Narrativa

Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

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Antonio Paolacci, Piano Americano (un estratto)

Antonio Paolacci, Piano Americano, Morellini Editore 2017, €  14,90

 

[Esce oggi Piano Americano di Antonio Paolacci, un libro molto bello e al quale sono affezionato, libro di cui scriverò nelle prossime settimane. In accordo con l’autore pubblichiamo un estratto del libro.

Antonio Paolacci ed io, con Nicoletta Bernardi, presenteremo il libro da Open Milano il 19/10 alle ore 19,00. (gianni montieri)]

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[…] Ed è strano. Per certi aspetti, bellissimo. Decidere di abbandonare la scrittura è come riaffiorare da una lunga apnea ostinata. Mando tutto all’aria e, boom, rifiato subito.

La scrittura non mi porta più da nessuna parte, la vita fuori dalle pagine scritte invece sì. Ho pubblicato libri e racconti ed è stato sempre squallido confrontare la fatica del lavoro con il suo valore oggettivo, con il mondo esterno, con l’editoria da prodotto di massa, con il pubblico e la stampa. Stavo viaggiando in direzione dello spreco. Stavo lavorando da anni a un romanzo per niente: anni di lavoro che avrei lanciato ancora una volta nel vuoto pneumatico della comunicazione contemporanea.

Se fossi un personaggio americano, a questo punto della scena – cioè mentre me ne sto nel bagno a fumare da solo – direi allo specchio una frase precisa, una frase da personaggio americano. La frase: Ma andiamo, chi voglio prendere in giro? Frase che, per altro, in questa circostanza avrebbe anche un significato letterale, giacché prendere in giro è in qualche modo il rovescio inevitabile del fare narrativa: un’espressione calzante.

Perché il racconto – ogni racconto – è raggiro, è sempre presa in giro. In un’accezione positiva, se preferite, è il raggiro del prestigiatore, ma è pur sempre questo: l’opera di un artista che distoglie la vostra attenzione dal luogo in cui sarebbe visibile il trucco, in modo da mostrarvi una magia che voi sapete bene non essere affatto una magia. Ecco: ogni scrittura è in qualche misura trucco palese e trucco camuffato. E adesso lo vedo: posso vedere il raggiro di cui sono stato vittima io stesso. Per anni ho creduto che la narrativa potesse arrivare a essere un veicolo di verità autentiche proprio nel suo essere menzogna palese, bugia dichiarata. Allo stesso modo, per anni ho creduto che valesse la pena pagare per leggere, e quindi che si meritassero quattrini per scrivere. Ora so che tutte le regole sono saltate, che regna il caos, che scrivere non serve a niente.

La parola giusta è sollievo, una provvidenziale e rinvigorente sferzata. Poter vivere in riservatezza. Allontanare il fracasso e la fatica di esercitare questo mestiere mi assicura un futuro di ristoro e mi regala la condizione privilegiata di chi può abitare la realtà preoccupandosi solo di guadagnare denaro, vivaddio, e benessere, e conforto, senza dover più occupare il tempo cosiddetto libero a ingegnarsi ancora e ancora per questo niente fatto di incontri e strette di mano senza peso. Potrò dedicarmi ai piaceri, a nuove esperienze che non diventino per forza materiale letterario giacente. Potrò dedicarmi a mio figlio.

Dileguarmi – sottrarmi cioè alla necessità di mostrarmi per svolgere un lavoro mai retribuito a sufficienza – allarga poi anche le mie possibilità di benessere economico, dà spazio al molteplice, mi decentra e apre intorno al mio percorso diverse linee di fuga. La mia nuova identità sarà privata, in tutte le accezioni del termine, e finalmente ignorata senza dolore, e libera. Il mio sarà un atto politico, anche. Una rivoluzione contro il nostro tempo, il nostro tempo crivellato di ragionamenti, opinioni, storie raccontate da chiunque. Questo presente insopportabile, in cui tutti vogliono scrivere e nessuno ascoltare, ha annullato ogni necessità di contribuire al frastuono.

In un mondo di comunicazione ipertrofica, mi dico, è così che fanno i saggi: rintracciano spazi rarefatti e quieti in cui sparire. E fanno silenzio, perché il silenzio permette di assorbire, nutrirsi, farsi concavi e vuoti per includere, invece di aggiungere e aggiungere e aggiungere materiale al materiale esistente.

Quella che voglio abbracciare è la filosofia dell’uomo d’affari Norman Bombardini, il personaggio grottescamente bulimico de La scopa del sistema di David Foster Wallace, impegnato a prendere e non certo a dare, fino a compiere il passo estremo dell’accumulatore compulsivo occidentale: incorporare il mondo nella propria obesità senza limite: non aggiungere materiale, ma assorbirlo tutto, boccone dopo boccone, e infine inghiottire l’intero spazio esistente.

Scrivere, invece, non porta a niente. Si tratta di questo, piuttosto: offrire la propria fatica senza nessun tornaconto. Scrivere significa torcersi le budella, pensare molto intensamente, sempre, e osservare nel profondo, e riflettere troppo, e cambiare se stessi in un mondo che mai cambia. Scrivere è lottare ininterrottamente con la propria intelligenza, contro una stupidità imbattibile. Vuol dire imparare a dar voce a persone diverse, perché ogni persona è un mondo, ecco cosa si è obbligati a capire scrivendo: che la realtà tutta non è che un insieme di punti di vista e che ogni punto di vista, in quanto tale, è erroneo. Vuol dire toccare con mano, sentire in forma concreta, reale, quasi fisica, che da ultimo non esiste nessuna verità da difendere, che le risposte non sono che altre domande, poste sbagliate. La verità sfugge alla comprensione e le parole chiarificatrici sono l’illusione suprema. La retorica lo insegna. Tutte le frasi, anche le più nette e logiche, possono essere ribaltate e mantenere immutata una (sempre apparente) attendibilità. L’arte della parola è arte del sofisma, un inganno che sopravanza un inganno. E dunque, per rivendicare la mia identità, io posso solo opporre il silenzio al rumore, l’immobilità al potere coercitivo, togliermi l’ovatta dalle orecchie e ficcarmela in bocca.

È il passo ultimo dello scrittore, il passo più maturo dell’artista, è il recupero dello Stile assoluto, la più alta forma di eleganza artistica: togliersi dai coglioni.

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© Antonio Paolacci

 

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

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Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

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Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole

Erika Bianchi, Il contrario delle lucertole, Giunti 2017, euro 16,00

Parto da una considerazione lontana.
Io sono sempre assai arrabbiata quando, e capita spesso, uno dei miei alunni si lascia scappare il finale di un libro o di una saga che in qualche modo riguarda o può riguardare i suoi compagni di classe. Il mostro dello spoiler, che abbiamo imparato a temere nella febbrile ricerca di un episodio ancora non doppiato della nostra serie televisiva oppure, i più raffinati di noi, nella tentazione di andare a spulciare la parola conclusiva di un libro temendo che sia la parola fatale. Ma come, protesta a quel punto il mio alunno: non conosciamo il finale de I promessi sposi e lo leggiamo comunque? Non sappiamo che alla fine della sua prima tappa Dante uscirà a riveder le stelle?
C’è una realtà, a quel punto, che non possiedo gli strumenti per spiegare: qualcosa che fa sì che il danno non sia paragonabile al finale rivelato di Assassinio sull’Orient Express ma che comunque sposta gli equilibri, modifica le percezioni, chiede che l’attenzione si tenga desta in una maniera che prescinde dalla volontà di farsi trascinare dal racconto, di sapere cosa accade.
Non tutti i libri, ecco cosa vorrei dire, sono calibrati per questo.
Tutto ciò per dire: Il contrario delle lucertole (Erika Bianchi, Giunti 2017) è perfettamente calibrato per questo, e ci riesce con maestria. (altro…)

Joyce Carol Oates, I ricchi

Joyce Carol Oates, I ricchi (traduzione di Bosetti, Gorla, Pieretti, Reggiani)
Il Saggiatore, 2017; € 18,00, ebook € 8,99

 

Ho a lungo pensato di scrivere un unico pezzo dopo che avessi letto tutti e quattro i romanzi di Epopea americana, di Joyce Carol Oates e pubblicati da Il Saggiatore; ma dopo aver riflettuto ho deciso di scriverne libro dopo libro, trattandosi di quattro storie autonome, così come le ha immaginate Oates. Quattro storie che raccontano l’America, una certa America, certi anni e certe famiglie, ma tra loro profondamente diverse; il punto è in comune è l’America, il punto in comune è il tratto dei protagonisti, il punto in comune è quel genio di Joyce Carol Oates. Comincio, perciò, dal primo che ho letto: I ricchi, che è il secondo romanzo della quadrilogia (gli altri tre sono Il giardino delle delizie, Loro e Il paese delle meraviglie).

Ci trasformiamo in persone di mezza età senza troppa fatica e, da silenziosi che eravamo durante l’infanzia, con la vecchiaia iniziamo a fare un sacco di storie: per il cibo, per le correnti d’aria in arrivo da finestre solo apparentemente chiuse e per i tempi che cambiano.

Questa frase è qui per far capire subito il passo di scrittura che tiene Oates, il ritmo, la scelta dei termini; noi di questa frase percepiamo perfino il suono, ne vediamo il colore. Oates scrive così, non ha eguali, la sua arma migliore non è la dolcezza, la sua arma migliore è la precisione. Con quell’arma può permettersi qualunque carezza, qualunque delitto. La prosa di Oates è come un colpo di fucile sparato da non troppo lontano, da un tiratore fenomenale, non c’è modo di non essere colpiti, non c’è modo di scamparla. E non scamparla significa entrare con lei nel cuore delle cose, guardare l’America – nel caso di questi romanzi – attraverso ogni fessura, muovendosi di spigolo in spigolo; significa passare attraverso le apparenze, significa guardare sotto il tappeto, sotto un tappeto di lusso. Significa far luce con un candelabro pregiato, significa descrivere uno stato d’animo soltanto facendo scendere uno dei personaggi principali da una Cadilllac gialla.

È come guardare la luce di stelle che non ci sono più, che hanno abbandonato le loro orbite misteriose o sono esplose tramutandosi in polvere. L’universo è incrostato della polvere di cose che non sono più qui con noi.

Il narratore di questo libro è Richard, detto Dickie. Il modo che leggeremo è quello del memoir. Richard è molto deciso e netto fin dalle prime parole. Ci fa capire che qualcosa è accaduto durante la sua infanzia, qualcosa di grave: un delitto. Noi lettori non sappiamo che tipo di delitto possa aver commesso un bambino poco più che decenne, ma sappiamo – Oates ce ne convince – che un bambino può essere capace di commettere atti orribili se orribile è il mondo che lo circonda. Se orribile è ciò che lui percepisce. (altro…)

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.

Carlo Levi, Il contadino e l’orologio

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

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Vito Bonito, Odio l’estate (da Versodove n. 19)

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Nel tuo silenzio io mi perdo

D’estate aumentano vertiginosamente le preghiere non esaudite.
Ci chiediamo perché. Ma cercare una risposta che soddisfi la nostra strenua e sì aguta interrogazione è cosa vana: sotto il sole di fine luglio le risposte muoiono come uccellini dentro una vertigine di luce.
Allo stesso modo e con la stessa irragionevole esattezza gli uccellini medesimi chiedono al vento perché noi ci poniamo simili domande.
Tace il vento (caldo dell’estate): sulle ossa, sulle tamerici, tra le luci e le feci, sulla nostra demenza, sulla stupida favola della nostra impotenza.

Il vento piange, piangono gli uccellini incantati, piangono i preganti, gli astanti, piange pure il telefono – ormai amico estinto di giorni perduti.

*

A casa i vivi non ritornano più.
Nei letti dei bambini sussurra la cenere: su su su, è ora di andare – noi siamo la cenere, un muover di ciglia e il vuoto che dentro ci pispiglia, siamo il pappo e il dindi, il quinci e il quindi, specie segnata, caligine affannata.

 *

E così, dopo aver comprato Il libro contro la morte di Canetti, lo guardo – chiuso in sé. Nel paradosso di un libro finito dalla morte stessa.
Ma l’amico Jonny Costantino mi porge, dentro una conversazione pomeridiana, una fulminante sentenza che l’autore di Auto da fé scrisse per la nascita della figlia. Ma sfogliando il libro, mi accorgo dell’aforisma successivo:

 

O bambina mia, bambina mia, per quanto tempo ancora potrò essere tuo padre?

Non ho di che lamentarmi perché sono riuscito a conoscerti. Ho assistito ai tuoi primi passi e udito le tue prime parole. Nemmeno questi passi e queste parole ho meritato, non ho meritato nulla perché non ho preservato nessuno dalla morte…

*

Sotto il sole di fine luglio
tornando a casa
mi accorgo che

gira il mondo gira
nello spazio senza fine
nella gioia e nel dolore
nello spasimo biancore

il mondo
non si è fermato mai un momento
la notte insegue sempre il giorno

e se il giorno è solo un girotondo
la morte non è affatto il piatto forte

semmai proprio il suo contorno.

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© Vito Bonito

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Versodove n. 19, settembre 2017, sommario:

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La prima presentazione di Versodove n. 19, sarà a PordenoneLegge domenica 17 settembre alle 0re 15,00

David Costantine, La biografia

David Costantine, La biografia, traduzione di Nicola Manuppelli, Nutrimenti 2017; € 17,00

 

Katrin sposta un piccolo tavolo in legno di pino sotto la finestra, apre il taccuino, prende la penna e fissa lo sguardo oltre il villaggio e il fiume, verso la strada che si sta facendo silenziosa. Dopo un po’, si concentra e inizia a scrivere.

Eric muore, muore piano, muore dolcemente, muore a casa, nella bella casa che divide con sua moglie Katrin. La seconda moglie, una studiosa, una biografa.

Katrin è impeccabile anche il giorno del funerale, invita tutti quelli che Eric avrebbe voluto ci fossero. Gli amici più cari come Daniel, il grande amore giovane che è Monique, la sua ex-moglie (che non verrà), il figlio di Eric, suo fratello. Katrin è dolce e gentile con tutti, fino alla fine, fino a quando tutti andranno via. Poi arriva il silenzio, il sole che cala, la casa vuota, un dolore che è anche fisico e un altro dolore più grande che si insinua piano piano fino a esplodere. Un dolore che è mancanza, assenza: che è non poter più condividere, che è un racconto mancato. Una parola non detta a tempo, un pezzo di formaggio, un libro non letto, una passeggiata non fatta.

Katrin è stata la compagna di vita di Eric negli ultimi vent’anni, anni molto belli, anni felici. Katrin ricostruisce le vite per mestiere, vite particolari, personaggi che avrebbero potuto essere e non sono stati, eccentrici, originali ma mai sfiorati dal vero talento, oppure – peggio ancora – con un talento non riconosciuto, oppure minimo, annullato da un talento più grande: un poeta geniale che viveva nella stessa epoca, un musicista più bravo. Katrin decide di ricostruire il pezzo di vita di Eric venuto molto prima di lei, il pezzo che non le è stato raccontato, tenterà così di colmare una distanza attraverso la conoscenza. Forse sarà una battaglia, forse non servirà a lenire il dolore ma è l’unica cosa che Katrin è in grado di fare.

Si metterà a scrivere, parlerà con Daniel degli anni degli studi, e gli anni di Parigi ovvero quelli di Monique. Monique un grande amore di gioventù, rimasto intatto forse perché finito presto ma che è stato fuoco nel poco che è durato. Monique e Daniel e un vecchio baule colmo di lettere aperte e non aperte, di cartoline e francobolli saranno la guida di Katrin.

David Constantine è un bravissimo romanziere (ed è pure fine traduttore) e ha scritto una storia molto intima con la giusta delicatezza, quasi mai eccede, in alcuni può ricordare la sobrietà di McEwan soprattutto attraverso l’acume dei personaggi che hanno sempre il giusto pensiero, la giusta intuizione, sanno scegliere il tempo dell’abbraccio e quello per andarsene. Persone illuminate dotate di grande intelligenza e di umanità, come accade nei romanzi di McEwan, anche per questo di Costantine ci si domanda se gente così disposta alla comprensione ad accostarsi al dolore dell’altro esista sul serio; ma è solo un pensiero che accompagna una lettura molto godibile. Per tutto il tempo staremo dalla parte di Katrin, vogliamo che riesca anche se non capiamo fino in fondo a fare cosa. Il dolore non passa, nemmeno così, ma forse lo si comprende. Katrin per ogni anno all’indietro che percorre scopre qualcosa di più sull’amore che prova, saprà alla fine – forse – ancora di più di aver amato la persona giusta.

Un romanzo che è una storia d’amore ma che è anche un metodo di lavoro, mentre leggiamo non possiamo non pensare al lavoro degli storici, dei biografi, di chi ricostruisce le vite passate per farcele conoscere e farci conoscere, così, attraverso il passato, qualcosa di noi.

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© Gianni Montieri

 

 

Martino Baldi: IL CASO “WITOLD WYCISK”

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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[quarto e ultimo di quattro racconti (Qui il primo) (Qui il secondo) (Qui il terzo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Forse qualcuno fra i lettori più anziani ricorderà, seppure a stento o con vaghezza, quello che a suo tempo fu un caso eclatante. Dubito invece che i più giovani ne abbiano sentito parlare, se non da un arrugginito nonno in vena di sconclusionate memorie. Nel qual caso, di sicuro non gli avranno creduto. Non posso certo negare che l’episodio sia tra i più singolari che io rammenti; ma se, come spero, mi avete finora ritenuto degno della vostra fiducia, le mie parole vi siano ancora una volta di garanzia. Witold Wycisk fu il primo allenatore polacco a trovare impiego in Italia. Dove Basilio Scapinelli lo avesse pescato rimane uno dei tanti piccoli misteri che hanno contribuito a generare intorno all’allora patròn del Torino l’aura mitica di “mago del mercato”. Arrivò in Italia tra lo scetticismo generale, soltanto la sera precedente all’inizio della preparazione in altura, direttamente nella sede del ritiro granata, a Dobbiaco. Alto e filiforme; un cranio senza incavità e scintillante di perfetta calvizie; sotto folte ciglia, due occhi spiritati spesso nascosti da scurissimi occhiali da sole; perennemente in bilico tra le sottilissime labbra, un mozzicone di sigaro mai acceso. Se non fosse stato per l’abbigliamento trascurato, lo si sarebbe detto proveniente da un altro pianeta o dal futuro. Anche per le disusate concezioni, che esprimeva per brevi motti, con quella nota concinnitas che l’italiano acquista sulla bocca degli europei dell’Est, quasi vi ritrovi il rigore e la saggezza del passato. Così a chi lo accusava di irresponsabilità per aver accettato di allenare atleti che non conosceva contro avversari altrettanto sconosciuti, rispose una volta per tutte: «Se tu capisci aritmetica, numeri non sono ostacolo». E al giornalista che cercava di addentrarsi in un’improbabile conversazione tecnico-tattica: «Nostra unica strategia è giocare esatti». Ben oltre gli aspetti quasi folcloristici del personaggio, Witold Wycisk si dimostrò subito un preparatore piuttosto anomalo.

Già dopo pochi giorni del ritiro pre-stagionale, mezza Italia guardava stupita (e sghignazzante) alle sue innovazioni. Costrinse la società ad assumere un ipnotista di sua fiducia; sottoponeva quotidianamente gli atleti a lunghe lezioni di matematica e logica di prima mattina, oltreché a estenuanti tornei serali di scacchi, durante i quali passeggiava tra i tavoli, sussurrando ai giocatori «errore più grande è non approfittare di errore di avversario», «ogni volta che avversario muove, avversario fa errore» e sentenze affini. Dopo i primi incontri amichevoli molti avevano già smesso di sghignazzare. Il Torino sembrava non avere avversari all’altezza. «Calcio d’Agosto…» borbottavano altezzosamente alla radio i giornalisti milanesi e romani. Ma in Settembre cominciò il campionato e le cose non cambiarono: il Torino dominava. La sua difesa era impenetrabile, il contropiede fulmineo. Le prime tre partite furono altrettante vittorie, senza che il portiere Coppola fosse mai impegnato.

Dopo nove domeniche di gioco, nove erano le vittorie. Al termine del girone d’andata la squadra di Scapinelli aveva conosciuto solo successi e la porta granata era ancora inviolata. I punti di vantaggio sulla seconda in classifica erano già dodici. Non diversamente le cose andavano in Coppa Italia e in Coppa dei Campioni. Witold Wycisk era il più frequentato degli argomenti nei rotocalchi e ormai anche nelle terze pagine dei quotidiani. Pur cercando di apparire in pubblico il meno possibile e nonostante evitasse ormai sistematicamente le interviste, il suo nome e il suo volto erano ovunque. Si interpretavano i suoi gesti, gli sguardi, i silenzi. Alla sesta giornata del girone di ritorno, il Torino aveva già matematicamente conquistato il titolo di campione d’Italia. Dopo le grandiose celebrazioni i toni pian piano si smorzarono e, come è ovvio, l’interesse dei media per il campionato e per Wycisk venne progressivamente scemando. Con la sua consueta perspicacia, fu Emilio Franceschi, al ritorno da un viaggio in Inghilterra, a rinvigorire di nuovo, e clamorosamente, la curiosità intorno all’allenatore polacco. In un elzeviro stranamente tonitruante, intitolato Identici!, il calligrafista riportava quanto aveva scoperto durante il soggiorno londinese. C’è da sapere che la locale squadra di football del Chelsea, che stava dominando la Premier League, era guidata per la prima volta da un allenatore polacco. Di lui non si sapeva come the owner, il proprietario, il celebre banchiere e collezionista d’arte Nathaniel Hallward, l’avesse scoperto e ingaggiato.

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Martino Baldi, Il sogno di Mou Ping Ho

Mou Ping Ho 01, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

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Il sogno di Mou Ping Ho, da “Il libro delle leggende degli Otto Immortali”

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[terzo di quattro racconti (Qui il primo) e (Qui il secondo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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L’Immortale Han Chen Lo intraprese un giorno in perfetta solitudine un lungo viaggio di studio sulle tracce dei più promettenti allenatori delle grandi montagne del Nord, da cui giungevano sulle rive meridionali notizie di risultati sempre più stupefacenti. Han Chen Lo era a quel tempo, e già da molti anni, il grande maestro riconosciuto degli allenatori della regione dei mari meridionali, nonché grande alchemico e inventore della pozione dell’immortalità, grazie al quale aveva, per esempio, allungato a dismisura la carriera di alcuni dei maggiori calciatori dell’epoca, di cui non staremo qui a dire ma tra i quali si ricordi almeno l’inesauribile Tsa Neht Ti. Una sera, sull’imbrunire, di ritorno da una partita a cui aveva assistito nello stadio della vecchia capitale Ch’ang Mi Lan, si fermò a passare la notte in una grande locanda lungo la strada maggiore, dove erano solite soggiornare le squadre in trasferta e che per questo era diventata per lui, nel corso della sua lunga carriera, quasi una seconda casa. Non dovendo sottostare al rigido protocollo delle trasferte ufficiali, quella sera Han Chen Lo, invece di ritirarsi di buona ora nella sua camera, si trattenne a lungo nella taverna a riflettere su quanto di meraviglioso aveva veduto nel pomeriggio, naturalmente senza esimersi dal consumare lentamente, come da abitudine, una pingue cena a base dei più svariati tipi di carne e di pesce, nonché di molteplici contorni e condimenti. La frugalità non era mai stata il suo forte.

Dopo cena, immerso nel riordino degli appunti che aveva forsennatamente preso nel corso della partita, nella taverna Han Chen Lo perse per diverse ore coscienza dello spazio e del tempo. Era già passato di molto il momento in cui il numero che indica le ore, fattosi prima nullo e poi subito piccolissimo, comincia di nuovo a crescere, quando sollevò gli occhi. Il suo tavolo era completamente coperto da un disordine di matite e fogli con sopra nomi, brevi frasi e disegni (si trattava perlopiù di piccoli cerchietti e di frecce dritte, curve, incrociate…). I fogli lambivano pericolosamente anche la candela del contenitore di terracotta in cui continuava a sobbollire pacatamente il vino caldo e speziato; quante ne aveva nel frattempo consumate e sostituite, senza nemmeno pensarci? La sala era quasi completamente vuota. Soltanto un altra sagoma si individuava a fatica, seduta nell’angolo opposto al suo, e Han Chen Lo ebbe subito l’immediata percezione che quell’ombra misteriosa fosse lì proprio per lui e che lo stesse fissando dalla penombra in cui si era avvolto. Fu quindi assolutamente naturale vedere lo sconosciuto alzarsi, attraversare la sala buia e sedersi di fronte a lui dopo aver chiesto il permesso con un gesto muto del volto, ma più come se volesse accertarsi che era giunta l’ora di rispettare un appuntamento già fissato o, meglio, di dar seguito a cose già scritte nel libro del destino. Han Chen Lo riconobbe subito nelle sembianze dell’altro forestiero quelle di Mou Ping Ho. Nel pomeriggio dalle tribune dello Shan Shir aveva assistito al suo trionfo. Gli aveva visto compiere gesta che ne rivelavano l’indubbio genio.

Nel corso della partita, la più importante dell’anno, Mou Ping Ho aveva cominciato schierando i giocatori secondo un modulo tradizionale ma poi, di azione in azione, aveva ripetutamente spostato i centrali sulle ali e le ali al centro, aveva motivato gli attaccanti a difendere e i difensori ad attaccare, il tutto con la complicità infallibile dei centrocampisti; aveva preparato il portiere a spiccare il volo e indotto gli arbitri a prendere decisioni a suo favore con un lungo lavoro psicologico iniziato già nel corso della settimana. Quell’uomo, pensò subito Han Chen Lo, conosceva i segreti della esattezza e della verità, eppure c’era qualcosa in lui che lo teneva lontano dalla Via. E così ogni volta egli confermava con un’invenzione o un gesto la sua sapienza e allo stesso tempo ne mostrava il lato oscuro. Questa stessa cosa accadde nei primi momenti di quella conversazione notturna, dei cui dettagli non ci è dato sapere alcunché, salvo che fu chiarissimo molto presto a Han Chen Lo quale fosse la situazione spirituale del suo interlocutore: Mou Ping Ho era uno spirito eletto e destinato senz’altro all’immortalità ma la sua preparazione meticolosa e pressoché perfetta era ancora troppo ancorata ai testi classici confuciani e ai loro rigidi protocolli e sistemi di valutazione. Il motivo per cui non riusciva a liberarsene era evidentemente che, troppo abbagliato dalla sete di gloria, non poteva considerare con la giusta profondità gli aspetti metafisici della propria disciplina.

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Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

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Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

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#PoEstateSilva #35: Franco “Bifo” Berardi, Massimiliano Geraci, da Morte ai vecchi

“Vecchio isterico”, pensò Luca Ferenczi montando sul suo bolide. “Chi si crede di essere questo stronzo? E che mi importa di lui in fondo? Troverò un altro modo per risolvere questo problema.”
Doveva concentrarsi su quell’urgenza maledetta, sull’imprevista piega che aveva preso il suo lavoro, la sua creazione, la sua impresa. Avrebbe voluto creare un congegno di facilitazione universale dell’empatia – che ne sapeva lui di empatia? – ed ecco che si trovava a fare i conti con un impulso assassino che si muoveva come un’onda, come un’epidemia. Cento volte aveva controllato il programma, linea per linea, protocollo dopo protocollo.
Nessun errore di codificazione ma un persistente disturbo nella trasmissione. Come se una traccia della vibrazione luminosa proveniente da Federica fosse rimasta impigliata nell’infosfera. Come se qualcuno avesse aperto uno spiraglio all’imprevisto, al sabotaggio, ma chi?
Pensò alla radiazione cosmica di fondo, il primo assordante vagito dell’universo, che ancora oggi i radiotelescopi continuano a captare dopo miliardi di anni. Mentre la sua Ducati accompagnava le curve che costeggiano il fiume, il fantasma di Federica lo inseguiva confondendogli la vista con tutti quei suoi veli svolazzanti. La testa chiusa in un casco avvolgente, i pensieri serrati in quella prigione nera e gialla con la visiera abbassata, Luca correva nel vento. Il vento doveva essere forte a giudicare dal frustare dei rami, ma nello spazio chiuso del casco nero e giallo il vento non era ammesso. E nemmeno la luce pensava Luca. Sbagliando. (altro…)