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ProSabato: su Anthony Burgess

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Cento anni fa, il 25 febbraio 1917, nasceva a Manchester Anthony Burgess. Per ricordarlo, proponiamo oggi la lettura di un estratto da Una scala per l’eternità. Su ABBA ABBA di Anthony Burgess di Fabia Scali-Warner e uno dei settantadue sonetti di Giuseppe Gioachino Belli che Burgess tradusse in inglese e inserì nel romanzo nel quale l’autore fece incontrare John Keats e G.G. Belli.

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Accordi Preliminari

“Christ pendebat from his cross and cried ABBA ABBA. Now John knew that this was Aramaic for father father, but he knew better that it was the rhyme scheme of a Petrarchan sonnet octave.” (1)
Pur prestando ad una tale forte affermazione l’attenzione che merita, ABBA ABBA può ciononostante apparire ad una prima analisi semplicemente uno dei molti romanzi pubblicati da Burgess nella sua lunga carriera; tuttavia la natura stessa della questione che serpeggia tra le righe del romanzo suggerisce che l’opera possa meritare una particolare attenzione.
La questione cui si è accennato è il velato dibattito che corre tra i due poeti protagonisti del romanzo, John Keats e Giuseppe Gioachino Belli, sulla natura dell’arte.
A rendere implicito il confronto fra i due è l’impossibilità di una comunicazione diretta, sia banalmente per la necessità di un interprete, sia più sottilmente per le differenze fondamentali riguardanti la formazione dei due poeti; tuttavia proprio in considerazione di questa incomunicabilità di base assume maggiore valore il loro pervenire a conclusioni affatto simili, per quanto in modi e tempi differenti.
In entrambi la struttura metrica del sonetto assume il valore di verità trascendente; delineando dunque una rivendicazione precisa non solo dell’alto valore della verità poetica, ma anche della componente formale della poesia.
In particolare, analizzando i richiami e le metafore di cui è costellato ABBA ABBA, l’universalità poetica della forma del sonetto appare garantita dalla sua intrinseca musicalità: la musica è lo spirito mai nominato che anima tutto il romanzo.
Burgess era, del resto, un compositore professionista, per di più non alieno a forme di contaminazione tra le due arti, come dimostra Napoleon Symphony (2), opera in cui l’autore “traduce” in romanzo l’Eroica di Beethoven, originariamente dedicata proprio al Bonaparte; tenendo conto della personale esperienza artistica dell’autore si possono facilmente interpretare come simbolici e non casuali numerosi elementi ricorrenti in ABBA ABBA.
L’alternanza di lingue, dialetti ed accenti, i rintocchi delle campane ed il mormorio della fontana di Piazza di Spagna: tutto risponde ad un’esigenza precisa, strettamente legata al valore intrinseco ma trascendente dei singoli suoni evocati.
Nel grande concerto della produzione letteraria di Burgess, ABBA ABBA si configura come una mirabile scala cromatica; sondando tasto per tasto le capacità strutturali delle lingue e delle molteplici voci della musica naturale, l’autore scompone analiticamente elementi propriamente poetici per poi ricomporli in un quadro unitario e coerente; quadro che tuttavia in ultima istanza risulta in grado di trascendere la semplice somma dei suoi componenti, a patto che durante la ricezione si riescano a cogliere le allusioni ed i rimandi insiti nei particolari della narrazione propriamente detta.
Naturalmente gran parte del fascino di una scrittura così fortemente allusiva risiede nell’ambiguità e nella molteplicità dei significati che le si possono attribuire; anche in questa caratteristica l’ispirazione burgessiana sembra ricollegarsi alla musica, la più misteriosa tra le arti, considerata da esperti e profani ora espressione dei sentimenti, ora dell’ineffabile, ora di idee prettamente musicali. (altro…)

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

fonte alessandrobono.com

fonte alessandrobono.com

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

(racconto ispirato a “OGNI GIORNO CHE VA VIA È UN QUADRO CHE APPENDO” di Mauro Covacich, In “La sposa“, Bompiani, 2014)

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di Raffaele Calvanese

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Mi piace vivere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare canzoni, mi piace parlare di canzoni.

Sono un fan delle canzoni.

Ma di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiedevano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in coda al disco Nel giardino dei fantasmi. Una canzone parla di mille cose e di niente. Spessissimo parla di cose infinitamente lontane dal pensiero di chi l’ha scritta. Perché ci sono strade che arrivano da lontano per incrociarsi inaspettatamente in un punto e non c’è mai un momento giusto ed uno sbagliato per arrivare a quegli incroci, ci si arriva e basta.

Dopo la pubblicità appare il segnale dell’Eurovisione e subito di nuovo lo studio. Milioni di persone in tutta Europa, affondate nei loro divani, stanno osservando la panoramica a volo d’uccello sulla platea, l’orchestra, il palcoscenico, poi l’inquadratura in piano americano che trova il presentatore e la sua valletta…

Sanremo invece arriva sempre puntuale, più o meno a metà Febbraio, come una settimana sabbatica in un anno di frenesie, uno dei pochi momenti in cui che ne parli bene o male, comunque se ne parla. Quando ero molto piccolo lo guardavo senza pormi nessun problema, lo guardavo con mia madre, lei nemmeno si poneva alcun problema. Mio padre invece era iscritto alla scuola di pensiero di quelli che lo reputano il fondo del barile musicale, di quelli della contestazione, di quelli che la musica è altrove e per questo non lo ha mai amato. Ha sempre tenuto quella posizione più o meno in modo intransigente. Anche io ho attraversato quella fase, in cui mi credevo al di sopra delle parti, in cui vedevo musica solo altrove. Inevitabilmente però ho una serie di ricordi personali legati alle canzoni del festival, come la prima volta che ho suonato una batteria durante l’ora di musica e ho sprecato questo momento storico per la mia vita in un accompagnamento di “Strani amori” di Laura Pausini.

Poi dopo un po’ di anni che bazzicavo il mondo della musica, un anno sul quel palco è arrivato un ragazzo che avevo avuto la fortuna di conoscere prima di arrivare al grande pubblico e questa cosa ha cominciato a farmi vedere il Festival con occhi diversi. Si incrinava quella posizione di superiorità che tutti nel mio giro avevano nei confronti di Sanremo. Perché quando c’è Sanremo tutti credono di sapere tutto di quello che succede, ognuno ha in tasca la sua verità. Quando ho incominciato a scrivere di musica l’ho fatto per piacere, prima di tutto il mio, e solo dopo per il piacere di quelli di cui scrivevo. Non l’ho fatto per soldi, e per questo ho quasi sempre scritto di cose che mi piacevano e persone a cui volevo bene, perché credevo nel loro lavoro, conoscevo i sacrifici che c’erano dietro. Col passare del tempo mi sono sentito ripetere sempre la stessa cosa “ci vuole più cattiveria, più cinismo”. E quindi anche io ho pensato che dovesse essere così, ho cominciato a scrivere anche di Sanremo e dei suoi protagonisti con cinismo, con cattiveria, aspettandomi sempre di più, sempre qualcosa che non sapevo spiegare ma che non vedevo arrivare. Ne ho scritto ai limiti dell’acidità. Non so bene chi mi abbia convinto di essere su un piedistallo per poter guardare e commentare quelle esibizioni, forse i social network, che danno questo senso di ebbrezza, forse la frenesia generale che porta con sé Sanremo.

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Altri dischi #12: King Crimson, Red

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King Crimson
Red
E.G. Records, 1974

di Ciro Bertini

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Chi altri se non colui che contribuì a inventarlo poteva decretarne la fine?

Era il 1969 quando i King Crimson irruppero sulla scena musicale britannica, forti di una line-up che non temeva rivali, armati di un efficacissimo strumento chiamato mellotron e coadiuvati da un paroliere poeta di nome Peter Sinfield. Era un sound maestoso e sinfonico, il loro, ma anche favolistico, erede delle melodie dei trovatori medievali, cervellotico nelle aperture alla musica d’avanguardia, selvaggio nelle furibonde jam session all’insegna di un hard rock spigoloso e di un colto free-jazz. Le sonorità messe in campo dal Re Cremisi sono tante quanti i musicisti che si sono avvicendati alla sua corte, contribuendo alle sue imprevedibili, sorprendenti mutazioni. In mezzo a tanta fantasia compositiva in equilibrio costantemente precario, il demiurgo che ha guidato e plasmato il suono della band è sempre stato Robert Fripp, musicista raffinato e infaticabile sperimentatore alla chitarra. Nell’arco di appena sei anni, Fripp si ritrovò (talvolta suo malgrado, talvolta forse con un certo grado di autocompiacimento) a reinventare i “suoi” King Crimson, ancora e ancora, rifondando il suono magniloquente delle origini su basi jazz, avventurandosi in atmosfere e trame sonore disgregate, cerebrali, spesso più vicine alla musica di un ensemble da camera che ad un complesso rock.

Uscito nell’ottobre del 1974, Red segna una tappa fondamentale nel tormentato ciclo di vita del Re Cremisi, la fine di un percorso e l’autoritaria affermazione di una sonorità con cui tanta musica a venire dovrà necessariamente confrontarsi, a partire dal nascituro punk. La formazione che nel 1973 si era presentata al quinto appuntamento discografico, lo splendido Lark’s Tongues in Aspic, vedeva, oltre a Fripp, John Wetton al basso e al canto, David Cross al violino e al mellotron, Bill Bruford alla batteria e l’eccentrico Jamie Muir intento a ricavare ogni sorta di suono possibile dagli oggetti più disparati. Orfani di quest’ultimo nel successivo Starless and Bible Black, i Crimson perdono anche Cross durante la registrazione di Red (rimarrà come session-man) e, con il contributo degli ex Crimson Ian McDonald e Mel Collins, consegnano alle stampe uno dei dischi più importanti della loro carriera, secondo per bellezza soltanto al leggendario In the Court of the Crimson King. Fin dalle prime note è infatti chiaro che ci troviamo di fronte a un’opera che aspira all’immortalità. La titletrack inizia senza alcuna introduzione, assalendo l’ascoltatore con una cascata di riff granitici. Basso, chitarra e batteria e nient’altro. Atmosfere favolistiche, sonorità sinfoniche, avanguardia cerebrale: tutto spazzato via da una gragnuola di accordi che prosegue testarda e incessante per sei magnifici minuti. Mai prima d’ora la Gibson di Fripp era suonata così rozza e coriacea, come mossa dall’impulso di recuperare le radici del rock. Dopo un simile assalto, è naturale prendere una boccata d’aria. Fallen Angel stempera l’asprezza del brano precedente con una melodia serena guidata dall’acustica, dall’oboe e dalla voce calda di Wetton, ritrovando in parte l’anima romantica delle prime opere discografiche del gruppo. One More Red Nightmare sfodera invece un nuovo riff incendiario supportato dal drumming pirotecnico di Bruford e affidando la conclusione ad una lunga coda strumentale dove chitarra e sax sembrano quasi rincorrersi in un mirabile gioco di specchi. Si prosegue con Providence, improvvisazione di otto minuti che fotografa una band in perfetta coesione e stupefacente sul piano tecnico. Capolavoro nel capolavoro è però Starless, quanto di più potente i Crimson abbiano mai prodotto: dodici minuti di pura magia, in bilico fra estasi e tormento, tensione insostenibile ed emozione viscerale, squarci cosmici e caos lisergico. Se nella prima parte la struggente frase di chitarra, le avvolgenti tastiere e il canto malinconico di Wetton evocano inevitabilmente Epitaph – e con essa quasi un’intera stagione musicale ormai conclusa – ciò che inizia al termine della terza strofa è qualcosa di nuovo e spiazzante. La melodia sparisce, gli strumenti si zittiscono, rimane soltanto il basso a intonare un tema sinistro e minimale, su cui Fripp e Bruford intervengono edificando, mattone dopo mattone, un wall of sound sempre più minaccioso. La tensione si accumula fino allo spasimo, è tempo di un nuovo cambio: il ritmo accelera bruscamente, inizia una sezione frenetica, gli strumenti esplodono, sax e chitarra si ritrovano impegnati in una furiosa jam che prepara il terreno per il ritorno del tema iniziale. L’atmosfera eterea è però ormai svanita, non c’è più posto per i voli di fantasia, il sogno è finito. Un sax disperato intona la melodia, sorretta dal frastuono di chitarra, basso, batteria e mellotron e l’ultimo accordo pone la lapide sulla tomba del rock progressivo, tributando l’estremo omaggio alla sua gloriosa stagione.

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Altri dischi #11: Red Crayola, The Parable of Arable Land

coverRed Crayola, The Parable of Arable Land
International Artists, 1967

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di Ciro Bertini

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C’era una volta la musica rock, c’erano le strofe e i ritornelli, la melodia, il canto e l’accompagnamento, e un ordine superiore presieduto dal dio Apollo a garantire che tutti gli elementi fossero al posto giusto e fluissero armoniosamente. Poi arrivò Mayo Thompson. Scelse di incarnarsi nel Texas conservatore e tradizionalista, circondandosi di uno stuolo di cerimonianti dediti a rituali folli e selvaggi, e in pochi mesi scardinò quell’ordine fino alle fondamenta, a tal punto che di esso non rimasero che le ceneri. Non sembra essere molto diversa dalla tragedia narrata da Euripide nelle sue Baccanti, questa parabola della terra coltivabile, con Thompson a interpretare naturalmente Dioniso, dio dell’ebbrezza e del furore artistico, giunto sulla terra per ribadire la sua natura divina, The Familiar Ugly, i suoi seguaci, a incarnare Agave e le Baccanti e il povero Apollo, simbolo della tradizione, nei panni del re Penteo, che rifiuta di riconoscere e accettare la divinità di Dioniso e come tale verrà fatto a pezzi.

Nessuno, all’interno di quel gigantesco calderone che chiamiamo musica rock, aveva osato tanto: elevare il Rumore a forma d’arte, renderlo protagonista della melodia al pari delle note suonate da una chitarra elettrica. Estimatore di Edgard Varèse e John Cage e della musica d’avanguardia in generale, di Frank Zappa, del free-jazz e del garage psichedelico, Mayo Thompson fondò i Red Crayola con altri due studenti d’arte, il bassista Steve Cunningham e il batterista Rick Barthelme, e insieme iniziarono a girovagare per il Texas predicando il nuovo verbo. Si racconta di soldi pagati alla band affinché smettesse di “suonare”, di performance sospinte o affossate da smodate quantità di droghe allucinogene, di oggetti di ogni tipo usati per creare “musica”, dai fiammiferi ai martelli al ghiaccio lasciato gocciolare su una lastra di alluminio. Le ambizioni e i piani che frullavano nella mente di quei tre pazzi texani poco più che ventenni non potevano però trovare applicazione concreta all’interno di una line-up di soli tre strumentisti. Ecco quindi The Familiar Ugly. Un ensemble di colti musicisti d’avanguardia? Neanche per idea. Diciamo più un coacervo di amici-parenti-conoscenti il cui numero poteva variare dai cinquanta ai cento elementi, ingaggiati da Thompson ad un unico scopo: creare rumore. No matter what. Un’orchestra sinfonica del Caos priva di direttore e direzione, lasciata libera di esprimersi edificando grattacieli di frastuono che a intervalli regolari sostituiscono le melodie (ammesso che così si possano chiamare) del trio.

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Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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Non sapevo che passavi #5

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Non sapevo che passavi #5

CHUCK BERRY
(Roll Over Beethoven)

di Stefano Domenichini

L’International Hotel di Las Vegas apre nel 1969. Due anni dopo prende il nome di Las Vegas Hilton. Al netto di aria condizionata, sprechi e cafonaggine, è un posto buono per ascoltare musica. Ci suonano i più grandi. Elvis Presley ci abita pure, in una suite che funzionerebbe come camera di tortura per gli spartani, soprannominata Penthouse.
Una sera Elvis è scatenato. Una palla di fuoco che si piega, salta, si scuote come se fosse ancora bambino, nella stamberga di Tupelo. La cosa che salta agli occhi degli spettatori è che Elvis è lì, con loro, sotto il palco. Alla fine del concerto, le acque stupefatte si separano per lasciarlo passare e lui dice a tutti: “Avete appena visto il Re del Rock and Roll”.
Come se Dio uscisse da un sermone di Allah e dicesse “Ascoltatelo, è un grande”. Allah quella sera è Chuck Berry, un nero che ha passato abbondantemente la quarantina. Si è fatto parecchi anni di riformatorio e galera, e altri ne avrebbe fatti negli anni a venire. Niente a che fare con la sregolatezza. Chuck non si droga, odia gli ubriachi. Molto a che fare con il genio. Quando si mette a suonare, negli anni cinquanta, assesta il colpo definitivo alle paranoie separatiste assurte a legge genetica anche con riguardo alla musica: una per i bianchi e una per i neri. Il country e il rhythm and blues. Due mondi rinchiusi. Ognuno con le sue radio. E se un bianco è attizzato da Muddy Waters o da Johnny Otis deve comprare i dischi di nascosto.
L’educazione sociale di Chuck Berry è quella di tanti. Nasce da una famiglia benestante di St. Louis il 18 ottobre 1926. Non abbastanza ricco per essere accettato dai ricchi, non abbastanza povero perché i poveri lo considerino uno di loro. Il giovane Chuck sogna una strada alchemica: unire i due mondi, per non restare, per sempre, nel mezzo. Guardando l’America vincente del dopoguerra, crede di trovare la soluzione e ne fa la ragione della sua vita. La soluzione sta nei soldi. La ricchezza come una forma di accettazione universale. Non sarà così facile, ma si sa: quando un demone ti prende, non ti lascia più in pace.
Quando si è bambini, il demone sono le cose che i grandi ti proibiscono di toccare. A casa Berry, è una radio Philco il frutto proibito del piccolo Chuck. Sembra la cupola di una cattedrale, piena di suoni e di voci. Chuck vuole entrare lì, viverci dentro. Ha anche capito che, per farlo, bisogna girare delle manopole. Se lo fai, il mondo esplode in una confortevole eccitazione.
Chuck a scuola va che è una meraviglia e, quando finisce le primarie, ottiene il permesso. Si incolla alla Philco e smanetta le radio dei bianchi, la musica country, quelle parole scandite alla perfezione che parlano di buoni sentimenti, strade infinite e patriottismo rurale. Resta aperta la questione con le sorelle che lo interrompono di continuo perché devono esercitarsi al pianoforte. Come fare per dirgli di lasciar perdere Beethoven?
La carnagione di Chuck gli permette anche di attraversare il fiume, andare nella East St. Louis, dove i locali sono cortine di fumo attraversate dai suoni minacciosi e strascicati del rhythm and blues. Capita di fare brutti incontri. Chuck parte per un viaggio in California con due amici. Rompono l’auto e restano senza soldi. Che si fa? Si telefona a casa? Si prende un treno? Ai tre non sembra il caso. Meglio rubare un’altra auto e fare qualche rapina. Totale: dieci anni di riformatorio. Chuck ne sconta più di tre, esce il giorno del suo ventunesimo compleanno ed entra in fase rebound.
Si mette a lavorare con il padre carpentiere, aiuta la famiglia nell’attività ambulante di fruttivendoli, frequenta un corso di cosmesi e apre un centro di bellezza con la sorella. Ma non basta: la testa a posto prevede l’inesorabile matrimonio. A ventidue anni, sposa Themetta Suggs e mette al mondo due figlie.
Energia ne ha, senza dubbio. Resta il fatto che gli anni passano e Chuck è ancora nel limbo, sempre più impantanato in un fango che genera liquidità, ma allontana l’alchimia. Bisogna allungare la mano e girare la manopola della Philco; un’idea potrebbe essere cambiare la musica. (altro…)

Altri dischi #10: Codeine, Frigid Stars LP

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Codeine
Frigid Stars LP
Sub Pop, 1991

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di Ciro Bertini

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Anni fa lessi per caso un curioso commento a proposito di Frigid Stars LP. Diceva più o meno così: “Do not ever have this record listened by someone who’s considering suicide”. Chi non avrebbe voluto bloccare la mano di Pandora, prima che la dispettosa fanciulla aprisse il vaso liberando gli spiriti maligni contenuti in esso? E chi non vorrebbe premere il tasto stop, zittendo la voce dell’archeologo del film The Evil Dead, prima che il demone si risvegli e prenda possesso dei cinque sprovveduti protagonisti? Spero davvero che nessuno sia mai arrivato a compiere l’estremo gesto ascoltando le dieci tracce di Frigid Stars LP, ma di certo quella lapidaria descrizione sintetizza perfettamente l’umore di uno dei dischi più disperati che la mente umana abbia mai concepito. Ogni accordo di chitarra è una rasoiata all’aorta, ogni colpo di tamburo rimbomba come il rintocco di morte di una campana nel buio, il basso si accanisce imperterrito come un martello sul sistema nervoso e il canto si eleva come la supplica straziante di un condannato all’ergastolo in una gelida prigione sotterranea. Non c’è possibilità di redenzione, per queste stelle frigide, né un solo raggio di luce che riesca ad aprirsi un varco fra quelle impenetrabili coltri di nubi minacciose. La terra sotto i piedi si sgretola e ci precipita in un oceano nero dove nuotano senza scopo abulia e rassegnazione.
Stephen Immerwahr, Chris Brokaw e John Engle registrarono l’album in un seminterrato di Brooklyn, non facendo ricorso a nessuna sovraincisione né abbellimento di studio, forse senza rendersi conto che in quell’estate del 1990 stavano inventando un genere, dai critici presto battezzato “slowcore”. I ritmi sono lenti, affaticati, ricordano l’eterno castigo di Sisifo che spinge il masso su per la montagna. Le atmosfere sono rarefatte e sospese, come nella continua attesa di un messaggio di speranza o una semplice pacca sulla spalla. La musica è scarnificata, ridotta all’essenza. Se gruppi come The Who o Nirvana ci hanno insegnato quanto baccano si riesca a ricavare dalla strumentazione principe del rock’n’roll, i Codeine all’opposto ribadiscono il minimalismo della triade basso-chitarra-batteria, agendo per sottrazione e non per accumulo, spogliando ogni brano di tutto ciò che potrebbe comprometterne il contenuto più puro e viscerale. Se il celeberrimo “non compiuto” michelangiolesco esercita per alcuni lo stesso fascino del David o della Pietà, l’incompiutezza che permea queste tracce è in realtà un valore aggiunto che attribuisce al silenzio quasi la stessa dignità della musica e fa da scenario ad una battaglia fra spirito e materia, visibile e non visibile, proprio come i Prigioni che lottano per uscire dalla nuda pietra. I continui stop-and-go di Cave-In e Gravel Bed e quella chitarra quasi organistica aprono nuove ferite in un cuore già straziato dal dolore, mentre Cigarette Machine si trascina apatica, infiammandosi poi nel ritornello quasi volesse ribellarsi alla sua stessa, insostenibile lentezza.

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Afterhours: Folfiri o folfox

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Afterhours: Folfiri o folfox

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di Raffaele Calvanese

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Un album che si muove tra magniloquenza, spocchia, genialità e catarsi, un percorso lungo e faticoso, ma anche molto gratificante.
Ammetto di aver fatto fatica, parecchia fatica a finire il disco degli Afterhours. L’ultimo album di Agnelli e soci infatti, come si capisce già dal titolo duale, è un album doppio davvero ricco di spunti e canzoni. I soci poi non sono i soliti ma la line-up del gruppo si rimescola e segna l’ingresso di nomi importanti del panorama italiano;  oltre a Xabier IriondoRoberto Dell’Era, con ottimi progetti solisti alle spalle, e Rodrigo D’Erasmo, salgono a bordo Fabio Rondanini dei Calibro 35, forse qualcuno lo ha anche visto nella band di Gazebo, al posto del batterista storico Giorgio Prette e Stefano Pilia (chitarrista dei Massimo Volume), a sostituire Giorgio Ciccarelli. Più che degli Afterhours si potrebbe a tutti gli effetti parlare di una All-Star band della musica alternative-rock italiana.
Nel disco questi nuovi ingressi si fanno sentire, anche se le liriche sono ancora tutte incentrate su Manuel Agnelli e nello specifico di questo lavoro, sul suo rapporto con il padre e la sua perdita a seguito di un tumore. Il titolo dell’album infatti prende proprio spunto dai nomi di due terapie antitumorali.

L’album, come si diceva, è lungo. Per i meno abituati potrebbe rappresentare una montagna troppo alta da scalare, e in alcuni momenti anche per i fan più incalliti si sente il fiato corto per arrivare alla fine delle ben 18 canzoni di cui è composto il lavoro.
Alcune canzoni sono gemme brillanti già al primo ascolto. È il caso di Non voglio ritrovare il tuo nome e di Grande, ma anche di Lasciati ingannare e Se io fossi il giudice: quest’ultima quasi una profezia che si auto-adempie in quanto Manuel Agnelli è balzato agli onori delle cronache più per la sua annunciata partecipazione a XFactor come giudice che per la presentazione del nuovo disco, atteso da ormai qualche anno. In queste canzoni c’è tutta la delicatezza che solo gli Afterhours sanno tirar fuori da una ballata rock. Sembra a tratti di ascoltare i brani più leggeri di Non è per sempre.
Poi ci sono le canzoni da evitare, anche se nel percorso del concept album hanno un senso, brani come San Miguel e Il mio popolo si fa, a mio parere sono solo un grande SKIP.
Al contrario di queste due canzoni, pezzi come Fa male solo la prima volta e Né pani né pesci mi hanno riportato a brani come Non sono immaginario. Pezzi capaci di dare il giusto ritmo ad un album, come già detto, già su lunghe distanze e che senza episodi del genere potrebbe diventare davvero soporifero. (altro…)

Altri dischi #9: Queen, A night at the Opera

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Queen
A Night at the Opera
EMI, 1975

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di Ciro Bertini

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È il 10 settembre e mi accingo a scrivere questa recensione con la memoria ancora piena delle foto di Freddie Mercury circolate fino a pochi giorni fa sui social network per celebrare il suo (mancato) settantesimo compleanno e dei moltissimi, spesso magniloquenti, quasi sempre eccessivi elogi che fans, speaker radiofonici e giornalisti di tutto il mondo hanno nuovamente tributato all’istrionico cantante. Il 5 settembre 2016 Farrokh Bulsara avrebbe compiuto settant’anni. Cosa sarebbe successo se l’AIDS non se lo fosse portato via, quel lontano 24 novembre del 1991? Probabilmente nulla, o perlomeno nulla che, da un punto di vista strettamente musicale, valesse la pena ricordare.

Lo ammetto, non avevo intenzione di scrivere una recensione su un disco dei Queen, ma il bombardamento visivo e vocale di pochi giorni fa mi ha convinto a dire la mia su uno dei gruppi più sopravvalutati dell’intera storia del rock, e in particolare sull’unico album che Mercury e colleghi abbiano mai composto. Per “album” non intendo le tante accozzaglie di canzoni, alcune scadenti, altre buone, altre pessime, sfornate dalla band britannica a partire dal 1973, ma un’opera organica, dove ogni brano è fondamentale all’equilibrio complessivo, un tassello che con spirito umanitario raccoglie l’eredità del precedente, la rielabora con la propria individualità e la trasmette al successivo. Mettiamo da parte le schifezze pop degli anni Ottanta, la canotta bianca e gli inni da stadio. Questi sono i Queen coi capelli lunghi e gli incredibili abiti attillatissimi, quattro musicisti non particolarmente dotati né sul piano tecnico né compositivo ma con uno spiccato senso dell’umorismo e una teatralità fuori dal comune, quattro giovani molto ambiziosi (o tre, se si esclude il timido e riservato John Deacon) che fondono hard rock, prog, glam, operetta, pop e cabaret e si presentano come dandy decadenti e stravaganti che sembrano rinnovare sul palco il mito di Oscar Wilde. Uno di loro, il cantante, è un Oscar Wilde anche giù dal palco. Parliamo di lui, appunto, Farrokh Bulsara, qui ancora chino sul pianoforte a coda, prima di rinunciarvi per esigenze di esibizionismo, senza baffi e con una folta chioma corvina, capace di scrivere e interpretare belle melodie, talvolta con qualche guizzo di genialità. Nulla di quello che i Queen hanno proposto fin dai loro primi album suona particolarmente nuovo e originale (gli Slade, David Bowie e i Roxy Music c’erano già stati, non parliamo di Jimi Hendrix, Mick Jagger o i Led Zeppelin), ma il quartetto dimostra una notevole determinazione, una smisurata autostima e una grande coscienza dei propri mezzi, a partire da quel “No synthesisers!” fieramente ribadito fra le note interne di ogni loro album fino al 1978.

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Il barista di John Lennon

Il barista di John Lennon

di Raffaele Calvanese

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Mio nonno era di Mondragone, come me. Anche io sono di Mondragone. Mio nonno come me aveva questi capelli crespi e indomabili. Negli anni 60 mio nonno Walter d’estate andava a lavorare a Baia Domizia, faceva la stagione perché quello era un posto alla moda e le mance volavano, solo con gli extra poteva guadagnare quasi un secondo stipendio. Faceva il barista a Baia Domizia da giugno a settembre. Non era sempre stato barista, aveva cominciato facendo quello che capitava. In quegli anni il litorale domizio era in forte espansione, erano arrivati una serie di imprenditori veneti e avevano visto tra quelle pinete un possibile  luna park per turisti, lì avevano cominciato a costruire case e alberghi così che a Baia ci si lavorava tutto l’anno. D’inverno sui cantieri e d’estate negli stabilimenti per turisti, in pratica mio nonno Walter era stato adottato da quel posto nonostante ci fosse il mare anche dov’è nato lui. Conosceva Baia come le sue tasche. Il simbolo della B e della D incrociati lo aveva progettato un famoso artista, mio nonno me lo diceva sempre anche se non ha mai saputo dirmi il suo nome. Diceva soltanto “lo ha fatto un famoso artista”, e io restavo a bocca aperta quando ero bambino. Mi facevo raccontare le storie estive che aveva vissuto a Baia in quegli anni. Fu una primavera multiculturale che durò una decina di anni più o meno.

Cynthia frequentava il liceo d’arte a Liverpool negli anni ’50, lì aveva conosciuto quel ragazzo che stava formando un gruppo musicale. Si erano conosciuti nel ’57 e pochi anni dopo avevano già avuto un figlio. Intanto quella relazione non poteva essere pubblicizzata perché la popolarità del marito era esplosa, alcuni l’avevano chiamate “beatlesmania” forse ne avete sentito parlare.

John e Cynthia si erano conosciuti a scuola e avevano cominciato a frequentarsi, i loro caratteri erano diametralmente opposti, eppure come nei migliori proverbi, si attraevano. Probabilmente se non avessero scoperto di aver concepito un bambino non sarebbero mai arrivati a sposarsi.

Mio nonno Walter con i primi soldi guadagnati si era comprato un giradischi. Lo aveva piazzato nella sua stanza e, quando non lavorava, molto del suo tempo lo passava a consumare vinili. I dischi li andava a comprare a Caserta, da Jukebox. Era l’unico posto dove si trovavano gli album stranieri. Ci voleva quasi un’ora con la corriera fino a Caserta, infatti Walter ci andava spesso il sabato, d’inverno specialmente, una volta ogni mese, mese e mezzo, a seconda dei soldi che racimolava, a seconda dei lavori che trovava. Non la solita roba di Sanremo, lì trovavi il rock, specie quello inglese. In quel periodo con alcuni amici di Mondragone Walter aveva anche cominciato a strimpellare la chitarra e a mettere su una band. Niente di eccezionale, ma ogni tanto riuscivano a rimediare qualche serata a una festa di paese o una festa da ballo di qualche liceo della zona. Si chiamavano “Piccola orchestra per prestazioni occasionali” come occasionali erano le serate che facevano. Una volta con il suo gruppo parteciparono pure ad un concorso a Caserta. Le band si esibivano in piazza Vanvitelli, al vincitore sarebbe andato un piccolo contratto discografico con un’etichetta napoletana per l’incisione di un 45 giri. Il gruppo di mio nonno arrivò terzo e non vinse nulla, ma quella sera mio nonno Walter per catturare l’attenzione era salito sul palco con un cappello a punta, simile a quello che portano gli alpini, era di feltro verde. Fu da quel momento che qualcuno guardandolo disse che assomigliava ad un elfo, forse anche per via dei suoi capelli stranissimi. Da quel momento il suo nomignolo rimase quello: “l’elfo”.

Un po’ per via della chitarra un po’ per la sua passione per i dischi inglesi mio nonno cominciò pure a imparare a suonare le canzoni che andavano forte a quell’epoca. Aveva imparato il riff di “Satisfaction”, e conosceva pure il testo, lo aveva imparato a memoria dopo aver comprato l’album su cui c’erano tutti i testi delle canzoni. Sapeva anche “House of the rising sun” ma più di tutte le altre conosceva le canzoni dei Beatles. Amava “Yesterday” e “Blackbird” anche se spesso non capiva il significato delle canzoni, le sapeva anche cantare, ma in quegli anni non era così facile avere confidenza con l’inglese e con il suo significato. Senza contare che McCartney e soci avevano anche scritto brani che si prestavano e si prestano ancora a mille dietrologie e leggende metropolitane. Forse era anche per questo che quel nome gli era rimasto addosso: l’elfo che parla una lingua tutta strana.

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SettembreSingrossa – Mini Festival alla Libreria Marco Polo

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Giovedì 8 settembre:  Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, con Ginevra Lamberti,

Venerdì 9 settembre:  Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff, Sole luna stella, con Paolo Canton, Giovanna Zoboli e Monica Pareschi

Sabato 10 settembre: Valerio Mattioli, Superonda, con Enrico Bettinello

Lunedì 12 settembre: David James Poissant, Il paradiso degli animali, con Gioia Guerzoni e Gianluigi Bodi

Martedì 13 settembre: Paco Ignazio Taibo II, La bicicletta di Leonardo, con Susanna Regazzoni e Lorenzo Ribaldi

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per maggiori informazioni sul Festival, qui: SettembreSingrossa

Altri dischi #8: Tool, Ænima

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Tool
Ænima
Zoo Entertainment, 1996

di Ciro Bertini

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C’è un misterioso piacere che si prova quando si ascolta un disco dei Tool, un piacere sornione che ci invade a poco a poco, come un oggetto del desiderio che non ama concedersi subito ma vuole farsi scoprire lentamente. È un piacere che nasce dal contrasto fra repulsione e attrazione, fascino e disgusto, aspirazione al sublime e irresistibile richiamo della materia, pulsione verso l’alto e inevitabile caduta. Il tutto avvolto in una coltre spessa e nera come la pece, dove improvvisi lampi di luce ci permettono appena di distinguere i contorni delle cose, quel tanto che basta per non soccombere alla follia. In un certo senso, il piccolo componimento Message to Harry Manback, pur nell’autoconsapevolezza di essere un semplice divertissement, esemplifica alla perfezione l’arte dei Tool. Su una romantica e struggente elegia pianistica tutto ci si potrebbe aspettare fuorché la voce di un individuo non identificato (ma innegabilmente italiano) che scarica sulla segreteria telefonica la propria rabbia nei confronti del destinatario del titolo, ricoprendolo con una sequenza impressionante di insulti e auspici di morte.
Uscito a tre anni di distanza dall’inquietante, claustrofobico Undertow, Ænima è il disco con cui il quartetto di Los Angeles raggiunge la piena maturità artistica, superando il post-grunge dell’album d’esordio e approdando ad uno stile personale, che non perde un grammo dell’ossessività e della rabbia iniziale ma le impreziosisce con audaci esperimenti sonori e complicate strutture melodiche e ritmiche. Se è la chitarra di Adam Jones a colpire per prima, tagliando e squarciando tutto ciò che incontra, può però sempre contare sul magistrale supporto fornito dal basso di Justin Chancellor, ora ostinato muggito di sottofondo, ora vulcanico generatore di melodie ipnotiche e luciferine. A sorreggere, o più precisamente, avvolgere il tutto, la monumentale batteria di Danny Carey, autentico virtuoso le cui infinite, imprevedibili e geometriche invenzioni si incastrano perfettamente con le sonorità sprigionate dai due compagni, creando un magma sonoro inesauribile e inarrestabile. Un trio di musicisti di eccezionale livello, il terreno fertile di cui Maynard James Keenan ha bisogno per intonare le sue liriche blasfeme e furenti, traboccanti amori malati e pervase da un’ineluttabile, insopprimibile atmosfera di morte e decadenza. Autentico sbarazzino del microfono, Keenan auspica un nuovo diluvio universale che cancelli per sempre la città di Los Angeles, racconta senza pudore di pratiche sessuali estreme fra due amanti e arriva perfino a scagliarsi contro Gesù di Nazareth, deridendo con disinvoltura il suo messaggio e chiedendogli gentilmente di scendere da quella “fucking cross” per far posto ad un altro stupido martire.

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