Nanni Balestrini

Innesti Telemetrici

Dal 22 al 23 giugno a Cavallino-Treporti, provincia di Venezia, l’Associazione Metaforte organizza un Art Exhibition dal titolo “INNESTI TELEMETRICI“. L’evento vedrà la partecipazione di artisti che spazieranno tra le diverse discipline artistiche quali pittura, scultura, fotografia, video-installazioni, performance, land art…
Quest’anno il gruppo Metaforte ha dedicato uno spazio anche alla poesia con tre video-installazioni due delle quali all’interno di roulotte riutilizzate per ospitare le opere artistiche mentre una video intervista sarà direttamente proiettata all’interno di un boschetto.

Opera di Roberto Serena – Videopoesia, Installazione – Roulotte “Qui”

Opera “Omaggio Nanni Balestrini” a cura di Tony Brunello – Roulotte “Qua”

Un omaggio al poeta Nanni Balestrini (Milano 1935 -Roma 2019), un video in loop che riporta la «Lectio Magistralis sulla poesia e il pubblico della poesia» del 2014.
Nanni Balestrini (Milano 1935- Roma 2019) è stato poeta, scrittore saggista italiano, tra i massimi della seconda metà del ‘900. Fece parte della neovanguardia degli scrittori intorno all’antologia I Novissimi, precursori del Gruppo 63, dal quale seppe prendere rapido le distanze, e diede un grande impulso e contributo alla poesia totale anche nel campo dell’arte visiva. Contribuì alla nascita di riviste quali Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom e Azimuth.

Opera “Francesco Giusti Docuvideo” a cura di Tony Brunello e Oscar Valenzin. Installazione Poesia proiezione nel boschetto.

Francesco Giusti (Venezia 1952) appartiene a una generazione che segue quella dei poeti nati negli anni Venti come Pasolini, Loi, Pedretti. La sua è una generazione che scrive sia in dialetto sia in lingua. Giusti scrive soprattutto in un inconfondibile, asintattico, rigoglioso italiano, ma c’è sempre dialetto nella sua poesia in lingua, così come c’è sempre lingua nel suo liquido dialetto veneziano. Si ispira a quelle di Zanzotto e Pasolini la sua recente pubblicazione Quando le ombre si staccano dal muro (Quodlibet; a cura di Giorgio Agamben). Considerato uno dei massimi poeti italiani viventi, è spesso ospite nel programma radiofonico Fahrenheit Rai 3.

I poeti della domenica #360: Nanni Balestrini, da “Blackout”

 

1
di fronte a un panorama di immensa bellezza
che si apre sui ghiacciai

la vista è incomparabile col bel tempo ma è
spesso offuscata dalla nebbia

panorama superbo sui seracchi e i crepacci del
ghiacciaio sulla vallata e le montagne circostan-
ti

panorama grandioso sull’immenso ghiacciaio e le
cime scintillanti che lo dominano

con una vista meravigliosa sull’Aiguille du Midi
che appare vicinissima e sulla vallata e le mon-
tagne a O. e a N.

fino alla pianura lombarda a Milano e agli Ap-
pennini e dal lato opposto fino a Lione e alle
Cevenne

avvolto dall’immenso silenzio e dall’abbagliante
splendore del ghiacciaio sotto l’azzurro nitido
del cielo

increspato da onde di ghiaccio e da seracchi co-
me un fiume che discende nella vallata

lo sguardo distingue le cime dell’Oberland da un
lato e le alpi marittime da quello opposto

lo sguardo sprofonda a picco da una parte e dall’
altra sui due versanti

colori nitidissimi sagome sfrangiate di nuvoloni
carichi di pioggia sprazzi di azzurro

un azzurro fiume di jeans

 

© Nanni Balestrini

Nanni Balestrini, De Cultu Virginis

Nanni Balestrini (in una foto di Dino Ignani)

De Cultu Virginis

Prima di posare sul sagrato si libra ad ali tese
negli specchi di luce bagnata, rotti da un piede verde;
al Malcontento Bar ferisce mortalmente uno sconosciuto
scambiandolo per il suo seduttore.

Altri esempi: torri nel pozzo di San Giminiano, l’amo
al luccio, la rossa in buca. Perciò se al diavolo di Cartesio
(riviviamo il brusco atterraggio che ci lasciò sabato tutti
confusi nelle nostre tenebre

con una gamba ingessata, la penna che macchiò in volo la giacca)
all’ultimo gioco si strappò la membrana – sul Palazzo della Ragione
rivola, proprio quando impugnando l’unica stecca buona
rivinsi al Duca di Sessa

l’abiura. Spesso preghiamo che Dio ci dia una mano
(un cilindro di carta d’amaretto, dateci fuoco in cima,
attenti ! la cenere sale, su quasi fino al soffitto!)
e i bambini imparano che

sbocciano immobili giorni in cui non ricevono doni,
a non calpestare i fiori, strappare ali a gialle farfalle
o fidarsi di uomini che in tasca nascondono molte chiavi
e mutano in una fonte. Un uccello

bianco ogni tanto lacera aquiloni nel sole. TEOREMA:
Francesco Petrarca era forse infelice di non avere il caffè?

 

Nanni Balestrini (2 luglio 1935 – 20 maggio 2019)

Nella sezione Triassico della raccolta Come si agisce (1963), De Cultu Virginis fu pubblicata per la prima volta nel 1957 sul «Verri».

Nuovi Argomenti n. 74: Amelia Rosselli

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

Amelia Rosselli, «Nuovi Argomenti», n. 74, 2016

Introduzione
di Maria Borio

«Nel pulsare di tutte le moltitudini». Forse è questo uno dei versi attraverso cui oggi si può lanciare lo sguardo alla scrittura di Amelia Rosselli e ritrovarne la presenza almeno in almeno due fenomeni: una tonalità emotiva centrata su una pronuncia individuale e interiore, che si sgancia dalle poetiche del Novecento e cerca con fatica la propria autenticità espressiva; e la capacità di tenere insieme più linguaggi, musica, parola, diverse lingue. Questo verso, tratto dalla raccolta Sleep-Sonno, descrive in controluce l’assemblaggio che lavora le inserzioni semantiche e il ritmo come andamento tonale, ma anche come forma grafica, elaborando la poetica musicale e visiva descritta in Spazi metrici e dando vita a quello che potrebbe essere chiamato uno ‘sperimentalismo esistenziale’. Nanni Balestrini, con una dedica in versi, ci consegna il suo «attimo in fuga»; Antonella Anedda, con una inedita poesia-saggio, restituisce un’interpretazione dell’incastro ibrido che lo sguardo a più livelli e a più voci della Rosselli può suggestionare; Roberto Deidier disegna uno scatto-documento emerso da un originale inventario privato.  La vocazione di questa poesia ricrea, forse prima di tutto, l’affollamento dell’inconscio di un’interiorità contemporanea che pulsa come un sismografo in uno scambio tra l’esperienza e la storia, tra l’io e un essere – o ritrovarsi – personaggio. E il poeta, come Amelia Rosselli amava definirsi abolendo le distinzioni di sesso o scale d’appartenenza, è un universo che si compone e solidifica nei legami sonori, semantici e grafici, un universo che Stefano Giovannuzzi porta alla luce nei nodi tra la scrittura e la biografia, Alberto Casadei attraverso le possibili funzioni dell’inconscio biologico-cognitivo, Caterina Venturini nel rapporto tra la figura della madre e la psicoanalisi, Alessandro Baldacci nella ricostruzione di un simbolico mondo di presenze animali. Caso unico nella poesia italiana del Novecento, la Rosselli fluttua in una solitudine eccentrica e «quadrata», che le permette di strizzare l’occhiolino a Sanguineti e alla Neoavanguardia, come ben ricorda Gian Maria Annovi, o ai palinsesti dei cosiddetti Novecento e Antinovecento, di cui parla Gandolfo Cascio scrivendo sul poemetto La Libellula. Nella sua unicità, tra la «variazione», che lavora musicalmente, e il «documento», che usa l’individualità come filtro della storia, la Rosselli tende a spossessare l’intenso inconscio lirico per farlo rifluire in una sorta di inconscio collettivo, in una sola moltitudine, incontro di tutte le moltitudini, con uno «sforzo per essere autentici», come diceva Amelia di Boris Pasternak, come scrive Laura Barile commentando i Nonnulli, e come si legge nei ricordi di Daniela Attanasio e Gabriella Sica. Essenziale l’incastro tra le lingue, forse naturale antesignano di certe recenti tendenze al genere ibrido, che si riverbera nei lavori sulla traduzione: nei contributi di Jennifer Scappettone e di Daniela Matronola per l’inglese, e di Jean-Charles Vegliante per il francese. Infine, Laura Pugno, con un delicato ritratto lirico, e Ulderico Pesce, in una conversazione sulla rappresentazione teatrale di alcune opere di Amelia e del suo rapporto con Rocco Scotellaro, lasciano due fotografie in scrittura da conservare.

 

(La sezione dedicata ad Amelia Rosselli, per il ventennale della scomparsa, a cura di Maria Borio, propone contributi di Nanni Balestrini, Antonella Anedda, Roberto Deidier, Stefano Giovannuzzi, Alberto Casadei, Caterina Venturini, Alessandro Baldacci, Gian Maria Annovi, Gandolfo Cascio, Laura Barile, Daniela Attanasio, Gabriella Sica, Laura Pugno, Ulderico Pesce.)

 

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Tommaso Pincio “Sfere celesti” 2015, materie varie su tavole (foto di Alessandro Vasari)

“Poesie della fine del mondo” di Antonio Delfini: dentro l’apocalisse

di Luciano Mazziotta

Si potrebbe definire il 2013 un anno di sintesi ed al contempo di coscienza, anche da parte delle grandi case editrici, di fine del Novecento. Tale consapevolezza si ravvede nella scelta di ripubblicare autori che hanno operato perlopiù nel secolo passato e che ancora continuano ad esercitare la loro influenza sulle scritture nuove. È il caso, ad esempio, della pubblicazione di una scelta antologica dei testi di Nanni Balestrini e di Pierluigi Bacchini, tutti pubblicati per la Mondadori. antonio delfini poesie einaudi 2013Anche la Bianca Einaudi ha provveduto, ma da un altro punto di vista poetico, a colmare delle lacune, rieditando, a distanza di cinquantadue anni dalla prima edizione, le Poesie della fine del mondo di Antonio Delfini, ma includendo all’interno del volume anche degli inediti precedenti e posteriori al libro del 1961. antonio delfini poesie quodlibetQuesto libello era già stato ripubblicato, in realtà, qualche anno fa per la Quodlibet, con prefazione di Giorgio Agamben, ma una volta esaurito, è stato per anni di difficile reperibilità, nonostante si trattasse di un libro che, come riteneva lo stesso Agamben, era stato scritto “non per i lettori del presente, ma per i lettori del futuro”.
La poetica di Antonio Delfini è riassumibile tramite un verso di Giovenale, il quale apriva il libro di satire dichiarando: “Si natura negat, indignatio facit versum”, “qualora la natura di poeta nega la scrittura di una poesia, è l’indignazione a spingere alla poiesi”. Con questo verso, del resto, è possibile parafrasare svariati testi del nostro autore, ma più in particolare quello in cui sostiene che è suo dovere “scrivere malapoesia”, la cui funzione sarebbe quella di portare a uno dei suoi tanti bersagli, donne amate o borghesi pederasti, la malasorte.
Lo status di marchese decaduto del reazionario Antonio Delfini dà al poeta la possibilità di guardare con particolare acume il mondo, immergersi in questo, e proprio dall’interno disprezzarlo. L’aristocratico Delfini, dunque, descrive la realtà a partire dall’interno delle città che ha abitato, Modena, Roma, Livorno, ognuna delle quali si fa emblema dello scenario apocalittico in cui versa il mondo nel quale l’autore si cala del tutto. Un distico in cui si può notare tale atteggiamento di immersione preliminare alla condanna è: “Dante Aligheri parlerà poi dall’inferno:/ io mi attengo alle cose dall’interno”. Le Poesie della fine del mondo in questo modo possono essere concepite come “poesie PER la fine del mondo”. La fine di questo mondo ormai esangue è infatti non solo un auspicio ma un obiettivo che si prefigge l’autore, come se il suo scopo fosse accelerare questo risultato ineluttabile. Delfini vuole essere artefice e partecipe del processo di apocalisse. Non è un caso che i termini più ricorrenti dell’intero libro sono verbi come “uccidere, distruggere, scannare, sgozzare”, e proprio con “sgozzerò” si apre l’opera. L’auspicio di apocalissi, per esempio, si può ravvedere nel disprezzo verso i bambini che i buoni costumi borghesi hanno sempre considerato come il volto degli angeli. Delfini, al contrario, ci dice che vuole vedere “condannati i bambini”: i bambini infatti cresceranno e invecchieranno continuando ad alimentare un mondo che dovrebbe invece estinguersi quanto prima.
Altre due modalità scrittorie per mezzo delle quali risulta evidente l’atteggiamento sprezzante di Delfini sono l’uso dei nomignoli da una parte, e dall’altra la comparsa di un’umanità disagiata e viscida.
Se infatti dare i nomi è un mezzo per impossessarsi del mondo, e per renderselo familiare, dare i nomignoli è finalizzato ad allontanarsene con disprezzo. Dall’altra parte i protagonisti, i “soprannominati” sono banchieri, borghesi perversi, preti pederasti, donne borghesi con atteggiamenti da prostitute, la cui apoteosi è riassumibile in questo distico: “O sozzo! Sei trino di bassezza umana/ puzzolente coglione disonesto col cuore di puttana”.
L’altra grande tematica della poesia di Delfini è concentrata sul disprezzo nei confronti della sua donna amata dal quale l’autore non venne riamato, e la quale, probabilmente per interessi finanziari, finì per sposarsi con un ricco di provincia. Da questo punto di vista, però, l’atteggiamento del poeta è molto meno monolitico e più ambiguo. Si nota una contraddizione forte tra amore e odio, tra disperazione e disprezzo, tra gioia e sofferenza. In A Cesena, ad esempio, la donna è rappresentata sì con un netto senso di disgusto (“e senza saperlo, scema, dici la verità”, oppure “tu ne godi megera infausta malfottuta”), ma nelle righe conclusive l’autore rivela drammaticamente la sua ossessione amorosa: “Ora, sporco fantasma, vattene via!”.
Lentamente, mentre ci si avvicina alla conclusione del libro, Delfini persevera in questa ambiguità, ma ora la dialettica tra disprezzo e disperazione versa molto di più sul secondo elemento della dicotomia. In La vera poesia addirittura l’autore svela quanto sia difficile distinguere tra i due sentimenti contrastanti. Nelle righe conclusive, infatti, quando scrive “Quanta pena mi fai…quanto dolore..//Lo schifo il disprezzo che ho per te/…pur sempre amore…/si tramutò una sera a Montenero/ questa estate per il tuo pensiero/ in fervida preghiera. Mai fu così sincero!”, il verso, chiuso tra i puntini di sospensione, lascia intravedere quasi una balbuzie, un qualcosa che l’autore non vuole dichiarare a voce alta, ma a labbra strette, come un pensiero represso o una forma di resistenza.
La sovrapposizione totale tra disgusto e disperazione però si raggiunge solo in Sono stanco, laddove, dopo aver augurato la morte alla donna amata, l’autore conclude: “Da domani voglio riposare un po’/- ti giuro – e tornare andare a nuoto:/ quando proprio più non ne potrò/ farò il morto e…forse ti vedrò”.
Tanto nei confronti del mondo, dunque, quanto nei confronti della donna amata, ci troviamo di fronte ad una fine che viene continuamente rimandata, dolorosamente, ed alla quale l’autore vorrebbe, però, giungere, o quantomeno, goderne i frutti, specie nel vedere i bersagli e le cause del suo disprezzo e della sua angoscia ridotti in cenere. Questo “sogno” di distruzione, però, sembra non avverarsi neppure nell’ultimo testo, di tre soli versi, che lascia ampio spazio a qualsiasi interpretazione: “Han suonato alla porta./ Niente ordini per noi comandanti./ Niente ordini per noi del cielo.” In tal modo il libro resta  un’opera aperta. In questo “niente” anaforico è difficile, infatti, individuare se si tratti di un nulla già avvenuto, o di una condizione del soggetto titanico che attende, inutilmente, la chiamata per collaborare alla distruzione, chiamata che non arriva, mentre il mondo continua a dissanguarsi lentamente o peggio, tanto lentamente, che l’agonia sembra un suo statuto naturale.
Antonio Delfini, così, parla della condizione morente della provincia italica con una partecipazione ed un disprezzo che non può non coinvolgerci. La ristampa per l’Einaudi non può che essere un’ottima occasione per riflettere su quella che era la provincia italiana dei primi anni sessanta e di ciò che è adesso; di quello che era l’Emilia degli anni sessanta e della sua condizione attuale. Non ci resta che auspicare, dopo tante ripubblicazioni, una nuova edizione di un romanzo di un altro autore emiliano, Adriano Spatola, che con il suo L’Oblò proiettava il disgusto in un’ambientazione onirica ed al contempo anticipava l’anima discenditiva che caratterizzerà l’Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli.

PMP (Piero Manzoni e la Poesia)

copertina del primo numero di Azimuth

Copertina del primo numero di Azimuth

In uno scritto del 1957 dal titolo “Prolegomeni a un’attività artistica” comparso sul catalogo di una sua mostra, Piero Manzoni esordisce così: Oggi i concetti di quadro, di pittura, di poesia nel senso consueto della parola non possono più avere senso per noi…”. Il termine “poesia”, inserito nel contesto, rischia di passare inosservato se non fosse che, effettuata una ricognizione nell’ambito dell’intero percorso artistico di Manzoni, la forma artistica poesia gioca un ruolo non secondario che val la pena approfondire. Per fare ciò mi sembra utile partire da una mostra che viene inaugurata Il 26 maggio del 1990 a Ravenna. Se si sfoglia il catalogo di quell’esposizione, ciò che colpisce immediatamente è il fatto che oltre all’introduzione di C. Spadoni (oggi direttore artistico del Museo d’Arte città di Ravenna) siano presenti, per scelta esplicita dei curatori, testi di tre poeti che in maniera diversa sono stati legati a Manzoni: Nanni Balestrini, compagno di liceo (come Vanni Scheiwiller, editore e critico che seguirà l’avventura dell’artista), Elio Pagliarani che fu invitato a partecipare alla breve ma intensa esperienza della rivista Azimuth (1959) e Antonio Porta con uno scritto presentato in occasione della Biennale di Venezia del 1984.i La scelta nasce evidentemente dall’esigenza di abbandonare la didascalia e spesso la retorica di una già scarsa e superficiale critica post mortem che insieme ad una storiografia limitata avevano riassunto il lavoro di Manzoni nella nauseante definizione di quegli stereotipi che hanno poi soffocato la sua straordinaria e eterogenea ricerca attorno alle opere più eclatanti (la «Merda d’artista» per esempio). La forma “poesia” si presenta quindi esplicitamente come atto critico e non esclusivamente come forma d’arte che trova una vicinanza “poetica” alla ricerca di Manzoni. Il rapporto d’amicizia e di collaborazione tra Manzoni e i “Novissimi” ha lasciato esempi interessanti che aprono una serie di riflessioni su quanto sia stata profonda la traccia lasciata dall’artista e come il suo pensiero abbia coinvolto personaggi che trasformeranno il panorama poetico e critico dell’Italia degli anni 60. Non è questo però il luogo dove affrontare la storiografia di un’amicizia o gli eventuali paralleli critici e filologici con i Novissimi (il gruppo 63 nasce proprio nell’anno della morte di Manzoni) che risulterebbero poco utili. Quello che interessa adesso è capire quanto la forma poesia possa avere influenzato il lavoro di un artista che ha sintatticamente riportato il “silenzio” nell’arte figurativa (“…non c’è nulla da dire, c’è solo da essere, solo da vivere.”). Per questo trovo interessante partire da un catalogo che ripercorre coi contemporanei e solo apparentemente attraverso il ricordo, il percorso creativo di un Piero Manzoni, che è costellato di incontri e collaborazioni con la poesia e la scrittura, complice senz’altro anche la frequentazione del braidense bar Giamaica, uno dei “covi” delle avanguardie artistiche milanesi e luogo d’incontro eterogeneo che come altri (l’Oca d’Oro di Pomé, il Genis, le sorelle Pirovini, La Parete…) ha visto ospiti personalità come Cattafi, Bianciardi, Anceschi, Buzzati, Sinisgalli.
Manzoni frequenta anche l’ambiente artistico di Albisola, a pochi chilometri da quell’altro “covo” che è Cosio d’Arroscia. Arriverà a incontrare Asger Jorn e Ralph Rumney, e pur mantenendo un inevitabile distacco dalla “poetica” situazionista di Simondo e Gallizio non resterà indifferente davanti ad alcuni testi di Debord e in particolare alla ricerca psico-geografica che avrà il suo ruolo poi nelle celebri «Tavole d’accertamento» edite da Scheiwiller nel 1962.
Per tornare a ragionare su una possibile accezione “critica” della poesia, non si può non evidenziare come da parte di Manzoni ci sia una ricerca tanto ossessiva quanto precisa della “scrittura” come complemento alla creazione e diffusione dei suoi eventi; basta sfogliare i cataloghi, gli inviti che accompagnano le prime mostre proprio al bar Giamaica o nelle gallerie di Milano e Albisola. E’ in questo contesto che si osserva come il rapporto con il linguaggio poetico arrivi ad assumere una doppia valenza; sia essa espressione artistica e in contemporanea, espressione critica del lavoro artistico. Non si spiegherebbe altrimenti il suo legame con Emilio Villa e la collaborazione programmatica e operativa con Vincenzo Agnetti, poeta donatosi anima e corpo prima alla critica e poi definitivamente all’espressione artistica. Sarà lui, su esplicita richiesta di Manzoni il redattore e la firma di presentazioni, cataloghi e l’autore dell’introduzione alle già citate «Tavole d’accertamento». La collaborazione con Agnetti si può dire che nasca nel 1959 con l’uscita del primo numero di Azimuth: più che una rivista d’arte, un vero e proprio manifesto del cambiamento in atto, che si presenta senza una linea ideo-logica, nel sovrapporsi e susseguirsi di artisti che hanno poco in comune tra loro alternati e accompagnati da scritti critici e poesia, vi partecipano infatti Balestrini, Pagliarani, Sanguineti.
Manzoni, sembra fidarsi solo del linguaggio poetico come strumento critico; nella sua corrispondenza con Agnetti sono frequenti le richieste di una scrittura che vada aldilà del “paesaggio e del colore”: è evidente la tensione per la necessità di una critica che sia complice e compagna nel cambiamento, non posteriore e meramente analitica. E’ interessante in questo senso l’ipotesi espressa da E. Grazioli in un suo testo su Manzoni, che vede tale collaborazione come la necessità di dare una voce al forte cambiamento in atto attraverso una sorta di “atmosfera e collaborazione”. C’è un’instabilità tale per cui non può esistere una critica in grado di affrontarne la precarietà e allora ben venga l’intuito del poeta in sostituzione ad una critica di analisi. In aiuto ci giunge poi la figura di Emilio Villa. Tra i due ci sarà un vero e proprio scambio creativo. Villa  dedica a Manzoni un saggio dei suoi: multilingue, colloquiale, provocatorio, dove (forse unico esempio) non può non comparire il milanese, vero e proprio codice delle avventure braidensi. Quel saggio sarà inserito negli ”Attributi dell’arte odierna”. Manzoni gli risponderà degnamente con quel PMP (Piero Manzoni Pirla) intestazione di un libro self-made di Achromes.  C. Subrizi, in una nota contenuta nella nuova edizione degli Attributi, definisce con precisione i contorni di quella “atmosfera “ e riferendosi a Villa infatti scrive: “...Egli non soltanto segue ma affianca gli artisti e l’arte del suo tempo, scegliendo di porsi non accanto al panorama complessivo delle ricerche e della sperimentazione, ma al suo interno: da artefice…” e continua “…Proprio perchè affronta l’arte non da critico ma da poeta – ovvero da artista a sua volta – usa la critica come strumento di indagine sui processi creativi, in modo non diverso da quello con cui la sua parola poetica… esplorava le lingue antiche e moderne”. Villa, quando esce il primo numero di Azimuth, dirige la rivista di critica Appia Antica, il 22 aprile 1961 sarà “firmato” da Piero Manzoni; un anno e mezzo dopo, Piero Manzoni muore nel suo studio per un infarto.

© Iacopo Ninni

Bibliografia:

  • E. Grazioli, Piero Manzoni, Bollati Boringhieri, Torino 2002
  • C. Subrizi, E. Villa o l’estensione del punto di vista critico, contenuto in: E. Villa, Attributi dell’arte odierna 1947/1967, nuova edizione ampliata a cura di Aldo Tagliaferri ed. Le Lettere 2008
  • (A cura di) E. Castellani – P. Manzoni, Azimuth, EPI Milano 1959
  • AA.VV. Piero Manzoni, Edizioni Essegi, Ravenna 1990
  • AA.VV. Piero Manzoni Milano et Mitologia – Fondazione MudimaFondazione Mazzotta Milano 1997
  • F.Pola, Piero Manzoni e Albisola, Quaderni dell’archivio Opera Piero Manzoni, 2006


Ringrazio:
La Fondazione Opera Piero Manzoni di Milano nella persona di Rosalia Pasqualino di Marineo, per la documentazione e la bibliografia.
S. Sardella,  C.Subrizi. A. Cortellessa,  A.Inglese per suggerimenti, consigli e disponibilità.
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Nota

i – La Biennale del 1984, con Maurizio Calvesi alla direzione artistica, presenta una “Sezione Poesia per Arte allo Specchio”. Alla lettura poetica che chiude la Biennale sono invitati Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Giovanni Raboni, Maurizio Cucchi, Maurizio Brusa, Valerio Magrelli e Gian Ruggero Manzoni

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