Narrativa

Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #12: L’APPESO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Appeso, carta del lavoro interiore.

«Ti fa ancora male il piedino?»
Il bimbo si guardò la punta dell’alluce con occhi curiosi. Mosse le piccole dita e provò a spingere sul pedale della bici d’acqua. La mamma, che lo accompagnava a nuoto, diede un leggero colpo di braccia per raggiungerlo.
Era un piccolo salvagente con dei pedali sul fondo: il bimbo aveva tanto insistito per averlo per il primo bagnetto della stagione. Erano scesi in spiaggia con il nuovo acquisto, ma il bimbo si era improvvisamente messo a piangere; aveva posato il piedino su uno scoglio aguzzo che affiorava dalla sabbia.
Lo avevano subito medicato, con il mercurio cromo e un cerotto. Il bagnino gli aveva regalato un coniglietto di plastica per farlo stare buono.
Il bimbo pedalò per una decina di metri, con la madre che gli nuotava accanto. Aveva dimenticato anche di aver pianto. Si guardava attorno, seguendo con gli occhi i percorsi dei gabbiani e dei motoscafi in lontananza.
La madre gli bagnò i capelli passandogli dell’acqua sulla testa con le mani; piccole ciocche gli colarono attorno al viso.
«Sai che facciamo adesso? Tu pedali pedali pedali fino all’altra spiaggia, e mamma ti segue a nuoto.»
Il bimbo annuì e virò parallelo alla costa. Avrebbe dovuto doppiare un piccolo golfo, due, trecento metri di scogli, ma su quell’altra spiaggetta si vendeva il gelato, e la mamma aveva, appeso al collo, il tubicino di plastica con gli spiccioli. Il bimbo raddoppiò gli sforzi.
Il coniglietto di plastica era puntato sulla prua del salvagente come la polena di un galeone. (altro…)

Gli arcani maggiori #11: LA GIUSTIZIA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Giustizia, carta delle conseguenze.

Erano le due del pomeriggio, eravamo tutti usciti in cortile perché la mensa non era ancora attiva e avevamo la libertà di mangiare in classe i nostri piatti di pasta chiusi nei tupperware o di occupare le scale dell’ingresso e sciamare fino al campetto di pallavolo, l’importante era che alle due e mezza tornassimo tutti dentro per le lezioni pomeridiane.
Mamma mi aveva fatto le penne con i pomodori freschi, lo sapeva che io detesto i pomodori, fino ai sedici anni non mangiavo ortaggi né verdure e ai tempi che vi racconto ne avevo undici appena, ma sperava di affamarmi visto che ero fuori di casa e senza soldi e non avrei potuto procurarmi niente di alternativo. Ignorava che un modo c’era, e per me era facile e abituale: impadronirmi del pranzo di qualcun altro, una pasta al tonno, un semplice panino con il prosciutto. Non necessariamente con uno scambio equo: anche semplicemente soffiandoglielo di mano al primo morso.
Ho fatto così, con Riccardo e con la sua pasta al pesto.
Lui è andato subito sul pesante: strattoni, spintoni, prima ancora delle preghiere. Rivoleva il suo tupperware che io gli facevo sgusciare dalle dita, mangiavo con la forchettina di plastica tenendogli le spalle e infilandomi in gola sette, otto trofie per volta, finché la plastica non è stata tutta pulita, anche dall’olio. Allora gli ho detto che poteva mangiarsi la mia pasta al pomodoro, ma lui a quel punto piangeva. E ha detto: tua sorella è una puttana.
Non mi sono scomposto un gran che, anche perché a quel tempo lo pensavo anch’io, ma ho pensato giusto controbattere.
«La puttana è tua madre.» (altro…)

Gli arcani maggiori #10: LA RUOTA DELLA FORTUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Ruota della Fortuna, carta del cambiamento.

 

Fin da quando la conobbe, iniziò a scrivere brevi racconti su di lei. Non per corteggiarla, no di certo, perché lei era la sua più cara amica anche se da anni lui teneva nascosto di amarla. Semplicemente, gli sembrava di poter passare qualche ora in sua compagnia, di conoscerla meglio come chi piano piano sfila una giacca, una camicia, una canottiera e riesce a posare il palmo su una costola nuda. Perché era certo di intuirla, tutto il suo istinto e la sua attenzione erano naturalmente rivolti a lei come quelli di chiunque si innamori. Stava sempre attento a non metterle in bocca parole che lei non avrebbe pronunciato, quindi nei suoi racconti lei parlava poco, ma non per questo era un’icona santa. I suoi racconti somigliavano piuttosto alle piccole cose che accadevano tra di loro, quando si vedevano per un bicchiere di vino, e si ambientavano nelle pupille di lui, nel suo guardarla mentre lei sollevava il bicchiere per lo stelo invece che per la coppa e nel ciondolo che aveva scelto per uscire.
Erano racconti, insomma, pieni di innamoramento più che di avvenimenti veri e propri. E all’inizio lui aveva deciso di non farli leggere a nessuno ma poi, dal momento che ogni racconto scritto bene implora un lettore, lui aveva chiesto a lei di dargli un’occhiata.
La sera in cui le portò la stampata non dormì per la notte intera.
«E se lei dovesse riconoscersi?», pensava. «Certo, ho sostituito ogni bicchiere di vino con della birra, anche se in questo modo ho virato la natura del personaggio, e il ciondolo che ho descritto era sempre diverso da quello che lei portava al collo, e nei miei racconti lei ha sempre parlato poco, ma se riconoscerà l’essenza di sé e capirà che sono innamorato di lei?»
Lei lesse tutti i racconti senza riconoscersi, ma il giorno dopo, quando gli portò la stampata, disse:
«Com’è bello essere amati in questo modo. Vorrei tanto essere io la donna dei racconti.»
E lui, che non aveva mai pensato di scriverle per corteggiarla, quasi si sentì in colpa quando rispose:
«Sei tu la donna di questi racconti. E sono io l’uomo di questi racconti, e se vuoi posso essere anche quello della tua vita.»
Così si legarono anche nella vita, e passarono degli anni a essere contenti di svegliarsi insieme, a darsi fastidio per chi doveva andare prima al bagno, a ridere mentre montavano l’albero di Natale e a ignorarsi quando dovevano lavorare ognuno alla propria scrivania, a guardarsi a lungo negli occhi prima di ogni visita medica e a stare zitti a cena perché uno dei due era stanco. (altro…)

Tutti i post di Natale #1: Heinrich Böll, Tutti i giorni Natale

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Heinrich Böll scrisse il racconto Nicht nur zur Weihnachtszeit (tradotto in italiano con il titolo Tutti i giorni Natale) sessanta anni fa. Trenta anni fa l’ho letto per la prima volta e torno spesso a scorrerne le pagine, sempre spiazzata dalla attualità della sua satira, nella duplice dimensione pubblica e privata. Allora largo a zia Milla e alla sua strampalata famiglia, chissà che qualcuno non si riconosca e riconosca qualcuno.
Dal racconto riporto i primi due dei dodici capitoli e invito tutti a leggerne il seguito nel volume Racconti umoristici e satirici (Aus: Gesammelte Erzählungen von Heinrich Böll.© 1981 Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln; Die Schwarzen Schafe © 1983 Lamuv Verlag, Bornheim-Merten. Traduzione di Lea Ritter Santini; Qualcosa accadrà Diario della capitale sono tradotti da Marianello Marianelli; © 1964 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano) (Anna Maria Curci, 24 dicembre 2011)

 

Tutti i giorni Natale
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Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decomposizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza.
Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”.
Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allora in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire: Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel figliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano ed in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì interessavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qualcosa: dovrò tornarci sopra.

Fu dunque Franz che ci avvertì in tempo, si tenne lontano da certe feste da lui definite storie inutili, eccessive e che più tardi si rifiutò di aver una qualsiasi parte nelle misure necessarie per il mantenimento di quelle che egli aveva appunto chiamato storie inutili. Pure – come ho già detto – godeva di troppo poca reputazione per essere preso in considerazione dalla parentela. Ora, d’altra parte, le cose sono arrivate a tal punto che noi non sappiamo cosa fare, come riuscire a fermarle. Franz è diventato da tempo un pugile famoso, ma rifiuta le lodi che la famiglia gli tributa, con la stessa indifferenza con cui allora rifiutava ogni critica. Suo fratello però – mio cugino Johannes – un uomo per cui io avrei messo sempre la mano sul fuoco, avvocato di grido, il figlio più amato di mio zio Franz, Johannes, dicono si sia avvicinato al partito comunista, voce questa cui mi rifiuto accanitamente di credere. Mia cugina Lucie, finora una donna normale, pare accompagnata dal meschino consorte, si sarebbe data, in locali equivoci, a danze per le quali non so trovare altro aggettivo che quello di esistenzialiste. Lo stesso zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro, avrebbe detto di essere stanco della vita, lui che fra tutti i parenti era considerato un modello di vitalità ed un esempio di quel che abbiamo imparato a chiamare un commerciante cristiano. Intanto si moltiplicano i conti dei medici, si chiamano a consulto psichiatri. Solo la zia Milla, causa prima di tutti questi fenomeni, gode ottima salute, sorride, è tranquilla e serena come è sempre stata. La sua freschezza e la sua verve cominciano però ora a preoccuparci, dopo che per lungo tempo ci era stato così a cuore il suo benessere. Perché ci fu una crisi nella sua vita che minacciò di diventare preoccupante. E qui devo entrare in dettagli. (altro…)

Gli Arcani maggiori #7: IL CARRO

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Carro, carta dell’autodisciplina.

 

Se è difficile, per me, raccontarvi, non è per l’emozione.
Immaginate di dover tradurre un concetto che vi preme attraversando il filo di tanti linguaggi, e farlo in modo che il meno possibile si perda. La mia lingua, sapete, è diversa dalla vostra. Ma è diversa anche da quello che io stesso penso, perché mai il pensiero e la parola si possono corrispondere, per quanto ci si sforzi a renderli aderenti. Così, con questo linguaggio ballerino, vi racconterò la storia di un’altra creatura ancora, vi tradurrò quello che ha fatto e che ha pensato il giovane salmone che tempo fa è venuto a spiaggiarsi su quest’argine di fiume.
Immaginate ancora. È primavera: nell’oceano più profondo pesci che si muovono come banchi di seta, guizzi di grigio in delicata sincronia, creature impegnate solamente a esistere. Finché suona per tutti quella che voi chiamereste una sirena, ma è una sirena muta. È un suono concorde, universale, che fa drizzare le pinne a ogni salmone, lo fa inchinare. Una sapienza zitta passa di coda in coda, le loro lische sono corde di obbedienza, e così sfilano, sicuri, affaticati, contropelo al fiume.
Lui li segue. Alla vetta, lo sanno, c’è l’altare. Superati gli orsi, ci sarà la danza, e poi la schiusa, e poi morire. Quasi unica tra tutte, la loro specie sa che il sacrificio è il solo modo per la prosecuzione. Avranno messo al mondo altri salmoni, e i loro corpi saranno buoni a fare alberi; c’è sempre un bosco, sulle vette dove arrivano i salmoni. Lui sale con loro. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #4: l’imperatore

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatore, carta dell’autorità.

La ragazzina dice che la madre non le ha lasciato i soldi per le ripetizioni, quindi non è che lei se li possa propriamente inventare, è una ragazzina, avrà un quindici euro nel portafogli, certo il portafogli di per sé di euro ne vale una settantina ma mica adesso lui può stare a scipparla e a correre via da quella casa inforcando l’ascensore.
«Me li dai la prossima volta. Assieme a quelli arretrati.»
«Che quanti sono, scusa?»
«Con questa fanno cinque.»
«Ammazza che esoso che sei», scherza lei.
Lei scherza.
Che cara ragazzina.
Lui scende di casa e prende il motorino. Attraversa Roma prendendo le corsie riservate ai tram per non ingolfarsi nel traffico, ogni tanto si chiede se dovrà pagare riabilitazione e casa di cura nel caso si spezzi le gambe in un binario, sono cose a cui uno non pensa.
Il barista sotto casa sua lo vede passare e gli chiede se ha finito la settimana. Una birra, allora, per festeggiare, ma lui non sa come dirgli che ha tredici euro che gli devono campare fino a lunedì e preferisce spenderli in tabacco, e grazie a Dio ha in dispensa tonno e fagioli per una settimana. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)