narrativa italiana

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

XXI
Colloqui e sostituzioni

Quale poteva essere “la solita ora” di un appuntamento alla sera? Un’ora compresa tra le venti e trenta e le ventidue, secondo il calcolo delle probabilità: ma nelle abitudini di una coppia clandestina – quale era, secondo il calcolo delle probabilità, quella formata da suo fratello e dalla sconosciuta – l’appuntamento poteva arretrare, in molti mesi dell’anno, alle diciannove o addirittura alle diciotto e trenta. Era però improbabile associare la parola sera ai tramonti tardivi di giugno, resi ancora più lunghi dall’ora legale. E altrettanto improbabile era che si incontrassero dopo le ventidue, quando la notte aveva già trasformato in buio le prime ombre.
Probabile era piuttosto che l’incontro, avvenendo nella cornice di un pied-à-terre, avesse un significato intenzionalmente, anche se non inevitabilmente, amoroso. Nel corso di molteplici relazioni clandestine, che dovevano ogni volta conciliare anche gli orari di lavoro dei coniugi assenti. Mario aveva conosciuto lui stesso i riti degli incontri settimanali a ore fisse, la loro auspicata, ma non sempre realizzata metamorfosi in sedute erotiche, l’estasi delle diciannove e quindici, la cerimonia degli addii: prima che lei invariabilmente si ribellasse a quegli orari innaturali, che a lui invece apparivano naturalissimi, e chiedesse di costruire insieme la vita. Sempre quelle immagini di edificazione laboriosa, di accumulazione paziente, e quei verbi, come cementare e rafforzare, che gli richiamavano irresistibilmente un materiale che si sfalda tra le dita. Finché si arrivava alla interruzione di un gioco che per lei non era più serio e per lui lo era troppo; antitesi di desideri sulla quale si fonda, per poi dissolversi, la possibilità dell’unione.
L’epilogo lasciava sempre l’amarezza, più che di avere infranto le regole, di non averle fissate. Ognuno dei due si proponeva di farlo in un rapporto nuovo, ma proprio le regole del gioco erano di non fissarle, altrimenti nessuno dei due le avrebbe accettate.

La finalità, occulta e chiara, dell’incontro finiva per circoscriverne ulteriormente l’orario. Erano infatti escluse, senza ripensamenti, le venti, ora troppo contigua a una cena che la precedesse e troppo tarda per differirla ancora. L’ora più probabile era dunque compresa tra le venti e quarantacinque e le ventuno e trenta.
Alle venti e trentadue Mario entrò nell’appartamento.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

Staccare i poster dalle pareti era stato il primo gesto di un distacco progressivo. Presagiva un processo di conversione, ma non sapeva a che cosa.
Ricordava, di un libro che aveva letto molti anni prima, un capitolo dedicato ai sacerdoti che avevano perso la fede, ma non l’abito. Preti già anziani, incapaci di ricominciare una vita, anche se impreparati a finirla. Custodi di una catastrofe silenziosa, avevano continuato ad amministrare i sacramenti, a predicare ai fedeli. Mai si sarebbe scoperta la loro crisi, se non l’avessero rivelata, dopo la morte, diari angosciati. Alcuni l’avevano confessata a un parente o a un amico, che ne aveva poi parlato a distanza di anni. E lui li immaginava nella loro stanza, tra i libri di una religione morta, tra le reliquie di una fede che era diventata una finzione.
Quanti tormenti dovevano avere preceduto la decisione di non credere; quante lacrime, per rassegnarsi non solo al futuro, ma al passato, a una vita dedicata a un dio che non esiste, a un aldilà che non oltrepassa l’esistenza.
Lui rammentava, con la precisione che hanno i sogni, immagini che aveva visto leggendo il libro, colloqui al tramonto sulla terrazza di un convento oppure parole gravi nella penombra di uno studio. Queste immagini si sovrapponevano a quelle della sua vita e non sapeva quali fossero più reali. E in quei segreti che non aveva mai ascoltato ritrovava il suo, in quei destini di disperazione muta il suo destino.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

proSabato: Marco Innocenti, Contro il resto del mondo

Soldato di carta

Sono nato siamese, attaccato a un altro francobollo, che a sua volta era attaccato a un francobollo e così via. Mi stamparono e dopo tre giorni mi mandarono a Firenze. Vivevo dentro il cassetto di una tabaccheria e sentivo le voci che provenivano da fuori. Chi voleva le sigarette, chi pagava il caffè, chi ci provava con la cassiera. In quella oscurità, le voci erano tutto il mio mondo, un universo di timbri, accenti, modulazioni.
Imparai che non c’è un «buongiorno» uguale all’altro. Ogni saluto, ogni parola ha il suo carico di umori, di significati, di botte date e prese. La voce che più amavo era quella della cassiera: non si stancava mai di rispondere ai saluti con gentilezza. La cassiera era il mio sogno nel cassetto. Letteralmente. Aspettavo che prima o poi mi affidasse a qualche cartolina di turista e intanto immaginavo le sue mani. sarebbero state calde e profumate. Le mani di una donna…
Quando fu il mio momento, mi toccarono le mani del marito. Erano grandi e ruvide, le sue braccia villose avevano peli di lunghezza e spessore vari che gli invadevano i polsi e il dorso delle mani. Io ero così liscio che mi faceva un po’ schifo, lui non mi guardò nemmeno e disse: «Con le Mentos e la busta fa duemila e quattro». Il mio acquirente non era un turista. Lessi il suo nome sul davanti della busta, sotto la dicitura «mittente».
Fu così che conobbi Paolo Tarantini, il giovane scrittore ancora inedito, il copywriter più promettente della Toscana.
Lo ricordo come un tipo piuttosto basso con i capelli lunghi e spettinati, avvolto in un cappotto dalla grandezza spropositata, nero. Aveva l’aria malinconica e guardava nella direzione della strada, come se qualcuno dovesse passare a salvarlo o ammazzarlo da un momento all’altro.
Paolo Tarantini si dette un gran daffare frugando nella tasca sinistra in cerca di spiccioli, poi provò nella destra e infine si rivolse, con una certa disperazione, a quella interna. La gente dietro di lui già mugugnava, pressandolo contro il banco della cassa. Avevano tutti fretta, non so bene di fare cosa. Gli spiccioli del signor Tarantini erano nell’ultima tasca, quella della sua camicia nepalese a righe, polverosa e intrisa di fumo. Pagò, uscì, e finalmente si occupò di me.
Mi dette una gran leccata, come i cani ai loro padroni, e capii subito che era schiavo di quella lettera. Da essa sembrava dipendere il suo destino. Mi pressò sulla busta e fece due passi, poi ci ripensò. Doveva essere un tipo molto riflessivo, se trovava il modo di pensare intensamente a un piccolo, insignificante centimetro quadro come me. Non si fidava della sua saliva, che mi faceva il solletico sul dorso. Sputacchiò sopra di me e premette ancora. Ero letteralmente incollato alla busta. Quindi la infilò dentro una cassetta rossa. La lasciò scivolare con dolcezza. Sentii il suo respiro mentre scivolavo giù, nel buio, e ritrovavo i miei fratelli. Quelli sul fondo si lamentavano, io ero più fortunato, ero in superficie. Poi fui sopraffatto da altre lettere, cartoline, e mi addormentai.

 

Marco Innocenti, Contro il resto del mondo, Baldini & Castoldi, 2000

Mauro Tetti, “A pietre rovesciate”: una nota e una fiaba scelta

Fabio Tetti, "A pietre rovesciate", Tunué 2016, euro 9,90

Mauro Tetti, A pietre rovesciate, Tunué 2016, euro 9,90

Ciccai a perda furriada, cercare qualcuno o qualcosa rovesciando le pietre come si fa con le anguille che si rintanano in fondo a un torrente. Ed è davvero il frugare il verbo che viene in mente mentre si scorrono le pagine di A pietre rovesciate (Tunué 2016), opera prima del giovane autore sardo Mauro Tetti. vincitore, con il suo esordio, del Premio Gramsci.
Racconto dei racconti, il libro narra delle tante storie con cui nonna Dora incanta e tiene in scacco i ragazzini che le sono affidati, che altrimenti correrebbero a grattare la polvere di eternit dai campanili o a catturare bracciate di maestrale per copiare le prove d’amore degli antichi cavalieri. Giana, Mustafa, e il narratore, ragazzo scapestrato che non si fa problemi a proclamarsi invincibile correndo per i vicoli e schiantandosi contro le auto in corsa, chiedono a nonna Dora di raccontare delle dinastie immaginifiche e immaginarie che hanno governato il paesino di Nur, in sardo pietra preziosa, e lei li accontenta cedendo a volte il passo ad altri narratori, in un movimento a spirale che va dal mito di fondazione alla fiaba e da questa arriva alla storia familiare dei vivi e dei morti, della sorella e dei nonni, fino alla conoscenza con un orco in carne e ossa, come a scivolare progressivamente dalla fiaba alla realtà ma anche a segnare il loro interscambio. (altro…)