Napoleone Bonaparte

Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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