narrativa italiana contemporanea

Recensioni ibride #1: #StelleOssee #OrazioLabbate

Recensione ibrida di Stelle ossee di Orazio Labbate (Edizioni LiberAria)

di Ilaria Grasso

Sarà forse la presenza dell’Etna (in siciliano ‘a Muntagna) ma trovo negli scrittori siciliani una follia, spesso incomprensibile al resto del mondo, che mi ha sempre incuriosito. Per questo motivo, e affascinata dal titolo, mi ritrovo in una libreria di Roma per la presentazione della raccolta di racconti dal titolo Stelle Ossee di Orazio Labbate. Arrivo tre quarti d’ora prima alla libreria Assaggi a causa di una inaspettata puntualità di un autobus. Roma talvolta ti fa dono di un po’ di tempo che questa volta decido di utilizzare acquistando il libro e iniziare a leggere. La copertina mi colpisce subito. Quel teschio disegnato da stelle sullo sfondo nero della copertina mi promette l’apocalisse e infatti il libro è composto da diciassette racconti apocalittici.

Aldilà delle tematiche e dello stile di scrittura l’inchiostro utilizzato dai siciliani si riversa sulla carta, irruento come lava che brucia, lasciando una cenere utile a rendere fertile il paesaggio archetipico e l’immaginario di chi legge. Anche con la lettura dei racconti Orazio Labbate non c’è stata smentita. L’esordio letterario di Labbate ha inizio con il romanzo Lo scuru (Tunuè) dove troviamo un vecchio siciliano alla fine dei suoi giorni in West Virginia che racconta la Sicilia da cui è partito molti anni prima. Il personaggio Razziddu Buscemi rievoca la sua infanzia utilizzando una memoria ricca di esorcismi subiti e di passi difficili da fare perché pieni di violenza e dolore ma anche utili e necessari all’evoluzione. Le visioni che appaiono, un mix potente di pensiero metafisico e immaginario gotico, sono espresse attraverso un linguaggio barocco poetico e misterioso. Labbate, durante la presentazione, attribuisce la paternità della sua scrittura a Bufalino, D’Arrigo, Faulkner e McCarthy individuando similitudini tra il paesaggio americano e quello siciliano. Porta ad esempio la città Galveston, in Texas, raccontando dell’enorme quantità di immigrati siciliani presenti lì. Scopro tra l’altro, indagando sull’autore che il suo blog personale si chiama Sicilia Texana.
Il fatto che ci sia un petrolchimico, sia a Gela che a Galveston, crea un altro forte punto in comune. Concordo appieno nella somiglianza di certe parti d’Italia all’America. Penso alle simili caratteristiche organolettiche del terreno che hanno consentito ad esempio al vitigno Syrah che è nato nel siracusano, di giungere in Puglia, mia terra d’origine arrivando fino alla California. Mi viene in mente questa qualità di vite come immagine perché è con essa che viene prodotto il Nero d’Avola. Nero come oscuro, nero come scuru. Inoltre durante la lettura della raccolta mi imbatto nell’espressione “grappoli di fumo” che mi rimanda immediata l’immagine di un vitigno (in Case incendiate). L’ho trovata così suggestiva, ispirata ed ispirante che ha dato vita ad una mia poesia “labbatiana”. (altro…)

Mauro Tetti, “A pietre rovesciate”: una nota e una fiaba scelta

Fabio Tetti, "A pietre rovesciate", Tunué 2016, euro 9,90

Mauro Tetti, A pietre rovesciate, Tunué 2016, euro 9,90

Ciccai a perda furriada, cercare qualcuno o qualcosa rovesciando le pietre come si fa con le anguille che si rintanano in fondo a un torrente. Ed è davvero il frugare il verbo che viene in mente mentre si scorrono le pagine di A pietre rovesciate (Tunué 2016), opera prima del giovane autore sardo Mauro Tetti. vincitore, con il suo esordio, del Premio Gramsci.
Racconto dei racconti, il libro narra delle tante storie con cui nonna Dora incanta e tiene in scacco i ragazzini che le sono affidati, che altrimenti correrebbero a grattare la polvere di eternit dai campanili o a catturare bracciate di maestrale per copiare le prove d’amore degli antichi cavalieri. Giana, Mustafa, e il narratore, ragazzo scapestrato che non si fa problemi a proclamarsi invincibile correndo per i vicoli e schiantandosi contro le auto in corsa, chiedono a nonna Dora di raccontare delle dinastie immaginifiche e immaginarie che hanno governato il paesino di Nur, in sardo pietra preziosa, e lei li accontenta cedendo a volte il passo ad altri narratori, in un movimento a spirale che va dal mito di fondazione alla fiaba e da questa arriva alla storia familiare dei vivi e dei morti, della sorella e dei nonni, fino alla conoscenza con un orco in carne e ossa, come a scivolare progressivamente dalla fiaba alla realtà ma anche a segnare il loro interscambio. (altro…)

La liturgia del vuoto: Gabriele Di Fronzo, “Il grande animale”

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C’è un libro nuovo in libreria dall’aspetto sottile, il titolo torvo e un pappagallo adunco color panna che si impettisce contro il gesso immacolato delle edizioni nottetempo. L’autore di questo libro è Gabriele Di Fronzo e il suo titolo è Il grande animale; la sua storia è solo quella di un tassidermista e delle sue cure verso un padre malato, ma dal momento che la sua forza è una lingua sapiente e un’incredibile acutezza di sensi il suo tema è tutto ciò che noi indaghiamo come lutto, mancanza, perdita e trasformazione.
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“I grilli parlanti” di Andrea Ferazzoli. Nota di lettura

i grilli parlanti

Andrea Ferazzoli, I grilli parlanti, Editrice il Torchio, 2014, € 17,00

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È cronaca dei nostri tempi questo romanzo: I grilli parlanti stanno tutt’intorno, quotidianamente. Solo che, come spesso accade, non ce ne accorgiamo. Eppure gli individui spersonalizzati, sulle cui spalle si posano, sono quelli che popolano il nostro chiacchiericcio da bar.
È una strana premessa questa, lo so. Ma non è facile parlare di un romanzo che racconta una storia comune, se non comunissima; una storia che vede i protagonisti prigionieri da subito dei pregiudizi che stanno alla base della nostra società, o più ancora delle piccole comunità nelle quali viviamo.
Si finisce sempre per accettare la “norma del quieto vivere”, quella che ci costringe ad assurdi compromessi perché così han sempre fatto gli altri, e negli altri ci sono sempre i nostri genitori cui dobbiamo, vero, il massimo rispetto – sia mai il contrario! – e dei quali cerchiamo di seguire le orme, pur quando sappiamo che ciò va contro la nostra natura.
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A proposito di “Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

Come ho incontrato Costanzo Ferraro

di Valerio Nardoni

cimettolafaccia

Sono andato appena adesso a controllare su Facebook: era il 9 aprile del 2013 quando il mio amico Gianni Calcagno (Software Engineer) mi ha contattato per dirmi che un suo collega affetto da SLA aveva scritto insieme alla sua Compagna (Silvia Lavalle) un libro, e che stava cercando un editore. Titolo: Cimettolafaccia. Sottotitolo: biografia spastica politicamente scorretta. Chiunque conosca un minimo l’ambiente avrà già capito quali potessero essere le mie riflessioni in merito. La prima, naturalmente, che Valigie Rosse non è un editore, ma una “collezione di libri”, così noi la chiamiamo. Nel senso: non abbiamo soldi. La seconda, un riflessione molto più rapida: una autobiografia. La terza, ugualmente stringata: di un ingegnere. Prima di arrivare al “politicamente scorretto”, però, un altro ingrediente che può indurre forti pruriti per attacco virale da autecelebrazionismo fuori controllo, ho tentato di non giudicare, di tornare al messaggio di Gianni, che, senza problemi, mi diceva che il libro lui non l’aveva neppure letto e che me lo mandava esclusivamente sulla garanzia della persona: “grande cervello, grande persona e grande lottatore”, che di sicuro non si era messo a scrivere un libro tanto per non aver nulla da fare.
Scoprirò solo diverso tempo dopo che Costanzo, a causa della sua malattia, non solo non sarebbe stato neppure fisicamente in grado di impugnare una penna e scriverlo, ma che anche solo per dettarlo doveva averci messo una vita. Fra il dire e il fare ci sono molte cose, ma come si fa, in queste condizioni a sostenere un esame scritto di telecomunicazioni? Tutto può essere.
Effettivamente, all’epoca, Valigie Rosse stava per aprire la sua collana di prosa, Gli asteroidi, dedicata a libri scritti fuori dalle regole. Il primo libro, Il bambino mammitico, era il frutto di due anni di lavoro insieme ad un ospite del Centro Residenziale Franco Basaglia che raccontava i suoi anni di musica e chiese occupate nella Pisa degli anni 70, prima della sua malattia. Per la presentazione del libro sarebbe venuto persino Claudio Lolli, che aveva letto il libro e che l’aveva trovato di un valore generazionale.
Prendo il file del libro di Costanzo: un impaginato da spaventare il più accanito dei lettori, un fiasco sicuro. Ripenso a Gianni: “Personalmente non l’ho ancora letto, ma conoscendolo son sicuro che ha fatto un lavoro particolare e interessante”. Perché mi dice così? Avevo anche la congiuntivite, un mal di testa orrendo. Inizio a leggere. Continuo a leggere. Goccioline, tachipirine, qualunque cosa: finisco di leggere, scrivo a Gianni: “Già finito… UNA BOMBA!!! Meraviglioso, incredibile, ho pianto, ho riso, tutto!” Poi telefono subito al Cama (Tiziano Camacci, direttore della allora nascente collana): “Cama ho trovato un libro per Gli asteroidi, dobbiamo pubblicarlo per forza”.
“Ma non ci s’ha una lira?”
“Io sono disposto a prostituirmi purché questo libro venga pubblicato”.
Cimettolafaccia non solo racconta col coltello una storia incredibile, non solo la mente chiusa in un corpo che non funziona ha creato pensieri così potenti da farlo muovere da Capri fino a Pisa in carrozzina, ma il libro è persino… BELLO. Scoprirò solo molto dopo che questa bellezza viene da Silvia, ma d’altra parte i miracoli li fa solo l’amore, c’è poco da fare, è sempre stato così.
Sono certo che chiunque leggerà questo libro si troverà a cantare (con la voce di Ginevra di Marco) la Malarazza di Modugno: ti lamenti ma che ti lamenti pigghia lu bastone e tira fora li denti…

P.S.
Poi alla fine non mi sono prostituito, il nostro foundraiser ha messo in piedi una campagna di finanziamento dal basso e molti amici ci hanno aiutato a pubblicare il libro preacquistandone una copia. Valigie Rosse, lo ripeto, è una collezione di libri no profit, non prevede rimborsi per nessuno e non ha prezzi di copertina, i conti sono in pari e ogni acquisto va direttamente nel maialino per il libro successivo.

Luigi Bernardi – Crepe

crepe

Luigi Bernardi – Crepe – Il Maestrale – pag. 240 – € 16,00
(in libreria da domani 13/03)

Prendete questi cinque nomi: Amanda, Arturo, Armida, Gregorio e Orfeo, mettete le cinque persone corrispondenti nello stesso condominio. Questo condominio poi, così com’è, mettetelo in una via a pochi metri dalla stazione ferroviaria di una città italiana. Fate che questa città sia Bologna e che in stazione si stia lavorando a un cantiere dell’Alta Velocità. Avete tutti gli ingredienti, ora però non fate più niente, eccetto leggere la storia che questi elementi insieme andranno a raccontare. Storia che per nostra fortuna Luigi Bernardi ha scritto come si deve e come sempre si dovrebbe. Siamo partiti dai nomi perché i nomi sono importanti e questi nomi non comuni ma non astrusi, sono bei nomi. I nomi contano, fanno parte dei personaggi e al lettore i personaggi devono piacere. Tutti. I personaggi sono amati soltanto se nascono come lo scrittore li ha immaginati. Quindi quel “devono piacere” non significa che devono essere come il lettore vorrebbe ma come lo scrittore ha voluto. A quel punto il passaggio è automatico. Bernardi, proprio qualche giorno fa, in un incontro pubblico a Bologna ha ricordato: <<io penso a rispettare storia e personaggi, sono loro i miei datori di lavoro. Non il lettore.>> E ancora, diversi mesi fa, in una chiacchierata pubblicata proprio qui su Poetarum affermò: <<Per quello che scrivo, sono costretto a non pormi troppe domande rispetto al lettore. Altrimenti scriverei quello che vuole lui. E allora mi accontenterei di diventare uno scrittore ideale.>> Idee chiare. I cinque attori principali vivono nello stesso condominio, condominio vicinissimo alla stazione di Bologna. Piccole crepe che si aprono sulle pareti, finestre che non si chiudono bene, preoccupazione, attesa, incroci personali e umorali. Fin qui niente di strano. Poco distante dal condomino si scava nel sottosuolo:  l’Alta Velocità che tutti vogliono passa per Bologna. Le crepe nei palazzi sono in realtà un peso sostenibile e le manifestazioni di protesta organizzate nel quartiere, somigliano alle sagre e come le sagre come vero obiettivo hanno quello di distrarsi. Le crepe che interessano l’autore sono, naturalmente, quelle che si aprono nelle vite dei personaggi. Ci sarà chi le sconterà e chi in qualche maniera saprà sottrarsi. Quali saranno le crepe di Amalia giovane e bellissima giornalista? Lei che vuole il grande articolo, qualcosa che la porti lontano dalle beghe da piccolo Quotidiano  sarà destinata a incontrare il peggio della vita, come accade sempre, sotto casa. Roba da cronaca locale. Le crepe di Arturo ricco farmacista, amante di Amalia e padre di Orfeo. La velocità con cui la realtà lo metterà di fronte ai cambiamenti lo disorienterà e lo costringerà a porsi domande che avrebbe dovuto farsi da secoli. Armida, la dolce signora Armida, che da anziana avrebbe diritto alla lentezza come guadagno. Le sue crepe verranno dagli affetti che si preparano a condizionarle gli ultimi anni di vita e dalla nostalgia: “Il problema è che alla loro età non si sa più di cosa parlare. Il presente è fatto di cose che mettono tristezza, il passato spesso fa venire il magone, e allora non rimane che farsi gli affari degli altri perché i propri è meglio tenerseli per sé.” Abbiamo poi i due personaggi più controversi e interessanti: Gregorio e Orfeo. Gregorio difenderebbe la sua solitudine e il diritto ai suoi sogni ad ogni costo. Compra appartamenti doppi su pianerottoli vuoti, calcola come guadagnare dall’Alta Velocità. Mente nell’ambito della propria professione. Tutto per continuare la vita parallela che ha inventato. Orfeo che dovrebbe essere l’odioso, il ragazzino insoddisfatto, deluso dal padre e dagli esseri umani in genere. Amante degli spazi aperti e dell’architettura, dell’ingegneria e della chimica. Le sue crepe hanno origini lontane e andranno di riflesso a intaccare altre vite. La conquista del suo amato spazio ha un prezzo che Orfeo ha messo in conto ed è pronto a pagare. Orfeo che comprenderemo nonostante i suoi spigoli e le sue scelte. Luigi Bernardi usa un fattore esterno, come l’Alta Velocità, come innesco ma ciò che gli interessa raccontare è il disorientamento di questi giorni, di come gli eventi mutino il corso delle vite di poco o di molto, di come il caso conti ma anche di come l’uomo vada a determinarlo. Di come alle volte basta un niente per rivelare tutto anche agli occhi più ciechi. Crepe è un bellissimo romanzo che ricorda a tutti lo scopo principale della narrativa e del narratore: raccontare delle storie, scritte bene.

(c) Gianni Montieri

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Stefano Domenichini – Il mio amico Pericle

 

Il mio amico Pericle

 

 

Se ti trovi in pizzeria con un amico e l’amico – mentre bisturizza la sommità di un calzone farcito per far uscire il bollore – fa una domanda tipo: “Se Gesù nascesse oggi che di pastori non se ne trovano più, chi andrebbe a fargli visita per primo?”, vuol dire che c’è un pregresso.

Vuol dire anche che c’è un seguito, perché una domanda così non è che la lasci cadere nel nulla. Finisci di sganasciare un lembo di crosta e dici. “I precari? Gli immigrati?” . “Nooo” dice l’amico “Ma dove cazzo vivi. Ci sarebbe tutto un tema di diritti televisivi, può anche darsi che farebbero delle primarie”.

Il mio amico ha un nome: Pericle. Pericle si chiama così perché suo padre si chiamava Giovanni. Voglio dire, se suo padre si fosse chiamato Pericle, lui l’avrebbero chiamato in un altro modo, ma gli è andata male. Sfiga. Pericle è uno che va alle presentazioni dei libri solo se è previsto il rinfresco. Io gli dico che alla sua età dovrebbe vergognarsi, ma poi alla fine sono quello che mangia di più.

Il pregresso, quindi, è che io e Pericle ci siamo presentati  in una libreria multistore a tre piani con ristorante e negozio di alimentari perché veniva pubblicizzata la presentazione di un libro/evento con buffet. Pericle è voluto subito andare a visitare il reparto alimentari e lì abbiamo assistito a una scena bellissima.  Una tizia in atteggiamenti intellettualistici ma che si era dimenticata di togliersi il divano di dosso si è lanciata verso il banco della carne e ha chiesto se avevano il libro della moglie di Castellitto. Il ragazzotto in grembiule bianco e cappello HACCP, uno che probabile fosse laureato in filosofia e avesse sempre coltivato il sogno di lavorare in mezzo ai libri, l’ha guardata come una fionda e le ha detto: “Sì, ma lo stiamo ancora frollando”.

A quel punto si è sentito l’altoparlante della libreria multistore che annunciava l’inizio della presentazione alla Sala degli Eventi.  L’autore del libro che veniva presentato era un tedesco di cui ricordo solo lo pseudonimo con cui firmava le sue opere: Benedetto Sedicesimo. Persino Pericle ha avuto il coraggio di dire: “Che nome bizzarro!”. A presentare l’autore c’era un giornalista de L’Unità. Siccome il libro si intitolava “L’infanzia di Gesù” e completava una trilogia evangelica, io mi sono sentito improvvisamente vecchio. Perché non riuscivo più a ricordarmi il giorno in cui il Partito di Sinistra aveva deciso di aprirsi al mondo cattolico, il giorno in cui rosybindi, labinetti, mariotabacci erano diventati “di sinistra”. Riuscivo a ricordare che l’idea era venuto a uno che disse: “Così, tutti insieme, stravinciamo sempre le elezioni”. Non riuscivo a ricordarmi il nome dello stratega, né l’ultima volta che il Partito di Sinistra aveva stravinto le elezioni. Però il Partito di Sinistra e il mondo cattolico continuavano a limonare con ardore adolescenziale e siccome i preti hanno un movimento di lingua che incanta, il Partito di Sinistra si stava a poco a poco facendo mettere da parte.Il giornalista de L’Unità, ad esempio, non la finiva più di esaltare il libro del tedesco, mostrando orgogliosamente la sua apertura, la sua capacità di farsi gioiosamente penetrare da chi, un tempo, era stato il suo avversario.

Il libro di Benedetto Sedicesimo era tutto incentrato su uno scoop pazzesco: il bue e l’asinello non sono mai esistiti; ne parla solo Isaia, ma nel Vecchio Testamento e in un contesto profetico. Centosettantasei pagine, tiratura iniziale di un milione di copie (che per 17 euro a copia, fate voi), traduzione successiva in venti lingue e pubblicazione in settantadue paesi, ma perbacco: ne è valsa la pena, finalmente si fa chiarezza sul tema del bue e l’asinello. Il giornalista de L’Unità era entrato in fase apologica, parlava di “scardinamento della consolidata usanza natalizia”, quando dalla platea, oltre a un brusio da altissima tensione, si sono levate due mani.

La prima era della tizia che cercava il libro della moglie di Castellitto e che aveva ripiegato su Benedetto Sedicesimo. La seconda era di Pericle. Il giornalista de L’Unità, visibilmente eccitato, ma pur sempre educato, diede la parola alla signora che domandò: “Ma quindi, possiamo continuare a mettere il bue e l’asinello nella grotta del presepe?”. Benedetto Sedicesimo rispose con un sorriso benevolo, un leggero assenso del capo e le braccia aperte, come a portare pazienza. Fu il turno di Pericle che era da poco rientrato in sala dopo essere riuscito a farsi versare un paio di rossi in anticipo sul rinfresco. In attesa del suo turno borbottava cose tipo: il bue e l’asinello hanno una mera funzione termodinamica, è ovvio che gli evangelisti non ne parlano, gli storici che hanno raccontato il Congresso di Vienna o la Conferenza di Yalta mica si sono messi a contare i termosifoni. Quando il giornalista de L’Unità lo ha additato cedendogli la parola, Pericle ha smesso di borbottare, si è alzato in piedi e rivolto a Benedetto Sedicesimo ha detto: “Lei non ritiene che la sua teoria possa considerarsi superata dalla legge di riforma del condominio approvata in settimana che prevede la possibilità di staccarsi dal riscaldamento centralizzato e utilizzare fonti di calore alternative?”.

Va detto che il libro in quel momento in presentazione nella sala Eventi della libreria multistore veniva contemporaneamente pubblicato da due case editrici (una italiana e una della Città del Vaticano). In sala erano presenti i rispettivi editor, promoter, dealer, art director, ciascuno con i suoi collaboratori, tutta gente che con il libro del tedesco ci pagava il mutuo. Sono scattati tutti in piedi, hanno afferrato Pericle e l’hanno portato fuori, in strada. E’ così che è saltato il rinfresco. Ho raggiunto Pericle e l’ho portato in pizzeria.

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(c) Stefano Domenichini

Agostino Cornali – Un forte mal di testa

Un forte mal di testa

Era la prima briscola che vedeva da quattro mani ed era tentato di giocarla subito. Esitava perché aveva paura che il ragazzino avesse in mano il sette di denari, conservato fino all’ultimo per portarsi a casa l’asso di coppe, che in quel momento giaceva solitario sul tavolo davanti a lui. Ma il ragazzino non poteva aver seguito una strategia così raffinata. E allora perché il signor Ferri aveva giocato quel carico? Di sicuro sapeva che la briscola più alta rimasta in gioco era in possesso del suo compagno. Luigi si accarezzava la barba e rifletteva.

L’avvocato, davanti a lui, nel suo sudicio completo grigio, non poteva essere di alcun aiuto: ormai aveva perso del tutto ogni traccia di lucidità e da qualche minuto non faceva altro che seguire con lo sguardo le gambe della Teresa, che stava riordinando gli altri tavoli.

Mentre Luigi era immerso in questi pensieri la porta del bar si spalancò improvvisamente, lasciando entrare il gelo dell’aria di dicembre e un uomo che indossava una maschera anti-gas. Se a quell’ora nel bar ci fosse stato un villeggiante avrebbe pensato a una rapina, o all’entrata di un pericoloso squilibrato. Ma in paese tutti conoscevano quell’uomo mascherato, perciò il signor Ferri si limitò ad invitarlo a chiudere la porta. Poi esortò Luigi a giocare, finalmente, la sua carta.

“Allora, siete pronti?”, disse il nuovo arrivato con voce cavernosa e metallica, avvicinandosi al tavolo della partita.

“Teresa, gli fai un Montenegro con ghiaccio? E per noi un altro giro”, urlò il signor Ferri, “Offro io, se ci lasci in pace”.

“Dove l’hai trovata, quella?”, chiese il ragazzino.

L’uomo si tolse la maschera, tossì, si ravviò i capelli con una mano e si sedette su una sedia alle spalle di Luigi. “Giù da mio nonno, al mattatoio. Probabilmente la usavano per la puzza”

“E perché te la metti?”

“Come perché? Mancano… due ore e venticinque minuti”, rispose guardando l’orologio.

“Qui c’è una partita in corso”, disse il Ferri.

Luigi posò con delicatezza un quattro di denari sopra l’asso di coppe. Il signor Ferri fece schioccare le carte che teneva in mano come un giocatore consumato.

“Ci credi davvero?”, chiese il ragazzino, annusando la sigaretta che teneva tra le dita.

“Non hai sentito al telegiornale? In Indonesia c’è stato uno zulami”

“Adesso ci spieghi cos’è uno zulami. Giorgio, tocca a te”, disse il signor Ferri.

Il ragazzino guardò il banco, poi le sue carte, poi di nuovo il banco. Infine estrasse con orgoglio un sette di denari che atterrò sopra il quattro e rimase lì, in attesa.

“Non capisco come fate a starvene qui a giocare a carte.”

“Solo tu credi a queste stronzate. Avvocato, lei conosce per caso qualcuno che da mesi sta ammassando provviste alimentari in cantina?”

“Io in cantina conservo dei vini che voi, vi assicuro, rimarreste… ho un amico che me li manda dalla Francia e l’altro giorno…”

Teresa arrivò con un vassoio pieno di bicchieri. L’avvocato smise improvvisamente di parlare e le sorrise.

“Tocca a lei, la prego”, disse il signor Ferri.

“A che ora dovrebbe essere?”, chiese Luigi.

“Secondo i miei calcoli tra le tre e mezza e le quattro. La profezia dice esattamente tre ore prima dell’alba.”

Luigi si accarezzò la barba e rifletté. “Ma allora in altre parti del mondo non dovrebbe essere già successa?”

Il giovane esitò un momento. “Sentite, io non obbligo nessuno a far niente. Però se domani dovessimo per pura fortuna sopravvivere tutti e cinque non venite a chiedermi qualcosa da mangiare”. Trangugiò il suo Montenegro, si alzò, rimise a posto la sedia, prese la maschera e uscì.

“Sta peggiorando, poveraccio” disse il signor Ferri, mentre quello si allontanava.

Il soffio d’aria che entrò nel locale quando si aprì la porta svegliò dal suo torpore alcolico l’avvocato, che giocò un fante di bastoni regalando altri due punti agli avversari. Luigi chiuse gli occhi e sentì che stava arrivando un forte mal di testa.

Uscirono dal locale che erano quasi le due e mezza. L’avvocato faticava a stare in piedi, Giorgio si accese la sigaretta e guardò le stelle.

“Non sembrano diverse da quelle di ieri notte”

Il signor Ferri uscì in maniche di camicia e abbassò la saracinesca. Quello stridore ferì il silenzio assoluto della notte ed echeggiò per le vie del paese.

“E’ sempre un piacere giocare con voi”, disse, stringendo con forza le mani degli altri, poi attraversò la piazza e salì sul furgoncino bianco che era in attesa sull’altro lato. Teresa, uscita dalla porta sul retro per evitare le attenzioni dell’avvocato, l’aveva già messo in moto.

Luigi fece un cenno agli altri due, si infilò le mani in tasca e si avviò verso casa, passando sotto l’arco di pietra che un tempo veniva attraversato dai cavalli che scendevano lungo la valle e in piazza trovavano una stazione di posta. La via era buia e deserta, nemmeno un cane randagio in giro. Luigi camminava piano, assorto nei suoi pensieri come sempre. Mentre risaliva la strada sentì il rumore che amava: quello dell’acqua che sgocciolava nella fontana. Come ogni sera, passando davanti alla vasca di pietra, gli tornò in mente quello che era accaduto in quel luogo più di sessant’anni prima. La ragazza si chiamava Maria, ed era di Milano. Suo padre era ricoverato da mesi in ospedale per i postumi di una ferita di guerra, perciò la zia aveva deciso di portarla in montagna con lei per aiutarla a distrarsi un po’. Aveva quattordici anni, gli occhi verdi e lo sguardo triste. Si erano baciati proprio lì, la sera della festa di San Rocco, sul bordo freddo della vasca. Pochi giorni dopo suo padre era morto e la ragazza era dovuta tornare improvvisamente a Milano. Lui non l’aveva più vista né sentita. Da quel giorno Luigi non aveva più avuto nessun’altra donna e tutto ciò che sapeva dell’amore l’aveva imparato in quella sera d’agosto di tanti anni prima.

Deviò sulla destra per una scorciatoia che tagliava i tornanti passando in mezzo agli orti. S’inorgoglì del fatto che nonostante l’età era riuscito a percorrere quella ripida e impervia salita senza troppa fatica.

Quando sbucò di nuovo sulla strada principale si fermò per riprendere fiato. Guardò le cime dei monti: poca neve brillava alla luce delle stelle. Avrebbe voluto il paese imbiancato per Natale, ma mancavano ormai solo cinque giorni e del resto non nevicava prima di gennaio da molti anni, ormai. Un silenzio più profondo del solito gravava come un macigno su tutto il paesaggio circostante. Non si sentiva nemmeno il rumore del fiume sul fondovalle. Il suo mal di testa aumentava.

Guardò verso la parte bassa del paese, vide la chiesa, il campo da calcio dell’oratorio e l’alto edificio delle scuole elementari, dove aveva lavorato per quasi cinquant’anni come maestro di italiano, storia e geografia. Molti dei suoi alunni erano sposati da tempo, alcuni addirittura erano già nonni. Cos’aveva fatto lui in tutti quegli anni?

Ebbe la sensazione di essersi distratto, distratto per tutta una vita.

Accarezzandosi la barba pensò ai suoi più cari amici: in molti avevano abbandonato il paese e i pochi rimasti erano alcolisti o tossicodipendenti; tra questi, per esempio, l’avvocato, così chiamato perché da sempre aveva intenzione di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza, trascurando il fatto che non avesse nemmeno un diploma delle superiori. Poi il povero Tommaso, il giovanotto che era entrato nel bar con la maschera anti-gas: le droghe gli avevano mangiato buona parte del cervello, e in quel momento era probabilmente rinchiuso nella sua cantina in attesa della fine del mondo. E il signor Ferri? Se non ci fosse stata quella santa donna della Teresa chissà che fine avrebbe fatto, anche lui.

E pensare che per Luigi c’era stata l’occasione di andarsene, quando suo cugino aveva cercato di convincerlo a trasferirsi con lui in Svizzera a fare il boscaiolo. Gli aveva risposto che non poteva lasciare i suoi ragazzi così, da un giorno all’altro. “Magari l’anno prossimo”, diceva. Dopo qualche tempo suo cugino si era sposato e i biglietti d’auguri che gli mandava per Natale recavano sempre anche la firma della moglie. Luigi ne conservava solo sette, di quei biglietti, perché una mattina d’inverno del 1961 il cugino salì su un albero, un ramo cedette e lui cadde per terra picchiando la testa su un sasso. La salma fu trasportata, secondo le sue volontà, al cimitero del paese d’origine, dove venne celebrato il funerale. Luigi ricordava bene lo sguardo che quella donna elegante, alta e bionda, gli rivolse prima della cerimonia, quando presentarsi e fare le condoglianze fu una cosa sola. In quello sguardo c’era del risentimento verso di lui, verso il cugino che in sette anni non si era mai degnato di andare a trovare il suo povero marito.

Perché non aveva mai lasciato il suo paese? Davvero amava tanto quel luogo e i suoi abitanti? Guardando le case sotto di lui si accorse che in realtà non provava nessun affetto per quelle persone. Anzi, provava solo rancore e rabbia per chi l’aveva imprigionato tra quelle montagne per tutta una vita. Ecco cosa avrebbe dovuto dire a Giorgio e agli altri ragazzi più giovani: andatevene finché potete, scappate il più lontano possibile. Ed ecco cosa avrebbe dovuto fare lui, l’indomani mattina: salire sulla prima corriera, arrivare in città e prendere un treno. Un treno qualsiasi, non gli importava. Magari sarebbe andato al mare, avrebbe camminato sulla sabbia calda e avrebbe mangiato un gelato in uno di quei bar sulla spiaggia di cui tante volte gli avevano parlato i suoi alunni al ritorno dalle vacanze estive.

Improvvisamente sentì un boato. Un colpo molto forte, che sembrava arrivare dal centro della terra. Si appoggiò spaventato alla staccionata di legno che divideva l’asfalto dal prato verde che scendeva ripido verso il tratto di strada sottostante. Si sporse per guardare in basso e non vide nessuna luce alle finestre delle case e nessuna persona in piazza o nelle vie. Forse da qualche parte stavano già provando i fuochi d’artificio e le misteriose traiettorie dell’eco avevano fatto rimbalzare il suono fino a lì. Strano, però, a quell’ora: guardò l’orologio, erano le tre e venti.

Lasciò la strada asfaltata per imboccare il breve sterrato che conduceva a casa sua. Aprì il cancello di legno facendo scorrere il chiavistello, percorse il vialetto ghiaioso e arrivò alla porta del garage. Prese le chiavi da sotto il vaso dei ciclamini e le infilò nella toppa. Dopo la prima mandata si bloccò. Aveva sentito qualcosa cadergli in testa. Si toccò con la mano e sfregò i pollici l’uno contro l’altro; era una sostanza strana, che si sfarinava al tatto. Si voltò e guardò in alto: un numero infinito di particelle bianche stava calando lentamente dal cielo buio. Nevicava. Si stupì, perché fino a poco prima il cielo gli era parso sereno e pieno di stelle. E poi non aveva mai visto fiocchi come quelli: più che neve sembrava cenere.

Era troppo tardi per stare a pensare a quelle cose e forse aveva semplicemente bevuto troppo. Entrò in casa, salì le scale, arrivò al piano di sopra, si tolse il cappotto e le scarpe e andò in bagno. Dall’armadietto dei medicinali prese un’aspirina effervescente e si spostò in cucina. Riempì un bicchiere d’acqua e vi lasciò cadere dentro la compressa. Guardò il dischetto bianco spezzarsi in varie parti, sfrigolando. Osservò quelle parti diventare sempre più piccole fino a sciogliersi e scomparire del tutto. Pensò alla Pangea e alla deriva dei continenti.

Mentre beveva il liquido contenuto nel bicchiere il suo sguardo si posò casualmente sul quadrante del vecchio orologio da muro appeso sopra la stufa. Segnava le tre e mezza e si era fermato. Lasciò il bicchiere sul lavabo e andò in salotto a cercare in un cassetto una confezione di batterie nuove, ma un pensiero improvviso gli attraversò la mente. Corse allora nella sua camera, che aveva la finestra che dava verso la valle. Aprì le tende con una violenza tale che per poco non le strappò e tirò su con furia la tapparella.

Nessuna lingua umana potrebbe descrivere ciò che i suoi occhi videro in quel momento.

Eppure non provava paura. Lui, che aveva avuto paura per tutta la vita, stava assistendo allo sbriciolarsi del mondo e si sentiva tranquillo, quasi sollevato. Era solo sorpreso, sorpreso che quel matto di Tommaso avesse avuto ragione. La cosa più incredibile era che tutto stava accadendo nel più totale silenzio.

Di colpo si sentì esausto. Si sdraiò sul letto e osservò il soffitto: i bagliori che venivano da fuori, attraverso la finestra, proiettavano sul muro un gioco di ombre e riflessi che sembrava un misterioso messaggio in codice. Di cosa si trattava? Una rivelazione? Un’ultima promessa?

Sentì un boato tremendo, molto più forte del precedente, che fece tremare i vetri di tutte le finestre della casa. Poi, come prima, il più assoluto silenzio.

Si accarezzò la barba e rifletté. Forse il mondo, in punto di morte, stava chiedendo aiuto a lui, Balduzzi Luigi, di anni ottantaquattro, ex maestro elementare. Proprio a lui, che il mondo non l’aveva mai visto ma che in quella notte di dicembre aveva avuto il coraggio di rimanere sveglio fino all’ultimo, e di guardare in faccia la fine.

Chiuse gli occhi e sorrise. Gli sembrò di sentire un rumore lontano: l’acqua di una fontana.

Il mal di testa gli era già passato.

(c) Agostino Cornali

Marco Benedettelli – La regina non è blu

Marco Benedettelli – La regina non è blu – Gwynplaine edizioni – 2012

In questa raccolta di racconti, spaziando dal giornalismo al vissuto, dall’invenzione pura alla realtà, Marco Benedettelli mostra tutto ciò che sa fare, con una tastiera davanti o con una penna in mano. In entrambi i casi è la profondità di sguardo che decide. Benedettelli sa vedere le cose in prospettiva e laddove questo risultasse impossibile, ne immagina una diversa. Sa essere profondo e incisivo, abbinamento non facile da trovare in giro. Del suo talento   mi ha colpito la facilità con cui nello stesso racconto un attore riesca ad analizzare una situazione e, contemporaneamente, a delirarci dentro, preda dei fatti. Come nota, in prefazione, Angelo Ferracuti non sono affatto distanti il racconto Orwelliano di pura invenzione che apre il libro e quello giornalistico Morte ad Abu Salim. Così come l’alienazione (e la solitudine) del brano ambientato in un Call Center (basato sull’esperienza realmente vissuta dall’autore) è vicina, ad esempio, a quella del ragazzo che lavora al bancone di un trattoria italiana all’estero, che mentre aspetta l’arrivo dei clienti (forse di una in particolare) si perde dietro la sua fantasiosa malinconia. La visione del lupo solitario, più che la solitudine, accompagna tutto il libro. I lupi sono soli anche quando stanno in mezzo al branco e colgono le differenze, registrano i dettagli, sono vigili e attenti, curiosi e diffidenti. Sono vivi. Il lupo rielabora, si commuove e, se deve, attacca. La scrittura di Benedettelli è minuziosa, agile e precisa, chirurgica e cristallina. Si alternano brani lunghi ad altri molto brevi e fulminanti (come le cornici in precedenza pubblicate in Argo VIXI). i protagonisti sono dei non-personaggi che, spesso, subiscono gli avvenimenti, che si tratti di guerra, malattia, amore, imprevisto, grottesco, ci si ritrovano dentro un po’ come capita a tutti nella vita; si muovono dentro scelte già fatte da altri e lì in mezzo – improvvisando – danno il meglio o il peggio di sé. Marco Benedettelli sa essere ironico e sa “soffrire”, l’angolo da cui parte il suo punto di vista è estremamente ampio e, di conseguenza, ricco. In conclusione, pare, che colga nel segno, facendo luce su molte questioni chiave dei giorni nostri, con la necessaria cura.

(c) Gianni Montieri

Un racconto breve dalla sezione “Cornici” : XI

Perché lui pensava di non essere capito, e che tutti fossero cattivi e pronti a ferirlo. Perché per lui l’unico modo di non sentirsi risucchiato nel vuoto era primeggiare. Solo così si sentiva accettato. E lo lacerava vedere gli altri che lo respingevano e che non ne volevano sapere di soddisfare questa sua pulsione, e che anzi erano pronti a prendersi gioco di lui, ad isolarlo, a ribaltare il suo desiderio di dimostrare la sua superiorità in un opposto distorto e ridicolo. Li vedeva ridere di lui, prenderlo in giro, imitarlo con crudeltà. Fare le facce strane mentre parlava e lanciarsi occhiate. Che poi erano tre o quattro le persone che lo ossessionavano e intorno a cui i suoi pensieri restavano avvinghiati. Figure intercambiabili, che si rinnovavano di periodo in periodo, da una sua stagione esistenziale all’altra. Gli sembravano iene, esseri grigi, anime putrefatte. Camminava e si mordeva il palmo della mano per sfogare la sua rabbia e si lasciava il segno dei denti sulla carne. Così era finito in  un fosso, un inferno nero come il catrame che trasformava le sue giornate in una landa di sassi.

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Biografia: Marco Benedettelli è nato ad Ancona nel 1978. Lavora come giornalista freelance per varie testate nazionali e si occupa di temi sociali, flussi migratori e politica estera. Cura, per passione, il blog di reportage gastronomici Tantoebene, fa parte del gruppo di scrittura 48ore ed è tra i fondatori e i coordinatori di “Argo – Rivista di esplorazione”, periodico di letteratura e cultura. È selezionato nell’antologia di racconti inediti del concorso Pagine Nuove, riservato agli under 40 delle Marche.

Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa  – Viaggio Nella Notte – Hacca ed. – 2012

Ore 6:17

L’alba dell’ultimo sabato

Cammino sopra la strada lucida.

Il nero della notte si sta spaccando per colpa di un grigio esploso dal basso e di fili azzurri caduti da un cielo vuoto. La vedo che si apre laggiù in fondo, lontana e irraggiungibile come solo una visione può essere. L’alba che nasce si mostra dentro l’unica fetta di cielo visibile da qui, da questo luogo antigeografico dominato dai mostri di cemento armato.

Qualcuno, una faccia sotto il cappuccio di una felpa, comincia una giornata uguale ad altre mille. Questa, però, sarà l’ultima. L’uomo dentro la felpa è stato un operaio, poi è diventato uno schiavo, ora mentre si avvia verso la fabbrica per il suo ultimo cartellino, le sue ultime ore,  è già meno di niente. Per scrivere qualcosa degna di questo libro bisogna provare ad indossare quella felpa, ed è quello che ho fatto. Massimiliano Santarossa ci rende (ancora una volta) complici e fratelli attraverso una scrittura (passatemi il termine) tridimensionale. Il nostro non protagonista, il nostro non uomo, striscia sporco e stanco in un Nordest gonfio di casermoni e dolori. Un regno morto sotto un cielo metallico. Le “Case rosse”, luci tutte uguali in cucine tutte uguali, corpi che non si riconoscono, escono col buio, tornano col buio. Tra l’andata e il ritorno: le fabbriche. Le distese di campagna e capannoni tra Pordenone e Treviso. Un mondo degradato, senza speranza, un oltremondo. Santarossa non ci racconta il dolore, il dolore sono le persone stesse, la sofferenza e l’alienazione sono la carta d’identità. Il protagonista ha poco più di trent’anni, lavora in fabbrica da quando ne aveva quattordici, un padre che ha fatto la stessa vita fino alla morte. Viviamo con lui dentro questa che ha deciso essere la sua ultima giornata. I suoi gesti, i suoi rituali, l’affettato comprato al market per la pausa pranzo. Un forte odore di ruggine, di andato a male. Mentre cancella se stesso il non uomo ci mostra una parte dei suoi ricordi: L’ingresso nella fabbrica/prigione, amici perduti per droga, gente che ha perso tutto e vive appesa a un bicchiere, l’anziana sola incollata a videopoker, rave party, amori svaniti in fretta, piccole salvezze a pagamento. Il niente dietro ogni angolo. «Io taglio montagne di plastica bianca per dare a voi muri più caldi, più silenziosi, muri che vi contengono.» Muri che contengono chi? Perché la distanza tra l’uomo con la felpa e quello in giacca e cravatta è più breve di quella che possa sembrare. Poco più di un muro ben isolato, quella che passa dal quartiere giusto a quello sbagliato. Dallo schiavo al padrone, dal sogno all’incubo. Santarossa scrive col coltello tra i denti e, in questa storia, non concede respiro, perché non c’è più fiato, non c’è più tempo. Poche volte ho incontrato pagine che raccontassero l’indifferenza e la malattia del nostro tempo con tale intensità, qualcosa che va oltre il disincanto. <<Ricomincia a cadere la solita pioggia leggera e lenta e oleosa. Una pioggia che porta con sé l’odore della fine. È il piscio di qualcuno infinitamente alto e infinitamente distante e infinitamente distratto.>> L’autore non ha bisogno di amplificare la realtà per mostrarcela, gli basta attraversarla. Non vi dirò cosa si prova arrivati in fondo, perché a ogni lettore quella felpa starà in maniera diversa, a ognuno il suo finale. Buona lettura.

(c) Gianni Montieri

Roberto Saporito – Shikoku (racconto inedito)

“Se la vita ci sembra un inferno

 è soltanto perché siamo convinti che debba durare per sempre.

La vita è breve. La morte è per sempre…

E agitarsi non serve a niente.” [Chuck Palahniuk]

Shikoku sorpassa tutta la coda, lunga, di macchine ferme al semaforo e facendo rombare paurosamente il motore della sua Harley-Davidson attraversa col semaforo rosso l’incrocio. Una BMW bianca sfreccia a un centimetro dal suo parafango posteriore suonando il clacson all’impazzata. Shikoku passato l’incrocio si ritrova su questa diritta e lunga strada dove ogni duecento metri c’è un incrocio con semaforo e dove il sincronismo del semaforo è tale che se ne prendi uno rosso, saranno di conseguenza tutti rossi: è matematico.

Al secondo incrocio Shikoku arriva in quarta, sui cento chilometri orari. Un enorme TIR inchioda ad un metro dalla sua Harley e un fuoristrada giapponese finisce la sua corsa, accartocciandosi come se fosse di cartone, nella parte posteriore del TIR. Shikoku zigzaga tra due auto dai conducenti increduli, allibiti, e che non hanno il tempo di avere nessun tipo di reazione.

Al terzo incrocio la scena si ripete e una signora dai capelli rossi alla guida di un Maggiolone blu elettrico colpisce in pieno il semaforo, che si piega.

Al quarto incrocio l’Harley-Davidson di Shikoku è costretta a piegarsi talmente tanto nel tentativo di scansare una Porsche nera che la pedana sinistra si consuma in scintille al contatto con l’asfalto, ma con un energico colpo di anfibio sinistro Shikoku riesce miracolosamente a non cadere. Shikoku ha un sorriso nervoso, al limite del rictus, che per un attimo gli sconvolge le sue equilibrate, perfette, fattezze orientali.

Gli incroci si susseguono e Shikoku li attraversa con sempre maggiore sicurezza, come se fosse sicuro che qualcosa o qualcuno fosse lì a proteggerlo, come se fosse sicuro di non dover morire mai, o come se fosse già morto e lui non fosse altro che il suo, folle, fantasma.

Shikoku arriva al fondo della strada, dove finiscono gli incroci e i semafori sempre rossi e inizia la strada, dal traffico più lento, che fiancheggia il mare, calmo e azzurro con minuscole increspature bianche, ferma l’Harley dove la sabbia chiara della spiaggia si mischia con l’asfalto, si tira indietro i capelli lunghi e finissimi con entrambe le mani e urla con tutto il fiato che ha dentro di sé, urla rivolto al mare e a tutto quello che non riesce a vedere, urla perché non saprebbe cos’altro fare, urla perché è una delle poche cose che lo fanno sentire ancora, violentemente, vivo.

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*L’autore:

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.

Ha studiato giornalismo.

Ha pubblicato tre raccolte di racconti (l’ultima, “Generazione di perplessi”, Edizioni della Sera, con la quarta di copertina di Marco Vichi), e cinque romanzi (l’ultimo, “Il rumore della terra che gira”, Perdisa Pop, nella collana “Corsari”, diretta da Luigi Bernardi).

Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.

È membro del comitato scientifico del Festival Letterario “Letture Corsare” che si tiene ad Alba (CN).

Collabora con la Rivista Letteraria di Milano [diretta da Gian Paolo Serino] “Satisfiction” [ http://www.satisfiction.me/ ] con una sua personale rubrica.

 

Contact:

Roberto Saporito

r.saporito@alice.it

 

Sito: http://romanzo.blog.tiscali.it