Narda Fattori

Anteprima: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Anna Maria Curci, Nei giorni per versi. Prefazione di Patrizia Sardisco, Arcipelago itaca 2019

 

A Narda Fattori

«ti cerco nella sera sopraggiunta»

 

I

Come un accento a voce claudicante
balza e s’arresta il limite del giorno.
Taglieggia tra le sdrucciole e le piane
e tronca si riveste soluzione.

 

V

Al portatore d’acqua non si chiede
di narrare di sé e della sua fonte.
Sorda sete che s’avventa sul secchio
scansa polvere suole e passi stanchi.

 

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni
s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.
Pesce rosso nella boccia di vetro
è invece e a malapena se ne avvede.

 

XVII

Rimescolava i tarocchi sgranati
(i servi intanto azionavano leve).
Disse: «Io credo alla bontà dell’uomo»,
poi diede un morso e ritornò in trincea. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #2: Annalisa Teodorani

Teodorani_Sota_la_guazaPalinsesti di poesia
a cura di Manuel Cohen

A mezza selva #2: Annalisa Teodorani
Nella poesia di Annalisa Teodorani

Erede, nei primi anni zero, della scuola di Santarcangelo (T. Guerra, A. Baldini, N. Pedretti, G. Fucci, G. Rocchi), Annalisa Teodorani appare in controtendenza con la dismissione delle lingue dell’oralità, con l’archiviazione del paesaggio e del genere lirico tout court; genere che nei suoi versi si presenta connotato dalla dimessa veste lessicale, una lingua basica, e dall’understatement di formularità informali, variamente tendenti alla prosa o alla spezzatura prosodico ritmica e sintattica, ora mitigata da un fondo di sana ironia ora dalla attenzione ai contesti, cionondimeno rispondenti a istanze proprie della lirica. Rinunciando ad affrontare grandi temi e “grande stile”, la sua osservazione predilige e si sofferma su dettagli secondari, periferici, quasi fissati a un dato di inermità, indagando così un microcosmo feriale, sia domestico, minimale, sia afferente alla sfera faunistica. Le due sfere, umana o vegetale, pullulanti tutte di minuscole entità: arbusti, animaletti, piccoli volatili, tartarughe, bambini, anziane zie, esistenze in exitu di vecchi, giovani spose fragili come falene; dove gli epifenomeni della couche di residenza ci dicono «la grèzia d’un zèt / sòta la bròina» («la grazia di un germoglio/ sotto la brina»), dove tuttavia registriamo la traccia di una Stimmung contemporanea, quasi generazionale, nella percezione fisica di un allarme. Accade infatti frequentemente che a una dimensione sospesa segua la tensione di una minaccia di precarietà: il buio della vita, l’inverno che gela, la montagna che frana, il cadere in una buca, il fiorire in un fosso, il sentirsi disperso: «Dal vólti ta t sint sparguiéd/ e t fiuréss t’un fòs» («A volte ti senti sperso,/ e fiorisci in un fosso»). Un disorientamento che investe di sé per intero un ecosistema: «Énca i giraséul insa piò duvò guardè/ e i gazòt da nóid/ i t’òintra ad chèsa» («Anche i girasoli/ non sanno dove guardare/ e uccelli di nido/ entrano in casa»). Un dato di esilità confermato dal lessico essenziale, in testi che si risolvono nel volgere di brevissime inarcature versali, in distici, in singoli versi, o frasi monorematiche. In una sintassi segnata da ellissi e contratture, slogature e slittamenti logici e figurali, cortocircuiti di senso, scarti pregrammaticali propri dell’oralità spesso attingente a una popolare cultura sacro-scritturale: da cui le molte similitudini, i parallelismi, le metafore. La lingua della Teodorani afferisce alla parlata rurale nelle contrade santarcangiolesi, dove la campagna e la natura sostituiscono le strade e il cemento, e l’asprezza si evidenzia nelle dittongazioni della phoné. Di un millimetrico continuare “a levare”, d’altro canto, come di una ultima, estenuata Dämmerung occidentale, ci dicono testi come Paróli (Parole), che ricorda, per l’esercizio di pazienza, la laboriosità della civiltà contadina: «A campémm sparagnénd./ I dói che al tartaréughi/ a l chémpa una màsa perché li n zcòr» («Viviamo risparmiando./ Dicono che le tartarughe/ campano molto perché non parlano»). Dell’inquietudine, udito e vista, attraverso gli organi della bocca e degli occhi, si fanno testimoni o scribi: la bocca, bòca, organo attraverso cui la phoné, intima e collettiva, articola suoni, in bilico tra paróli nóvi (nuove parole) e paróli antóighi (parole antiche), avverte la minaccia di un inverno, metaforico nella sua carica visionaria, metafisico nella sua polisemia, che serra la bocca: «t’à srè la bòca». Occhi, correlativi del campo semantico della vista: vedere e esser visti, ma soprattutto, l’ansia destabilizzante del non poter vedere: «ócc dè par dè i n vòid piò dalòng», occhi che giorno per giorno non vedono più lontano; occhi come rispecchiamento, di alterità e purezza, levità e vicissitudine sospesa, come in Nuvèmbri (Novembre): Teodorani incontra l’altro da sé creaturale, condivide freddo e pena terrena: «a péunt i mi ócc/ ti ócc d’un petròs» («punto i miei occhi/ negli occhi di un pettirosso»).

◊◊◊

da Par sénza gnént

I zchéurs dla zènta

Dal vólti a m mètt ma la finèstra
e a stagh da sintói i zchéurs dla zènta:
da spèss i è acsè strach
che la s putrébb sparagnè
la fadóiga d’arvói la bòcca.
Mo se la zcòrr in dialètt
alòura i zchéurs i arciàpa vigòur,
énca al patachèdi,
e u m vén vòia d’andè ad ciòtta
a dói la mi.

I discorsi della gente: A volte mi metto alla finestra/ e sto a sentire/ i discorsi della gente:/ spesso sono così stanchi/ che si potrebbe risparmiare/ la fatica di aprire la bocca./ Ma se parla in dialetto/ allora i discorsi riprendono vigore,/ anche le sciocchezze,/ e mi viene voglia di scendere/ in strada a dire la mia.

 

da La chèrta da zugh

L’udòur de sàbdi

A n l’arcórd l’udòur de sàbdi
scapènd da scóla arcórd
snò ch’a séra lizìra
e l’aria datòunda
l’éra tótta da bòi.

L’odore del sabato: Non ricordo/ l’odore del sabato uscendo da scuola/ ricordo soltanto che ero leggera/ e l’aria intorno/ era tutta da bere.

 

da Sòta la guàza

Sparguiéd

Dal vólti ta t sint sparguiéd
e t fiuréss t’un fòss.

Sparso: A volte ti senti sparso/ e fiorisci in un fosso.

 

Una zèsta

Lasém a lè
do ch’ a m’avói vést
cumè cla zèsta
s’i ghéffal ad lèna
s’i férr instécch.

Una cesta: Lasciatemi lì/ dove mi avete vista/ come quella cesta/ coi gomitoli di lana/ coi ferri infilzati.

 

Annalisa Teodorani è nata a Rimini nel 1978 e risiede a Santarcangelo di Romagna (RN). Autrice in lingua italiana e nel dialetto santarcangiolese, ha esordito giovanissima ed è considerata l’erede della poetessa Giuliana Rocchi e, in generale, della grande Scuola di Santarcangelo: Tonino Guerra, Gianni Fucci, Antonello Baldini e Nino Pedretti. Ha pubblicato quattro libri di poesia in dialetto santarcangiolese: Par sénza gnént (pref. di G. Fucci, Rimini, Luisè 1999); La chèrta da zugh. La carta da gioco (Pref. di A. Brigliadori; Postfaz. Di N. Fattori, Il Ponte Vecchio, Cesena 2004); Sòta la guaza. Sotto la rugiada (Pref. di M. Cohen, Il Ponte Vecchio, Cesena 2010, 2013) e La stazòun degli amòuri biénchi (Bandella di copertina di D. Rondoni, CartaCanta, Forlì 2014); in lingua ha pubblicato in versione digitale: Nient’altro che parole (Feltrinelli, Milano 2016). È compresa nel saggio di Pietro Civitareale Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola 2005), e nell’antologia omonima uscita del 2006 per le Edizioni Cofine di Roma. È inserita nel Dizionario dei poeti romagnoli del Novecento (a cura di G. Fucci, Pazzini, Villa Verucchio 2006) e nelle antologie Poets from Romagna (a cura di G. Bellosi, traduzioni in inglese di A. Bianchi, J. Fortune e S. Siviero, Cinnamon Press, Blenaug Fflestiniog -U.K.- 2013) e Di un sangue più vivo. Poeti romagnoli del novecento (a c. di G. Lauretano e N. Spadoni, Il Vicolo, Cesena 2013), ha partecipato a numerose manifestazioni e rassegne letterarie ed è stata invitata ai più prestigiosi festival di poesia.

(il profilo critico è apparso, con il titolo Annalisa Teodorani, in: AA.VV., L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, Gwynplaine, Camerano 2014)

 

A mezza selva #1: prima parte
A mezza selva #1: seconda parte

Donne. Racconti al femminile, a cura di Narda Fattori

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Donne. Racconti al femminile. A cura di Narda Fattori. Prefazione di Giovanna Gazzoni, Pazzini editore, 2012

(a Narda Fattori)

Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

Anna Maria Curci

Meno conosciuta, ma non per questo meno pregevole, è l’attività che Narda Fattori ha svolto come conduttrice di laboratori di scrittura. Ne dà testimonianza l’antologia Donne. Racconti al femminile, curata da Narda Fattori e scaturita dalla sua “vocazione pedagogica”, da un talento fattivo e generoso, nutrita dall’intento, anche questo perseguito con tenace coerenza, di rendere reale condivisione, tanto pensosa quanto operosa, quella benedetta “spudoratezza”, elemento fondamentale della scrittura accanto alla conoscenza di sé. Della “spudoratezza” Narda ebbe modo di scrivere in un’intervista del 2004, pubblicata sul sito della casa editrice Fara, con la quale era uscita in quell’anno la raccolta Verso Occidente: «Ecco cosa intendo per “spudoratezza”.
Non credo esista niente di inesprimibile. Almeno per un poeta. Le parole si formano nella mente come volute di fumo da una sigaretta, si distendono, e chi scrive è poco più di un manovale.
Poi c’è il lavorio per dare pazienza all’urgenza: il labor limae credo sia il ritorno su parole, suoni e timbri che senti imperfetti, non chiaramente fedeli a quella voluta che ti saliva dalla gola e ti scendeva dal pensiero. È il lavoro dell’intellettuale.»
I racconti brevi raccolti in Donne sono nati nel corso del laboratorio “Scrivere allunga la vita”, patrocinato da Italia Nostra, svoltosi dall’ottobre 2009 all’aprile 2011 e condotto da Narda Fattori. Sono testi molto diversi tra loro per stile e per genere di scrittura, accomunati tuttavia dal prendere le mosse da un ricordo, dall’evocazione di un luogo, di un oggetto, per narrare, come scrive al plurale Giovanna Gazzoni nella prefazione, intitolandola così, Le vite delle donne.
Va sottolineata la scelta del ‘noi pensante’, operata dalle autrici all’atto della pubblicazione. I trentotto racconti e la poesia che compongono Donne sono stati sì scritti da Narda Fattori, Mariangela Barbone, Stefania Bolognesi, Antonella Brighi, Loretta Buda, Natalia Fagioli, Elisabetta Leoni, Ondina Martini, Anna Rosa Pedrelli, ma non è dato associare il singolo testo al nome dell’autrice. La coralità delle voci è dunque intenzionalmente anteposta alla melodia di ciascuna. Riconosco anche in questo aspetto l’amore di Narda Fattori per la conversazione ininterrotta con l’altro da sé – nella piena conoscenza del sé – così come il suo vigoroso sì alla costruzione comune del pensiero. (Anna Maria Curci)

*

Sospiria

La maestra ha accompagnato i bambini all’ingresso, li ha affidati ai genitori o a chi per loro purché delegati.
Quella della consegna è un’operazione delicata che lei esegue con cura certosina, prima verifica che la persona che ha di fronte sia legittimata al ritiro, poi passa la mano del piccolo, al padre, alla madre o a chi per loro.
In quel momento rimpiange i tempi in cui, al suono della campanella, gli alunni arrivavano al portone e, liberando la sfrenatezza proibita in classe, si disperdevano vocianti sul piazzale che in pochi minuti risultava deserto.
Torna verso la sua classe con un pensiero fisso che si esprime in una parola: quiete!
– Voglio un po’ di quiete – pensa la signorina Sospiria; vorrebbe urlarlo ma non può, l’atrio è già carico di una vibrante tensione; percorre il corridoio con un’andatura concisa, esaltata da un tacco 8, inadeguato per le sue corte gambette.
Dalle aule della 5 A e B risalta l’odore acre dei detergenti che Gemmina, la collaboratrice scolastica, sta usando a profusione; uno sperpero di prodotto dovuto alla fretta. Alle 13.50 lei smonta e, dove non bastano la forza e la rapidità delle braccia, spande detersivo. La maestra sente che la schiena si flette in avanti, la drizza, protende il collo per dare sollievo alle vertebre cervicali e procede verso la sua classe. Toc, toc – toc, toc, l’inconfondibile rumore dei suoi tacchi risuona lontano nel corridoio e copre il borbottio che sbotta dalle sue labbra perfettamente congiunte:
quiete agognata,
quiete ambita,
quiete suprema.
Guarda davanti a sé, il corridoio contiene a stento la sua stanchezza. È sola, veramente qualcuno c’è, ma lei non lo vede, nella sua testa rumoreggia una sola parola: quiete.
Inavvertitamente riprende il suo delirio verbale:
quiete sognata, sperata, aspirata, consegnata, digrignata.
Una sosta per raccogliere un foglio da terra, poi riprende il suo tragitto; come uno scolaro che calcola con le dita lei giocherella con le sue facendole tamburellare sulle labbra ormai sverniciate, poi riprende il suo salmodiare:
quiete dolcissima,
quiete prudentissima,
quiete clemente,
quiete potente, e non si accorge che il collega Ripetti la fissa turbato.
A metà corridoio comincia a cantare una nenia, coccola la sua parola, che, secondo lei, sta crescendo facendosi tutta maiuscola. Sulla porta della III C, la collega Ginevri la guarda non vista. Quella parola si allarga e si allarga, lei la accomoda fra le braccia, la dondola sillabando con affetto.
Velocizza il passo, ma l’altezza del tacco ostacola l’accelerazione; stringe al petto la sua quiete; tenendo il testone della Q sul braccio si compiace dell’enigmatico sorriso a U.
Nell’aula, la luce accecante del mezzogiorno la ferisce, stringe un poco le braccia, si china sulla sua parola per crearle una penombra rassicurante.
Raggiunge la sedia, sposta con la punta del piede la borsa a fianco della cattedra, si siede, appoggia la parola sulle sue ginocchia trattenendola teneramente con le braccia e la guarda con insuperato affetto, poi appoggia la fronte sul tavolo. Sospira la signorina Sospiria e declina nuovi attributi
quiete inespressa,
quiete sconfinata,
quiete generosa e non si rende conto che Ripetti e la Ginevri, muti e pensierosi, la osservano dal vano della porta.
– Stai bene? – si sente chiedere. Lei si drizza di scatto, allenta la presa e la parola, la quiete agognata che si stava concretizzando rotola su se stessa e cade con un rumore secco sul pavimento sparpagliando le lettere sotto la prima fila di banchi.
I colleghi rimangono sulla porta, ma i loro sorrisi tesi e gli sguardi sorpresi si allungano fino alla cattedra per sincerarsi che Sospiria respiri.
Contro ogni previsione lei si alza e con finta noncuranza va loro incontro ostentando un sorriso diluito dal pianto trattenuto, si lascia cadere sulla prima sedia che trova davanti; è completamente inerme, indifesa, fragile, ma sorride.
– Non è niente… sono stanca, ho bisogno di quiete, di quella calma… capite? I colleghi ammiccano indulgenti ma devono spostarsi per lasciar passare Gemmina che, armata di Mop, pannicelli e scopa a forbice, è intenzionata a pulire l’aula.
La maestra si avvicina nuovamente alla sedia, recupera gli occhiali nella borsa e accende il cellulare sotto lo sguardo minaccioso della bidella. In aula la tensione è al massimo; Gemmina ha l’occhio fisso, il suo sguardo sembra voler incendiare tutti i banchi fino a incenerire lei, Sospira, la maestra che non lascia mai la classe in ordine. Si guardano, la maestra si porta le mani agli occhi come dovesse aggiustare gli occhiali che non ha ancora indossato, poi saluta con un sorriso muto e un lungo sospiro.
– Arrivederci – sibila Gemmina.
– Addio – risponde Sospiria accomiatandosi dalla sua quiete infranta.

(pp. 62-64)

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

narda

Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

Narda Fattori, Dispacci (L’arcolaio)

dispacci

Narda Fattori, Dispacci, L’arcolaio 2016

I Dispacci di Narda Fattori sono ambasciate poetiche che del messaggio e della poesia possiedono tutta la forza comunicativa e creativa. L’equilibrio, la coesistenza, il connubio tra significatività del contenuto e cura dell’espressione non mostra cedimenti e ogni testo della raccolta ne dà testimonianza. Una prova evidente della riuscita di tale unione è il movimento sicuro sull’asse temporale e tra le direttrici temporali: mi riferisco non solo ai piani del passato, del presente e del futuro, ma anche all’uso meditato e misurato dei tempi e dei modi verbali. Anche nel procedere di un singolo testo, questi si alternano spesso e ricorrono in più varietà, come accade, in maniera esemplare, proprio nei primi tre dispacci, inviati rispettivamente al padre, alla madre, alla sorella. Non si tratta soltanto di andare a ritroso con i ricordi, non ci si limita – e non si sbarrano gli accessi, tuttavia – alla nostalgia, al rimpianto. I messaggi ai propri lari includono i desideri, le aspirazioni e le peculiarità di quelli, così come le dicerie e le opinioni forzatamente manchevoli degli altri. Perché sono forzatamente manchevoli le opinioni ‘pubbliche’, ‘comuni’? Lo sono per il semplice fatto, come dichiara Narda Fattori, che tutti gli umani si trovano a dovere, e a non sapere fronteggiare «materia/ difforme e sorgiva – implacabile –// vita».
Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»;  la vocazione dei poeti che «Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi» è sentinella su un avamposto arrischiato, uno dei pochi, tuttavia, che garantiscono vista acuta ed eloquio chiaro. Un metodo di conoscenza e un sistema di invio e disseminazione del messaggio del quale si sono volute perdere le coordinate e che la poesia, caparbiamente e controcorrente, pure persevera nel tramandare. […] Si configurano, dunque, i Dispacci, come capitolo fondamentale della “grammatica del dolore” (la definizione è di Narda Fattori), una grammatica ‘plurale’ che ha il dono del riserbo e il coraggio di buttarsi a capofitto in incontri e scontri, che sa essere indulgente e si rifiuta di essere indolente, che non si limita a registrare il rimpianto per l’avida lettura dell’ultima puntata del feuilleton, per le corse in bicicletta e le sbucciature alle ginocchia, ma formula il monito dell’attenzione (Stai parata), ironizza sulla deriva e sullo scialo, capovolgendo “arsenico e vecchi merletti” in Muffa e sberleffi, scava fino all’osso e ribadisce, cionondimeno, il suo sì alla vita e alla poesia. (dalla Prefazione di Anna Maria Curci).

 

Di te diranno

Di te diranno – sorella mia-
cose di poco conto e qualche infamia
presto ti coglierà una nebbia fitta
a cancellarti nei pensieri prima
———————————nei cuori poi

perché non sopportiamo a lungo
il dolore la domanda riacutizzata
la certezza di una diffusa miseria
che ci alberga nei dendriti deraticati

diranno che capita che s’inciampi
a morte nel corso dei giorni
che ci sono accidenti e incidenti
del tutto casuali e qualche colpa
——————————in buona fede
per inesperienza a trattare materia
difforme e sorgiva- implacabile –
————————————vita.

(Laura Fattori)

.

Ricordanze

1.

Alla spalletta bassa del ponte
già la tua voce era sollievo
nella chiostra candida dei denti

tentai il salto nella melma
e le salamandre mi accolsero
benevolmente avide sulla schiena
-vieni- dicesti e io confidai

quella volta ed altre ancora
prima di imparare la dolcezza
della tua voce la delicatezza dei calli

crebbi ragazza indocile
docile al tuo richiamo riparatore
zampillo e gran bufera.

Sempre troppo presto giungeva sera.

.

Al tempo del Pifferaio

Non respingete questa banda di fiati
un po’ stonati che procede saltellando
per accompagnare il pifferaio di Hamelin

sono morti i topi sono morti fra i flutti
invano cercando una riva da risalire
hanno ingoiato do re mi la si diesis
acuminate biscrome e semibrevi

sono stati in massa trasportati là dove
finisce il fiume nelle forre dove interrato
corre fine alle foibe per l’ultimo squittio

o poter respingere questa banda di fiati
con naso rosso dei clown la bocca grande
e bianca che sogghigna mentre segue
la processione ridente dei bambini
che la musica dei pifferaio ha incantato

ad uno ad uno nel fiume si sono gettati
in una gara di tuffi a morte gridando gioia
e i clown hanno lanciato i nasi e i fiati

le lacrime finalmente hanno lavato la biacca
i bambini vanno cadaveri alla foce

il pifferaio non ride neppure s’ allieta
ho solo raccontato la fiaba fino alla bad end.

.

Stai parata

Non ho udito ancora il frinio delle cicale
né le sorelle lucciole si sono accese

la vita che appare e dispare ogni alba
fa più scollate le vesti delle donne
che rendono le attese rosse di sangue
tingono come una milonga di tanqueria

e la menzogna seghetta come un coltello
frantuma come un martello cerchia
anche l’osso lo sparo a due metri

non cessare d’amare sorella non cessare
ma stai parata come la legione romana
a tartaruga contro la cavalleria.

.

Muffa e sberleffi

Se non ravvivati i colori si disperdono
s’azzurra il blu ingrigisce il nero

l’ottone giallo delle maniglie ha subito
gli unghioni del tempo
non busserà più nessuno i fantasmi
non chiedono permesso s’accoccolano
fra i pensieri sterili e stinti
trombette che gracchiano dimenticate
le note – sinfonie di voci disarmoniche

ecco muffa e sberleffi nel 2000 d.C.
a chi come me niente teme e niente tiene.

.

Terminata la lettura di Dispacci – ma si dovrà rileggere come esige ogni libro importante – eccomi con le prime impressioni, di lettore certamente, non potrei fare altro; il mio rapporto con i numerosi testi di Narda Fattori (se non sbaglio siamo all’undicesimo libro di poesia) è stato sempre quello di lettore disponibile all’ascolto. Ma questa volta mi accorgo di trovarmi impreparato a scrivere. Lo dico senza falsa modestia. Lo trovo così intenso, così vero questo libro, che non potrei aggiungere nient’altro. Nulla. Si dice infatti che il miglior commento alla poesia sia la poesia stessa. Schumann insegna: quando gli fu chiesto di spiegare un suo brano musicale complesso, egli si limitò a mettersi al pianoforte per suonarlo ancora. Ma qualcosa bisognerà pur dire. Cesare Garboli affermava di essere «un critico che scrive per capire». E lo faceva a modo suo, cercando e documentandosi. Così cerco anch’io di capire. Innanzi tutto il titolo – Dispacci – messo lì non a caso. Scrive Antonio Baldini in Le scale di servizio che i titoli si mettono alla fine, la spiegazione è semplice: il titolo è la summa, la sintesi, il principio da cui tutto scaturisce. Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini/ pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia.
Raccolgo alcune sue parole che recentemente mi scrisse: «Scrivo tanto ma sempre pescando in un paniere che non è mai vuoto, perché il tempo è costituito da eventi sociali che mutano la visione. Ormai ho acquisito fedeltà a queste povere cose; mi hanno aiutato, sono state una benedizione divina per rendere sopportabile ed esprimibile il dolore».

(dalla Postfazione di Bruno Bartoletti)

Franco Casadei, La firma segreta – di Narda Fattori

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Franco Casadei, La firma segreta, Itaca edizioni 2016

La poesia ci chiama alla vita, alla nostra e a quella altrui; è sempre comunitaria, fa gruppo, si dona ad uno sguardo attento, pervasivo, fugge il superficiale abbandono all’emozione, l’ottusità, il gioco fonico che alfabetizza l’intelligenza.
Sfugge l’io solingo pieno di sé che non lascia spazio agli altri, eppure insieme ai cromosomi siamo identità costruite dagli eventi, dagli incontri lungo l’asse sincronico del tempo. Siamo così come siamo perché nati in questo frammento di secolo, fra cocci , macerie e muraglie , sordi spesso agli umani richiami, attenti ai richiami di fate Morgane.
La poesia è un dono esigente che nelle due facce porge nell’una vitalità, nell’altra nequizia.
Ho fra le mani il quarto libretto di poesie di Franco Casadei e la sua voce mi suona famigliare, mi sento in consonanza. Afferma che le poesie contenute in questo libro nascono da una corrispondenza non cercata con  alcuni articoli a firma di Marina Corradi apparsi su “Avvenire” e su “Tempi”.
Non ho alcun motivo per non credere all’affermazione e ne ho invece per esserne partecipe come lettrice.
Già nelle opere più recenti abbiamo riconosciuto un Casadei meno aggrovigliato nella sua testimonianza di Fede, più vicino ai fratelli, quelli meno fortunati, e alla natura che esplode sempre nella sua bellezza e si fa mito e metafora, causa ed effetto della nostra esistenza, soprattutto dono.
Un giornalista di cronaca censisce alcuni eventi e li trasporta sulla carta stampata per renderli maggiormente visibili, per condividerli, forse, per approfondirne le stratificazioni di sensi e di significati.
Mentre il giornalista ha per limite il numero delle battute, il poeta opera per sottrazione, cerca di arrivare alla nudità del vero. Insieme possono star bene se ciascuno conserva la specificità della sua forma di comunicazione. (altro…)

Franca Alaimo, Traslochi. Nota di Narda Fattori

Franca Alaimo, Traslochi (LietoColle)Conosciamo Franca per le sue predilezioni nei confronti di una poesia che solleva lo sguardo dal proprio ombelico e spazia fra le interazioni emozionali ed esistenziali, un io (e un voi) che non segnala le differenze, al contrario, è inclusivo, pervasivo e che acquieta.
L’Alaimo predilige senza dubbio la poesia colta, articolata, centrata sulla pervasività degli eventi minuscoli che decidono la mano di vita che si va a giocare.
Pur essendo una poesia che rimbalza sul lastricato della memoria, non segue un filo di tipo mnestico, sincronico o diacronico: l’opera inizia con una poesia che ha per titolo lo stesso del libro, quasi a predire un nuovo diverso cominciamento; se tale cominciamento esiste, convive coll’esperito, si allaccia al già vissuto con tonalità diverse, forse, ma la parola conserva lo stesso spessore di splendida quotidianità lungo tutta l’opera e anche la liricità, molto sommessa e contenuta, abbraccia questa fedeltà e non alza mai i toni, non si appropria del sentimento e neppure si abbandona alla descrittività e alla narrazione.

Mi chiedo dove comincia il luogo,
lo zero della morte; mi sembra
di gridare senza suono di voce,
ma uno stridio di gomme sul selciato
mette in moto l’ardore del giorno,
ma ridona al tormento del corpo
ed alle trafitture addominali…

Così in questi versi cogliamo l’atteggiamento della poetessa davanti alla morte, che sicura s’affaccerà, ma ora la sarabanda quotidiana della metropoli abbandona l’individuo solo con i tormenti fisici che non affrancano quelli dell’anima.
Le poesie colgono piccoli quotidiani eventi perché noi siamo “dentro”: anche la gatta, in uno dei traslochi, non ama la nuova collocazione casalinga, ha perso le sue prospettive, il fascino dei tetti noti, dei terreni di campagna forieri di scorribande; il condominio è una centralina di casalinghe, di parole che sono state sedotte e non hanno più l’intatta dignità di chi le ha usate; si sta sgretolando un universo intero e non abbiamo nessun strumento per fermare la distruzione. Siamo dentro, appunto. (altro…)

Nient’altro che parole, Annalisa Teodorani (di Narda Fattori)

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Annalisa Teodorani, Nient’altro che parole, ZoomPoesia, Feltrinelli e-book

 

Annalisa Teodorani è una delle voci giovani e più significative della Romagna; ha già pubblicato quattro raccolte di poesie e la si incontra in reading cesellati dove la sua voce affianca nomi solidamente consolidati in poesia. In questo e-book di una prestigiosa casa editrice, la poesia di Annalisa si conserva scabra, con l’atteggiamento di un pugile alla difesa; l’io che prova a dirsi viene in poche righe messo a tacere, forse non ha molto da dire, molto più probabilmente teme che dallo spiraglio da cui si affaccia entrino invasori, intrusi vagabondi, pensieri di niente.
La poesia di Annalisa è materica anche quando sa di filosofia; sotto il microscopio della comprensione e della visione mette minuzie, eventi  che attraversano il quotidiano con il rischio di non essere neppure percepiti. Eppure la vita è lì, nella loro predicazione sommessa che coglie solo chi ha uno sguardo e una mente aguzza, tremula forse, ma appartenente.
Poetessa in vernacolo, la Teodorani si tuffa nella sua lingua colta: un italiano non ricercato, amico , solidale. Potrebbe osare molto di più, non le mancano gli strumenti culturali, ma non è interessata a mostrare la sua maestria; la sua esistenza laboriosa come quelle delle formiche, si palesa nelle discrasie, nell’osare dire la tristezza come possibilità di piovere, e piovere è una bella metafora per dire piangere: si piange per solitudine, per disperazione, per alleviare un’arsura, per sintonizzare le intime percezioni con un cielo grigio e avvizzito.
Questo e-book si presenta come un crogiolo di emozioni, di piccoli, grandi dolori e osa, la poetessa, anticipare con un incipit vernacolare che raccatta ricordi e meteorologie in una decina di poesie  che le servono da pedana per il salto da fare in lingua.
Discriminare fra le due forme comunicative non è puro gioco intellettuale perché ciascuna ha una sua sintassi e un lessico determinato.
Come tutti i dialetti, anche quello di Annalisa è materico, visionario ed esplorativo:

È bóffa so in muntàgna
a l vén zo
sla nàiva sòura e’ tèt
ènca i lópp
i s-cénd a vàla
mo l’è un invérni splórc
ch’u n rigàla ma niséun
e se ’dmèn un po ad sòul
e’ scàpa fura
tin dacòunt
che sprài ad luce

[È bufera su in montagna/ scendono con la neve sul tetto/ anche i lupi vengono a valle/ ma è un inverno avaro/ che non fa regali a nessuno/ e se domani un po’ di sole esce fuori/ tieni a conto/ quello spiraglio di luce]

Lo spiraglio di luce, nella sua polisemia, acquista il valore di un sole intero, è il piccolo brivido della felicità che si può presentare anche quando i lupi scendono a valle, ovvero nei tempi più duri e dolorosi. (altro…)

La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura

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La pienezza della poesia: Narda Fattori, Cambiare di stato, morire di natura (CFR edizioni 2014)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

L’incontro con la poesia di Narda Fattori è sempre un incontro con la pienezza dell’espressione. Questa affermazione iniziale vale anche per la sua raccolta più recente,  Cambiare di stato, morire di natura: non è casuale che Bruno Bartoletti sottolinei proprio tale qualità nella prefazione. Per pienezza intendo una capacità non comune di abbracciare più ambiti, di metterli in comunicazione e di farli dialogare tra loro con ricchezza di toni e di immagini e con il ricorso a canali espressivi che appaiono così ben congegnati per dare potenza e profondità alla parola da suscitare continuo stupore per un vero e proprio talento «di natura». Non solo: il talento innato è stato coltivato, con l’amore e la costanza degli «avi contadini», è stato nutrito di letture, ampie e ben radicate, oltre che di un ascolto alle voci della terra, tutte, non solo quelle umane. Lucetta Frisa e Marco Ercolani hanno giustamente scritto in una lettera a Narda Fattori di «canto della Terra»: al canto della Terra mahleriano si intreccia, in più, e per tutta l’opera, la melodia, dal semplice al complesso, del ‘cantico dei viventi’, cantico di lode e di dolore, cantico del commiato e del ricongiungersi, cantico dello sdegno e dell’amore, cantico della sosta e del transito, cantico della roccia che resta e del fiume che scorre. È un cantico che non disdegna, anzi, sembra a tratti prediligere i suoni aspri, il suffisso –aglia («sparpaglia», «abbaglia», «sterpaglia», «mitraglia») di montaliana memoria, che non teme lo scontro e l’attrito; è lo stesso cantico che si rivolge, tuttavia, in tono amorevole e con l’affetto che si tributa a i propri lari, al mondo del mito.  Cantico di vita e di morte insieme, dalla «entrata in scena» tra fitte di puerpera alla scelta – spartiacque, bilico e bivio a proprio rischio- tra «dramma» e «avanspettacolo». Su tutto questo veglia e vigilia il pensiero «erratico  errabondo mai estatico», come l’io poetico dichiara in un endecasillabo che si impone per densità espressiva. (Anna Maria Curci)

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