Narrativa contemporanea

Crepapelle, di Paola Rondini

Crepapelle

Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

Su Ali Smith, L’una e l’altra

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Ali Smith, “L’una e l’altra”, traduzione di Federica Aceto, SUR euro 17,50, e-book euro 9.99

How to be both, recita il titolo originale; come essere entrambe. L’una e l’altra, è la scelta italiana. In entrambi i casi, il lettore sa che si prepara un libro in cui la faranno da padrona la specularità, il gioco delle parti, la capacità non soltanto di farsi carico di un’alterità ma di assumere identità diverse.
L’una e l’altra di Ali Smith è un libro costruito come un polittico in cui i pannelli sono apparentemente due (la protagonista della prima novella, George, e quello della seconda, il pittore Francesco del Cossa), ma si frantumano in un gioco di specchi e spirali fino a rendere quasi incalcolabile la quantità di rimandi in gioco. George, ragazza dal nome maschile, porta lungo l’intera prima parte del libro il lutto per la madre morta, di cui fa riverberare il ricordo assumendo su di sé tutto quello che, di lei, in piena riottosità adolescenziale, aveva disprezzato: la convinzione della madre di essere spiata dal governo (è una dissidente vagamente hippie, impegnata in proteste creative virali su internet), un certo amore per i giri di frase sgrammaticati, la musica anni ’60, la curiosità per i dipinti di Francesco del Cossa, che aveva portato lei, George e il fratellino Henry fino in Italia al Palazzo Schifanoia poco prima della sua morte. George assume su di sé sua madre, inizia un percorso di coincidenza con lei (scarica la musica che lei ascoltava, la balla come faceva lei in giro per casa) domandandosi la maniera migliore per iniziare a elaborare il lutto. Fino all’incontro con H, compagna di classe che (finalmente) ascolta e rinfocola le nuove passioni di George, si interessa dell’enigma dei quadri di Francesco del Cossa – i tanti rimandi nascosti all’anatomia umana sessuale, che a detta della madre di George facevano di lui probabilmente una donna – e le suggerisce altra musica da procurarsi, inviandole come indizi i titoli tradotti in latino. La rete sottile di H, che è innamorata e discreta, permette finalmente a George di sgusciare via dall’ossessività con cui stava affrontando il suo lutto: (altro…)

La domenica (ogni cosa) e Vasilij Grossman

biennale architettura 2010

La nebbia copriva la terra. Il bagliore dei fanali delle automobili rimbalzava sui fili dell’alta tensione che correvano lungo la strada.
Non aveva piovuto, ma all’alba il terreno era umido e, quando si accendeva il semaforo, sull’asfalto bagnato si spandeva un alone rossastro.
Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia.
Sirene lontane – un ululato lungo e sommesso.
La strada si strinse alla ferrovia e la colonna di camion carichi di sacchi di cemento proseguì per qualche tempo alla stessa velocità di un convoglio merci che sembrava non avere mai fine.  Nei loro pastrani militari, gli autisti guardavano avanti senza girarsi né verso i vagoni che passavano, né verso le chiazze pallide dei volti.
Poi dalla nebbia emerse la recinzione del lager: più giri di filo spinato tesi tra piloni di cemento. Una dietro l’altra, le baracche formavano strade ampie e diritte. La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta.
Le izbe russe sono milioni , ma non possono essercene – e non ce ne sono – due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.

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© Vasilij Grossman – Vita e destino – Adelphi – traduzione di Claudia Zonghetti

Il giorno prima della domenica e Ian McEwan

Parigi 2012 - foto gm

Una volta, durante una passeggiata lungo il fiume – l’Eskdale nella luce aranciata del sole già basso, sotto una spolverata di neve – sua figlia gli citò il primo verso di una lirica del suo poeta preferito. A quanto pare, erano poche le giovani donne innamorate come lei di Philip Larkin. «Se mi convocassero / per mettere in piedi una religione / io partirei dall’acqua». Disse che le piaceva la laconicità di quel verbo, convocare, quasi potesse succedere, quasi fosse successo a qualcuno. Si fermarono a bere caffè dal thermos e Perowne, sfiorando col dito una striscia di licheni, disse che, se mai la chiamata fosse giunta per lui, sarebbe partito dall’evoluzione. Quale mito migliore per la creazione? Uno spazio di tempo inimmaginabile, innumerevoli generazioni intente a produrre con lentezza infinitesimale un’intricata bellezza vivente dalla materia inerte, incalzate dalla furia cieca di mutazioni casuali, selezione naturale e trasformazioni dell’ambiente, con la tragedia di forme in costante estinzione e, di recente, la meraviglia della nascita di menti e con loro di filosofie morali, amore, arte, città – e, per soprammercato, il premio senza precedenti di una vicenda che il caso ha voluto dimostrabilmente vera.

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© Ian McEwan – Sabato – Einaudi

Quattro e-book in quattromila battute

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naspini

domenichini

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Quattro E-book in quattromila battute

Tanatosi di Antonio Paolacci: Alcuni animali quando sono minacciati come arma di difesa usano la tanatosi. Si paralizzano fingendosi morti. Il protagonista di questo bellissimo racconto è un uomo in fuga da un mondo collassato, fatto di città distrutte da una crisi del sistema senza precedenti. E senza scampo. L’uomo in preda al panico reagisce in maniera diversa dagli animali, non prevedibile. Il nostro protagonista andrà in cerca di suo padre, sparito da trent’anni. Questi vive in un luogo sperduto tra le montagne. Un posto aspro, raggiunto per scelta. L’anziano è ormai più abituato agli animali che agli uomini. Comincia un gioco di silenzi, di muti rimproveri, di accenni d’affetto. La tensione di mille domande senza risposta. Quando si incontrano due solitudini così profonde, quando la distanza è talmente marcata, è probabile che nulla possa ricomporsi. In poche pagine Antonio Paolacci fotografa in maniera perfetta i disagi di questi tempi, sia individuali che collettivi. Un solo scatto, una sola origine o colpa.

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Storia ragionata delle lenti a contatto di Stefano Domenichini: Un uomo perde la lente a contatto nel lavandino e decide di andare subito dall’ottico. Qui comincia un viaggio a tre tra il protagonista, l’ottico, vagamente filosofo, e l’oculista, mediamente nostalgico. Il racconto di Domenichini è un saggio sull’uso dell’ironia applicato alla realtà. La vera forza di questa storia sono le digressioni, dalla realtà alla fantasia, andata e ritorno. Ma per ragionare sulla realtà, partendo da una lente a contatto passando per Leonardo, relazioni finite, code dal medico, muovendosi tra la vita e il suo traffico, tra occhiali da vista e visione, devi avere un talento fuori dal comune, talento che Stefano Domenichini possiede. Ci si diverte moltissimo nel leggere questa storia ma si riflette anche su alcune piccole questioni e manie quotidiane, che poi sono il sale delle nostre giornate. Sull’amore, la vecchiaia e la solitudine. <<Perché ognuno si porta dentro la propria solitudine e, senza rendersene conto, non fa altro che parlare di quella per tutta la vita.>>

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Un’educazione parigina di Roberto Saporito: Il racconto di Roberto Saporito ha due Io narranti, protagonisti che si rincorrono lungo tutto l’arco della storia. Il fatto che l’autore scelga di chiamarli non con un nome ma Primo io e Secondo io rappresenta una dichiarazione scritta di sdoppiamento. Il fascino di Parigi, i suoi suoni, i suoi luoghi, sono il quadro dentro il quale la maggior parte della trama si svolge. Saporito è scrittore colto, e, con il suo consueto stile raffinato, traccia la rotta di due solitudini. Due personaggi che contemporaneamente sono in fuga da qualcosa e in cerca di qualcosa. Un macchina di lusso e una bicicletta sono gli strumenti che li condurranno alla ricerca di un rimedio che appartiene al passato. Passato che un Io sembra aver rimosso per indolenza e che l’altro Io non ha mai scordato. La psicologia di queste solitudini, è esaminata in movimento tra la Costa azzurra e Parigi, tra il Cuneese e Bruxelles. In un bar, in un cimitero, in una libreria, in un bacio: dove saranno le risposte? O le nuove domande?

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Pagalamòssa di Sacha Naspini: Due adolescenti che passano le domeniche pomeriggio a sfidarsi e a rincorrersi, in un cantiere di un albergo in costruzione. Si misurano col gioco del Pagalamòssa. La severità delle regole è sacra come i codici d’onore. Ed è rigida, come solo i ragazzini sanno essere. La storia che racconta Naspini non è un racconto di formazione ma quello di un’amicizia profonda. Quando si è adolescenti il tuo migliore amico lo è sul serio, vuoi esserne all’altezza, vuoi restargli amico per sempre. Una domenica uguale a tante altre cambierà gli equilibri. La curiosità e la noia li porteranno a scoprire qualcosa, a rischiare. Uno oserà per senso di sfida, per ingenuità o per pazzia, l’altro per stargli dietro. Le biciclette abbandonate fuori dal cantiere li aspetteranno per un po’ mentre l’autore ci legherà alle pagine attraverso una scrittura bellissima. Può darsi che leggendo ci si volti indietro pensando ai nostri Pagalamòssa, ai nostri Pallaavvelenata, alla nostra bici lasciata chissà dove secoli fa.

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(c) Gianni Montieri

Filippo Tuena – Ultimo parallelo

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Filippo Tuena – Ultimo parallelo – Il Saggiatore

Pag. 294, 15,00  e-book 5,99

 

Ultimo parallelo è un libro ipnotico. Ipnotico e meraviglioso. È un libro difficilmente collocabile. Non è un saggio, non è un romanzo, non è un racconto di viaggio, o meglio è tutte tre le cose. È un Hors Catégorie come certe vette diventate celebri per i traguardi ciclistici, quando c’era ancora il ciclismo, s’intende. Filippo Tuena racconta la storia della spedizione al Polo Sud del Capitano Scott e dei suoi compagni, spedizione in cui morirono lo stesso Scott e gli uomini che fecero le ultime miglia con lui. Questi uomini cominceranno a morire quando giungeranno all’ultimo parallelo. La scoperta di essere stati preceduti dalla spedizione norvegese di Amundsen fiaccherà le ultime energie, mentali soprattutto. Energie che avrebbero dovuto sostenerli nel viaggio di ritorno. Ma questo libro non è la storia di una sconfitta perché se Scott e i suoi uomini morirono fu soprattutto per una serie di scelte tecniche sbagliate, come quella di preferire i pony ai cani da slitta. La solitudine e il senso del vuoto del sentirsi dispersi in un luogo estraneo e irreale sono resi talmente bene dall’autore che ogni tanto si perde il fiato leggendo, e, come la voce fuori campo che accompagna i viaggiatori, pare di trovarsi  lì. Di avere, in qualche modo, partecipato al viaggio. Chi parla fuori campo è qualcuno che non c’è, qualcuno che c’è stato prima. Quella voce risuona come un canto tra le pagine. Suona come il Blizard che sferza quelle terre di nessuno a volte e altre come una nenia sussurrata al riparo precario delle tende. “Erano gentlemen che avevano qualcosa da dimenticare piuttosto che da conquistare e che andavano a consumare i loro desideri ai confini del mondo.” E ancora: “Erano questi gesti che me li rendevano vicini perché erano uomini che recitavano addii. Avevano una singolare predisposizione a dire addio.” L’addio, dunque, l’addio che comincia con la partenza da casa e si diluisce lungo il percorso fino al suo consumarsi. Un addio struggente e doloroso disegnato sul bianco, segnato da bandierine lasciate lungo il percorso, firmato passo dopo passo dagli scarponi sul ghiaccio. Chi parte per un viaggio del genere non lo fa per brama di conquista, lo fa per cercare (inconsapevolmente), e questo libro insegna che ciò che cerca è qualcosa di piccolo, interiore, che – forse – potrà apparire solo in mezzo al nulla, nella terra dove il tempo si ferma. Il libro uscì per Rizzoli nel 2007 e vinse il Premio Viareggio, la scelta de Il Saggiatore di ripubblicarlo è stata encomiabile, speriamo generi emulazione per altri libri meritevoli di una riedizione.  Giunti alla fine della storia si resta smarriti per un bel pezzo, come ipnotizzati, appunto. A lungo  resteranno in fondo al cuore frasi  come questa: “e i versi dei poeti amati che durante le marce avrebbero recitato a bassa voce.”

Gianni Montieri

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Andrea Pomella – la misura del danno

POMELLA

Andrea Pomella – La misura del danno – Fernandel, 2013

Questa è la storia di Alessandro ed è allo stesso tempo lo sguardo di sintesi riuscito sull’Italia degli ultimi vent’anni. Alessandro Mantovani è di Roma, origini operaie che gli procureranno sempre fastidio, una sorta di risentimento che mai scemerà. Risentimento orientato più sull’accettazione dello stato delle cose  da parte dei suoi cari, che verso loro stessi. Diventa famoso come attore di fiction e di spot pubblicitari, sposa da giovanissimo Francesca figlia di due ricchi borghesi di sinistra. Progressisti, diremmo oggi. Alessandro e Francesca si amano, hanno una figlia: Martina. Tutto questo, però, non soddisfa Mantovani, lui vuole qualcosa di più. Il passo successivo sarà il cinema “impegnato”, quello che, tra parecchie virgolette, è detto di sinistra. Ci arriverà grazie ai buoni auspici di un suo amico (l’unico) diventato parlamentare. In seguito dimostrerà di aver meritato questo aiuto. Recita bene, successo di pubblico e critica, arrivano i premi. Eppure Mantovani non è felice. Ha trentacinque anni ed è nel punto più alto della sua parabola. Da qui può solo precipitare, e lo farà. Subisce il fascino di una quindicenne, compagna di classe di sua figlia, che ha una cotta per lui, ci va a letto, scoppia lo scandalo e qui comincia la parte più interessante della storia. I personaggi oscillano e in questo dondolìo ben rappresentano la miscela di incertezza, menefreghismo, perbenismo, insoddisfazione, crisi di questi anni. Si vedranno intellettuali di sinistra apparire talmente superficiali da far fatica a distinguerli da un qualsiasi borghese di destra. Gente legata alla destra che non si scandalizza di nulla. Gente disposta a vendersi gli affetti e il dolore per soldi, per la salvezza materiale. Avvocati che trafficano come malavitosi, da politici. Si vedrà come lo scandalo possa montare, gonfiarsi e pian piano ridursi a una cosa minima. L’attore passerà da pedofilo a vittima da utilizzare, a dimostrazione di come nessuno venga abbandonato dal giro che conta. Partiranno raccolte di firme (come ne abbiamo viste a centinaia) il cui unico vero scopo è quello di procurare un tornaconto di immagine a chi le organizza, poi di far star bene chi firma. “Ho fatto la cosa giusta”. La parola chiave del bel libro di Andrea Pomella è: Percezione. Ogni evento cambia di importanza, ogni fatto è sottoposto a diversi metri di valutazione, a seconda di chi lo subisce, di chi lo giudica, del contesto storico dove si collochi. Tutto sembra grande e poi se ci si sposta di quartiere, o all’altro lato del Tevere, diventa minimo o giustificabile. Il paese è diventato terra di giustificazione di massa. Luogo dove a certi tutto è tollerato, tutto è dovuto. I soldi, il potere, come dimostrano le cronache e, con ben racconta Pomella, danno senso di onnipotenza ma il giustificare se stessi è tremendo. Lo stesso Alessandro che, per lunghi tratti appare come una brava (seppur insoddisfatta) persona, si perdonerà il fatto di aver fatto sesso con una quindicenne, lo ridurrà a “tutti abbiamo fatto una grossa cazzata nella vita.” I giorni di Pomella sono giorni malati e anche chi è innocente ne subirà le radiazioni. Innocente come il padre e la figlia di Alessandro e come Bea la ragazzina vittima. Questo libro è bello e necessario. Pomella attraverso una scrittura ricca e colta, mai artificiosa, rappresenta un’analisi accurata di questi anni, dove il berlusconismo è soltanto una delle piaghe, o quella che ha saputo sintetizzarle al meglio tutte. La politica è l’innesco e, in un certo senso, il risultato finale, l’indolenza di tutti è il cuore della trama. La misura del danno è il titolo del libro ma è anche il metro che Pomella consegna al lettore, che ciascuno calcoli la sua.

(c) Gianni Montieri

Luigi Bernardi – Babooshka

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Luigi Bernardi – Babooshka – Perdisa Pop (collana E-pop) – 2012

Questa storia comincia dopo. Comincia in un posto che non c’era e che ora c’è. Un posto che qualcosa di molto vicino all’Apocalisse ha cambiato. Il posto è sul mare. Un vulcano (un Vesuvio mai nominato) ha eruttato. In questo dopo davanti al mare vivono un uomo e una donna, Maddalena. L’uomo è la voce narrante. Appare freddo, ragionatore, calcolatore, previdente. Maddalena è decisa, rappresenta il terminale e, contemporaneamente, lo stimolo dei pensieri, delle illusioni e della forza dell’uomo. Il debole è lui. Lei è forte, io debole. E il tempo nel quale i deboli si sono conquistati il diritto di condizionare i forti è finito per sempre. Il terzo protagonista è Babooshka, un cane. Una femmina di pastore maremmano che arriva in un giorno di brutto tempo, guarda i due metaforicamente negli occhi (come fanno i lupi) e li riconosce. Il suo fiuto non sbaglia, diventano un trio, una cosa sola, una famiglia sulle rovine. Un segnale vivo in mezzo alle macerie. Qui veniamo per un momento all’autore. L’abilità di Luigi Bernardi, in questo racconto (proseguimento ideale delle tre storie di Maddalena e le Apocalissi), sta nell’essere riuscito a creare una specie di trinità carnale. I tre si completano, si proteggono, si sostengono.  Uno ripara gli errori dell’altro. A volte serve la forza, a volte è una carezza. Si ha l’impressione che l’uomo e la donna sapessero, non che esplodesse il vulcano, ma che dietro l’angolo ci fosse una catastrofe. Scoppiano guerre, gli attacchi terroristici aumentano di giorno in giorno e sono sempre più precisi. Si formano gruppi che tendono a isolarsi. Distruggere gli altri è la maniera di sopravvivere. Forti della propria sicurezza e dietro la spinta dei pensieri mai fermi del narratore, della sua voglia di sfida,  i tre decidono di partire verso le terre del Vulcano. Un viaggio estremo e rischioso per forza di cose. Salteranno fuori elementi che non parevano contemplati: l’ingenuità, la distrazione e il più umano di tutti: l’errore. Babooshka è un racconto breve, che scorre in maniera fluida dall’inizio alla fine, tecnicamente perfetto. Ancora una volta Bernardi ci mostra la vita come potrebbe essere, il mondo che potrebbe venire, e senza risparmiare la Società e alcuni suoi mali cronici (le religioni, gli ideali stereotipati) disegna gli uomini per quello che sono. Le persone se cambiano è sempre di poco e questo Luigi Bernardi lo sa. Il racconto è in vendita soltanto in formato e-book, scelta di campo coraggiosa della Perdisa Pop che ha avviato da qualche mese questa collana di storie brevi, progetto ambizioso e molto interessante. Il futuro è sempre appena più avanti.

Gianni Montieri

Il Guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Lettera all’autore con premessa)

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Giuseppe Merico – Il guardiano dei morti – Perdisa Pop 2012

Premessa: Mi chiedo se si possa recensire un libro nel quale l’autore ti abbia inserito nei ringraziamenti. Me lo chiedo dopo aver letto questo libro per la seconda volta, dopo essere arrivato in fondo e aver esclamato: Cazzo! Mi domando se sia giusto. Mi domando, però, anche il contrario. Avendone l’opportunità, posso non scrivere di un libro che mi sta molto a cuore, che ho visto nascere dalle fondamenta, diventare storia man mano che l’autore la inventava? Forse no. Perché sono stato testimone (con altri amici) di un’esperienza rara, che si è trasformata in uno dei migliori romanzi italiani del 2012. Un romanzo uscito per una piccola e ottima casa editrice, libro che si fatica a trovare sugli scaffali, libro che – probabilmente – non passerà dalle parti dei critici che contano. Tra domande e non risposte mi sono convinto che sarebbe più disonesto non scriverne che scriverne. Quel che segue non sarà una recensione. Leggerete le mie impressioni, le emozioni che questa storia ha provocato in me. Leggerete, molto probabilmente, me che in maniera, in parte, immaginaria discuto con l’autore.

Chi sono queste persone Giuseppe? Da quale posto della tua immaginazione, da quale anfratto del cuore vengono? Mi sono fatto un’idea, vediamo se riesco a spiegarla. I tuoi personaggi ricordano un po’ noi. Sono le nostre fatiche, le nostre decisioni mai prese. Quelle subite. I nostri destini, canalizzati dal via. Racconti una storia di un Sud piccolo e sconfinato, un meridione malato. Basta, però, leggere poche pagine per capire l’universalità di questa storia. Tu lo sai, tra la provincia di Brindisi e certi paesini sperduti dell’Arizona, Alabama o del Messico, non c’è alcuna differenza. La predisposizione a subire la vita, le prepotenze, la consapevolezza fumosa che se qualcosa cambierà lo farà in peggio. Chi è Mimino, il ragazzo segnato dalla morte del padre? Cerca davvero lui quando profana i morti? E Mirko chi è? Perché l’hai immaginato così? Lui che non capisce tutto, lui che è buono, lui che uccide e salva. Mi viene da pensare che, con le sue debolezze psichiche, sia il tuo angelo. Un bambino. Al poliziotto, ricorderai, ho sempre voluto bene. Un uomo privo di tutto tranne che della sua malinconia e della sua (inconscia) umanità. Un altro uomo solo. Poi ci sono tutti gli altri: Il malato, la mamma di Mimino, il signor Salvatore, il fratello, l’Animale. Carmela no, di Carmela ti dico due parole quando arrivo in fondo. Tu li salvi tutti. Di una salvezza che non c’entra niente col perdono. Ma molto con la terra arida, con la morte, con il paese di quattro case dove nemmeno quello che comanda ha scelto fino in fondo di essere un bastardo. Penso, ad esempio, all’Animale, il più solo di tutti. Brutto, sporco, un orribile orco, senza famiglia, senza nessuno. La macchina per uccidere. Tu lo salvi, mettendogli in fondo alle tasche la più nascosta tenerezza. Lo salvi perché sai che nel marcio, in fondo allo schifo, c’è qualcosa, ci deve essere. Tu scrivi attaccato a quel qualcosa. A questo punto, però, è necessario dire alcune cose sulla tua scrittura. La tua prosa è limpidissima. Talento, ecco come si chiama. Scrivi dei periodi molto lunghi, struggenti, densi di miracoloso respiro; e poi, di colpo, tagli a fette chi legge con due mezze frasi. A volte con una parola sola. Credimi, non c’è molta gente dalle nostre parti che sappia scrivere così. “E i giorni portano le cose che non sanno stare ferme, che anche quando sembra che niente si muova è solo un preparativo, un sobbollire sotterraneo. Una slatentizzazione delle ansie prima o poi arriva e allora non rimane altro da fare che scappare, per chi ne è capace, o ripararsi la testa con entrambe le mani per non sentire il boato, o chiudersi gli occhi perché ingannati dal pensiero infantile che se non lo guardiamo il male non ci guarda.”. Cos’è questa storia? Un intreccio di vite perdute, abbandonate, tra un dove e un niente, dalla nascita. In posti dove pare che anche la pioggia e il sole vengano a comando, perché qualcun altro (non certo Dio) l’ha deciso. E quando tu non decidi mai, puoi solo provare a stare in piedi. Fai finta di niente, se serve spari, ti nascondi. Se devi: muori. Eppure tutte queste pene, nel tuo romanzo, sono radunate, di pagina in pagina, in una sorta di commozione collettiva, che chiuderà il cerchio quando un uomo camminerà lentamente su una spiaggia. Adesso devo dirti di Carmela. L’hai creata che sa sopportare, disprezzare, amare. Che sa ringraziare. Carmela “tiene” la testa alta. Bella come solo certe donne del Sud sanno essere, col carbone vivo che brucia dietro agli occhi. In questo sud perduto, dove le macchine sono le Ritmo, le Alfa 75, le Uno truccate. Un sud dove l’odore del mare può stordire, dove tutti i personaggi vivono come una pallottola che colpisce di rimbalzo. Gente viva di striscio. Tra le tue pagine tu salvi chiunque, chi con una carezza, chi con la morte. Ma più di tutti salvi un bambino e una puttana. E fai bene. Vedi come succede, il ragionamento che volevo fare è diventato quasi una lettera, o una telefonata, ma io non ci so stare al telefono e, secondo me, nemmeno tu. Mi piacerebbe che questo romanzo, dove sto nei ringraziamenti, lo leggessero in tanti. Questo romanzo per il quale ti ringrazio.

(c) Gianni Montieri

Ivano Mugnaini – Nomi concreti e nomi astratti (post di Natàlia Castaldi)

NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI

 

La professoressa Annarita Canipaletti, solerte, infervorata, sicura di sé e della logica stringente della propria materia, insegnò a Sergio Venanzi e all’intera 2a D della Scuola Media “Vincenzo Bellini” a suddividere le parole in due categorie: nomi concreti e nomi astratti. “Se ci si riferisce a qualcosa che risulta percepibile tramite i cinque sensi, e il vocabolo che lo esprime è dotato di plurale, abbiamo un nome concreto; in caso contrario avremo un nome astratto”. Sergio ebbe problemi: quella distinzione per lui era ambigua e sfuggente. La nebbia è percepibile? E il cielo? E la gente ha un plurale? Si intestardì, comprese che in quella difficoltà c’era sostanza, forse addirittura la chiave per la lettura e l’analisi della grammatica del mondo.

Finì per fissarsi, divenne maniaco di quell’attività tassonomica. I suoi compagni giocavano con le playstation e lui passava il tempo a guardare la vita che gli passava di fronte provando a dividere tutto in nomi astratti e nomi concreti.

“Paura” è un nome astratto – diceva a se stesso – “violenza” è un nome astratto, ma il sangue sulla faccia del mio amico Livio, preso a pugni da un branco di infami per rubargli il cellulare, è concreto. E’ vero, “i sangui” non esistono, c’è solo il singolare del termine sangue, ciascuno ha un suo sangue individuale.

“Barbone” è astratto; nessuno pare percepirlo, forse per evitarne l’odore e il pensiero. Barbone è schifo, e schifo è nome astratto. Quindi non c’è orrore se una mattina trovo sul marciapiede davanti al mio palazzo un barbone pestato e bruciato dai teppisti per passare il tempo. L’orrore è astratto, non ha plurale; quindi non esiste, si può accettare, forse.

“Solitudine” è un nome astratto, si diceva ancora Sergio, rinfrancato dalla certezza di aver colto nel segno. Non c’è il plurale di solitudine, sarebbe comico oltre che contraddittorio. Un attimo dopo cambiò espressione: non era del tutto convinto che la solitudine non fosse percepibile con i cinque sensi. Di certo qualcosa di concreto gli accadeva dentro ogni giorno, anche nelle aule e nei corridoi affollati, come se la mente e lo stomaco gli si strappassero e un senso di ribrezzo gli riempisse la gola come miele marcio.

Giulia era concreta. Sergio avrebbe voluto sfiorarla con le dita e sentire il profumo dei suoi capelli. Il profumo era un nome astratto, ma per quel nulla Sergio avrebbe dato tutto ciò che aveva, compreso il diario su cui aveva stilato, accanto alle cose fatte e non fatte, alle lezioni studiate e non studiate, la lista concreta dei suoi sogni.

Giulia era bella, attraente, già formata e procace. Fu preda di uno dei bulletti della 5a F. La prese con sé e le fece provare il gusto di sentirsi grande, il sesso e il fumo. Un nome astratto che la rese persa, verde come l’erba ma senza sole.

“Rabbia” è un nome astratto. Non sai da dove nasce né dove siano i suoi confini. Una mattina Sergio si rese conto che tutto il suo mondo, la compilazione infinitamente paziente del bianco e del nero, del vero e del falso, del piacere stillato goccia a goccia da mattinate lunghe come una lezione di matematica con il rischio costante di essere chiamato alla lavagna, non tornava. Non c’era più modo di trovare un punto di appoggio, una sensazione solida e carezzevole che gli desse la forza di alzarsi dal letto. Di alzarsi come un essere vivente concreto, dotato di una pluralità di sensazioni e desideri e speranze e prospettive, non come un automa destinato a ripetere azioni e gesti di plastica e metallo.

“Scuola” è un nome astratto o concreto? Certo, ci sono le pareti e i banchi e le lavagne e i vetri e i cessi e le finestre e le ringhiere, ma, a ben pensare, è più un concetto che un’entità, provò a riflettere Sergio. La scuola è ciò che ci insegnano, è il modo in cui lo fanno, è un’idea, un insieme di regole e concetti, una tradizione che prosegue da secoli, identica a se stessa anche se i tempi cambiano e cambiano i vestiti, gli zaini, i mezzi di trasporto, i capelli e le idee sopra e dentro la testa. Esistono le scuole, edifici diversi, palazzi moderni o che cadono a pezzi, ma in fondo l’attività è identica ovunque, eterna, invariabile.

C’era un solo modo per sciogliere il nodo dei nodi dando un’etichetta definitiva alla fonte di ogni dubbio, al luogo esatto in cui era nata la passione per la suddivisione del mondo in categorie contrapposte. Se si brucia un nome astratto non succede niente: la noia, la tensione, l’oppressione, se ne infischiano delle fiamme; restano intatte, inalterate. Se la scuola è un concetto astratto, resisterà, si disse Sergio mentre acquistava al distributore due taniche di benzina. In caso contrario, diventerà cenere. Ma, nel profondo, sarà felice, lei, la scuola, e con lei la professoressa Annarita Canipaletti, il suo simbolo: resterà cenere, ma sarà trionfante. Io avrò risolto l’equazione e imparato la lezione, finalmente. Avrò sciolto l’enigma, e svolto il compito per cui io, allievo, nome concreto, forse, sono chiamato ad esistere.

Sergio avrebbe davvero voluto effettuare l’esperimento sulla decrepita Scuola Bellini. Ma il riso e la pigrizia, nomi sicuramente astratti, e di certo possenti, lo fermarono. Usò la benzina per farne dono al suo amico Carlo, diciottenne, in possesso di una patente di guida quasi concreta. Insieme fecero un giro follemente astratto sulle colline finché ci fu carburante. Da lassù tutto, perfino la scuola, aveva una dimensione diversa, come l’aria, quella luce che entrava dal parabrezza fin dentro le braccia e il cuore, come quella sensazione di non aver compreso nessuna distinzione, in fondo, nessuna categoria. Ma tanto era sabato, e con una spinta concreta e con l’aiuto di qualche generosa discesa, potevano raggiungere l’unico distributore aperto in quelle viuzze di campagna, e, mettendo insieme anche le monete da dieci centesimi, potevano riempire il serbatoio quel tanto che bastava per arrivare, forse, al più astratto e al più concreto dei nomi: il mare.

(c) Ivano Mugnaini

Interviste credibili # 9 – Cristiano De Majo

Ciao Cristiano partiamo con tre domande di servizio: siamo più o meno coetanei ed entrambi siamo napoletani (anche se io della provincia); tu vivi ancora a Napoli, mi racconti com’è (se lo è) cambiata secondo te?

Secondo me non è cambiata affatto. Io ci sono tornato da quattro o cinque anni dopo una lunga esperienza romana. Napoli è la solita città bella e stramorta, che attende sempre un salvatore che la liberi da qualcosa, ma purtroppo nessun sindaco potrebbe realisticamente presentarsi con il programma di liberarla da se stessa. Banalmente senza una economia normale, una economia che vada oltre la micidiale triade avvocati, impiegati pubblici e criminali, non c’è alcuna speranza.

David Foster Wallace è il più bravo degli ultimi trent’anni?

Non il più, ma uno dei più. Ho scritto di recente un pezzo su Rivista Studio in cui ragionavo proprio sulla mia incapacità di scegliere tra lui ed Ellis. Oltre a questi due, tra gli autori degli ultimi trent’anni ci metterei anche Sebald e Vollmann, e Houellebecq con la scrematura di un paio di libri. Uh, aspetta, c’è anche Bolaño. E pure DeLillo a voler essere oggettivi.

Quanto ti danno fastidio i luoghi comuni sul Sud?

Più che altro mi danno fastidio la maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche e letterarie del Sud, l’epica meridionalista la trovo furba e deteriore, ma è un discorso che m’interessa sempre meno. Il discorso intorno al Sud e a Napoli, discorso a cui non mi sono sottratto, non mi appassiona più. Vivo a Napoli con un senso di estraneità totale. Potrei essere ovunque. Non leggo libri di scrittori napoletani, non guardo il tg regionale, cerco il più possibile di astenermi dal frequentare le aree ventrali. Lo so, c’è qualcosa che non va, credo si renda necessario un mio nuovo allontanamento.

Cosa rende, secondo te, la scrittura nordamericana diversa dalla nostra? Ovvero, hai la sensazione che la narrativa italiana non riesca a muoversi alla stessa velocità di questo tempo?

Ma è un fatto logico, legato soprattutto alla dimensione storica. Ogni impero, in quanto epicentro della storia, produce le rappresentazioni più convincenti di una determinata epoca. Gli imperi economici sono anche imperi culturali. Si aggiunga a questo la professionalizzazione della scrittura, i grant, le borse di studio, i corsi all’università… Detto questo, c’è anche da dire che negli ultimi si avverte una specie di esaurimento, sempre meno libri importanti o innovativi in giro. Più che movimenti generazionali e geografici, mi sembra che in questo momento stiano spiccando delle individualità.

C’è un personaggio di un romanzo che avresti voluto essere anche se solo per dieci minuti?

Beh sì, molti. Clay di Meno di zero, Humbert Humbert di Lolita, Jim Hawkins dell’Isola del tesoro tra gli altri.

La sfogliatella: riccia o frolla?

Forse riccia, ma meglio una brioche se restiamo in tema colazione. I francesi mi hanno dato motivi per riflettere. Preferisco il camembert alla mozzarella.

Come sai ho amato molto il tuo romanzo “Vita e morte di un giovane impostore scritta da me, il suo migliore amico”, in particolare ne  ho apprezzato l’originalità e la statura dei due protagonisti,  così diversi e complementari, l’uno dipendente dall’altro, per volontà o circostanze. Come ti è venuta l’idea di questa storia?

All’inizio ero interessato soprattutto alla parte documentale, cioè a mettere in piedi un catalogo di scritti ritrovati. Poi la cosa mi è cresciuta in mano. E mi fa quasi paura pensare al modo in cui scrivendo i personaggi si costruiscano, si ingigantiscano, si complichino. Alla fine il nucleo del libro è diventata la voce narrante, la sua ambiguità, che non è di sicuro lo spunto da cui ero partito.

Ti piace il cinema? (se sì) Qual è il tuo film, quello indimenticabile?

Come si fa a dirne uno? Senza pensarci, ti direi banalmente Mullholland Drive. Pensandoci un altro po’ L’inquilino del terzo piano, La conversazione, Blade runner, Il cacciatore, The Blues Brothers.

Riesci a trovare una spiegazione ai Neomelodici?

Quando penso ai neomelodici, mi viene da pensare al rap. Quanto sia emblematico che i ghetti americani (ancora America, sì) abbiano prodotto una musica con un valore estetico che ha rivoluzionato la contemporaneità, mentre i nostri ghetti quella merda. E non giurerei sul fatto che Scampia sia più degradata di un project di Brooklyn. La cosa più deprimente sono gli intellettuali che hanno cercato di sdoganarli. Fofi con Nino D’Angelo ci è pure riuscito. E adesso ogni tanto ci tocca pure sentirlo parlare di cultura.

Quanto è difficile per un giovane scrittore muoversi nella giungla editoriale?

Ti stai riferendo a me come giovane scrittore oppure stai parlando di un ipotetico giovane scrittore? Nel primo caso non ti rispondo visto che giovane non sono più e quindi la domanda dovrebbe essere riformulata (quanto è difficile per un uomo fatto e finito campare di scrittura in Italia?). Nel secondo, il consiglio che darei è cercare uno scrittore già pubblicato che si apprezza a cui far leggere le proprie cose. Le relazioni di stima e di curiosità intellettuale sono fondamentali in questo lavoro. Per quanto mi riguarda, il fatto di avere una agente mi solleva dall’obbligo di certi movimenti, cosa per me ottima visto che sono piuttosto statico.

Qual è  il libro che ti ha fatto esclamare: “Cazzo, che meraviglia!”

Questa è come la domanda sui film. No, peggio. Sono tanti. Ti dico uno degli ultimi, per la novità che rappresenta, Importanti oggetti personali e memorabilia dalla collezione di Lenore Doolan e Harold Morris compresi libri, abiti e gioielli di Leanne Shapton.

Dimmi – per favore – che tifi Napoli

Te l’ho detto che preferisco il camembert! Tifo Inter dai tempi di Rumenigge. Hai presente i neri che si sbiancano la pelle?

Un e-book ci seppellirà o ci salverà?

Proprio ieri ho comprato un Kindle! Ma più che altro per leggere in inglese le cose non ancora tradotte. Faccio soprattutto il giornalista in questa fase della vita.

 

Mi dici in breve a cosa stai lavorando in questo periodo?

Molto in breve, a un libro di non fiction. M’interessa la forma del memoir;  del resto anche il romanzo era un lavoro di finzione sul tema biografia/autobiografia. Ma ci sto lavorando quasi solo col pensiero al momento. Per me la cosa giusta, se fosse fattibile, sarebbe pensare a un libro per tre o quattro anni prima di iniziare a scriverlo.

Che musica ascolti?

Avendo due figli di 16 mesi, sto ripercorrendo di nuovo la storia del rock. Loro amano molto The Dark side of the moon, nonostante gli abbia detto che i Pink Floyd per me sono sopravvalutati. Ho ascoltato di tutto, rock, pop, elettronica, rap, ho avuto le mie fasi, ma da un paio d’anni non seguo molto le nuove uscite. Mi pare che il disco più recente che ho comprato sia High Violet dei National o forse quello di Sufjan Stevens.

Ce lo prendiamo un caffè?

Quando vuoi.

Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre

Qualche giorno fa è uscito il terzo romanzo (molto atteso) di Luigi Romolo Carrino. Pubblico, con grande piacere, un estratto. Libro consigliato!

gm

( Luigi Romolo Carrino – Esercizi sulla madre – Perdisa Pop 2012) estratto, pagine da 61 a 63)

Quattro

Tutta la mezzanotte è nera. Mi faccio caldo con le mani, le
sfrego sui pantaloni e si riscaldano anche le gambe.
Il pero trema di freddo i suoi rami addormentati, fa le facce
strambe sulla casa di fronte.
C’ è l’uomo nero che viene a prendermi.
Non posso andare da zia Adele. Se ci vado, zia Adele saprà
che non sei ancora tornata e lo dirà alla nonna.
Non posso andarci. Mi puniresti. Le mani mie bucheresti, con
gli spilli di sarta, quelli sulla Singer, la macchina per cucire.
Nel vialetto, all’entrata, arrivano i fari di una macchina e
mi s’appiccia un fuoco ai lati della testa. Salto dal gradino come
un grillo e sono così felice che un po’ il freddo, un po’ il fuoco, un
po’ la contentezza, io non sento più fame e c’ è luce come si fosse
fatto mezzogiorno.
Sono i fari della macchina di papà.
Mi fa le formiche nei pantaloni. Vado a mettermi dietro la
siepe, dietro il muretto.
Non riesco a trattenermi, correndo mi faccio la pipì addosso.
Non riesco a capire perché questo caldo che scivola lungo le gambe
mi fa tranquillo.
Non riesco proprio a capire se il freddo che sento nelle mutande,

se la pelle di papera che si fa ora sulle gambe, è paura o è gelo che
mi fa a nuvola il fiato.
Se papà mi trova seduto qui fuori, lo capirà immediatamente
che mamma non è rientrata. E quando lei tornerà saranno
urla e strilli, schiaffi e capelli strappati, puttane zoccole cornuti
e parolacce nere più nere dell’uva marcia del pergolato dietro la
casa, parole più sporche di Calimero. E poi calma e lacrime e
baci belli per fare pace, e poi non ne parliamo più e poi andiamo
a dormire. E poi io non ce la faccio nemmeno a mettere la testa
sotto le lenzuola, perché c’ è qualcuno nella mia stanza, sotto il
letto, nell’armadio, fuori dalla finestra, sul pero.
Ma va bene, non fa niente. L’ importante è che torni. Tanto
poi papà non ti fa niente. Tanto c’ è sempre qualcuno sotto il mio
letto, tutte le notti.
Papà apre lo sportello, scende, papà chiude lo sportello.
Sento rumore di chiavi. Papà arriva davanti alla porta e
infila la chiave nella serratura. Mi metto dietro di lui e tutto è
zitto, tutto è niente che si vede.
Papà penserà che stiamo dormendo. Quante volte è tornato
tardi dal lavoro?
Dietro di lui sento l’odore di grasso, di cose meccaniche, odore
di olio e di fatica. Lo sento tutto quanto, il mio papà, che
lavora tutto il giorno, va anche lontano a lavorare e certe volte
non torna nemmeno per la notte.
Papà sfila le chiavi dalla toppa e apre la porta.
Da dietro le sue spalle butto gli occhi in casa e non c’ è un
niente di nessuno, lo capisce anche papà che rimane ancora fermo
e non entra e trema. Ma non ha freddo, a lui trema solo una
mano. Io tremo tutto quanto. Non vuole entrare, papà non lo

vuole sapere se è tutto vero questo nessuno. Dietro di lui guardo
le sue gambe storte. Da ragazzo, un incidente con la motocicletta
Motom gli lasciò la gamba destra più corta. Non zoppica,
cammina un po’ sali-e-scendi. Quando fa due passi, sale la gamba
destra scende la gamba sinistra.
Papà fa un passo avanti e accende la luce.
Il neon. Fa prima un lampo. La luce del neon illumina a
scatti il nostro salotto-cucina.
Uno scatto un lampo.
Flash.
La cucina vuota.
Guardando da dietro le spalle di papà, sembra che qualcuno
faccia una fotografia con il flash, sembra che i miei occhi facciano
una fotografia Polaroid.
Un secondo scatto un secondo lampo, due lampi ravvicinati.
Flash, flash.
Sei seduta, sul divano.
Un terzo, un quarto scatto. Due lampi, uno dietro l’altro.
Flash-flash.
No. Il divano è vuoto.
Flash-flash-flash, e adesso c’ è tutta la luce nel salotto-cucina.
Tutto è il niente che si vede. Tutto è nessuno.
Io sto dietro al mio papà, faccio un passo, metto un piede sul
gradino e lui si accorge di me.

(c) Luigi Romolo Carrino

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Sinossi del libro:

Giuseppe, un uomo di 42 anni, è internato in un ospedale psichiatrico giudiziario da quando ne aveva 16. Per essere rinchiuso qui Giuseppe ha commesso un atto criminoso ed è stato giudicato incapace di comprendere l’atto compiuto. In realtà, Giuseppe non lo ricorda nemmeno il motivo del suo internamento.

All’interno dell’OPG, in una casa-dependance approntata nel parco dell’ospedale come un set cinematografico della memoria, una volta all’anno Giuseppe compie il rito dell’attesa: rivivere la notte in cui la madre lo lasciò, all’età di 8 anni. Quella notte Giuseppe aspettò per dieci ore il ritorno di sua madre sul gradino di casa, rifiutandosi di credere che la donna più bella del mondo lo aveva lasciato per sempre.

Giuseppe aveva e ha una sola domanda per sua madre: perché mi hai abbandonato?

Ad ogni ora che passa Giuseppe usa la sua voce come fosse quella di sua madre, per trovare una ragione che giustifichi l’abbandono e per rimproverarsi la sua inadeguatezza di figlio. Ma è anche il modo per ripresentificare il sé bambino in tutti i minuti di quell’attesa, perché è questa mancanza l’unico testimone della sua esistenza.

Al termine della notte, Giuseppe tenta di comprendere la crudeltà materna, sperando di arrivare alla salvazione del suo io-bambino rimasto nella camera ardente della sua infanzia, e provando ad assolvere il rifiuto della donna più importante della sua vita.

Sua madre, allucinata nella casa dell’attesa, gli dirà che le cose non stanno così come lui crede. La colpa è un’altra, nascosta in un’altra notte da ricordare, quella in cui lui è stato internato.

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Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Ha pubblicato tre raccolte di poesie ed è autore di testi teatrali. In narrativa ha esordito nel 2006 con due racconti in Men on Men 5 (Mondadori). Ha scritto i romanzi Acqua Storta (Meridiano Zero, 2008 – anche con il cd del recital La versione dell’acqua) e Pozzoromolo (Meridiano Zero, 2009), il racconto lungo Calore (Senzapatria, 2010), la raccolta di racconti Istruzioni per un addio (Azimut, 2010), il reportage A Neopoli nisciuno è neo (Laterza, 2012).