Montesquieu

Cartoline persiane #15

belgio

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Caro Rhédi,
mentre visitavo il Belgio ero finito in un palazzo allo sfascio e pieno di ratti. Il tizio che mi ha affittato la stanza aveva detto che mi sarei trovato bene, che da quelle parti abita solo gente della mia cultura, ma poi aveva guardato la sua collega e mi era sembrato sorridere di nascosto. Arrivai nel tardo pomeriggio, il posto non era distante dal centro ma sembrava già un altro mondo, sporcizia, negozi poveri e mezzi vuoti, bambini che giocavano per strada, uomini silenziosi. Chiedevo allora informazioni, anche superflue, come se le parole potessero proteggermi. Il mio palazzo era in mezzo a vecchi capannoni, si entrava da un portone enorme e poi si attraversava una piccola corte. In mezzo all’erba vidi una stufa elettrica abbandonata. La mia camera a un primo sguardo poteva sembrare accogliente, ma una finestra senza tende e molto in alto faceva entrare l’aria gelida da un vetro rotto. Recuperai la stufa, la portai dentro e la accesi. Il lavandino funzionava a sussulti, il letto, apparentemente in sesto, era invece un po’ sconnesso. Intorno sentivo strani rumori sordi, come di vecchi tubi. Mi era stato detto che c’erano altri inquilini nelle stanze, e così feci un giro per cercarli. Pensavo che in compagnia il posto non mi sarebbe più sembrato così inospitale, e che insomma tutti i posti nuovi in fondo lo sono, finché non ci si abitua. Ma quando cominciai il mio giro per i corridoi deserti, zuppi di umidità, vidi il primo ratto. Correva freneticamente, mi passò vicino ai piedi e scomparve dietro un angolo buio. Con le gambe che mi tremavano salii al piano di sopra, sperando che quel topo fosse solo un intruso casualmente arrivato dal cortile. Visitai alcuni spazi comuni. Capivo da molti indizi che quel palazzo un tempo era appartenuto agli uomini e non ai topi. In un piccolo soggiorno si accumulavano riviste vecchissime, calendari superati, audiocassette col nastro fuoruscito. Nella cucina, dentro le credenze, vecchie buste di pasta scaduta e roba in scatola, il frigo funzionante ma pieno di liquami e resti sparsi di cibo. Un pentolino in ebollizione annunciava una persona, che infatti arrivò quasi subito: un uomo già anziano, mi salutò cordialmente, disse qualcosa che non capii, e si mise a girare il suo pranzo quasi pronto. Cercai di sapere qualcosa in più del posto in cui mi trovavo, provando anche a scherzare sulla faccenda del topo, lui ricambiò con un sorriso demente. In quel momento mi sembrò di vedere il lampo di una coda dietro i fornelli. Uscii dalla cucina, passai dai bagni, nelle docce per terra c’erano dei saponi a metà, e pensai a quanto fosse in fondo doveroso, ancora più del normale, farsi una doccia in un palazzo dove trottavano i ratti. Continuai il giro, entrai in altre stanze aperte, una aveva un buco enorme nel soffitto, un foro di marciume da cui potevano essere penetrati gli animali. Nell’armadio si accumulavano vestiti, di uomini e donne, pellicce, pantaloni, tutto insieme, nella promiscuità che precede una fuga, o segue una tragedia. Sul pavimento c’erano piccoli escrementi, e ogni tanto un tonfo dal piano di sopra faceva quasi tremare i muri. Ormai sapevo di essermi fatto fregare, ma potevo riscattare almeno la mia stanza rispetto al resto, pulendola meglio che potevo. Per comprare il necessario mi affrettai a uscire dal palazzo, e nell’androne incontrai un altro inquilino che rientrava, questa volta molto più giovane, la pelle scura sbiancata dalla calce. Camminava a piedi nudi. Sforzai un sorriso e gli spiegai che avrei abitato per un po’ di tempo in una delle stanze. Scoppiò in una risata che sembrava la gioia delle bestie, passò oltre ed entrò nella sua camera, la prima dello stabile, subito oltre il portone. Con quella risata dentro la testa, uscii quasi di corsa. Il sole accendeva a grande distanza il canale, e più lontano si vedeva il centro, i suoi enormi palazzi, le impalcature. Mi sentivo a distanza infinita da ogni possibile decenza, e dalla sicurezza. C’era ancora luce quando entrai in un piccolo negozio e acquistai saponi, guanti, qualche mandarino, e del pane. Il negoziante mi guardò con aria rancorosa. Alcuni bambini al tramonto continuavano a giocare con una lattina. Sparito il sole, tutto sembrò diventare ancora più insensato e minaccioso. In pochi minuti si era fatto buio, e rientrando vidi due uomini sotto un lampione che prendevano a calci un’auto posteggiata. Accelerai il passo, fingendo di non aver visto, o che fosse tutto normale per me. Spinsi di nuovo l’enorme portone e il palazzo mi inghiottì una seconda volta.
Prima di tornare nella mia camera bussai alla stanza dell’inquilino giovane, con una fiducia ostinata e quasi magica. Quando aprì la porta gli dissi che avevo comprato dei frutti e mi faceva piacere offrirgliene qualcuno, guardai la sua espressione assonnata, e poi la mano che accettava il regalo. Provai a chiedergli qualcosa sui topi, ma a metà della frase mi accorsi che dietro di lui la stanza era simile a una discarica, che tutti i vestiti erano in terra, e poi cumuli di altra roba, spazzatura e cianfrusaglie illuminate dal biancheggiare della televisione. Probabilmente cambiai espressione, perché anche lui cambiò la sua, gli occhi sembrarono allargarsi e palpitare. Vergognandomi di avere violato il suo diritto a una lercia intimità salutai e andai via. Arrivato in camera, pensando che il mio vicino volesse ricambiare la visita, tentai immediatamente di chiudere la porta, ma scoprii che delle due chiavi (la più grande apriva il portone d’ingresso) quella apparentemente destinata alla stanza non corrispondeva alla serratura. Il pensiero di passare la notte senza possibilità di chiudermi dentro mi confuse al punto che provai a bloccare la maniglia in ogni modo, senza che nessun modo fosse quello giusto. Ma così passò del tempo, e verso le tre o le quattro, quando il buio della finestra sembrava quasi volere entrare, sentii dei rumori che arrivavano dalla porta a vetri della corte, che dava sul mio corridoio. Mi affacciai dalla stanza e vidi l’ombra di un uomo che armeggiava con una tenaglia intorno al chiavistello, per forzarlo o ripararlo. In mezzo al terrore mi venne anche da ridere. Con la stessa fiducia ostinata e magica di prima, invece di nascondermi gli andai incontro e salutai. Mi urlò qualcosa, violentemente, sorpreso a sua volta dalla mia presenza nel palazzo, gli spiegai in fretta cosa facevo lì, e infine pronunciai finalmente la frase che da molte ore avevo pronta: “Monsieur, nel palazzo c’è qualche ratto”. Con un gorgoglio dal sottosuolo rispose solamente: “Ah sì, è pieno”. A quel punto volli insistere: “Ma questo non è normale!”. E lui, già dandomi le spalle, seppellì così la mia rivendicazione: “Pff, io me ne fotto”. E si rinchiuse dentro la sua stanza, che era in fondo al corridoio. Lasciò dietro di sé una scia di alcol e fetore che ancora adesso non mi lascia. Per la prima volta nella mia vita ero felice di essere stato ignorato, così rientrai in camera e provai perfino a dormire. Lasciai la valigia davanti alla porta e mi coprii sovrapponendo più strati, comprese alcune coperte che avevo trovato nell’armadio. Ma il freddo non cessò mai e il sonno non diventò mai sonno, quel dormiveglia pieno di brividi venne presto disturbato dalla prima luce, e dal rumore dei topi che sembravano così tanti e vicini da rosicchiare il mio letto, tutto il palazzo, l’universo intero.
Quando mi svegliai definitivamente, ed era già giorno, mi lavai la faccia, presi il bagaglio e scappai. Fuori della stanza incrociai un ultimo ratto, che mi sembrò perfino bello. Uscito dal portone mi sentivo già quasi in salvo, girato l’angolo lo ero definitivamente. Mi fermai così davanti a una vetrina di dolci, che era molto diversa dalle altre vetrine, una strana pausa nello squallore. Entrai per comprare dei dolci al miele, una donna dal fazzoletto colorato mi sorrise per prima. Andai a prendere il treno sotterraneo che mi avrebbe portato via da quelle strade e da quei palazzi, provando un momentaneo senso di invulnerabilità. Aprii il sacchetto e guardai i miei dolci, con una fiducia ostinata e quasi magica.

@Andrea Accardi

Cartoline persiane#14

medusa

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Caro Rhédi,

oggi ho visto come muore una medusa. In realtà non si è trattato di morte naturale, dei ragazzini l’hanno catturata col secchiello per poi lasciarla sullo scoglio a sciogliersi, e ridevano stuzzicandola con i bastoni. Chi crede ancora all’innocenza dell’infanzia non ha mai guardato i bambini con attenzione. Hanno sempre le mani nelle mutande, peggio che gli adulti sulle metro, e diventano violenti per nulla, per gioco, se potessero ti staccherebbero i denti. La crudeltà dei bambini di solito si attenua crescendo. I grandi dittatori della storia erano bambini irrisolti.

Dicevo le meduse, le avrai viste come tutti, conoscerai la loro bellezza un po’ inquietante, magari qualche volta te ne sei beccata pure una. Bene che vada ti irrita come l’ortica, ma se trovi quella giusta l’immagine visiva del dolore sarà di esserti appoggiato su una piastra elettrica; solo in un caso, mai più ripetuto, pietrificava. Si accumulano vicino alla riva nei giorni di vento, e dall’alto puoi vederne di tanti colori, bianche rosa marroni viola, sembrano fiori, fazzoletti, occhi, sott’acqua paiono più grandi, ondeggiano senza fare rumore ma se ne facessero sarebbe un sibilo. Se sei ancora lontano puoi intuire la presenza delle meduse in due situazioni. Quando fa molto caldo e non c’è nessuno a mollo ma tutti guardano l’acqua dagli scogli con aria preoccupata, confusa, impacciata. Oppure se stai seguendo il movimento armonioso e rettilineo di un nuotatore e all’improvviso quello sbanda di lato, fa quasi un saltino, a momenti urla. Spesso si parla dell’arrivo delle meduse come di una grave minaccia, come di un improvviso e immenso avvelenarsi del mare. Se la sera tira vento, e agita i tetti e gli alberi e i costumi stesi, puoi sentire la gente che dice: “domani sarà pieno”, parlando del mare, con un brivido di superstizione. Perché in fondo lo sappiamo bene che esistono ben altre minacce, e vorremmo che se ne andassero sempre via insieme alle meduse, con il vento successivo.

(Ecco, c’è da dire anche questo, la medusa si sposta in virtù della corrente e di piccole e grandi contrazioni della cappella, esattamente come gli uomini. Puoi tu non crederla sorella?)

Quando i bambini se ne sono andati mi sono avvicinato al rimasuglio della medusa, a quello che restava della sua trasparenza. Non ho provato pena per lei, ma per noi. Ho pensato alle nostre decomposizioni, alle nostre combustioni. E invece, morire come una medusa, sciogliendoci lentamente al sole, lasciando di noi soltanto l’ombra di una sagoma. Senza nemmeno il ricordo del veleno che avevamo dentro.

@Andrea Accardi

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Cartoline persiane#13

candela

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Caro Rhédi,

mi è capitato a volte di andare ai reading di poesia.

Ho visto qualcuno che leggeva in una penombra di candele, con voce strozzata, parlando di penetrazioni tristi e orgasmi disperati (qualcun altro, di nascosto, eccitarsi).

Ho visto poeti e poetesse vestiti di nero, perché la vita è dolore, il mondo un baratro, e comunque il nero smagrisce.

Ho visto qualcuno parlare dell’oceano e dell’amore, del candore dei bambini, degli aquiloni. E non vergognarsi nemmeno un secondo.

Ho visto qualcuno parlare lo sa solo lui di cosa, perché meno ci si fa capire e più si è intelligenti.

Ho visto qualcuno che cercava il Senso, ma vai a trovarlo con ‘sto disordine.

Ho visto gente che sapeva perfettamente cos’è la poesia, e fondava per questo una religione, mentre altri facevano lo stesso, e nascevano le guerre di religione.

Ho visto gente scrivere per riuscire a scopare.

Ho visto alcuni in mezzo al pubblico che ridevano sotto i baffi, perché “io non scrivo poesie, ma se le scrivessi certo sarebbero meglio di ‘sta merda”. Ho visto com’è facile sentirsi superiori se si resta dall’altra parte.

Ho visto altri in mezzo al pubblico che avevano lo sguardo assorto e trasognato, tipo svegliami quand’è finita così posso applaudire oh che serata sì ieri sono andato/a a una lettura di poesia ma scherzi caro/a per me l’arte è indispensabile vissi d’arte vissi d’amore.

Ho visto poeti che parlavano ma non ascoltavano.

Ho visto poeti tramutarsi in profeti.

Ho visto poeti diventare minacciosi perché a qualcuno non era piaciuto un loro verso. Ho visto specchi graffiati, uno sterminato campo di narcisi feriti.

Ho visto poeti incazzarsi per niente. Se la poesia ti fa incazzare diventa niente.

Ho visto poeti molto bravi, che leggevano nel modo giusto, senza gonfiarsi il petto, ma facendo caso alle parole.

Ho visto poeti che sembravano dei cretini.

Ho visto a volte l’imbarazzo di chi leggeva, e mi è passata ogni malizia.

Ho visto avverarsi il quarto d’ora di celebrità per tutti, anche se chiamarla celebrità forse è un po’ troppo.

Ho visto qualcuno fare una domanda di un quarto d’ora al poeta di turno, e mentre quello rispondeva andarsene.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#12

centrali eoliche - Copie

Caro Rhédi,

mi sono trovato vicino ai vigneti all’ora del tramonto. All’improvviso è sbucato dalle spalle di un rudere un vecchio di queste parti. Mi ha rivolto un sorriso pieno di quattro denti. Si è seduto e ha cominciato a pulirsi le scarpe dal fango, usando un coltello da cucina. A un tratto, come se le avesse viste per la prima volta, si è girato stupito verso delle enormi pale a vento che sovrastavano il paesaggio. Il suo sguardo si è indurito, e ha cominciato a tirare pietre che ricadevano poco distante, e ancora lontanissimo da quei giganti d’aria. Se ne è andato sconsolato, biascicando bestemmie, o preghiere. Sono rimasto da solo con quelle strane presenze, che sembravano avere incantato la campagna.

Ho provato anche io a tirare qualcosa, inutilmente, colpendo invece un albero di nespole e stroncando alcuni frutti. Mi sono fermato. Adesso che il vecchio se n’era andato, ho cominciato a distinguere l’enorme ronzio delle pale. Sembrava separarmi dal cuore duro della terra. Le cose rimanevano come inspiegabili ed estranee, dall’altra parte del silenzio, gli alberi il pozzo il rudere il fango le vigne. Tutto era grigio tranne alcuni grappoli di uva scura. Un gatto, o una volpe, è passato rapido come una lucertola, senza rumore tranne il fruscio. Anche questo mi è parso senza senso. Se non fosse stato per il ronzio, avrei dubitato dell’esistenza di tutto, anche della mia. Ho pensato che il vecchio si era sbagliato, che quei giganti non erano nemici, ma che lottavano segretamente per noi contro un mistero insopportabile. Si erano installati in quella parte del mondo dove non arrivano le nostre pietre.

Sono andato via senza girarmi.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#11

 

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Caro Rhédi,

alla fine mi hanno coinvolto in una partita di calcetto. Dal momento che ero l’ultimo arrivato, mi hanno messo in porta. E dal momento che non avevo un completo adatto, ho giocato in pigiama. La mia squadra era molto più forte dell’altra, e per questo ho passato buona parte della partita con le mani in mano. Guardandomi intorno ho notato che il campetto era circondato da palazzoni popolari. Ho osservato uno per uno i vestiti stesi e i vasi di fiori sui balconi. Una signora mi fissava da una persiana, e appena le ho sorriso ha chiuso. Sopra il tetto di una casa più bassa un gruppo di operai rumeni lavorava cantando. Al di sopra delle antenne un bastimento di nuvole si allontanava velocissimo, fino a uscire dalla città.

Le periferie si assomigliano tutte. “Io qui ci sono già stato” è un tipico pensiero da periferia. Immagina adesso che non esista separazione, ma che le città si tocchino ai margini, confluendo l’una nell’altra. Immagina le macchine che gettano rifiuti ai bordi delle strade di raccordo. Oppure un grande supermercato dove fanno la spesa abitanti di città diverse. Perché se tutto è continuo e senza interruzione dovremmo passare da una periferia all’altra senza nemmeno accorgercene. Sulla sommità dei cavalcavia di sera potremmo rendercene conto all’improvviso, vedendo dove le luci non finiscono. Oppure in una passeggiata domenicale (ma nelle periferie è sempre domenica) immagina di perderti e vagare tra gli spiazzi, senza neanche sapere l’ora, chiedendoti se la luce triste da cui eri partito sia la stessa in cui sei arrivato. Immagina di domandare al primo vecchio che capita: “Scusi ma questa che città è?”. Immagina di non poterne uscire più.

 

Cartoline persiane#9

dinant

Caro Rhédi,

dalla Francia mi sono spostato in Belgio, da quelli che i francesi considerano i loro cugini un po’ zotici (chiederò ai diretti interessati se è davvero così). Mi trovo proprio nella parte meridionale e francofona, la cosiddetta Wallonia, e in particolare nella cittadina di Dinant. Si tratta di un piccolo centro orizzontalmente longilineo, tutto costruito lungo le rive del fiume Meuse, e incassato tra questo e la roccia. Spicca una strana cattedrale, dalla cupola a forma di melanzana, a sua volta sovrastata da un’antica cittadella. I ristoranti si affacciano sull’acqua, oltre i vetri passano barche a motore e canottieri, velocissimi per l’agonismo e per il freddo. Un tempo nell’abbazia Notre-Dame de Leffe veniva prodotta la famosa birra, e dagli stessi monaci, perché pare che l’alcol favorisca le visioni mistiche. Ho girato poi per la campagna wallona, incontrando altri centri più piccoli, o semplici agglomerati di case. C’è molto verde, mucche, altalene, e galli di rame sopra i tetti. Passo molto tempo a fissarli, che è un modo come un altro per aspettare il vento.

@Andrea Accardi

Cartoline Persiane#8

parigi

Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto ero a Palermo, adesso mi trovo a Parigi. Devi sapere che per molto tempo in passato queste due città si sono contese il ruolo di centro culturale europeo (sono stati degli intellettuali siciliani a dirmelo). Bene, non so a che punto del confronto siano arrivati, ma ti dico subito che Palermo per me vince e convince, molto più che l’altra. Insomma, credo davvero che Parigi sia la classica mosca scambiata per elefante. C’è tutt’intorno un’aria di provincia irrimediabile, hanno voglia di alzare torri e fondare musei pieni di refurtiva. Ti faccio qualche esempio.

In tutti i caffé c’è qualche giovane scapigliato che scrive guardandosi intorno come se vedesse le idee che volano. Resiste insomma questa visione dell’arte ingenua, loro direbbero naïve, che fa un po’ ridere, come se tutti i ventenni in disordine dovessero diventare un novello Rimbaud. Ce n’è già stato uno, può bastare, direi! I giovani siciliani sono molto più concreti, anche perché il primo che viene beccato in quegli atteggiamenti assorti e trasognati viene prontamente deriso e strattonato, come dev’essere.

Un altro esempio di immaturità collettiva: non riescono ad accettare il loro clima. Appena c’è un lembo tenue di sole li trovi tutti sdraiati sugli argini del fiume, tremando per il freddo. Sono ridicoli, no? A Palermo, quando fa caldo fuori stagione, e capita spesso, mica si mettono il cappotto per protesta!

Altra cosa: il cibo. Mangiano di continuo formaggio. Fanno tanto gli evoluti, e poi hanno una dieta da pastori! La toilette è invece una specie di celletta o cabina stretta, dove si mortifica il corpo quasi vergognandosene. Il bagno di clausura è una prova evidente del cattolicesimo trionfante, molto più che Notre-Dame. Ma poi, a proposito di toilette, parliamoci chiaro: sono sporchini. Davanti al bancone dei bar ti scricchiolano le scarpe sopra briciole e gusci, negli ascensori si trattiene il fiato, dentro i tunnel della metro ci pisciano. Tu sai meglio di me che la sporcizia del corpo rimanda sempre a una sporcizia dell’anima: infatti i camerieri sono sgarbati.

Qui è pieno di immigrati siciliani diventati artisti, che cantano la nostalgia della terra d’origine. Questa è la prova che al sud si vive meglio, mica si diventa nostalgici per capriccio o convenzione! Cantare in francese, però, mi sembra solo un inasprimento della pena. Tra l’altro, nel cimitero di Père-Lachaise per quarant’anni è stato sepolto il compositore catanese Vincenzo Bellini, poi riportato in patria. Ma ti rendi conto? Non gli bastano le opere d’arte, questi provano a fregarsi pure i cadaveri! E ti ho spiegato nella cartolina precedente quanto laggiù siano attaccati alle loro salme.

Infine, ed è l’aspetto più sorprendente, a Parigi capita spesso di vedere maschi che si baciano fra loro, e nessuno che protesti o almeno si scandalizzi platealmente. Il percorso verso la normalità sembra ancora molto lungo. In Sicilia l’uomo è uomo, poche storie.

Ps.: Mi è capitato tra le mani uno strano libro intitolato Lettres persanes. Racconta di due persiani in viaggio per l’Europa, e uno di loro scrive di continuo al suo serraglio, per controllare le numerose mogli. Che cretinata, questa del serraglio. Già è difficile con una per volta.
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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#7

immagine catacombe

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Caro Rhédi,

sarai felice di sapere che non mi sono ammalato come credevo, e che la stessa città sembra essersi scrollata di dosso la sventura. Capita che le pestilenze durino solo lo spazio di una notte. Per festeggiare il mio ritorno alla vita, ho deciso di visitare le Catacombe dei Cappuccini. Si tratta di un grande cimitero sotterraneo, dove i cadaveri sono esposti appesi o coricati, e stretti stretti fra di loro, come per farsi coraggio. Ma di cosa deve avere ancora paura, un morto?

Pare fosse un grande privilegio finire qui dopo il trapasso. Uno scrittore francese si era molto stupito per l’allegria di quel tale che indicava a un amico il proprio posto una volta defunto. Stramberie da ricchi, senza dubbio. Tanto più che le mummie sono troppe e tutte uguali per distinguerle davvero. Quelli che erano belli adesso sono brutti, quelli che erano brutti continuano a esserlo, con qualche peggioramento. Soltanto, un po’ in disparte, c’è una bambina di due anni che pare addormentata da quanto è intatta… Pure la morte ha le sue pause.

Per il resto, credimi, Rhédi, la maggioranza degli inquilini non ha davvero una bella cera… La fiducia nella resurrezione dei corpi qui è clamorosamente smentita, almeno per il momento. Continuano a proliferare unghie e capelli, ma non basta come consolazione. Se le mummie ridono, è solo perché non hanno più labbra. I preti raccolti nei sai sembrano dire sommessamente: “Ci siamo sbagliati, scusate…”. I militari decorati e alteri aspettano una guerra già persa da tempo, e di cui nessuno ha dato loro notizia. Ma le più furiose di tutti sembrano essere le vergini.

C’è poi da dire che i teschi si presentano in esubero, com’era prevedibile, e vengono accatastati in cassette di legno come fossero frutti, non proprio di stagione. Qualche visitatore ha esorcizzato la morte scrivendo il proprio nome in nero sul bianco delle ossa. Coppie di quindicenni o poco più lasciano addirittura messaggi di amore eterno sulle pareti, e non sanno ancora che si muore un milione di volte prima di morire davvero. Non c’è qualcosa di assolutamente eroico e di assolutamente idiota in tutto questo?

Adesso devo uscire, mi manca l’aria. La mia allergia alla polvere non perdona.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#6

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Caro Rhédi,

sono arrivato al porto di Palermo in una calda serata di Luglio. Entrando nella città per vie secondarie, percepivo tutt’intorno un’atmosfera irreale, un desolante silenzio, manco fosse passata la peste. Risalendo il corso principale, cominciai a sentire un fragore di gente, e vidi una moltitudine in lontananza, tanti che io non pensavo che lo scirocco tanti ne avesse disfatti. In un grande giardino con fontane, da un palco allestito d’urgenza, una specie di profeta si rivolgeva agli sguardi attoniti e inespressivi degli spettatori. Si riferiva a qualcosa di terribile accaduto molto tempo addietro, e che ritornava oggi come una vendetta divina. L’enorme porta della città incombeva su di noi, e così il cielo che volgeva al nero, e che il pianto dei bambini non scalfiva.

A quel punto ho capito, Rhédi: a Palermo la peste c’era davvero! Cominciai allora a scapicollare tra la folla, e più cercavo di evitare il contatto, più pennellate di sudore altrui si trasferivano sulla mia faccia. Vidi la cattedrale che pareva in fiamme, dal muro di cinta gli appestati allungavano le mani su di me, il corso era illuminato solo da candele tremolanti, e la voce del profeta riecheggiava per magia in tutta la strada. Un enorme carro religioso scendeva lentamente, accompagnato dai fedeli in deliquio. I volti sembravano deformati dalla sofferenza, scolpiti dalla malattia, incisi nella vita dalla morte. Le urla delle vecchie arrivavano cariche di tutti gli incubi del mondo, e i tentativi di canto parevano lamenti di agnelli all’altare.

Correndo e fuggendo sono arrivato al mare, cercando aria pulita, incontaminata. Qui ho assistito a uno spettacolo frequente durante le epidemie: i condannati si abbuffavano avidamente, come per dimenticare la fine vicina, o per alzare un ultimo brindisi al cielo. Seduti sopra sedie incapaci di contenerli, infilavano la faccia dentro larghe fette di cocomero. I semi sputati a grandissima velocità lambivano le mie gambe come schegge di granata. Dolci dai colori impossibili pendevano appesi dentro vagoni illuminati, e poi schiamazzi, palloncini colorati, famiglie intere sopra strani veicoli a due ruote. Tutto contribuiva alla finzione della festa, mentre la città in realtà lentamente agonizzava. Perfino i topi, spaventati, rientravano nei tombini.

Mi sono allontanato svicolando un po’, fino a sdraiarmi sopra una panchina di marmo. Sotto le palpebre, distinguevo un chiarore del cielo, forse il riflesso delle pire di fuoco accese per bruciare i morti di peste. Il crepitare delle fiamme mi sembrava forte come una successione di tuoni. Sentivo il sonno e la malattia diffondersi nel mio corpo, e così, sopra il marmo tiepido, mi addormentai.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#5

hopper

Edward Hopper, Nighthawks (1942)

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Caro Rhédi,

se c’è una cosa che ho imparato durante i miei innumerevoli viaggi, è che gli studenti di filosofia si combattono lasciandoli parlare. Quello che ho incontrato stavolta sul treno mi raccontava di uno strano concetto che da qualche anno sembra andare molto di moda in Occidente: il “non luogo”. Cos’è un non luogo? Se ho capito bene, potrebbe essere ad esempio quello in cui mi trovo adesso, un anonimo bar notturno davanti al porto di Livorno, dove aspetto la mia nave che partirà all’alba.

Il non luogo è un posto che trovi ovunque e che rimane sostanzialmente uguale in ogni sua occorrenza, è uno spazio da cui si passa senza fermarsi, in cui sai già cosa aspettarti, e non chiedi nulla di più. Il mio studente si domandava se questo dovesse rassicurarci o angosciarci, ma in realtà si lasciava sfuggire una conseguenza logica ancora più vertiginosa, e cioè questa: ogni gesto che si compie in un non luogo, dal più grave al più insignificante, è in realtà una non azione, qualcosa che avviene senza però avvenire, un atto mancato pur essendo accaduto. Ecco la terribile giurisdizione del non luogo, una non legge che governa in un non spazio.

Sono le quattro di notte, nel bar siamo soltanto io e l’anziano barista. Potrei aspettare che mi dia le spalle, e andare da lui con i passi felpati di una tigre ircana, stringendo tra le mani un laccio teso. Servirebbe un primo gesto deciso per cingergli il collo, poi durante una breve lotta ascolterei i suoi versi strozzati, immaginerei senza vederli gli occhi esorbitanti, guarderei cambiare in porpora il colore delle orecchie, infine sentirei una specie di “crack” sommerso e il tonfo del corpo sul pavimento. Così me ne andrei e niente sarebbe stato, riassorbito nel non rumore di questo non luogo.

Ecco, il momento sembra propizio. Il vecchio è girato da qualche secondo, armeggia convulsamente davanti all’apparecchio del caffè. Mi alzo senza sbattere la sedia, respiro con lentezza, allontano i pensieri, gli sono vicino, ancora pochi passi e… fuori! Adesso ho di nuovo davanti a me il mare e la notte, e il vento sulla faccia. Capito, Rhédi? Sono uscito senza pagare la mia consumazione, un succo di frutta, e un pessimo caffè italiano. Tutto è come se non fosse mai stato in quel non luogo dove nulla avviene. Una notte sono scappato senza pagare da un bar uguale a mille altri, e lo sapremo soltanto io, tu, e un vecchio barista vivo per miracolo.

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@Andrea Accardi

Cartoline persiane#4 – di Andrea Accardi

Sandro_Botticelli_-_La_nascita_di_Venere_-_Google_Art_Project_-_edited

Caro Rhédi,

l’Occidente crede molto nell’emancipazione delle genti attraverso la cultura. Lo dimostra la fila interminabile che c’è sotto il sole di fine giugno davanti agli Uffizi di Firenze, dove si può ammirare tra le altre cose la Donna sulla conchiglia di tal Botticelli, maestro del Rinascimento italiano. Dopo avere aspettato per ore sudando e sbuffando, sono finalmente entrato. I quadri erano naturalmente sotto vetro, ma una disposizione strana delle luci rendeva impossibile vederli interamente. Da vicino, comparivo io in primo piano, sovrapposto al dipinto. Mi sposto, e metà tela è coperta di riflessi. Mi allontano ancora, ed eccomi di nuovo, stavolta rimpicciolito di sbieco, come quel pittore spagnolo che aveva inserito sé stesso in una propria opera di corte, leggermente defilato. Diventavo così un marinaio fiammingo, uno spettatore del Calvario, l’incarnazione di una Virtù… Mi trasformavo insomma in un personaggio per ogni quadro, e tutto grazie a quell’eccentrica illuminazione. Vedi, Rhédi, quelle che sembrano apparentemente sviste e strafalcioni in realtà sono il modo italiano per raggiungere la perfezione. Pensaci, l’America non è stata scoperta navigando nella direzione sbagliata? E la stessa Torre di Pisa, non deve forse alla stortura la sua fama? Qui ogni errore umano è in realtà qualità aggiunta, colpo d’ali, rivelazione del genio. Questo sì che è Umanesimo!

Ps: Nei prossimi giorni prenderò da Livorno la nave per la Sicilia… Chissà dove arriverò in realtà!

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Cartoline persiane#3 – di Andrea Accardi

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Caro Rhédi,

l’ultima volta che ti ho scritto avevo avuto un disguido con un gruppo di sacerdoti verdi. Scappando via, sono arrivato in pochi giorni a Pisa, una delle quattro Repubbliche marinare. In realtà il mare è distante alcuni chilometri, ma nelle giornate di vento l’odore del sale rimonta il fiume che taglia la città, e ti prende nostalgia di una qualche spiaggia. Proprio della nostalgia volevo parlarti, Rhédi. Ti capita mai viaggiando di immaginare come sarebbe la vita in un posto che non è il tuo? Io qui ho sentito che potrei forse viverci, non so perché. Sarà che arrivando di sera ho incrociato un grande bazar, che la scritta illuminata “COOP” faceva sembrare uno strano minareto. Sarà che in una piazza circondata da alberi ho sentito tamburi lontani, come quelli che annunciano guerra, e invece dichiaravano pace. Sai quella nostra antica credenza nell’anima multipla? Dice che non siamo mai soltanto uno, ma tanti quanti sono i nostri desideri. Come se guardando la nostra ombra sul muro, noi andassimo via, e quella rimanesse per sempre lì.

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