narrazioni

Una piccola curvatura – di Chiara Tripaldi

in the mood for love

Una piccola curvatura

di Chiara Tripaldi

Un cappotto rosso lungo fino quasi ai piedi di una giovane donna taglia diagonalmente il parco: raggiunge, con passo fermo, un uomo seduto su una panchina di fronte a un chiosco. Dell’uomo si vede solo il collo, leggermente robusto, con l’attaccatura dei capelli bassa da cui penzola il cappuccio di una felpa.
La giovane donna raggiunge l’uomo, gli si siede accanto e cominciano a parlare, i loro gesti sottintendono intimità, ma sempre temuta e respinta: è un continuo allontanarsi e avvicinarsi di corpi.
I loro sguardi si soffermano su piccoli dettagli, la manica di una giacca, la tazzina del caffè, i movimenti dell’uomo che lavora al chiosco di fronte a loro. La luce che filtra dagli alberi taglia la metà esatta dei loro visi, e, visti da quassù, sembrano coperti da due strane maschere.
Intorno a loro, due bambini, entrambi biondissimi, forse fratelli, si rincorrono, mentre i due ragazzi guardano verso di loro, sorridono e li indicano: un pretesto per non guardarsi negli occhi.
Non si vedono da tempo, un mese, un mese e mezzo forse, ma ora sono lì, in un piccolo parco di periferia, luogo abituale dei loro appuntamenti.
“Come stai?” dice lui, e sorride e gli occhi si stringono chiudendosi in maniera impercettibile, timida, come timido era lui, di fronte agli occhi enormi di lei, perennemente spalancati a scrutare quello che c’è intorno, e soprattutto lui, che anche se si vedevano poco, vedeva il suo viso ogni giorno, nella sua testa, quando prendeva il metrò, quando schiacciava il viso sui finestrini bagnati dalle gocce di pioggia, quando ordinava il cibo alla rosticceria cinese sotto l’università, insomma durante ogni singolo quotidiano insignificante gesto lui era lì. E allora come faceva a rispondere lei, a una domanda così semplice se loro due, assieme, non erano semplici per niente.
“Sto bene, sai, Roma non è una città facile, non come qui, dove c’è tutto sotto casa. Lì ci metto un’ora ad arrivare all’università, ma la facoltà sai, mi piace, è pieno di gente sveglia, facciamo lezioni stimolanti, e poi, sembra tutto moderno, e anche se è faticoso, e poi cerco casa, forse ho trovato una stanza da amici di amici…”
Il discorso di lei è concitato, come se dovesse fare entrare in un piccolo spazio tante, troppe parole e immagini e momenti che lui non vivrà mai, con lei. Le sue parole, è come se dovessero entrare in una scatola di fiammiferi, quelli corti, ma è il tipo di fiammiferi sbagliati, perché i suoi sono lunghi, come quelli con cui si accende il fuoco.
Lui ascolta, e sorride, a volte replica, ma soprattutto sorride, sembra che si goda quel fiume di parole come un bagno in mare quando fuori ci sono trenta gradi.
Ha un’escoriazione sulla fronte, una sull’avambraccio destro.
“Mi sto riprendendo, piano piano, dall’incidente…è andata che ero in motorino, e una macchina mi ha tagliato la strada, e sono caduto…ho un’anca che mi fa ancora parecchio male…”
E lei lo guarda, disarmata, per quell’impercettibile segnale di debolezza di fronte a lei, e lo vede, indifeso, e le viene l’istinto, quello maledetto che hanno tutte le donne, di proteggerlo, perché ha i cerotti, è stato steso a letto una settimana, perché ha bisogno di quell’aiuto che lei avrebbe voluto dargli tutti i giorni, e invece no.
Lui parla lentamente, sembra sempre perso chissà dove, come se i suoi discorsi non lo riguardassero, come se non fosse realmente lì.
“E quando sei a Roma dove vivi?”
“Dal mio ragazzo”
Tre parole. Preposizione, pronome, nome, le tre parole più difficili da pronunciare. Quattro mesi, aveva atteso, per dire che non era più solamente sua. Come se lui non ce l’avesse, una ragazza, e non fosse quella stessa ragazza per cui l’aveva lasciata, e poi continuata a cercare, sempre, e sempre a incontrare, a rincorrere, tendendo fra loro quel filo ormai diventato cappio.
Non facevano più l’amore da mesi, ma ogni incontro era come un lento preliminare, c’era uno sfiorarsi, un accarezzarsi, un annusarsi, che tanto valeva fare l’amore, che tanto così si tradiva lo stesso, liberarsi di tutta quell’energia che i loro corpi sprigionavano assieme, che rimaneva lì, in attesa di chissà quale atto di coraggio.
Un silenzio, e lei credeva di avere sentito distintamente un piccola curvatura nell’impassibilità placida di lui, un movimento del cuore, uno spasmo dello stomaco.
“Ah…e dove abita?”
Aveva affondato una piccola lama dentro l’orgoglio di lui. Questo non la faceva sentire né triste, né felice.  Si sentiva solo un po’ male, perché l’altro le piaceva, ci stava bene, ma lui c’era sempre, e lo stava anche accettando, di non poterlo eliminare, solo che, una piccola soddisfazione voleva prendersela, per quanto quella parte di cuore continuava ad andare dove le pareva.
“Abita al Nuovo Casilino, un po’ lontano dall’università, ma per ora…”
Stiamo parlando di niente Tommaso, e sembra che ci piaccia pure, stare qui a fare discorsi vaghi, e io nemmeno ti ho mai chiesto cosa faccia lei, né dove viva, a malapena l’ho intravista e tu nemmeno lo sai, eravamo al Link, io sulla balaustra, voi due in pista, vi ho spiati e ho spiato quel momento che insieme non abbiamo mai passato, quella socialità che non abbiamo mai avuto, perché noi stiamo assieme da soli e non abbiamo mai voluto nessun altro, e abbiamo continuato a fare le cinque del mattino a ballare, ognuno per conto proprio, nella sua vita reale, con gli amici, quelli che fanno i grafici, gli organizzatori di eventi, gli uffici stampa, e che il weekend vanno ai concerti e a ballare l’elettronica.
Io ho un ragazzo, e non riesco a dirtelo, perché mi piace darmi l’illusione che io sia sempre tua, ma dovevo trovare un modo per salvarmi, da una vita di briciole, di resti di tempo.
“Qual è il tuo gusto di gelato preferito?”
“Eh?”
“Il gelato, che gusto mangi più spesso. Tipo la stracciatella, la fragola, il cioccolato…”
“Mmm…non saprei. Il pistacchio, forse. Ma perché questa domanda? E’ un mese che non ci vediamo e mi parli di gelato…”
“Un mese e mezzo. E poi perché no? Perché non parliamo mai di niente di normale, di quotidiano, noi? Come se nelle nostre vite fosse solo importante la musica, e l’arte, e tutte le passioni che condividiamo e che ci hanno fatto evitare di guardarci dentro.”
Un’altra piccola curvatura della labbra, un accenno di fastidio, un movimento nervoso della testa, come a scuoterla in un “no”.
La verità è che non so risponderti. O forse si, ma per farlo dovrei ammettere la mia paura, la paura di quella piccola curvatura delle labbra, della vertigine uguale a quando dormendo sogni di cadere. Sono troppe le cose che non so di te. Ci penso spesso, e me le invento. Ci penso anche quando non dovrei, anche quando sono con Giulia e passeggio per il centro mano nella mano,  mi chiedo dove sei, cosa hai mangiato a pranzo, se leggi prima di addormentarti. Ma la verità è che lo sapessi, io non sarei più lo stesso, e non potrei fare più a meno di te, delle tue abitudini, e quella maledetta, minuscola curvatura diventerebbe una smorfia, a volte di felicità, a volte di dolore, come quando non si è più da soli.
E allora, uno sguardo all’orologio, scappo con una scusa e due baci sulla guancia, proprio accanto all’angolo delle labbra, e torno alla mia vita, a incrociarti nei pensieri.
 “Devo andare. Quando torni?”
“Fra due settimane.”
“Che cosa fai stasera?”
Non c’è stato incontro in cui tu non mi abbia fatto questa domanda.
“Resto a casa”
Ogni sera, da mesi, la stessa storia. Agnese saliva sul palco, e metteva in scena la sua vita. Tommaso era venuto, una sera, a vedere lo spettacolo e chissà se aveva capito, che quel monologo parlava di loro due. Le mancava il coraggio, e allora ogni sera lo recitava, davanti a una platea di sconosciuti, che forse, a forza di provarci, prima o poi ci sarebbe riuscita, a dirglielo.

[racconto già apparso qui.]

La foto è tratta dal film In the mood for love di Wong Kar Wai.

*

chiara tripaldi

Chiara Tripaldi è nata nel 1987; ha vissuto e vive tra la sua città, Udine, e Padova, Bologna, Milano. Si è laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi We want roses, but bread too. La questione femminile nelle lettere delle militanti di Lotta Continua (1974-1977) mentre ora frequenta un Master in Art Direction e Copywriting a Milano. Ha lavorato nell’ufficio stampa di alcune realtà culturali bolognesi, fra cui Biografilm Festival e RoBOt Festival ma anche alla Biennale Cinema di Venezia per l’Istituto Luce.