Narrativa

Elisabetta Meccariello, False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

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La Donna che viveva nei muri non aveva una bella cera. Un incarnato smorto, smunto, sparuto. Eppure Lei si sentiva benissimo. – Mai stata meglio, diceva. – Eppure dovresti fare un controllo, almeno un paio di analisi del sangue, adesso puoi prenotarle on-line senza fare la fila all’ospedale, c’è solo un modulo da compilare, è facile, è veloce, le rispondevano. La Donna che viveva nei muri non sentiva ragioni. Lei si sentiva benissimo. – Il problema non è l’incarnato, è più una questione di spazi. Qui è tutto così angusto. Dovrei rinnovare almeno l’intonaco. Qui è tutto così sciupato. Qui tutto cade a pezzi. – Potresti almeno fare un minimo di attività fisica. Una passeggiata, una camminata a passo sostenuto. L’aria fresca è sempre salutare.

La Donna che viveva nei muri sorrideva. Sorrideva sempre all’idea di uscire dai muri. Aveva un sorriso quasi beffardo, ti guardava dritto negli occhi, ti indagava, ti penetrava, indovinava tutto di te e tu potevi solo abbassare lo sguardo, vergognandoti per qualcosa che forse avevi fatto o che un giorno forse avresti fatto. Lei lo sapeva già. – È il potere della malta, diceva, ci lega, inevitabilmente. E poi c’è l’acqua, quella si sa, penetra ovunque. Sorrideva e ti guardava fisso. E sapeva tutto. Ma non sarebbe mai uscita dai suoi muri. Un giorno, forse, (diceva), ma non saresti vissuto abbastanza per vederlo con i tuoi occhi. La Donna che viveva nei muri però era una persona su cui potevi sempre contare. Di quelle presenti, inamovibili. Di quelle che ti sostengono, che ti proteggono dalle intemperie. Non si tirava mai indietro. Resisteva a qualsiasi sollecitazione. Potevi chiederle qualsiasi cosa perché Lei aveva sempre una risposta. Perché Lei aveva una struttura, un peso, quello spessore che ti faceva interrogare sul tuo posto nel mondo, sul contributo che tu, nel tuo piccolo, avresti potuto dare agli altri. Eppure anche Lei aveva un punto debole, una fragilità. Una crepa invisibile, nascosta, camuffata da toppe di intonaco. Occultava perfettamente le sue mancanze, le sue insicurezze. Si armava di travi e tramezzi. Poi la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Ma la mattina, al risveglio, tutto era quieto, silenzioso. E quel rigagnolo cos’è, ti interrogavi, sarà solo un po’ di umidità. Succede nelle case vecchie. Tu non riuscivi a capirla. Mai.

Non intuivi che il suo rendersi impermeabile era soltanto una finzione. E ti faceva incazzare, eccome se ti faceva incazzare. Ti avvicinavi a Lei urlando di rabbia e angoscia. Lei ti guardava, immobile, implacabile, senza risponderti. Sembrava che nulla riuscisse a scalfirla. E con il suo sguardo ti immobilizzava, ti guardavi e il cemento era già arrivato alle ginocchia. Allora il sangue ti saliva al cervello, la bile ti iniettava gli occhi offuscandoti la vista e in quel momento, un istante, forse due, affondavi il coltello con qualche bestialità che si era rintanata sotto la vena della tempia e che adesso era esplosa sporcando tutto di amarezza. E le macchie di amarezza non se ne vanno. Puoi usare qualsiasi detersivo, qualsiasi additivo miracoloso ma restano lì per ricordarti quanto misera può essere la natura umana. Volevi solo finirla, distruggerla, rinfacciarle la sua sordità, la sua cecità, la sua mancanza di empatia. Volevi portarla via con la forza da quei muri, levarle i laterizi dai capelli, l’argilla dalla gola. E guardarla, finalmente, per quella che era. E quando credevi di avercela fatta, di averla annientata, di aver dimostrato la tua superiorità Lei prendeva i tuoi tizzoni ardenti e ci soffiava sopra, come se fossero le candeline del suo undicesimo compleanno. Tu non riuscivi a capirla. Mai. Eppure non potevi fare a meno di Lei.

La Donna che viveva nei muri era la tua fortezza. E Lei. Lei la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Una disperazione che la mattina si sarebbe rappresa, condensata, nascondendo tutte le crepe, camuffando tutti i dissapori. Ma tu non saresti vissuto abbastanza per comprenderlo.

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© Elisabetta Meccariello

 

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 1: Asino

fonte: nonpsrecare.it

Bestiario n. 1: Asino

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Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.

L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.

Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.

Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.

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© Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

Paola Ronco, Nellie Bly

fonte: Archivio Roncacci

 Nellie Bly, La donna che cambiò la storia del giornalismo mondiale

di Paola Ronco

È il gennaio del 1885, e sul Pittsburgh Dispatch compare un infiammato editoriale firmato da Erasmus Wilson: A cosa servono le ragazze (What girls are good for). Nell’articolo, una delle penne di punta del quotidiano lamenta il moderno flagello di queste donne che pretendono di studiare, andare a lavorare e crearsi una carriera, quando invece il loro ruolo naturale sarebbe quello di badare alla casa e ai figli. L’argomento non è nuovo, e continuerà a non esserlo negli anni a venire, ma è certo di quelli in grado di suscitare in uguale misura proteste, risate e adesioni. Tra le molteplici reazioni, il direttore George Madden legge con curiosità e ammirazione una lettera scritta da una certa ‘Orfanella Solitaria’; malgrado la firma, è talmente ammirato dalla prosa indignata e fluente da convincersi che si tratti, ehm, di un uomo, e subito scrive per offrirgli un posto al giornale. Gli si presenta davanti una giovane di ventun anni, molto bella e molto agguerrita, pronta ad accettare il lavoro con entusiasmo; il suo nome è Elizabeth Jane Cochran, e sono abbastanza certa che il loro dialogo sia andato più o meno così.

“Orfanella Solitaria?”
“Già. Mio padre è morto presto, e io devo aiutare mia madre e i miei fratelli.”
“Ma lei è una ragazza.”
“In effetti sì. Altrimenti avrei scritto Orfanello.”
“Allora non posso darle il lavoro.”
“E perché mai? Ho scritto io quella lettera che le è piaciuta.”
“Ma le ragazze perbene non fanno le giornaliste, suvvia.”
“Quindi lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson?”
“Non ho detto questo.”
“Mi metta alla prova e vedrà.”
“Dovrà trovarsi uno pseudonimo. Questo non è un mestiere per signore.”
“D’accordo. Mi farò chiamare Nellie Bly, come nella canzone.”
“E va bene, ci serve giusto qualcuno che vada alla gara di giardinaggio questo sabato.”
“Cosa? No.”
“Preferisce la moda? O le serate mondane?”
“Che noia. Io voglio scrivere della vita vera.”
“Ma non si è mai visto, suvvia.”
“Insomma, lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson.”
“E va bene, accidenti. Comincia domani.”

Nellie Bly scrive bene, fa nomi e cognomi, non ha paura di niente; parla di operaie sfruttate, di lavoro minorile, di salari. Inevitabile che per lei, insieme alla notorietà, arrivino anche i guai. Tra i finanziatori del giornale si contano molti industriali di Pittsburgh, che leggono con crescente fastidio le sue inchieste circostanziate e minacciano il direttore di chiudere i rubinetti se quella donna continuerà a intromettersi. Preoccupato, George Madden corre ai ripari e sposta Nellie Bly al giardinaggio; per tutta risposta, lei consegna il suo articolo, su qualche dama vincitrice del premio per il miglior roseto fiorito, insieme a una lettera di dimissioni.

La ritroviamo nientemeno che in Messico, impegnata in un viaggio che la trasforma in corrispondente estera. I suoi articoli vengono sempre pubblicati sul Pittsburgh Dipatch, e il direttore tira un respiro di sollievo nel notare che la sua reporter ha ripiegato sulla dimensione innocua dei reportage di viaggio. Dura poco, però. Dopo circa sei mesi dalla sua partenza, esce un articolo che racconta come il presidente messicano Porfirio Diaz abbia fatto incarcerare un giornalista dissidente. Da lì all’espulsione dietro minaccia di arresto il passo è brevissimo.

“E così si è messa di nuovo nei guai, eh?”
“Ho scritto la verità, che altro potevo fare?”
“Nellie, io la riprendo a lavorare con me, ma lei sa dove, vero?”
“Di nuovo al giardinaggio? No.”
“Nellie.”
“Me ne vado.”
“Ma dove?”
“A New York. Sentirà presto parlare di me.”
“Non ne dubito.”

Ci va davvero, e bussa alla porta del The New York World, il giornale di un uomo che per i talenti ha un fiuto particolare, e che infatti la prende subito: Joseph Pulitzer.

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Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto

Una frase lunga un libro #94: Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto, Giunti 2017; € 16,00, ebook € 9,99

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«Papà, c’è un grande fiume in questa storia.»
«Più grande del fiumeterra dei nonni?»
«No, più grande di quello non ce n’è.»

Se mi tornassi questa sera accanto è il primo verso di una meravigliosa poesia di Alfonso Gatto, immenso poeta, che è molto caro a Carmen Pellegrino, l’intera poesia è posta – e non potrebbe essere altrimenti – come esergo al romanzo, uscito qualche giorno fa. Quel verso suona come un richiamo, una speranza, una preghiera, una nostalgia, un’invocazione, una malinconia; suona come suona un ricordo appena palesato, perché si cerca chi è lontano o chi non è più quando si compie un ricordo. E il ricordo non è sempre verità, e il ricordo è sempre realistico. Certe volte il ricordo è tutto. Il ricordo ci riporta indietro, e quell’indietro diventa adesso. Il ricordo crea qualcosa che non è mai esistito in realtà, e quella mancata esistenza è tutto. Questo è uno dei preziosi equilibri su cui si regge questo romanzo.

Due anni fa, eravamo anche allora a marzo, scrivevo del primo romanzo di Pellegrino, Cade la terra (Giunti 2015), e nella prima parte facevo una considerazione: Carmen Pellegrino mi ricordava che si continua a rimanere legati ai morti (concetto caro a Giovanni Raboni), a come questi non se ne vadano, e restino in qualche modo nelle case, nei pensieri che a loro mandiamo, nei gesti che facciamo e che abbiamo imparato da loro. Restano anche negli oggetti che gli sono appartenuti, e spostarne  uno non è mai soltanto il movimento di una persona. È bello quando i libri ti insegnano o ti ricordano. Oggi, con Se mi tornassi questa sera accanto, Pellegrino mi ricorda e forse mi insegna un’altra cosa: come non si possa sfuggire alla vita. Si vive e si deve vivere, si deve tentare. Se i morti non se ne vanno, nemmeno la nostra urgenza di vita se ne va. Per farla breve: non c’è scampo alla vita.

Questa storia ha tre protagonisti e tre nomi: Lulù, Giosuè e Nora. Figlia, padre e madre, legatissimi ma comunque distanti, sempre distanti. Perché la lontananza prima di tutto avviene nelle cucine, negli abbracci mancati, nella severità scambiata per affetto. Si consuma dentro promesse scambiate per voti, sotto sogni mai realizzati. Si realizza tutte le volte in cui si dice “sì” per fare piacere. La lontananza nasce la sera a cena mentre si condividono i bocconi e si certificano le nostre rinunce. La lontananza è una somma di segni, quando uno se ne va non fa altro che tirare la riga per il totale. Ci sono poi mille modi di andarsene.

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Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #8: Benny Hill

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Hanno dissotterrato la bara, poi l’hanno fracassata pensando di trovarci oro e gioielli, il mio tesoro. Il vecchietto minuscolo cui picchiettavo la mano sulla pelata e le ragazze seminude cui ho sempre dato del lei. Quello era il mio tesoro. Troppa roba per farla entrare in una bara. Hanno messo un nuovo coperchio e difeso la fossa con una lastra del marmo più pesante. Non voglio sapere cosa hanno scritto sopra. Laido, genio, vecchio porco, attore, guardone, uomo gentile. Dicono di aver trovato dieci milioni di sterline, quando sono morto. Lo sapete cosa sono dieci milioni di sterline? Una montagna di pezzi di carta, tutti uguali, con la faccia della Regina. Io la Regina l’ho conosciuta. Mi ha ricevuto a Buckingham Palace. C’era anche il consorte Filippo. Beveva birra in calici da champagne. Già da un po’, c’era da giurarlo. Mi prese da parte e disse, con gli occhi lucidi e un sorriso complice: «Lei ha contribuito molto all’incremento delle nascite». Mi salì una risata candida che fece piacere al Principe. L’approccio regale mi aveva riportato alla mente il mestiere dei miei genitori.

Ero nato in Bernard Street, a Southampton, il 21 gennaio 1924. I miei vendevano preservativi. Mio padre era un clown severo, io e i miei fratelli dovevamo chiamarlo Capitano. Imponeva una ferrea disciplina, e lo faceva indossando il suo vecchio abito da pagliaccio. Veniva dal circo, come suo padre e un suo fratello, morto cadendo dal filo del funambolo. Mi hanno trovato per via dell’odore. Un sacco di 110 chili afflosciato sulla poltrona. Ero lì da quattro giorni, difronte alla televisione accesa. Sono il Suonatore Jones e non ho mai posseduto niente. I pezzi di carta con la Regina li hanno trovati nei cassetti dei pochi mobili in affitto. Vivevo in un piccolo appartamento al 62-28 di Twickenham Road a Teddington, un sobborgo a ovest di Londra. Per pochi soldi potete affittarlo anche voi. Probabilmente hanno portato via le mie cose: bicchieri vuoti, stoviglie sporche, cibo scadente e i poster della boxe.

Sono morto guardando Charlie Chaplin, Charlot Innamorato. Quando ero bambino lo imitavo, vivevo fingendo di essere lui. Ma a un certo punto non bastò più per evitare gli scherzi dei compagni di scuola che mi prendevano in giro per le guance paffute. Diventai un doppio senso, un’anima di battute sfacciate e mimiche sboccate. Il Capitano mi fucilò, armato dalle sue frustrazioni. C’era mia madre che mi ascoltava, mi suggeriva sconosciute funzioni corporee e consolava le mie snervanti timidezze con le ragazze. Quando mia madre è morta, ho chiuso la sua casa e ne ho fatto un santuario. Da bambino scorazzavo mano nella mano con la piccola Peggy Bell, ma non passò molto tempo prima di capire che la mia gentilezza e galanteria non avrebbero mai acceso il cuore di una donna. Sono il Suonatore Jones, ma un’occhiata all’amore l’avrei data volentieri. I no delle donne sono diventati la mia arte. La mia arte, la mia terapia. Era solo autoderisione, un vecchio cialtrone ossessionato dall’idea di belle ragazze poco vestite. Hanno scomodato la censura, il femminismo, gli sporcaccioni e la morale. Ma eravamo solo io e Jackie, il piccoletto che teneva la sigaretta dentro la bocca, due adolescenti timidi e invecchiati, in un gioco di rincorse a velocità doppia, troppo brutti perché qualcuna ci chiedesse in sposi.

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Matteo Meschiari, Artico nero

Matteo Meschiari, Artico nero, Exorma 2016, € 14,50

di Martina Mantovan

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Artico nero di Matteo Meschiari è un diorama letterario che propone una panoramica minuziosa e accurata del declino di un modello scientifico in dissoluzione. Attraverso sette racconti in cui il dato scientifico e la finzione si compenetrano, Meschiari offre una mappatura etnografica di popoli e storie custodite, e al contempo erose, dai ghiacci.
Il lettore si trova quindi di fronte a un Artico traslucido da cui emergono scorie e fantasmi: una geografia metafisica in cui si specchiano le sedimentazioni di un sistema culturale millenario a cui tocca fare i conti con una costruzione fittizia della verità postcoloniale, soggetta, ormai, a un incipiente disgelo. Strati e strati di narrazioni viziate da prospettive di razzismo e supremazia culturale hanno fatto sì che si venisse a creare un’idea funzionale alle logiche di potere e di interesse economico nate nella corsa all’ultimo baluardo del mondo emerso. Affiora a poco a poco tutto il potere distruttivo del discorso etnocentrico e la violenta retorica del buon selvaggio, perpetrati da secoli in queste terre dalle albe tragiche.

Lutto, spettralità, e quell’attimo di sospensione onirica di chi sta per morire, tra attesa angosciata e fine insostenibile, gonfiano il nostro immaginario come il metano dell’Artico. Per questo l’Artico, quello nero, quello morente, ci raggiunge da così lontano per farci da specchio, per collaborare da molto vicino, e al di là di ogni esotismo, al nostro adesso-qui.

Quella di Meschiari è un’indagine antropologica pregna di tensione letteraria, un’analisi etnologica che racchiude in sé la radice profonda della ricerca, che fa ritorno alle origini; l’osservazione scientifica che aderisce all’esigenza primaria dell’uomo: raccontare. Le storie di Artico nero creano un solco all’interno di cui confluisce ricerca etnografica ed espediente letterario: l’antropofiction che nasce da tale connubio è una narrazione tesa alla costruzione di microstorie scevre dalla superbia esotista di tanto immaginario occidentale. Meschiari muove dai resti, dai frammenti culturali sepolti di popolazioni apparentemente remote per colpire il nucleo brutale dell’etnocentrismo imperante: pone il focus sulle storie rimosse e insabbiate da politiche coloniali spietate, smantellando teorie evoluzioniste infarcite di razzismo e proponendo una chiave interpretativa delle realtà circumpolari che aggira l’ambizione veritativa e si àncora piuttosto alle ragioni inclusive e plurali della finzione.

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Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Breve storia di una scatola da scarpe

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Breve storia di una scatola da scarpe

di Gianni Montieri

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Ora vi racconto la storia di una scatola da scarpe, ma prima un accenno al suo contenuto, o meglio al contenuto che per qualche tempo, da qualche parte, sostituì il suo contenuto originale, che ho ragione di credere fossero delle scarpe. Per qualche tempo la nostra scatola da scarpe contenne la Coppa Rimet, quella che fu la Coppa del Mondo di calcio fino al 1970, quando venne assegnata definitivamente al Brasile, dopo la terza vittoria. La storia della Coppa Rimet comincia nel 1928 e prende il nome del Presidente Fifa di allora: Jules Rimet, fu lui a ordinare a un orafo parigino, uscito dalla scuola Cartier, di realizzare la coppa. L’orafo si chiamava Lafleur. Il trofeo raffigurava una statua alata che reggeva una coppa, peso 3800 grammi di cui 1800 in argento placcato d’oro, la sua altezza era di 30 centimetri, perfetta per una scatola da scarpe, ma volendo anche per essere impugnata per commettere un omicidio, ma limitiamoci alla scatola, restiamo nel reale, lasciamo gli omicidi alla fantasia. La coppa fece il suo debutto nei mondiali del 1930, a Montevideo in Uruguay, e da lì cominciò il suo viaggio fatto di molte partite, di vittorie e sconfitte, di fughe e tranelli, di rastrellamenti, di furti mancati e riusciti. Per fare la storia del calcio, la coppa Rimet dovette incrociare per forza di cose tutto il resto della storia. Così vanno le cose, così fanno le coppe.

I successivi mondiali furono quelli del 1934 e del 1938, quelli delle vittorie dell’Italia di Vittorio Pozzo, dell’Italia – ahinoi – fascista, dell’Italia prima della guerra. La squadra vincitrice della coppa la custodiva per i successivi quattro anni quando sarebbe stata consegnata al nuovo vincitore, ma se scoppia una guerra i mondiali sono l’ultima cosa di cui ti preoccupi. Se scoppia una guerra ti toccherà custodire la coppa un po’ di più. Quello che sappiamo è che fu prelevata in gran segreto dalla banca in cui era custodita e consegnata a Ottorino Barassi, che all’epoca era il vicepresidente Fifa e il segretario della Federcalcio italiana. Barassi era napoletano ma solo di nascita, era un dirigente di quel tempo con tutte le responsabilità e conseguenze per caso; di certo era un uomo di cui ci si poteva fidare. Barassi porta la coppa Rimet in casa sua, a Piazza Adriana e pensa, io me lo immagino mentre pensa: “Dove la metto la coppa?”, pensa perché sa che i tedeschi prima o poi verranno a cercarla e qui entra in gioco la nostra scatola da scarpe.

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We are all made of bread

fonte Moby.com

fonte Moby.com

L’uomo infila la chiave nella toppa dell’appartamento. Gira la chiave e entra. Si toglie il casco da astronauta e lo appoggia sul tavolo accanto all’ingresso. L’uomo è calvo. L’uomo indossa una tuta bianca anche questa da astronauta, l’uomo somiglia a Moby. L’uomo è Moby. Si butta sul divano vestito così com’è. Un musicista astronauta su un divano di pelle. Pelle non nuovissima, un divano messo maluccio, potremmo dire. In effetti, questa, non sembra una casa da ricchi, eppure lui è Moby. Moby prende il telefono e ordina una pizza con peperoni e formaggio, come nei telefilm. Moby, o chi per lui, anche se sembra proprio lui, accende il televisore, fa zapping, poi si ferma su un canale: stanno trasmettendo un vecchio film italiano, Miseria e nobiltà, sottotitolato. C’è una scena in cui il protagonista, un attore molto bravo, che riesce a far ridere anche solo con la mimica, che fa lo scrivano per strada, deve scrivere una lettera per un campagnolo che si è trasferito in città, intanto manda il figlio a ordinare una pizza, anzi due, perché la lettera si annuncia lunga. Sono poveri e molto affamati. L’attore scoprirà presto, però, che l’uomo che detta non ha soldi per pagarlo; lo caccerà in malo (ma divertentissimo) modo.

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Moby ride di gusto, poi come ridestato da un sogno pensa allo scrivano che scrive per mangiare: per il pane, come si usava dire. Come tutti. Il fornaio fa il pane per il pane. Moby si ricorda del suo forno, di quando sfornava musica. Ci credeva, era tutta una questione di magia. La magia che ti faceva infornare il pane perché sapevi farlo, perché facendolo creavi qualcosa, e poi questa cosa, che era fatta pure d’odore, la davi agli altri. Non c’è buon pane senza odore, non c’è musica senza ritmo. Si alzò dal divano e si diresse alla finestra. Su retro della tuta c’era una scritta Mike – Hamburger and Stars. Guardava fuori, era passato un secolo, un lampo, un’astronave. Quello che era accaduto non lo ricordava e, pensò, non aveva più alcuna importanza. New York di notte era ancora la cosa più bella che lui avesse visto. Si voltò verso il televisore, l’attore italiano ballava stando in piedi su un tavolo, tra le mani teneva degli spaghetti cotti, alcuni li infilava in tasca.

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© Gianni Montieri

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Racconto scritto per il “Che ‘importa la gloria” di Progetto Santiago

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

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Pochi anni fa, a Parigi, il direttore del Centre national de la recherche scientifique – un certo Fabrice Virgili – stava spulciando gli archivi in cerca di vecchi casi di omicidio. Gli servivano dati per scrivere un articolo sulla violenza coniugale.
Tra gli atti processuali del secolo scorso, nella marea di fascicoli, si imbatté nella vicenda di un uomo che era stato freddato dalla moglie a revolverate il 28 luglio del 1928. Subito, Virgili si accorse che non si trattava di un omicidio ordinario. Più leggeva le testimonianze, più si rendeva conto di trovarsi di fronte a una storia singolare, inspiegabilmente dimenticata. Così Virgili decise di saperne di più e iniziò a indagare. Era il 2009. Ma noi cominciamo a raccontarla dal principio.

Parigi, 1911. Sta per finire la Belle Époque, anche se nessuno ancora può saperlo. In un clima di crescita economica e tecnica, due giovani si sposano. Lui si chiama Paul Grappe, lei Louise Landy. Credono di avere un futuro radioso davanti e Paul è un ragazzo vitale e inarrestabile: frequenta corsi di musica, di nuoto, di equitazione e scherma, studia con caparbietà per diventare ottico e intanto lavora come può. Quando viene arruolato, si fa assegnare ai bastioni di Parigi, per non allontanarsi dalla moglie. Ma di lì a poco scoppia la Guerra e Paul deve partire per il fronte. È l’agosto del 1914. La guerra è un inferno: il giovane si ritrova in una delle sue fasi più sanguinose. Poche settimane dopo viene ferito a una gamba. A ottobre, una volta guarito, viene rispedito senza tante scuse in trincea. E piomba di nuovo nell’inferno. Ma Paul Grappe non ci sta. Così prende un coltello e si trancia di netto l’indice destro. Via, si dice. Via da qui. A qualunque costo.

Lo trasferiscono a Chartres dove, stranamente, il suo dito non guarisce. Ogni volta che la ferita sta per cicatrizzarsi, Paul la riapre. Non se ne parla, dice a se stesso. Laggiù io non ci torno. Ma il trucco non può durare. Nell’aprile del 1915, i superiori si accorgono della convalescenza prolungata e gli intimano di tornare al fronte. Paul Grappe non ne ha la minima intenzione.
Esce dall’ospedale. Cammina dritto verso la stazione e prende il primo treno per Parigi. È un disertore, adesso. Rischia l’incarcerazione a vita. Deve scappare e dovrà farlo forse per sempre. Non sarà facile, anche perché l’esercito francese ha un impellente bisogno di uomini, in questa fase cruciale della guerra, e da mesi ha moltiplicato gli sforzi per cercare i disertori.
Li trovano infatti quasi tutti. Lui no. Perché, a partire da questo momento, Paul Grappe sembra letteralmente scomparso nel nulla.

Le ultime informazioni lo danno su un treno per Parigi, per cui le guardie fanno irruzione nel suo appartamento tre volte, senza risultati. Si appostano di notte nella via sotto casa, al numero 34 di Rue de Bagnolet. Pedinano la moglie Louise. Ma di Paul niente, non c’è traccia. In molti iniziano a chiedersi che fine abbia fatto. Chi lo conosceva sa che il giovane non è il tipo da stersene nascosto in un buco. Ama la gente, le passeggiate, la vita. E ama sua moglie, moltissimo. Tanto quanto lei ama lui. Louise, da parte sua, ora è costretta a lavorare. Trova un impiego in un’azienda che produce materiali scolastici e, probabilmente per dimezzare le spese, divide l’appartamento con una certa Suzanne Landgard, che invece lavora in una sartoria. Passano i mesi e niente cambia. Louise sembra rassegnata a una vita senza marito, lega sempre di più con la coinquilina Suzanne, inizia a uscire con lei in cerca di divertimento.

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Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

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Non sapevo che passavi #7: Marcinelle

(di cartoline e rimesse)

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di Stefano Domenichini

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Questa è una storia di cartoline e di rimesse. I postini odiavano le cartoline. Dovevano contare le parole. Se erano più di cinque, verificavano che fosse stato appiccicato il francobollo supplementare, pena la mancata consegna. Non era un mondo per grafomani. Salutoni da __, verrò costì. Tornerò a Natale, salutovi caramente. Se al vaglio passava una cartolina dilagante di parole in ogni spazio bianco disponibile, il postino scuoteva la testa: questo sta male, pensava, non ce la fa più. Quello che contava erano le immagini. L’emigrato in Svizzera era privilegiato. Castelli che navigavano su laghi di luce. Neve che scaldava, e chiese. C’erano sempre chiese alte che fronteggiavano le montagne e guardavano dritte nell’obiettivo: tranquilli, dicevano, ci siamo qua noi a vigilare. Quando venivano recapitate nelle case di Povoletto, di Cimadolmo, di Roccascalegna o di Sant’Angelo del Pesco, le cartoline facevano il giro del paese. Erano un modo per farsi invidiare. Figli, mariti, fratelli stavano lì, in quel diorama di quiete e prosperità. Era meno facile per quelli che erano andati in Belgio, miniere, zona Charleroi. Qui l’immagine più accattivante era un panorama di rotaie, baracche di legno, cieli lividi, camini alti come campanili che sparano fumi densi e inesausti su case che arretrano, sullo sfondo, atterrite. Ci voleva coraggio a spedirle, a restare sotto le cinque parole, senza chiedere scusa, rassicurare più volte che andava tutto bene. Ci voleva tanto ottimismo a mostrarle in paese.

Ecco perché erano importanti le rimesse.

Il più grande problema della politica è sempre stato cosa farsene della gente. Ce n’è sempre troppa. Troppa da curare, da istruire, da far lavorare. La soluzione classica è la guerra. Prendi gli esuberi, li mandi in montagna o in qualche spianata senza vie di fuga, con il tamburino, il vessillo, la grappa e le puttane e per qualche anno le tensioni sociali sono risolte. Il bravo politico sa sempre inventarsi un nemico, sa eccitare di Patria chi ha preso sempre solo ordini e per i meno ignoranti c’è il metodo Boris Vian: ne fucili due o tre e gli altri sono già lì che si informano sul meteo a Caporetto. Alternativa alla guerra, vendere gli esuberi al miglior offerente. Emigrazione e guerra: sono loro i turnisti dell’equilibrio sociale. Quando nel 1924 gli Stati Uniti d’America regolarono per quote l’immigrazione, fino al blocco totale dopo la crisi del ’29, era già chiaro che una nuova guerra sarebbe stata inevitabile.

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Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)