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Martingala #7: Il paese del sole

nap

fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Ernesto Murolo, Poesie

Ernesto Murolo, Poesie, Casa Editrice Bideri, 1942

*

Accade che mio padre un paio di settimane fa mi regali il libro che vedete in foto, proprio nell’edizione del 1942; per me questo dono è una vera gioia, postare qui qualche poesia è il mio modo di gioirne con voi. (gm)

*

E femmene

Quanno ‘e vvote essa traseva,
già da n’ora i’ ero venuto.
‘Na resata, nu saluto,
po’, ammentanno, me diceva:

«Ch’ ‘o marito èva saputo…
o ch’ ‘a messa mai feneva…
ch’ ‘o cavallo, che curreva
ncopp’ ‘a scesa era caduto…»

E sbatteva ncopp’ ‘o lietto,
cu ‘na mossa ‘e dispettosa
mantellina e cappelletto.

Po’ redeva… E cu’ ‘e manelle
se spuntava ‘a vita rosa
chiena ‘e nocche e nucchetelle…

*

Rosa d’ ‘o Munastero ‘e San Martino!
Loggia ca ‘ncielo fravecata sta!

Nuie ce affacciàimo, mentre, a mmatutino
‘e cchiese già sunavano;
e nuvole e calore se sperdevano
e se scetava Napule d’està!

E Ammore, Ammore!…
Tremmaie stu core tuio ‘ncopp’ ‘a stu core…
E quanno, ‘a ll’ onne chiare,
vediste ‘o sole ca spuntava a mmare,
tu… te vasaste Napule,
tu te vasaste a me!

*

Maggio. Quanno stu mese
fa ll’aria cchiù addurosa
passaie p’ ‘o vico, oi Rosa,
pe’ ffa pace cu’ tte…

E avette pe’ risposta
na resatella amara,
n’ucchiata ‘a na cummara
e… sta canzone a mme:

Chi canta vo’ ammore antico
perde ‘a voce e ‘a serenata:
quann’ammore vota strata,
nun se torna arreto cchiù!…

*

© Ernesto Murolo

Peppe Stamegna, Navigare navigare

foto gianni montieri

foto gianni montieri

Navigare, navigare

Ma quale Australia, io me ne vado a Salina. Scappo per fregare tutto questo dolore, come vent’anni fa. Penso, penso e penso, ma in realtà non vorrei avere più tutti ‘sti pensieri in testa come se fossero frasi di un libro: non devo fare come Giacomo, io devo cercare di pensare con parole che conosco fino in fondo, almeno provarci.

Il porto di Napoli stasera è tutto acceso, sembra giorno. Tante persone all’imbarco e macchine, camion e quella solita agitazione dei marinai prima di salpare che contagia i viaggiatori, e anche me, stasera. Avevo paura dell’ennesimo fallimento da condividere con Giulia, lei mi ama, io la amo, ma non c’è nessuno tra di noi a dirci che l’amore non c’entra nulla quando devi prendere una decisione: LA DECISIONE. Meglio se me ne sto da solo per qualche giorno. Dicono che pioverà stanotte, e che si alzerà il mare. Che m’importa, tanto questa nave è enorme almeno quanto il palazzone dove abito a Roma: tutte le notti insonni che ci ho passato lì dentro, ora sono niente davanti a questa notte piccola piccola piena di mare e ferro.

– Un caffè lungo, per favore.

Sento le onde sotto le gambe, mi sa che il mare si sta già incazzando. Mannaggia mi sta salendo la serpe in gola. No, non ci casco stavolta. Butta giù la saliva, su che ‘mo passa e se ne va via questa bestiaccia. Mica è la prima volta, dài. Anche se non mi capitava da tanto tempo, porca miseria. Però.

– Senta, ma che forza è ora il mare?

– Non t’ preoccupa’, nun affond’ ‘sta nav’ (hahahaha).

Sto scemo di un barista. Uno mica deve affondare con tutta la nave per cacarsi sotto. Stronzo. Tutti stronzi quando ti vedono debole, ‘ché già dalle domande che fai si capisce che ti stai affidando completamente a quello o a quelli a cui le stai rivolgendo. Non lo imparerò mai. Tanto questi se ne fottono del tuo imminente crollo, questi sentono solo gli ordini dei capi e le partite alla radio: non devo perdere tempo con persone così. Esco, ché mi manca l’aria. Cazzo che freddo qua fuori: com’è bello vedere tutti quei puntini della città sparsi nel buio, che brillano. Ci fosse Giulia, resterei abbracciato a lei per tutta la notte. Che freddo c’è stasera. Oddio mi sale tutto in gola, oddio la serpe sta salendo in gola. Scappare in Australia, ma come faccio? sono un fifone sono: dico dico, poi faccio sempre le stesse cazzate e non mantengo le promesse. Napoli già non la vedo più.

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Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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Una frase lunga un libro #71: Nicola Pugliese, Malacqua

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Una frase lunga un libro #71: Nicola Pugliese, Malacqua. Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario, Tullio Pironti, 2013, € 11, 90

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E dopo il pomeriggio e dopo le prime ore della sera, giunse per lui la notte, con strisce d’inchiostro e squarci improvvisi, il vento che tira su via Marittima, ad angolo con Piazza Municipio, ed oltre, ed oltre, fin dentro il porto ed in salita verso la collina. Questo vento freddo che riporta in alto il fuoco dei bracieri, che ricama nell’ombra della strada.

All’elenco dei grandi misteri dell’editoria italiana va aggiunto di diritto Malacqua di Nicola Pugliese. Il libro uscì nel 1977 per Einaudi, dietro spinta di Calvino che intuì la bellezza e la novità della scrittura di Pugliese. La storia dice che il romanzo andò a ruba e si esaurì in poco tempo. Si dice anche che il molto orgoglioso e riservato Pugliese si fece violenza chiedendone a Einaudi la ristampa. Ristampa che non ci fu mai. In tutti questi anni si racconta di ricerche di appassionati tra i librai del centro storico di Napoli, di fotocopie vendute a caro prezzo, di offerte economiche molto elevate per acquistarne una singola copia. Anni di silenzio, fino alla morte di Pugliese (2012). Suo fratello Armando ricevette precise disposizioni dallo scrittore affinché il libro fosse ripubblicato da Tullio Pironti, cosa che è avvenuta tra lo stupore dell’editore e la gioia di molti, nel 2013.

Scrissi questa recensione per Satisfction, proprio nel 2013, la ripubblico oggi, per due motivi. Il primo è ovvio, secondo me di questo romanzo non si parla mai abbastanza, è un libro che per me significa molto, e Nicola Pugliese, il suo autore, una persona che avrei voluto conoscere, farci due chiacchiere, bere un caffè. Non è capitato. Il secondo motivo è che io Nicola Pugliese qualche notte fa l’ho sognato. L’ho sognato proprio come se fossimo dentro Malacqua, perché eravamo a Napoli e pioveva a dirotto, da ore, forse da giorni, fatto sta che io e Pugliese ci trovavamo a via Foria, sotto lo stesso ombrello. Pugliese mi diceva: “Tienilo tu, che sei più alto”. Ma a me non sembrava, infatti ci bagnavamo moltissimo, poi io con gli ombrelli sono imbranato, ma Pugliese questo non poteva saperlo. Pugliese mi diceva: “Mi ricordo tuo nonno, un essere straordinario, una volta che venne a piovere così, mi porto sulla sua bicicletta, mi diede un passaggio. Tuo nonno pedalava velocissimo, sotto la pioggia, io gli dicevo di andare piano, ma lui niente, correva correva. Mi diceva «Nicola, Nicola, nun te preoccupa’, c’avimma leva’ ‘a miezz’ all’acqua», pioveva tantissimo come oggi. Tuo nonno mi diceva che dovevamo andare in tutta fretta all’Ospedale delle bambole che stava crollando”. Gli domandavo: “Signor Pugliese, e poi che succedeva? E mica lo sapevo che conoscevate mio nonno”. “E niente, non arrivavamo in tempo, ma tuo nonno mi regalava una coppola”. A questo punto mi sono svegliato, è solo un sogno, ma il fatto che mio nonno e Nicola Pugliese fossero insieme, mi ha fatto ripensare al libro, ed eccomi qua.

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Mariastella Eisenberg, Il tempo fa il suo mestiere

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Mariastella Eisenberg, Il tempo fa il suo mestiere, Edizioni Spartaco 2016

Qual è il mestiere del tempo? È stata la domanda pressante, la domanda sempre presente, a fare da filo conduttore alla lettura, scorrevole e solenne, del romanzo di Mariastella Eisenberg. Già, perché la risposta non poteva essere soltanto quella, rassicurante solo in superficie: “quello di lenire le ferite”. Il tempo conosce risposte beffarde e incuranti di felicità anche piccole, sgretola, spazza via, non mantiene le promesse, quelle che ci ostiniamo a individuare, come quando diamo nome e forma alla bizzarria delle nuvole. Siamo allora noi, esistenze e tracce minime, destinati ad attendere, indaffarati o inani, storditi dall’affastellarsi delle incombenze con le quali abbiamo deciso di inebriarci o invaghiti della nostra condizione di ‘esposti’ alla ruota perenne, ad essere schiacciati, non sappiamo  come, non sappiamo quando, dal carico pendente, che magari stiamo a rimirare, orrido e impassibile e inevitabile? E se fosse proprio il tempo, invece, ad additarci una possibilità, tra ricerca, perseguita testardamente o solo vagamente consapevole, e reperimento, caso e occasione insieme, di “dare testimonianza” e, dunque, di aggiungere un altro predicato al mestiere del tempo?
Nel tempo, precisamente nell’arco di oltre un secolo, dal 1912 al 2014, si estende, si dirama, si spezza e si ricongiunge la storia della famiglia Rosenberg, ebrei rumeni di etnia tedesca, narrata da Mariastella Eisenberg. Diversi e differenti sono i luoghi che fanno da testimoni, anch’essi, alle vicende narrate: Jassi nella Moldovia romena, il monastero di Sucevița e la città di Rădăuți nella Bucovina, Bucarest, Napoli (che, nel corso della vicenda, arriva ad essere il cuore di ricordi e riconoscimenti) e Gerusalemme.
Sono vicende di silenzi che pesano e lacerano, di speranze spezzate, di veglie fedeli e di strattonare violento dell’ira verso sé e verso gli altri. Sono, anche, vicende di tentativi, talvolta goffi nel procedere a strappi o a tentoni, talvolta saggi nella pazienza, di ricucire quello che è stato strappato, o, ancora, di conferire la giusta dimensione al gesto del lutto ebraico di strappare la stoffa del vestito dalla parte del cuore, come segno del dolore straziante per la perdita di una persona cara.
Il racconto prende il via con un episodio occorso nel 1912 a Jassi alla sedicenne Sara Rosenberg. Sara è la quinta figlia femmina, la sesta in ordine di nascita dei quindici figli di Mosè Rosenberg e Malca Schachter. Il commercio di tessuti di Mosè Rosenberg, nativo di Czernowitz, fiorisce, la famiglia è agiata.  Irrequieta, non di rado irruente e scontrosa, Sara, con il fisico giunonico a intralciare la desiderata spensieratezza di un’adolescenza in piena, non vuole rinunciare alle sue «allegre spedizioni», per lo più in solitaria e scaturite da un impulso irresistibile. Durante una di queste «scorribande»  in campagna, le ruote del calesse si impuntano nel nevischio misto a fanghiglia, il calesse si rovescia e Sara si inzacchera letteralmente dalla testa (con la sola eccezione, forse,  dei capelli avvolti in un ampio fazzoletto) ai piedi. È in quel momento, in quel luogo che a venirle in aiuto giunge un altro solitario come lei. Un incontro non previsto, quell’unico incontro con Giuseppe, giovanissimo anche lui e  «povero di campagna», segnerà l’esistenza di Sara e di molte altre persone. (altro…)

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].

Il cammino e la resa. “La zona rossa” di Francesco Filia

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Il cammino e la resa. La zona rossa di Francesco Filia

Nota di Anna Maria Curci

 

Ho un conto aperto con la mia memoria:
pavida, boccheggiante, si vergogna;
a sprazzi solo trova fiato e storia.
Se dico ‘spaesamento’ è già menzogna.

Anna Maria Curci

 

Una data, un luogo, brani di vita, proteste e sconfitte. La zona rossa, poemetto di Francesco Filia, il cui titolo è un preciso riferimento all’area urbana di Napoli che delimitò, rinchiuse (tentò di arginare? ci riuscì?) le manifestazioni contro il Global Forum il 17 marzo 2001, esattamente quindici anni fa, sa essere compatto senza rinunciare ad essere complesso nel restituire cammino e resa di esistenze e, in particolare, di una generazione, rappresentata dai quattro amici Marco, Andrea, Ciro ed Elena, di cui vengono narrate azioni e riportate riflessioni in forma di dialogo, di conversazione  o di monologo interiore nell’arco di quella giornata. È una giornata scandita in quattro movimenti, Corteo, Alba, Giorno, Tramonto; è una giornata che assume, con la dignità letteraria di un Bloomsday e con la drammaticità, proprio nel giorno che ricorda l’unità d’Italia, del ritorno della repressione a calpestare diritti fondamentali, il ruolo di spartiacque: indietro non si torna, giacché nel luglio dello stesso anno, a Genova, ci sarà una ulteriore tragica progressione della violenza. In entrambi i casi, un conto aperto con la memoria, assopita, drogata o, semplicemente, in perenne debito, non solo di ossigeno.
La zona rossa è frutto, infatti, di un lavoro molto approfondito di vera e propria restituzione linguistica della storia attraverso le singole voci chiamate a testimoniare alla sbarra di un processo che non è meno doloroso per il fatto di svolgersi sulla carta, tra le pagine di un volume di poesia.
Lavoro linguistico di ampia portata, nutrito di familiarità e consuetudine con classici e contemporanei: poesia e filosofia, testimonianza e storiografia convivono e agiscono in un continuo “ringen”, dibattersi, lottare, boccheggiare, perfino,  contendersi scena, primato, ideologia, dall’esito mai definitivo.
Procediamo allora all’analisi di alcuni esempi nel testo: «il ritmo dei passi aumenta la frequenza / della falcata», «le scale percorse / a due a due», «Sprofondare nel vortice della città scendendo», e ancora «cos’è quel montare / improvviso… », «La folla si avvolge in spire attorno», «La folla avanza travolge, la zona rossa è lì». Aumentare la frequenza, accelerare, percorrere, sprofondare, scendere, montare, avvolgersi, avanzare, travolgere: la ricorrenza di alcuni verbi di moto è un basso ostinato che dà corpo e consistenza a ciò che è accaduto quel giorno nei luoghi menzionati e, ancor più profondamente, nella coscienza.
«Andare incontro al proprio domandare»: in questo verso c’è il principio dal quale prendono le mosse tutti i testi che compongono il poemetto; in questo verso si chiarisce come il cammino e la resa descritti, cammino e resa che, con un rovesciamento rispetto alla solennità biblica volutamente riecheggiata e, in particolare, rispetto allo spirito gioiosamente sovversivo del Magnificat, si perpetueranno «di generazione in generazione», come questo cammino e questa resa, dunque, non abbiano senso se non come una risposta alla domanda pressante che pone la coscienza nella storia. (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

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Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Francesco Filia, La zona rossa

la zona rossa

Francesco Filia, La zona rossa, Il Laboratorio/le edizioni, 2015

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Il 17 marzo del 2001 a Napoli si tenne una manifestazione di protesta contro il Global Forum, fu il culmine di tre giorni di tensione e mobilitazione, Francesco Filia parte da quel giorno, da quelle ore, da quel tempo, da quei ragazzi che scesero in strada, che si scontrarono con le forze dell’ordine, che lanciarono molotov o non le lanciarono, che finirono in caserma, che tornarono a casa ma non ci tornarono uguali a come erano usciti, ma questo quella sera non lo sapevano, parte da tutto questo per raccontare Napoli, ancora una volta, chiudendo una spettacolare trilogia che parte da Il margine di una città (Il Laboratorio/le edizioni, 2008), prosegue col meraviglioso La neve (Fara, 2012) e termina con La zona rossa.

Ancora cerchiamo lo spazio bianco
l’orizzonte di palazzi e tetti
che ci permetta di colmare l’attesa
che declinerà la nostra vita […]

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Riletti per voi #6: Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

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Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua disturbante verità, anzi spesso l’incomprensione da parte dell’epoca in cui è stato scritto è moneta per gli anni a venire. È il caso delle Lettere luterane (Einaudi) di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1976, l’anno dopo la morte dell’autore, ma già progettato da Pasolini con questo titolo. Questo libro può essere considerato, dopo la sua vita e la sua morte, il capolavoro di Pasolini, in cui si concentrano tutti i temi, le ossessioni dello scrittore, del poeta e del regista, ma ripresi con una maggiore lucidità e radicalità. Il testo è composto dagli articoli apparsi sul “Corriere della sera” e su “Il Mondo” nel corso del 1975, in cui Pasolini riflette su argomenti molto diffusi nella pubblicistica di quegli anni, ma li fa entrare nel corpo vivo di una riflessione di ampio respiro che mette in discussione il senso stesso della società italiana. L’autore legge nell’Italia che lo circonda un degrado fisico, ambientale e morale, causato dalla furia consumistica che ha spazzato via il modo di vivere arcaico e patriarcale degli italiani, senza sostituire ad esso una nuova scala di valori, ma solo un edonismo disperato che abbrutisce il singolo e lo isola dalla comunità. Anzi egli vede nel decennio a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70 una mutazione antropologica, che addirittura ha alterato i tratti somatici stessi degli italiani. Nel 1975 per Pasolini “l’Italia (…) è distrutta esattamente come l’Italia del 1945”. Ma chi sono i maggiori responsabili di questo degrado? Pasolini individua come colpevoli la televisione, la scuola (che ha rinunciato al suo ruolo etico-formativo), il Sessantotto, che hanno diffuso una violenza piccolo borghese e nichilista, soprattutto tra i giovani, basandosi su modelli di “insolenza, disumanità, spietatezza” e in più hanno fatto sì che tutto questo fosse considerato normale. In ultimo denuncia la classe politica, che chiama metafisicamente “il Potere” e “il Palazzo”, che ha lasciato marcire il paese e ha consentito che prevalessero il sopruso, l’imbroglio, la distruzione del tessuto sociale della nazione e l’ha fatto per mero attaccamento alle poltrone e al denaro, senza che avesse un progetto, ma sfruttando, per il proprio tornaconto, di volta in volta le pressioni e le istanze della società stessa. Per tali motivi Pasolini arriva a proporre un processo per tutti i notabili della Democrazia Cristiana, rappresentate all’epoca di un potere solo apparente democratico. Per dirla con Corrado Stajano, “a rileggere oggi queste pagine si resta folgorati come da una profezia”. Il punto è che la profezia si è avverata, in peggio, perché “il Potere” ha metabolizzato anche i processi e i contestatori di allora, che sono diventati i giullari e i guitti del potere mass-mediatico e finanziario attuale, sia che lo giustifichino apertamente, sia che apparentemente lo critichino. In fondo l’Italia è una non-nazione, mai entrata consapevolmente nella modernità – da qui l’aspetto luterano delle lettere pasoliniane – di cui ha subito quasi esclusivamente gli aspetti negativi e sradicanti che si sono combinati in maniera tragica e grottesca con l’infantilismo e l’irresponsabilità di un popolo perennemente sottomesso, in cui la struttura del potere rimane clerico-fascista-clientelare, al di là delle tendenze politiche di facciata che di volta in volta assume. Inoltre, a quarant’anni dalla sua morte, sembra impossibile trovare quegli sprazzi di resistenza che Pasolini, in forma millenaristica, trovava, per esempio, in un certo sottoproletariato meridionale, romano e napoletano in particolare, come negli articoli della serie intitolata “Gennariello”, visto che il Sud è diventato un deserto umano e sociale e nella migliore delle ipotesi il suo riscatto può passare dal diventare meta coloniale del turismo di massa finto-culturale. In questi quarant’anni Napoli e Roma, con i loro sottoproletariati trasformatisi in plebe scolarizzata-tecnologizzata, sono diventate tra i laboratori più avanzati della deriva criminal-consumistica della società italiana, mentre nel resto della penisola quelli che per convenzione continuiamo a chiamare italiani sembrano già morti e non lo sanno. Forse – al di là del pasolinismo di maniera di cui lo stesso Pasolini è in parte responsabile e che da lui ha ereditato l’eccesso di moralismo ma non l’intelligenza critica, al di là della volontà dell’apparato mass-mediatico di trasformarlo in un santino sbiadito della scemocrazia italiota –  una prima cosa da fare è proprio rileggere questo libro, capire quanto nel profondo ci riguardi e ci parli.

© Francesco Filia

Sud – in caso di arte

Nuovo Cinema

Da quando sono tornato in Sicilia mi imbatto spesso in una specie di equivoco critico per il quale certe rappresentazioni del Meridione sono viste dai meridionali come un giudizio sprezzante nei confronti loro e della loro terra. Un mio amico, peraltro molto intelligente e di ottimi gusti artistici, si è recentemente scagliato pubblicamente e un po’ per gioco contro Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, definendolo “una cagata pazzesca” che svalorizza la Sicilia raccontandola in un modo anacronistico e attraverso il punto di vista di uno “snobbettino” che una volta partito sembra vergognarsi delle proprie origini “avendo evidentemente conservato il cervello di un paesanello coi sensi di inferiorità”. Ora, il mio amico non ha in generale tutti i torti, nel senso che in Tornatore c’è spesso un indugiare compiaciuto nel vintage, ma non mi pare il caso di Nuovo Cinema Paradiso, che è piuttosto il ritratto sincero e commosso di un mondo che non può che essere perduto e ricreato, visto che fa tutt’uno con l’infanzia del protagonista. Che peraltro da adulto non ha niente di snobbettino e non pare vergognarsi affatto delle sue radici, pur essendosene drasticamente allontanato. Mi colpiscono invece questi trattamenti ideologici dell’arte, questa specie di rancore, molto intellettual-siciliano, verso ogni rappresentazione trasfigurata dei nostri luoghi. Lì forse c’è davvero un complesso irriducibile di inferiorità (che è l’altra faccia di un altrettanto irriducibile complesso di superiorità) di noi isolani e in generale di noi meridionali. Se dico ideologico è perché tutte le ideologie sono nette e unilaterali, e finiscono insomma per vedere un aspetto solo delle cose, quello più utile al loro discorso e quasi sempre l’aspetto più superficiale, che nell’arte finisce per coincidere con quei referenti di realtà sui quali la finzione si è innestata. Ma se è inevitabile che ogni opera d’arte parta da presupposti reali, inevitabilmente poi da quei presupposti si allontana e si emancipa. Quando cioè Tornatore parla della Sicilia non parla SOLO della Sicilia, come Garcia Marquéz quando parla del Sudamerica non parla SOLO del Sudamerica e Montale quando parla della Liguria non parla SOLO della Liguria. La Sicilia gioca invece in questo caso il ruolo di una periferia che sta anche per le altre periferie del mondo, sconvolte nel bene e nel male da quegli effetti di immaginario che un centro emittente ha prodotto con i suoi film, rendendo inadeguata la vita che si faceva prima, cambiandola nei sogni e nelle aspirazioni (sulla condizione della perifericità scossa e travolta da cambiamenti arrivati da lontano, consiglio L’idillio ansioso. “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta e la letteratura delle periferie di Stefano Brugnolo). Ma per sentirsi periferici non occorre essere per forza abitanti delle periferie in un senso strettamente geografico, basta percepirsi improvvisamente defilati e in ritardo rispetto a un qualche importante mutamento generale in corso, come la rivoluzione della bellezza e dei costumi che investe gli abitanti di Giancaldo. Credo sia per questo che Nuovo Cinema Paradiso è piaciuto e piace ancora ovunque, a meno di non pensare che fuori della Sicilia la gente provi piacere a sentir parlare male o in modo sminuente della Sicilia e dei siciliani.

L’interpretazione parziale e regionalistica è d’altronde uno dei pregiudizi interpretativi che Francesco Orlando ha cercato di smentire nel saggio L’intimità e la storia: lettura del “Gattopardo”, a proposito del capolavoro del suo maestro diretto Tomasi di Lampedusa. La domanda che si poneva Orlando era delle più semplici ed empiriche: com’è possibile che un romanzo definito “siciliano” e a volte addirittura “borbonico” ha ottenuto un successo portentoso in ogni parte del mondo, lontanissimo dalla Sicilia e dalla vicenda risorgimentale italiana? Badiamo che domande simili possono essere poste per ogni grande opera letteraria, solo apparentemente vincolata a un contesto e in realtà capace di parlare all’umanità di ogni tempo e ogni luogo. Nel caso del Gattopardo abbiamo a che fare con il declino di una classe, quella aristocratica, raccontato però, ci dice Orlando, da un punto di vista interno all’aristocrazia stessa, cosa che mai era avvenuta nel romanzo europeo fino a quel momento. Il pathos della consunzione di un intero mondo giudicato dalla Storia obsoleto e tramontato non è certo però un esclusivo sentimento della nobiltà ottocentesca siciliana al tempo dell’unificazione, rispetto alla quale la nascita del romanzo è peraltro distante molti decenni (da qui l’accusa di tradizionalismo e ritardo culturale espressa da Vittorini, che lo rifiutò per Einaudi, cadendo in uno dei più grossi malintesi della storia editoriale italiana). Nemmeno l’appartenenza dello stesso Tomasi a una nobiltà ormai ampiamente decaduta basta a congedare la sua opera come il testamento di una classe sociale. Se Il Gattopardo ha ormai il valore di un classico, ed è tradotto e letto in ogni altro continente, questo avviene perché in effetti attraverso la condizione di una certa aristocrazia siciliana ha raffigurato una condizione periferica essenziale, il sentimento del sentirsi tagliati fuori dalla Storia, isolati e pronti a essere sostituiti dal nuovo che avanza. Per dirla con Matte Blanco (il cui pensiero avevo provato a spiegare qui), per effetto di quella logica simmetrica che prevale nelle nostra emotività e che generalizzando tratta l’individuo come se fosse la categoria, la Sicilia di Tomasi sta per tutte le Sicilie del mondo, per tutte le province del mondo, per tutte le periferie fisiche e mentali del mondo. Ogni esperienza estetica è di fatto esperienza di una infinita estensione del senso, e per questo nessun referente reale, come dicevo all’inizio, può bastare a spiegare un’opera d’arte. Rispetto a Nuovo Cinema Paradiso c’è naturalmente una ben diversa enfasi portata sui cambiamenti epocali, un giudizio sul Tempo filtrato attraverso la lucida coscienza del Principe di Salina. Che non è affatto, sostiene Orlando nel saggio (e anche a un certo punto in una lunga e appassionante intervista, per chi vuole qui), l’eroe di un inveterato immobilismo siciliano, il preteso avversario di ogni progressismo. Consapevole della necessità del cambiamento, dietro la sua assenza di illusioni si nasconde invece un’invincibile capacità di illudersi ancora; per effetto di quella logica della negazione freudiana che nega per affermare, dichiara che tutto è inutile proprio perché ne sente l’utilità; dice insomma “non ci spero per dire segretamente ci spero”.

Quest’ultima constatazione dovrebbe anche farci riflettere su quanto siano ambigue le ideologie trasferite nell’arte: un campione dell’aristocrazia come don Fabrizio può diventare al tempo stesso il segreto portatore delle istanze opposte agli interessi della sua classe. Se dunque il Sud raccontato non è mai esattamente il Sud reale, a questo sfalsamento se ne aggiunge un altro, quello tra testi letterari e discorsi ideologici. Pur potendo cioè partire da visioni del mondo forti, da sistemi valoriali ferrei, qualunque opera d’arte, come nel caso del Gattopardo, saprà comunque dirne al tempo stesso il rovescio e le contraddizioni. Per questo risulta improprio il trattamento colpevolizzante che un particolare filone di studi, che prende le mosse da Edward Said, riserva a un certo tipo di letteratura, accusata di essere strumento di potere (rinvio a S. Brugnolo, “Obiezioni a Said”, Between, I.2 (2011), http://www.between-journal.it/). Said si scaglia in particolare contro il discorso che l’Occidente farebbe da sempre sull’Oriente per tenerlo soggiogato e sotto controllo, chiuso dentro un’immagine esotica e immobile. Per questa ragione si parla da qualche anno e sempre più insistentemente anche di una “orientalizzazione” del Meridione italiano, rappresentato in una mescolanza di pittoresco e drammatica arretratezza. Ho letto da poco Cristo si è fermato a Eboli, e insieme alla descrizione di una Lucania disperata per malaria e povertà sentivo però anche una fascinazione che andava ben oltre il semplice pittoresco. Levi ci presenta cioè il paese di Gagliano come un luogo in cui possono ancora adempiersi parti di noi faticosamente rinnegate, il desiderio della stasi contro la necessità del divenire, il pensiero magico e superstizioso contro quello razionale. Gli orientalisti diranno che il trucco è proprio quello, dare il contentino dell’esotismo inchiodando al tempo stesso il Sud a un destino storico senza riscatto. Ma la lucanità come la sicilianità come la sardità come la napoletanità sono classi logiche da assumere in modo ampio, o nel confronto ingenuo con i loro referenti reali non potranno che sembrarci maschere eccessive e false; o al peggio, come per Said, riformulazioni ideologiche del mondo. Prendiamo il caso limite della letteratura d’inchiesta, alla Saviano, a volte sorprendentemente contestato dall’opinione pubblica: parlando con napoletani, mi è sembrato che il problema non fosse l’evidenziazione del fenomeno camorrista, quanto la narrazione e il colore aggiunti a questa, e quindi, per così dire, gli aspetti letterari, che creavano una certa immagine totalizzante della Campania. Che poi è appunto quello che fanno tutti i processi estetici, dove prevale la logica simmetrica. Pur partendo insomma da aspetti reali (c’è qualcosa di vero in un Sud più arretrato e superstizioso del Nord), l’arte poi li potenzia, li oltrepassa, li rende universali. Quando però questa espansione del senso viene ignorata, si finisce per attribuire alla letteratura poteri e responsabilità che non ha rispetto alla realtà concreta: se l’Oriente è così, è anche perché certi scrittori lo hanno a loro volta colonizzato con le loro opere; se il Sud è così, è anche perché la letteratura e il cinema lo hanno rappresentato in un certo modo; e così via. Mi viene in mente il romanzo di uno scrittore belga simbolista, Bruges-la-Morte di Georges Rodenbach, che dava della città un’immagine provinciale, sonnolenta e luttuosa proprio negli anni in cui questa cercava di riprendersi nei commerci grazie alla realizzazione di un nuovo porto. Rodenbach fu insomma accusato di avere “orientalizzato” Bruges mentre i suoi abitanti cercavano di “occidentalizzarsi” definitivamente. Non pare che la ripresa economica della città sia avvenuta di meno a causa del romanzo, né che il romanzo abbia funzionato e funzioni di meno per non essere stato un reportage esatto.

@Andrea Accardi