessa del battito cardiaco.

La sede dell’assemblea distava pochi passi dalla libreria degli amici che, in quei giorni, umida saliva e sperma a parte, iniziava ad assumere connotati di minestrone natalizio da sostenere con lo sguardo e schivare con l’inconscio.

II

Mentre la bionda morte invisibile assoggettava il signor G. – ormai residuo pseudo-umano di disgregazione parziale – i fratelli I. giunsero nel palazzone kafkiano, regno dell’assemblea.

La sorpresa si dipinse sul loro volto quando si resero conto che il tavolo ovale, simbolo del potere, feticcio mai arso e dogma perenne delle sale ai piani alti, era circondato da persone esattamente uguali a loro.

Tutti i componenti dell’assemblea erano calvi, con baffetti sottili sulle labbra inesistenti, tutti più o meno grassi o più o meno magri, tutti apparentemente alti o presumibilmente bassi.

Vi erano tanti fratelli I. attorno a quel tavolo ovale, attorno a quell’ellisse che trasudava ingordigia e potere, mogli tradite e amanti scopate sulle scrivanie, frustrazione perenne e soldi che non saziano mai.

Si attendeva il capo.

Il posto a capo tavola, quello di chi tiene il tombolone, era ancora vuoto. I fratelli I. (i tre di nostra conoscenza intendiamo, non gli innumerevoli sosia della sala) si guardarono attorno, con le pupille incrostate, prive di liquido, le palpebre incollate come quelle dei pesci.

Intanto in libreria si tentava di rendere accogliente uno spazio di per sé angusto, al fine di racimolare i fondi per un peccaminoso e triste Natale. Sempre lo stesso. Sempre quello del 2345, un Natale come tanti altri, identico ai precedenti 2344, assolutamente copia di quello che sarebbe stato nel 2346.

  • Anche quest’anno la vedo dura, la gente è troppo impegnata a svillaneggiare tra i negozi di borse e di gonne – disse la ragazza della libreria.
  • Come darti torto… di questo passo credo che il futuro potrebbe essere quello di riempire preservativi tropicali con sputi vinosi – disse con apparente e cosciente nonsense il suo collega, un biondo mezzo nazista e mezzo punkettone.
  • Il vostro lavoro è un atto di coraggio in mezzo all’ipocrisia dilagante – disse il rapper.
  • Quello che in situazione verte? – disse il biondo alla sua collega, riferendosi al signor G.
  • Te l’ho detto – rispose lei – la sua anima è pranzo per le larve, sono ore che si dimena quasi come se qualcuna glielo stesse succhiando.
  • Ah… ma dunque nessuna glielo sta succhiando? – disse il rapper.
  • Forse… – disse il biondo – io non sono così presuntuoso da credere che ciò che vede uno debba vederlo anche l’altro. Ci può essere una bionda accovacciata a spremergli le palle… come non ci può essere nessuna donna. Non esistono dati certi… non esiste… la…

 

Non esiste la morte, forse si voleva intendere, è solo la vita che non ha mai avuto pietà di nessuno.

III

Senza tirarla troppo per le lunghe, mentre in libreria si cercava di capire se le convulsioni spietate del signor G. fossero frutto di piacere sessuale immenso o piuttosto il risultato di una vita dissennata, nella sala dell’assemblea (quella del tavolo ovale)… si attendeva ancora il capo.

La poltrona padronale continuava a essere vuota.

Fu davvero un attimo, pochi secondi. Le luci si spensero. Si riaccesero dopo pochissimo e la sedia padronale a capotavola era occupata dalla bionda che fino a poco prima, era (o non era?) in libreria a dare piacere (o estrema unzione?) al signor G.

I tre fratelli I. e tutti i loro fratellastri si guardarono… si scrutarono pietrificati per un tempo infinito; non avevano mai visto una donna così bella.

Tutti pensarono che tra le braccia (o tra le gambe) di una donna simile, avrebbero anche potuto morire. Questo unico pensiero sorse come un fiore dallo stelo turgido come un pene in ogni cervello degli innumerevoli fratelli I.

Questo pensiero era il terzo parametro fisso, dopo le teste pelate e i baffetti sottili sulle labbra disegnate a mano.

L’unico problema, e tutti se ne accorsero, stava nel fatto che un piccolo, ma denso, residuo di sostanza bianca non identificabile campeggiava al lato sinistro della bocca della donna.

 

 

 

Giuseppe Ceddia

 

Questo Natale #22: Sara Gamberini, Cosa vuoi tu se io voglio te

Parigi foto gm

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Cosa vuoi tu se io voglio te

 

Non sono più tornata dal dr. Lisi dopo le vacanze di Natale, l’ho lasciato così, scomparendo; il filo sottile che separa un abbaglio da una spiegazione logica delle sequenze razionali di un evento è, in assenza di cielo, un luogo infinitamente piccolo dove si annida il bene. Lo studio del dr. Lisi dava su una strada non troppo trafficata. Una via anonima che ospitava il negozio di un liutaio. Quando cercavo della poesia in quello che andavo facendo, mi fermavo a guardare le vetrine, pensavo a Kieślowski, a Haydn.
Usavo le soste per gestire alla perfezione la mia puntualità. Non volevo arrivare in anticipo né in ritardo. Dovevo suonare il campanello alle 14.30 in punto. In sala d’attesa stavo composta, non toccavo i giornali in modo che non mi si potesse giudicare in base a quello che leggevo. Nutrivo profonda riprovazione verso la moglie del dr. Lisi che posava  sul tavolo riviste come Donna moderna e Marie Claire, tra le poltroncine liberty e i vasi turchi scelti senz’altro dal mio analista. Rimanevo immobile sulla sedia perché non si pensasse che andavo a curiosare qua e là. Chi ti guarda?
L’idea che una telecamera sistemata in un angolo della sala d’attesa ci riprendesse si era consolidata in un piccolo delirio dai confini innocui. La credenza primi ‘900, i tappeti antichi e una microspia. Dopo pochi minuti di attesa, il dr. Lisi apriva la porta, mi faceva accomodare, corridoio buio, lettino. Una volta sdraiata, cercavo di muovere la testa il meno possibile – il mio analista interpretava anche i gesti –  sguardo fisso sulla stampa della cattedrale di Cremona.
“Tre passi avanti e due indietro, la psicoanalisi è un percorso lungo. Io vedo una continua progressione in lei. Si ricorda quando è arrivata qui? Non riusciva nemmeno a uscire di casa.”

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Questo Natale #21: Giulia Fazzi, NATALE ERA TANTO TEMPO FA

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

NATALE ERA TANTO TEMPO FA

A Natale papà metteva le luci colorate sull’abete davanti casa. Si vedeva dalla strada, anche nelle giornate di nebbia, sembrava un fantasma a luci intermittenti accanto al profilo fumoso della nostra vecchia casa, nella bassa.
Mamma e nonna passavano giorni interi a preparare la sfoglia per i tortellini, il ripieno, le tagliatelle, zampone e cotechino, le salse per il bollito e i tortelli fritti. La casa si riempiva di odori forti e pungenti che raggiungevano anche le nostre camere al primo piano.
C’era sempre la tovaglia migliore pronta per la cena della vigilia, piatti e bicchieri del servizio buono, tovaglioli piegati, candele accese sulla mensola del camino, le luci dell’albero, il bambinello nella mangiatoia. Tea pretendeva di mettere i pupazzetti dei Puffi in mezzo ai pastori e alle pecore e rubava sempre Gesù bambino per giocarci, facendomi arrabbiare tantissimo.
Vigilia e Natale erano per noi, per la nonna, per gli zii.
A Santo Stefano, invece, venivano i ragazzi.
Santo Stefano era per i sei fedelissimi di papà, i suoi soldatini. Arrivavano insieme poco prima di pranzo nei loro giubbotti imbottiti, lasciavano impronte di anfibi e scarponi nel corridoio d’ingresso, portavano in casa voci forti, pacche sulle spalle, grande venerazione per mio padre e quel clima di complicità maschile dal quale io e Tea e mamma e nonna eravamo escluse.
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Questo Natale #20: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Fonte Archivio online Corsera

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

 

Non mi pento di aver fatto il militare,

me ne pentirei se a militare non avessi

fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.

               Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.

Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.

               Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.

               Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.

               L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.

La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.

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Questo Natale #19: Stefano Domenichini, Cerca il Decumano

LupinIIIserie da animeclick.it

LupinIIIserie da animeclick.it

Cerca il Decumano

La velocità è sopravvalutata. Siamo d’accordo. Questo però non giustifica che uno, per fare quattrocento metri a piedi, ci metta quasi tre ore. In zona pedonale, tra l’altro. Va bene che è la Vigilia di Natale, ma il flusso è meccanico, ripetitivo: l’ennesima replica de Il Natale in città.

Penso ai cecchini. Sui tetti. Pronti a sparare a chi non incrementa con perseveranza il numero dei sacchetti.È un’idea. Se ci metti tre ore a fare quattrocento metri, il minimo che puoi pretendere è di arrivare in fondo alle cose. O il Natale si fa ogni quattro anni così, per farci respirare un po’, oppure piazziamo i cecchini per stimolare i cittadini a bassa carica consumistica.

Come nel tennis giocato nelle gabbie di vetro, la pallina è sempre buona: e pim c’è la crisi, e pam la ripresa, e pim i sacrifici e pam le riforme. È un gioco massacrante. Giochiamo da soli, ma completamente disciolti in un unico inconscio collettivo che ha come genitori soffocanti lo Sviluppo e la Paura. Per questo i cecchini ci starebbero bene, sarebbero un gesto d’amore di mamma e papà. Il cecchino che vigila sul culto del mercato è l’archetipo del limite, l‘unico che è rimasto: la morte.

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Questo Natale #16: Ginevra Lamberti, Uno scoiattolo volante sottilissimo

scoiattolo1

Uno scoiattolo volante sottilissimo

 

#1

Autobus // 07:50 // la ragazza seduta al mio fianco legge Cosmopolitan e si sofferma sui test.

La pagina di quello che vorrebbe appurare se tu in quanto femmina “Condividi troppo?” è decorata da fumetti esplicativi come “Sai cos’ho mangiato a pranzo?”/”La mia psichiatra dice che non so frenarmi”/”Ho fatto un sogno incredibile, ora te lo racconto”/”Oh no, è finito di nuovo il lubrificante”.

È quasi inverno, è quasi Natale, dopo breve permanenza in terraferma sto tornando al sicuro della laguna. Qui dentro, grazie alla densità dei passeggeri, c’è il tepore confortevole proprio delle mangiatoie. Ho trovato un posto a sedere e questo contribuisce a migliorare il mio umore. Tiro fuori dalla borsa il cellulare tecnologico, mio nuovo compagno dopo aver con amarezza mandato in pensione il suo predecessore, la fiera Torcia Con I Tasti. Approfitto della fortunata vicinanza con la ragazza di Cosmopolitan per trasformare la pagina del test in uno status brillante. Lo pubblico su Facebook e condivido su Twitter. Poi scrollo l’home page del mio Tumblr preferito, dove ci sono sempre immagini stupide che mi danno grandi soddisfazioni. L’unico problema è che quando fa molto caldo o molto freddo il suo curatore sente il bisogno di  rendere noto a tutti il fatto che si sente infoiato, e il mio Tumblr preferito diventa una raccolta di bei culi e grosse tette. In questo periodo è ancora abbastanza controllato. Scrollo la pagina e trovo un’immagine di Jessica Fletcher che mi piace troppo per lasciarla lì, dunque la condivido prima su Facebook e poi su Twitter. Twitter è un posto in cui non riesco ad inserirmi bene, ma lo tengo perché alla fine è simpatico e come sfondo ci ho messo un uomo travestito da banana.

Ho viaggiato tutta la notte su un’auto condivisa con sconosciuti. Si trattava di un passaggio trovato su un sito di passaggi. Negli ultimi tempi questo sistema è molto in voga anche a causa dei folli aumenti dei biglietti del treno, ed è strutturato in modo che tu possa decidere a chi chiedere uno strappo in base alle recensioni che ha ricevuto da altri utenti. Penso che sia una cosa bellissima, è come un autostop in cui paghi un contributo moderato per la benzina e non passi per il fastidio di rischiare di essere ucciso. Non ho dormito e quando non si dorme le cose sembrano più vicine nel tempo e nello spazio. Poche ore fa ero a Roma, in Piazza della Repubblica, ed era una splendida giornata di sole. Una splendida giornata di sole con lo sciopero totale dei mezzi. Ho atteso ore in quella piazza che finissero i cortei, calasse il giorno e arrivasse il mio passaggio condiviso.

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Questo Natale #15: Andrea Pomella, Maulberzius Uno

 

 

 

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

 Maulberzius Uno

 

 

 Legga attentamente questo foglio prima di usare Maulberzius Uno.

Conservi questo foglio. Potrebbe aver bisogno di leggerlo di nuovo.
Questo medicinale è stato prescritto per lei. Non lo dia ad altri. Per altri individui, questo medicinale potrebbe essere pericoloso, anche se i loro sintomi sono uguali ai suoi.
Maulberzius Uno è un antidepressivo appartenente a un gruppo di medicinali chiamati inibitori della ricaptazione della serotonina. Questo gruppo di medicinali è utilizzato per il trattamento della depressione. Si ritiene che le persone depresse come lei abbiano livelli più bassi di serotonina nel cervello. Non si conosce il modo in cui gli antidepressivi agiscono, tuttavia essi possono essere d’aiuto innalzando i livelli di serotonina nel cervello.
Maulberzius Uno è un trattamento per adulti affetti da depressione. E lei, caro amico, negli ultimi tempi ha imboccato una brutta china. È anche un trattamento per adulti con tendenza a evitare situazioni sociali. Un appropriato trattamento della depressione o dei disturbi ansiosi è importante per aiutarla a stare meglio. Se non trattata, la sua condizione può diventare più grave. Non vorrà mica ritrovarsi di nuovo come l’altro giorno, a girovagare per le vie del quartiere dove abita, dopo aver accompagnato suo figlio per l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, senza capire dove diavolo si trova, domandandosi di chi sia la macchina che sta guidando, e come facciano tutte quelle persone che vede in strada a vivere diligentemente dentro a una routine, mentre lei non riesce più nemmeno a stare comodo dentro a un paio di scarpe numero quarantasei.
Bene, allora faccia particolare attenzione con Maulberzius Uno

  • se utilizza altri medicinali che, assunti contemporaneamente a Maulberzius Uno, possono far aumentare il rischio di sviluppare sindrome serotoninergica;
  • se ha problemi agli occhi, come alcuni tipi di glaucoma;
  • se ha precedenti di pressione del sangue elevata;
  • se ha precedenti di problemi cardiaci;
  • se ha precedenti di crisi convulsive;
  • se ha una tendenza a sviluppare lividi o una tendenza a sanguinare facilmente (badi bene, non sto parlando per metafore, intendo sangue vero, corposo, purpureo sangue umano);
  • se qualcuno nella sua famiglia ha sofferto di mania o disturbo bipolare (suo padre la picchiava da bambino?);
  • se ha precedenti di comportamento aggressivo (lei, da bambino, picchiava suo padre?).

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Questo Natale #14: Giovanna Iorio, Il muschio

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IL MUSCHIO

 

Quell’anno non eravamo riusciti a trovare abbastanza muschio. Era la Vigilia di Natale  e tutto era pronto: le montagne di carta pesta, le cascate di stagnola, i rami, le casette di cartone, l’ovatta bianca. Mancava solo il muschio per il pascolo degli animali e i rifugi dei pastori. Volevamo uscire a cercarne ancora ma mia madre ci fermò ordinandoci di pulire tutto perché presto sarebbe stata pronta la cena.
Mio fratello non rispose, finimmo di sistemare e poi mi disse sottovoce:
– Andiamo.
Lo seguii su per le scale e, senza far rumore, lo vidi aprire la porta della soffitta. Mi faceva paura quella stanza e non ci ero mai entrata.  Ci ritrovammo in un luogo freddo e buio, senza pavimento né intonaco, pieno di cianfrusaglie e una finestrella priva di infissi dalla quale entravano il vento e l’ultima luce del giorno.
–  Ci scommetto che sul tetto c’è il muschio, – disse mio fratello. Mi indicò il passaggio angusto e poi aggiunse:  – Tocca a te andare a prenderlo,  io non ci passo.
Cominciò a battermi forte il cuore ma non dissi che avevo paura e che non volevo andarci.

Salii su una vecchia valigia e poi sulle sue spalle. Ero leggera, una bambina di sei anni con le ossa cave come gli uccelli che rischiava di volare via con una folata di vento. (altro…)

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

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Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

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