mostra

Aulo Pedicini. Il percorso dell’anima

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© Aulo Pedicini

(Sabato 12 marzo 2016, alle ore 18.00, si inaugura l’esposizione dell’artista Aulo Pedicini, a cura di Veronica Longo, all’Atelier Controsegno, in Via Napoli 201, Pozzuoli, Napoli (lungomare Bagnoli, nei pressi della stazione Cumana Dazio).
Per questa speciale occasione saranno proiettate delle diapositive storiche che mostrano il percorso del Maestro e ci sarà una dimostrazione di stampa con una sua lastra originale).

Tra mito e contemporaneità

Ammirando le opere di Aulo Pedicini mi è tornata in mente la poesia di Costantino Kavafis Ionica, che qui riporto nella traduzione di Nelo Risi:

Se abbiamo abbattuto le loro statue
se li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo gli dèi sono morti. O terra
di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora./
Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta
nella tua aria passa un vigore di quella loro
vita e una figura d’efebo, indecisa,
immateriale, a volte corre via veloce
sull’alto delle tue colline.

Nelle opere di Pedicini è presente la stessa immedicabile nostalgia che traspare dai versi di Kavafis per un mondo irrimediabilmente perduto e che però continua a parlarci per accenni e accensioni improvvise. La memoria, che sembra essere il cuore dell’ispirazione di Pedicini, è l’unica dimensione che guida l’uomo nell’inestricabile labirinto del passato e nell’enigma del tempo, come si evince chiaramente, in maniera volutamente allegorica, dall’opera in cui compare la parola Cnosso nei caratteri dell’alfabeto greco.

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© AuloPedicini

Le opere di Aulo Pedicini, come ogni vera opera d’arte, sono frutto di una visione, prima che sensoriale, mentale. Prima che con gli occhi del corpo l’artista vede con l’occhio della mente, è la memoria stessa che si fa visione, lo dimostrano potentemente le acqueforti e le acquetinte del presente catalogo che sembrano voler cogliere non la realtà o la percezione che l’artista ne ha ma l’archetipo che vi si nasconde, la forma originaria che si cela ad uno sguardo superficiale e che, invece, si mostra nella sua nitida bellezza allo sguardo dell’artista. Potremmo dire che in Pedicini agisce una memoria che non è solo biografica ma è mitico-poietica; le opere nascono da appunti visivi che l’autore ha colto negli anni, nei suoi viaggi e soggiorni in vari siti mediterranei, e diventano l’occasione, sia negli schizzi originali sia nella produzione grafica, per meditare sul senso del vedere e delle forme. Una memoria che, attraverso la visione, vuole risalire alla dimensione ancestrale e mitica del nostro stare al mondo, ad un’età in cui la presenza del sacro era visibile, era l’orizzonte entro cui si muovevano i popoli mediterranei. Per Pedicini, come per Kavafis, gli dèi anche se fuggiti non sono morti, aleggiano tra le rovine dei templi, tra i capitelli, nei vuoti e nei pieni dei colonnati e diventano sguardo, desiderio, corpo, forma e carne, anzi il marmo dei colonnati spezzati diventa carne che tornisce le spalle, la schiena, i glutei di donne che nella loro terrena bellezza rimandano, accendendo il desiderio di chi le contempla, alla bellezza che non muta, eterna, immutabile, che dona – è questa la speranza di ogni artista – a chi sappia coglierla, la gloria che permane oltre la fine. Lo sguardo di Pedicini coglie il rivelarsi delle forme, soprattutto femminili, in una plasticità scultorea che risalta nel lucore mediterraneo che fa da sfondo a gran parte delle opere; lucore che si accende in una serie di gialli, di rossi, di ori che rendono l’assolutezza e la verticalità del momento epifanico delle forme che si porgono allo sguardo. Quel che impressiona del gesto artistico di Pedicini è che, pur rivolgendosi al passato, la sua percezione del mondo è sempre di una contemporaneità radicale, anche nelle opere che maggiormente si confrontano con l’arte antica. Ciò emerge ancor di più in alcune delle incisioni di questo catalogo, in cui la lettura del gesto grafico si fa ancor più evidente; le forme in alcuni casi, regrediscono al loro stato germinale di macchie di colore che si distendono sul foglio e da cui possono emergere a loro volta  altre forme, in un gioco infinito tra caos e ordine. I colori si fanno a volte diafani, altre volte invece si concentrano densamente, il segno passa da una dimensione allegorica ad una simbolica, in cui il referente è alluso ma rimane indeterminato e costringe lo spettatore a entrare nell’opera per completarla con la propria specifica visione.

In ultimo potremmo dire che la cifra propria del percorso artistico di Pedicini, sia che essa si esprima nella pittura o nella scultura o nelle altre forme d’arte che Aulo padroneggia da par suo, è sintetizzata nell’equilibrio tra antico e contemporaneo, tra forma e caos, tra luce e buio, tra colore e disegno, in cui si manifesta il senso angoscioso e irrisolto della condizione umana, ma anche la stupefatta meraviglia verso l’apparire della bellezza.
Tutti i lavori muovono da una matrice classica che però va oltre la mera figurazione,  e si caratterizzano per un acceso cromatismo e per una costante sensibilità alla materia e al segno. L’elemento figurativo dei corpi e dei reperti allude all’orizzonte sacro in cui si inscrive la realtà tragica dell’uomo, della quale si può ricostruire un senso legando insieme, in unico itinerario espressivo, i frammenti che ci giungono da un passato remoto con quelli tra cui ci aggiriamo nella nostra contemporaneità. Ed è proprio il gesto artistico che può tenere insieme mondi apparentemente così distanti. È la devozione al bello a cui l’artista dedica la propria opera e la propria esistenza che indica un percorso, un senso, un orizzonte entro  il quale inscrivere un’intera vocazione. È la bellezza nella sua divina manifestazione che può redimere l’esistenza dal dolore e dalla morte e darle quel senso che spesso resta oscuro, come già aveva compreso all’inizio della nostra civiltà Saffo, poetessa molto amata da Pedicini, nel suo inno ad Afrodite:

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l’anima mia
con affanni né con dolore;

ma qui vieni (…) Vieni a me anche ora;
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami Afrodite.

La mostra resterà aperta dal 12 al 26 marzo, dal martedì al sabato: 10.00 – 14.00 e 16.00 – 20.00; domenica 16.00 – 19.30. Lunedì e festivi chiuso. INGRESSO LIBERO.
Info: +39 3398735267 – controsegno@libero.it
www.controsegno.com

Susegana (TV) 5/6 ottobre – Libri in cantina

Libri in cantina

5/6 ottobre

Castello di San Salvatore, Susegana (TV)

Mostra Nazionale della Piccola e Media Editoria – 11 ed.

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Siamo felici di segnalare l’annuale appuntamento con ”Libri in Cantina”, mostra nazionale dedicata alla piccola e media editoria che si tiene tradizionalmente nel mese di ottobre nel Castello di San Salvatore, a Susegana, in provincia di Treviso. Sabato 5 e domenica 6 ottobre, a Palazzo Odoardo, oltre settanta le piccole e medie case editrici nazionali, presenteranno la propria produzione, promuoveranno novità editoriali con eventi e incontri con l’autore e laboratori dedicati all’infanzia, e offriranno una panoramica sulle più aggiornate strategie per essere protagoniste sul mercato nello scenario culturale mutevole di oggi.
Tema dell’undicesima edizione, sarà quello della “lettera” e tutto ciò che riguardi la scrittura epistolare in senso ampio.

www.libriincantina.it/programma.html

Solo 1500 n. 43 – Avere una bella cera

Solo 1500 n. 43 – Avere una bella cera

Dodici ritratti di frati cappuccini e, di fronte, dodici ritratti di criminali. Cose in comune: tutti i ritratti sono in cera, tutti quanti sono stati ritratti da morti. Sono esposti in questo periodo (fino al 25 giugno 2012) al Palazzo Fortuny di Venezia. La mostra raccoglie, per la prima volta in Italia, le maschere funebri di alcuni Dogi  veneziani a grandezza naturale e, nella parte successiva dell’esposizione, i ventiquattro ritratti di santi e criminali, soggetti ricorrenti nella tradizione della ceroplastica in Italia. I ritratti dei dodici cappuccini sono stati realizzati con occhi di vetro, capelli veri e volti in cera; e concepiti in maniera che le espressioni riprodotte fossero fedeli all’atteggiamento che ciascuno di questi avesse avuto in vita. Volti sereni, occhi rivolti in “alto”, sguardi limpidi. I dodici criminali furono ritratti a fine ottocento da Lorenzo Tenchini seguendo il metodo Lombrosiano (Tenchini fu allievo di Lombroso). Predisposizione (secondo il tipo di vita) antropomorfologica alla santità e (metodo Lombrosiano) al crimine. Allo spettatore della mostra (bravi i curatori) sembrerà di vedere, in uno specchio invece di un’immagine riflessa, il suo opposto. L’operazione, dentro il Fortuny, è perfettamente riuscita. Se vogliamo, poi, metterci a dire che Lombroso non ci avesse preso molto, diciamolo; ma diciamo anche che dodici frati su dodici in odor di santità, forse è un azzardo, seppur in cera. La mostra è molto bella, l’avranno pensato anche i due topi venuti su dalla riva d’acqua, loro nient’affatto di cera, almeno per il momento.

Gianni Montieri

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Note: si tratta di un breve stralcio video, un riassunto di quell’evento, relativo ad un allestimento curato da mio figlio Tommaso, in occasione di una mostra organizzata come prova d’esame. Lui scelse di lavorare sulla mia parola, elaborando delle riprese particolari, montate poi in video, con elaborazione audio in sequenze scelte per separare, sottolineare, a volte disintegrare o ripetere dei suoni, servendosi anche dei rimbalzi e delle frantumazioni prodotte dallo spazio dell’allestimento, all’interno dei laboratori del centro di fisica nucleare di padova.