my camera journal

Anna Toscano my camera journal 21

2013-09-17-22-56-26

E poi le persone. Le persone che mi hanno sempre sorriso e cercato di comprendere anche se infilavo perline storpie nella mia collanina in portoghese. Le persone che ho scavalcato lungo la strada ogni giorno, non riuscendo a trattenermi dal guardare i loro volti giovanissimi e sereni che sbucavano da coperte o sacchi. Le persone che mi hanno accolto nella mia ricerca e collaborato con me e lavorato insieme. Le persone a cui voglio bene da anni e che finalmente ho potuto riabbracciare e conoscere il loro nuovo mondo. I nuovi amici che sfornano la pasta, ti lasciano stropicciare il loro cane e ti spiegano le teorie del sette, e si ride quanto si ride. E le loro mamme con le torte del sabato pomeriggio. E le ragazze che capisci subito essere come te quando te eri come loro, e buona vita in questo nuovo paese ragazza mia. E gli accenti e le vocali nasali e verbi ausiliari allo Starbucks, tra articoli di giornale e poesie. E bassi che ridono aprendo botole di incubi bambini e tenori cantano di mille vite eterne. E tua sorella che cresce il suo gatto come fosse un pitbull e lo allena, e non osi dirle che è davvero un gatto. E l’immagine di lui che se ne è andato, ultimo pezzetto di me bambina, e che porterò sempre con me. E gli amici dall’Italia e da ovunque che messaggiano e scrivono e chiamano per un po’ di vicinanza. E poi tu mi vieni a prendere e, finalmente, mi riaccompagni a casa. Grazie.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Grazie a Anna Toscano per averci incuriositi, divertiti e commossi per tutta l’estate. (la redazione)

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Anna Toscano – my camera journal 20

2013-09-17-22-24-14

E fai i conti con la letteratura, la poesia, l’architettura, la musica e con tutta l’arte che incontri nei viaggi dentro e fuori di te. Passeggiando per Montevideo leggi il nome di una strada e ti si spalanca la memoria su Mario Benedetti e osanni quella tavoletta con i libri dentro che proprio non volevi quando vi trovi un editore coraggioso che vi ha ripubblicato molti romanzi. E li rileggi con una voracità pazzesca fino a quando a San Paolo un amico nello Starbucks di rua Augusta ti spiega il portoghese con dei testi di Carlos Drummond de Andrade, allora dopo corri alla Livraria Cultura sulla Paulista e ne compri subito una raccolta. E ti appassioni a Lina Bo Bardi che con un sorriso spunta da una foto nella cucina di un’amica e capisci come da un volto così potesse nascere la sua architettura. E poi esce il nuovo libro di Patrizia Cavalli e subito chiedi che te lo portino dall’Italia, non puoi attendere oltre. Ma è l’inaspettato che ti spacca il cuore, entrare nella Pinacoteca a Luz, senza che nessuna pubblicità mai lo abbia segnalato, e ti trovi di fronte alle opere di William Kentridge e pensi che lì, lì di fronte, stai bene come lo sei da 20 anni che lo rincorri nei musei del mondo. L’arte fa bene. Ovunque si stia.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 19

2013-09-08-21-25-56

Cosa manda avanti una città con oltre undici milioni di abitanti? Quale è la rotella che fa girare Sampa? I diciassettemila pullman? Le cinque linee della metro? I tre aeroporti? Il centinaio di eliporti sopra i grattacieli? Il più alto tasso di elicotteri pro capite al mondo? Gli otto milioni di macchine? Il servizio postale? Nulla di tutto ciò. Sono i motoboy che muovono la città sfrecciando, anche con il traffico paralizzato, da un ufficio all’altro trasportando documenti urgenti. Si muovono su moto di piccola cilindrata, 125 o 150, spesso grattate e ammaccate dai numerosi incidenti, coi serbatoi protetti dallo scotch adesivo. Sampa sarebbe impallata senza il loro correre che non ammette sosta: giorno e notte su tutte le strade loro connettono le urgenze. Qui li chiamano cachorro loco, cane pazzo, per il loro affannarsi in mezzo al delirio del traffico. Ma ciò che li contraddistingue è la solidarietà. Si chiamano l’uno con l’altro e accorrono ad aiutare il collega urtato da un automobilista, a difenderne un altro che ha provocato uno scontro. Spesso non si conoscono tra di loro, sono moltissimi e aumentano di giorno in giorno, ma accorrono in un gioco di squadra che non ammette tradimenti o distrazioni. Più che cani pazzi sembrano api operaie, le rotelle di una città che implode ogni giorno.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano my camera journal – 18

2013-09-08-21-48-18

 

Le esperienze stranianti a Sampa? Mi è accaduto con un sorbetto al miglio verde: cosa è questa cosa sempre mangiata ma che ora mi pare così nuova? Meraviglioso. È come mangiare, dopo averla messa in surgelatore, una scatoletta di mais con lo stecco. E mi è accaduto in un pub non lontano da casa, verso sera, in questo inverno sul Tropico del Capricorno. Mi siedo al bancone e chiedo da bere. Mi si avvicina un tipo simpatico dagli occhi neri e dolci e mi chiede della mostra di cui sto sfogliando il catalogo. Concentrata come sono nel non dire cose assurde nel portoghese che sto imbastendo lo osservo nei dettagli con un certo ritardo: indossa una camicia bianca e una cravatta scura, una giacca scura sta riversa sulla sedia accanto, sotto porta una gonna a pieghe con calze a rete e scarpe da donna. Cosa è questa situazione sempre vista ma che ora mi pare così nuova? Mi guardo attorno e capisco di esser entrata in un locale crossdressing in cui le persone indossano abiti di solito associati al sesso opposto, spesso mischiati coi propri. Parliamo di mostre e di musei, cerco di non fissare con simpatia i peli delle sue gambe intrecciati ai fili delle calze, mi chiede se ci rivediamo l’indomani. Sì certo, adoro l’uso alla rinfusa degli armadi.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 17

2013-08-28-23-02-28

E poi arrivò un giorno, dopo l’ultimo giorno, in cui anche lui ebbe voglia di tornare un po’ bambino, di fare quelle cose buffe che fanno i bambini, a volte strampalate e a volte pericolose. Ma non sapeva bene come e cosa fare, tutto il raziocinio e la sapienza che aveva dovuto usare durante la settimana precedente lo avevano immesso in un tunnel esasperante: tutto doveva girare perfettamente per l’eternità, tutti i conti dovevano tornare per sempre. Si sedette a gambe incrociate per terra, iniziò a lanciare pallette di carta nel cestino, quando poco più in là scorse delle scatole di lego e pongo e improvvisamente intuì cosa volesse dire sentirsi bambini. Iniziò a modellare pongo di molti colori, ad attaccarlo a pezzi di lego, a costruire, demolire, allungare, ammassare, mischiare. Dopo ore di frenetico divertimento si asciugò con un sorriso beota il viso, si guardò attorno e pensò “e ora che me ne faccio di tutto ciò?”. Grattandosi il mento prese in mano il mondo, scrutandolo scelse un luogo e vi puntò il dito. L’illuminazione che gli venne lo rese momentaneamente cieco, ma volle lo stesso mettere in quel punto tutte le sue costruzioni. San Paolo è nata così,  mentre dio giocava col pongo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 16

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Cara Marianna del Parà ti scrivo, ti scrivo così mi distraggo un po’. Da quando non ci sentiamo c’è una grossa novità, il nuovo panorama è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Mi amavano mi adoravano, capisci, mi chiamavano “il padre del Brasile”, a loro ho dato tutta la mia vita, tutta la mia vita. Tu mi capisci, cara Marianna, comprendi il dolore di un futuro che ci aspetta crudele, dopo un passato così grande. Io sono qui da molto meno tempo rispetto a te, da poco più di quarant’anni, e sono molto più basso di te, poco più di cinque metri, ma io dovevo ricordare a tutti la mia vita di studioso, di politico, di filosofo, rimembrare il mio impegno per questo paese perché io fui e sono e sarò il Patriarca dell’Indipendenza del Brasile che grazie a me è avvenuta poco meno di due secoli fa. Cara Marianna, le persone uscivano dal teatro che già potevano scorgermi da lontano e mi venivano incontro pensando a quanto fosse importante la loro indipendenza, il loro essere Stato. Vedi, amica mia, com’era importante che da lontano ci fossi anch’io. Pensavo che esilio e carcere che ho visto in vita per i miei ideali fossero il peggiore panorama, ma non avevo ancora visto questo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 15

2013-08-27-20-13-38

Sono qui a venti metri da terra, vi guardo da qui. Sono una Marianna francese creata da uno scultore genovese per una piazza brasiliana. Non mi ha mai pesato impugnare una spada nella mano destra anziché un ramo di olivo, perché con la sinistra bilancio col vezzo di tenere la mia ampia gonna. La mia posa bellicosa, il mio guardare innanzi verso il fiume con postura diritta e pronta all’attacco, la mia fronte fiera e il cipiglio attento non sono d’altri tempi. Da centosedici anni sono pronta per difendere Belém, la mia città. Scendo di rado da qui, dalla mia postazione. Lo facevo un tempo per andare alla gelateria che c’era tra avenida Presidente Vargas e avenida da Paz. Ma è stata abbattuta. Scendo la domenica sera per un tacacà in avenida Nazaré, come ultima avventrice a ripulir le pentole. Scappo per andare a infilarmi nel teatro da Paz, qui dietro, lui è qui da più tempo di me e le sue seggiole in platea con la seduta di paglia e le opere che vi cantano sanno ancora farmi sognare. Perché non sogno più. Non sogno più da quando nel mio orizzonte visivo non c’è più il fiume, da quando lo posso solo scorgere tra un palazzone e l’altro. Cerco di vivere dei sogni che avevo un tempo. Il futuro che ci aspetta a volte è crudele.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 14

2013-08-16-16-37-46

Dicono che la regione del Pará streghi e dia dipendenza. Si narra, a bassa voce, di una pensione strana a Belém con gran parte degli ospiti di una certa età ma non certa provenienza. Dicono siano persone venute a trovare parenti e mai più ripartite. Persone rimaste impigliate in questa città. Sono qui da mesi o da anni, a spendere così una pensione o dei risparmi, di certo quel che gli resta della vita. Tra cavi e bancarelle, azulejos, tagliatori di cocco e friggitori di pesce, loro stanno rinserrati nel loro limbo. Il fascino della pensione da fuori si schianta su un lettino da ospedale, da sempre in entrata, speri a uso tavolo ma forse è per portare su quelli che non ci riescono più da soli. T’inoltri già sapendo che la proprietaria, un’attempata Bardot tra gatti e tintura per capelli, ti sbarrerà la strada dicendoti che non ha camere. Allora le racconti che cerchi suo figlio che hai conosciuto in Francia e lo sai un tatuatore molto bravo, ha anche un’insegna lì accanto. Tentenna, lascia la postazione, e tu infili subito il muso in un atrio con anziani che giocano a carte, a scacchi, fumano, sonnecchiano, striminziti dentro giacchette nere lise, probabilmente quelle di quando sono arrivati. Nell’aria parole in francese spagnolo portoghese ma non puoi capire da quale bocca provengano. Di che cosa sia il limbo questo luogo, della morte? dei sogni? della vita? Da quale sogno a occhi aperti sono posseduti? Di certo da una rêverie prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 13

2013-08-14-20-24-28

Ogni città ha la sua luce, i suoi riflessi, la sua illuminazione, i suoi lampioni. Ci sono città la cui composizione della luce rimane nella retina, come quei sogni colorati che ci restano addosso  fino a mattino inoltrato, una luce palpabile, annusabile. E ci sono pietre che calpesti dopo anni, strade di cui conservi un ricordo nitido riposto in qualche sottoscala della memoria, il resto è quella città unica che nella tua visionarietà vai costruendo con pezzi di città attraversate tra desideri e piaceri. Ho calpestato queste vie esattamente dieci anni fa, il sottoscala della memoria era impolverato e pieno di altre pietre altre vie altre città altre luci. Ma la luce della città vecchia di Belém è quasi unica: è quella riflessa dal fiume mescolata a quella più in là riflessa dall’Atlantico, una luce di nuvole grandi che corrono. Anche Lisbona ha una luce così incantata tra fiume e mare, e la parte vecchia di Belém la ricorda in alcuni scorci: case basse rivestite di azulejos, uno stile inconfondibile qui massacrato dal commercio al dettaglio, musica dagli altoparlanti agli incroci, baracche sparse, palazzoni come meteore incastonati tra piastrelle e chiesette. Aspetto la domenica quando tutti i negozi si tacciono, mentre solco strade dissestate ed evito cavi pendenti, indosso la sua luce e sogno il passato recente di questo luogo. Perché la luce è prêt-à-porter, basta prenderla dall’armadio delle città.

Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 12

2013-08-09-20-21-51

Penso al rumore delle città che ho attraversato, che ho camminato, al loro suono, alla loro melodia. Non vi è una città uguale all’altra per l’udito. Ma la domenica, verso metà o fine pomeriggio, ciò che senti è simile in molte città: stoviglie che si impilano, televisioni che cambiano canale, lavatrici in centrifuga, qualche chiodo sotto un martello poco convinto, bottiglie di plastica in accartocciamento, passi lenti su pavimenti di briciole, luci che iniziano ad accendersi nei tinelli, lampadine gialle dai lampadari nelle cucine, figure che stendono panni nelle verande, sagome dietro le finestre dei cessi, forse donne con bigodini, risa di bambini nei terrazzini, di certo cani annoiati che abbaiano all’accendersi e spegnersi delle luci nelle scale del palazzo. E così mi fermo in una veranda di largo do Arouche, in piedi su uno sgabello, una mano sul filo l’altra a tenere canovacci bagnati, mi fermo mi guardo attorno ascolto e sono ad Affori sporta alla ringhiera, sono a san Samuele in corte, a Trastevere ad aspettarti sotto casa, alla Recoleta con una rosa per Evita, con una per Susan Sontag a Montparnasse, su un tetto di rio Branco o di Punta Gorda. Per più di un attimo ti puoi confondere, perdere l’orientamento: essere a casa in ogni luogo nelle domeniche prêt-àporter.

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testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 11

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Non è che io sia dispettoso per essere dispettoso, dispettoso a caso, a vanvera. Sono dispettoso a proposito, ci penso, ecco. E non è facile, ve l’assicuro, essere dispettoso con una certa cognizione di causa, perché faccio parte delle fantasie di molti di voi, delle storie di un sacco di tradizioni, arrivo dalle più ancestrali delle narrazioni. A volte mi mettete tra le divinità, a volte mi lasciate a divertirmi tra i miti,  mi cercate nei vostri incubi e spesso, vendicativi, mi invocate… sì parlo a voi, a tutti voi e lo posso fare perché le mie radici sono tra gli indigeni del sud del Brasile, ma poi nella leggenda africana ho perso una gamba lottando a capoeira ma vi ho trovato una pipa, e voi europei non sentitevi estranei a tutto ciò perché il mio copricapo rosso arriva proprio dalla vostra mitologia…andate a cercarmi fin nel Satyricon, Petronio parlava di me e del mio berretto rosso. Ecco perché mi permetto di giocare a scala quaranta con questo re avvolto in una bandiera, non gli nascondo lo scettro ma gli faccio cadere la corona. Perché io sono Saci, dispettoso ma con un orecchio aperto ai vostri desideri. Sono il vostro dispetto prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 10

2013-07-31-17-23-42

Dove vivono le anime dei protagonisti delle grandi opere, le anime di quei personaggi di carta che virano sul palco tutta la loro umanità, le loro nefandezze e bassezze, i gesti eroici, gli amori impossibili, i delitti inconfessabili. Dove vivono? Di certo non con i cantanti che li hanno interpretati. E nemmeno tra pagine e scaffali. Vivono, eccome se vivono, tra i loro costumi di scena nei magazzini dei teatri che li hanno amati. Provate, provate a entrare in uno di questi depositi verso notte, scostate solo un poco la saracinesca e già sentirete uno scalpiccio di piedi nudi, risatine flebili e un Si può?. Se guardate bene potete intravvedere Floria girare su se stessa con addosso la mantiglia di Carmen, Don José con la redingote del Barone Scarpia, Carmen con la gonna di Nedda, Adalgisa che prova l’abito nuziale di Norina, Pollione che ruba i fazzoletti dal taschino di Malatesta e tutti a intonare Qual fiamma avea nel guardo. Trascorre la notte tra lanci di guanti, passaggi di cappelli, roteare di mantelle, rumor di tacchi, fino all’alba quando si alza una voce Son qua, ritornano!. Tutto torna a posto, ogni abito nel suo scomparto dentro al cellophane. A ogni identità la sua gruccia, perché siamo grucce per cappotti, siamo corpi prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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