Monica Pareschi

Edith Wharton La casa della gioia (anteprima)

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Esce domani da Neri Pozza, per la collana Le Grandi Scrittrici diretta da Monica Pareschi, La casa della gioia nella nuova traduzione di Gaja Cenciarelli, presentiamo qui in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro. Grazie a Neri Pozza e a Monica Pareschi per la gentile concessione.

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Edith Wharton –  La casa della gioia – traduzione di Gaja Cenciarelli

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Capitolo uno (estratto)

Selden si fermò, sorpreso. Il suo sguardo si ravvivò alla vista di Miss Lily Bart nella calca pomeridiana della Grand Central Station.
Era un lunedì di inizio settembre, e lui stava tornando al lavoro dopo una rapida puntata in campagna; ma cosa ci faceva Miss Bart in città in quel periodo dell’anno? Se l’avesse vista prendere un treno avrebbe dedotto che si stesse spostando da una all’altra delle ville di campagna che si contendevano la sua presenza dopo la chiusura della stagione di Newport; ma la sua espressione indecisa lo sconcertava. Si teneva in disparte dalla folla, lasciando che questa le scorresse accanto, diretta alle banchine o alla strada, con un’aria irresoluta che, supponeva lui, poteva benissimo mascherare un proposito ben definito. D’un tratto gli venne in mente che forse stava aspettando qualcuno, ma non seppe spiegarsi perché quel pensiero avesse colpito la sua attenzione. Non c’era niente di nuovo in Lily Bart, e tuttavia ogni volta che la vedeva non poteva evitare di provare un vago slancio di interesse: quella di suscitare sempre congetture era una sua caratteristica, e il più semplice dei suoi atti sembrava frutto di intenzioni di vasta portata.
Un impulso di curiosità lo spinse a cambiare direzione, e invece di andare verso l’uscita, le passò accanto. Sapeva che se lei non avesse voluto essere vista sarebbe riuscita a evitarlo, e lo divertiva l’idea di mettere alla prova la sua abilità.
«Mr Selden… che fortunata coincidenza!»
Gli andò senz’altro incontro, sorridendo e, si sarebbe detto, mostrandosi quasi ansiosa di trattenerlo. Un paio di passanti si attardarono a guardare; Miss Bart era talmente bella da fermare persino i pendolari che correvano a prendere l’ultimo treno.
Selden non l’aveva mai vista così raggiante. La testa vivace, che spiccava tra i colori smorti della folla, la faceva risaltare più che in una sala da ballo, e sotto il cappello scuro e la veletta il volto riacquistava quella levigatezza giovanile e quella carnagione intatta che, dopo undici anni di ore piccole e balli instancabili, stavano cominciando ad appannarsi. Selden si ritrovò a chiedersi se veramente ne fossero già passati undici, e se lei avesse davvero compiuto quei ventinove anni che le sue rivali le attribuivano.
Che fortuna!» ripeté lei. «Com’è gentile da parte sua venirmi in aiuto!»
Lui rispose allegramente che quella era la missione della sua vita, e le chiese in che modo poteva aiutarla.
«Oh, in qualsiasi modo, anche solo sedendosi su una panchina a chiacchierare con me. Se si resiste alla noia di un ballo, si potrà ben resistere all’attesa di un treno. In fondo qui non fa più caldo che nel salone di Mrs Van Osburgh, e le donne non sono poi tanto più brutte». Si interruppe, scoppiando a ridere, e spiegò che era arrivata in città da Tuxedo, che doveva andare dai Trenor a Bellomont, e aveva perso il treno delle tre e un quarto per Rhinebeck. «E non ce ne sono altri fino alle cinque e mezzo». Consultò il piccolo orologio imbrillantato tra i pizzi. «Mancano due ore esatte. E io non so cosa fare. La mia cameriera è venuta in città stamattina per sbrigarmi qualche commissione e ha proseguito per Bellomont con il treno dell’una, la casa di mia zia è chiusa, e io non conosco anima viva in tutta New York». Si guardò intorno con aria sconsolata. «A dire la verità, fa più caldo qui che a casa di Mrs Van Osburgh. Se ha un po’ di tempo da perdere, la prego, mi porti da qualche parte a prendere una boccata d’aria».
Lui si dichiarò a sua completa disposizione: quell’imprevisto gli parve un bel diversivo. Da spettatore, gli era sempre piaciuta Lily Bart; e la sua vita viaggiava su un’orbita talmente lontana che trovò stuzzicante essere attirato per un po’ nell’improvvisa intimità che quella proposta implicava.
«Vogliamo andare a prendere una tazza di tè da Sherry?»
Lei accettò sorridendo, poi abbozzò una piccola smorfia.
«C’è talmente tanta gente in città, il lunedì, che di sicuro si rischia di incontrare parecchi scocciatori. Io sono una vecchia bacucca, ormai, e non dovrebbe importarmi; ma se è vero che io sono vecchia, lei non lo è affatto» obiettò allegramente. «Muoio dalla voglia di bere un tè, ma non ci sarebbe un posto più tranquillo?»
Selden ricambiò il sorriso luminoso che si era posato su di lui. Le cautele di Lily lo interessavano quasi quanto le sue imprudenze; era sicuro che facessero entrambe parte di un piano elaborato con estrema cura. Nel giudicare Miss Bart, si era sempre basato sulla convinzione che lei agisse per calcolo.
«Le risorse di New York sono piuttosto scarse» disse. «Prima di tutto vedrò di trovare una carrozza, poi ci inventeremo qualcosa». La condusse attraverso la folla che tornava dalle vacanze, passando accanto a ragazze con volti insignificanti e cappelli improbabili, e donne dal seno piatto che armeggiavano con pacchi e ventagli di foglie di palma. Possibile che lei appartenesse alla stessa specie? Lo squallore, la rozzezza di quel campione di creature femminili lo convinsero ancora di più che Lily fosse una donna fuori dal comune.
Un breve acquazzone aveva rinfrescato l’aria, e le strade umide erano ancora sovrastate da nuvole ristoratrici.
«Che delizia! Facciamo una passeggiata» disse lei, mentre uscivano dalla stazione.
Svoltarono su Madison Avenue e si avviarono lentamente verso nord. Mentre lei gli camminava accanto a passi lunghi e leggeri, Selden si accorse di trarre un piacere squisito dalla sua vicinanza: dalla curva perfettamente modellata del minuscolo orecchio, dall’onda riccia dei capelli – erano leggermente schiariti ad arte? – dalla foltezza delle ciglia dritte e nere. In lei tutto era energico e delizioso, forte e delicato al tempo stesso. Aveva la vaga sensazione che creare una donna del genere fosse costato parecchio, che molte persone brutte e ottuse fossero state sacrificate, in modo del tutto misterioso, per darle vita. Si rendeva conto che le qualità che la distinguevano dalla massa delle altre erano principalmente esteriori, come se alla volgare creta fosse stata applicata una patina di sofisticata bellezza. E tuttavia quell’analogia lo lasciava insoddisfatto, perché una struttura grossolana non può reggere una finitura di lusso; e se invece la materia prima fosse stata di eccellente qualità, ma poi le circostanze le avessero conferito una forma futile?
A questo punto delle sue riflessioni le nubi si diradarono e lei fu costretta ad aprire il parasole, privandolo di quel gradevole spettacolo. Un paio di secondi dopo si fermò, sospirando.
«Oh, santo cielo, che caldo, e che sete! È un posto orribile New York!» Lanciò uno sguardo sconsolato alla monotonia della strada. «Le altre città indossano i loro abiti migliori d’estate, invece New York sembra sempre in maniche di camicia». I suoi occhi vagarono lungo una delle stradine laterali. «Qualcuno ha avuto il buon cuore di piantare qualche albero laggiù. Andiamo all’ombra».
«Sono lieto che la mia strada riscuota la sua approvazione» disse Selden mentre svoltavano l’angolo.
«La sua strada? Lei vive qui?»
Osservò con interesse le facciate nuove di mattoni e pietra calcarea, fantasiosamente decorate e tutte diverse tra loro per soddisfare la bramosia di novità tipica degli americani, ma fresche e invitanti, con le tende e le cassette per i fiori.
«Ah, sì, certo: il Benedick. Che bel palazzo! Non credo di averlo mai visto prima d’ora». Guardò la casa di fronte, con la pensilina di marmo e la facciata pseudo-georgiana. «Quali sono le sue finestre? Quelle con le tende abbassate?»
«All’ultimo piano, sì».
«E quel delizioso balconcino è suo? Deve far fresco lassù!»
Lui si fermò un attimo. «Vuole salire a dare un’occhiata?» suggerì. «Posso prepararle una tazza di tè in men che non si dica… e non rischierà di incontrare scocciatori».
Il viso le si imporporò – possedeva ancora il talento di arrossire al momento giusto – ma accettò l’invito con la stessa disinvoltura con cui le era stato fatto.
«Perché no? È una tentazione troppo forte: correrò il rischio» dichiarò.
«Oh, non sono pericoloso» disse lui, con lo stesso tono. In verità, non gli era mai piaciuta come in quel momento. Sapeva che aveva accettato senza pensarci due volte: Selden non avrebbe mai potuto far parte dei suoi calcoli, e fu una sorpresa per lui il fatto che avesse acconsentito in maniera così fresca e spontanea.
Si arrestò per un attimo sulla soglia, frugandosi nelle tasche in cerca della chiave.
«Non c’è nessuno in casa; ma ho un domestico che dovrebbe venire di mattina, ed è possibile che abbia apparecchiato per il tè e provveduto al dolce».
La guidò in un corridoio angusto con vecchie stampe alle pareti. Lily notò le lettere e i biglietti accumulati sul tavolo tra guanti e bastoni; poi si ritrovò in una piccola biblioteca, buia ma allegra, con pareti cariche di libri, un tappeto turco gradevolmente sbiadito, una scrivania ingombra e, come lui le aveva preannunciato, il vassoio del tè su un basso tavolino accanto alla finestra. Si era alzata una brezza che gonfiava verso l’interno le tende di mussola, portando con sé il fresco profumo della reseda e delle petunie che fiorivano sul balcone.
Lily si abbandonò con un sospiro in una delle logore poltrone di pelle.

©Edith Wharton

Charlotte Brontë, Jane Eyre (Le Grandi Scrittrici; Neri Pozza)

Jane Eyre

Debutta oggi la nuova collana di Neri Pozza “Le Grandi Scrittrici” a cura di Monica Pareschi (che ringrazio per questa anteprima). Il primo romanzo è l’indimenticabile Jane Eyre, in questa nuova edizione, introdotto da Tracy Chevalier e tradotto da Monica Pareschi, presentiamo qui alcune pagine dal primo capitolo. (gianni montieri)

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“Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli”, scriveva Calvino. Siamo partiti da qui per inaugurare una nuova collana dedicata ai capolavori della letteratura femminile, senza limiti di spazio e di tempo, con l’intento di creare, appunto, le condizioni ideali per le lettrici e i lettori di oggi: un’operazione editoriale che rende accostabili e godibili alcuni dei libri più amati di sempre, con nuove traduzioni che ne sottolineano tutta l’attualità, per chi si accinge a rileggerli ma anche per chi vi si accosta per la prima volta.” (Monica Pareschi)

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Charlotte Brontë, Jane Eyre, Neri Pozza (€ 12,90)

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Capitolo 1

Impossibile fare una passeggiata quel giorno. In realtà, la mattina avevamo vagato per un’ora tra gli alberi spogli; ma a partire dall’ora di pranzo (la signora Reed, quando non c’erano ospiti, mangiava presto), il freddo vento invernale aveva portato con sé nuvole così fosche, e una pioggia così penetrante, che qualunque altra attività all’aria aperta era ormai fuori discussione.
Ne ero felice; non mi sono mai piaciute le lunghe passeggiate, soprattutto nei pomeriggi gelidi: era orribile tornare a casa nella luce cruda del crepuscolo, con le dita delle mani e dei piedi intirizzite e il cuore triste per i rimbrotti di Bessie, la bambinaia, umiliata dalla consapevolezza della mia inferiorità fisica rispetto a Eliza, John e Georgiana Reed.
I quali Eliza, John e Georgiana erano adesso raccolti intorno alla madre in salotto: lei era adagiata su un divano accanto al caminetto e, circondata dai suoi diletti (che per il momento non si accapigliavano né piangevano), sembrava perfettamente soddisfatta. Quanto a me, mi aveva dispensata dall’unirmi al gruppo, dicendo che «le dispiaceva di esser costretta a tenermi in disparte; ma finché non fosse stata informata da Bessie, e non avesse constatato di persona osservandomi che mi stavo sforzando sul serio di comportarmi come s’addice a una bambina, mostrandomi socievole, affabile, lieta – dovevo essere più vivace, più schietta, più spontanea insomma – le toccava proprio escludermi dai privilegi destinati solo ai bravi bambini che non fanno i capricci».
«Ma Bessie cosa dice che ho fatto?» domandai.
«Jane, non mi piacciono i curiosi o quelli che trovano da ridire su tutto; e poi c’è qualcosa di davvero sgradevole in un bambino che si permette di rimbeccare i grandi in questo modo. Vatti a sedere da qualche parte; e finché non avrai qualcosa di gradevole da dire, taci».
Accanto al salotto c’era una saletta per la colazione, e mi infilai lì. Nella stanza c’era una libreria e ben presto mi impadronii di un volume, dopo essermi assicurata che avesse tante figure. Mi arrampicai sul sedile nel vano della finestra e, sollevando anche i piedi, mi sedetti a gambe incrociate, come un turco; infine, dopo aver tirato quasi del tutto le pesanti tende rosse di tessuto marezzato, mi ritrovai doppiamente protetta, come una reliquia.
Lembi di stoffa scarlatta mi impedivano la vista a destra; a sinistra i tersi riquadri di vetro mi isolavano senza separarmi dalla cupa giornata novembrina. A intervalli, mentre giravo le pagine del libro, studiavo il pomeriggio invernale. In lontananza, nient’altro che un biancore vacuo di nebbia e nuvole; più vicino, uno scenario d’erba bagnata e cespugli flagellati dal vento, lunghe raffiche luttuose che spazzavano via con violenza la pioggia incessante.
Tornai al mio libro, la Storia degli uccelli inglesi di Bewick: del testo non mi importava granché, in generale, eppure c’erano alcune pagine introduttive che, pur essendo una bambina, non riuscii a saltare a piè pari fingendo che non esistessero. Erano quelle che trattavano dei luoghi abitati dagli uccelli marini; degli «scogli e promontori deserti» che essi soli popolano; della costa norvegese, costellata di isole dall’estremità meridionale, il Lindesnes – in inglese Naze – fino a Capo Nord,

Là dove l’oceano nordico, in vasti vortici,
Ribolle tra le nude, malinconiche isole
Dell’ultima Thule; e l’atlantico flutto
Si scaglia tra le Ebridi selvagge.

Né potevo ignorare la menzione delle rive desolate della Lapponia, della Siberia, delle Spitzbergen, della Novaja Zemlja, dell’Islanda, della Groenlandia, con «le sconfinate regioni artiche, e quelle lande dimenticate da Dio di spazio sempre uguale; quella riserva di gelo e neve, dove duri campi di ghiaccio, accumuli secolari di inverni cristallizzati uno strato sopra l’altro fino a raggiungere altezze alpine, circondano il Polo e concentrano, moltiplicandoli, i rigori del freddo estremo». Di questi regni bianchi come la morte mi ero fatta un’idea tutta mia: confusa, come ogni nozione compresa solo a metà che fluttua nel cervello infantile, ma stranamente potente. Le parole di quelle pagine introduttive si collegavano alle illustrazioni seguenti e davano un senso allo scoglio che si ergeva solitario in un mare gonfio e spumeggiante; al vascello spezzato e arenato su una costa desolata, alla luna fredda e spettrale che, attraverso una prigione di nuvole, occhieggiava un relitto sul punto di colare a picco.
Non so dire quale sentimento gravasse sul cimitero solitario con la sua lapide incisa; e il cancello, la coppia d’alberi, il basso orizzonte cinto da un muro diroccato, la falce di luna appena sorta a indicare l’ora serale.
Le due navi immobili su un mare torpido mi parvero fantasmi marini. Girai in fretta la pagina col demonio che sistemava il fagotto sulle spalle del ladro: l’immagine mi terrorizzava.
Come pure quella con la creatura nera e cornuta seduta su un masso in disparte, a guatare di lontano una folla radunata intorno a una forca.
Ogni figura raccontava una storia; spesso misteriosa per la mia mente acerba e la mia sensibilità infantile, e tuttavia profondamente interessante: interessante come le storie che Bessie narrava le sere d’inverno quando capitava che fosse di buon umore; e quando, dopo aver spostato il tavolo da stiro accanto al focolare nella stanza dei bambini, ci lasciava sedere intorno a lei e, mentre rassettava le gale e i pizzi della signora Reed e pieghettava i bordi della sua cuffia da notte, nutriva la nostra avida attenzione con brani romantici e avventurosi tratti da vecchie fiabe e antiche ballate; o (come scoprii in seguito) dalle pagine di Pamela e Henry, conte di Moreland.

Monica Pareschi – Mi ricordo Doris

doris profile

                                                             

    Mi ricordo Doris

“No need to be afraid” mi ha detto senza sorridere quando le ho confessato, al nostro primo incontro tanti anni fa a Torino, che l’idea di non sapere cosa dire a un pezzo di storia letteraria del Novecento mi faceva paura. Dodici anni fa: sono una traduttrice sconosciuta a cui è capitata la grande fortuna di tradurre l’ultimo bellissimo, lunghissimo libro di quella che molti considerano la più grande scrittrice inglese vivente. Ma naturalmente Doris è più di una scrittrice: è un monumento. È una figura pesante, un’effigie incisa nella mente di un paio di generazioni di vecchie ragazze: per quelle che ragazze lo sono davvero, una figura che appartiene irrimediabilmente al passato. La faccia larga dagli occhi piccoli e ravvicinati, senza benevolenza. La grande testa scolpita piantata sul collo breve, qualcosa di spietato nel profilo da imperatore romano. La crocchia da nonnina buona, incongrua. Tratti netti che tutti conoscono, già grafici: la pettinatura da contadina di Doris come il mento di Virginia Woolf, il naso di Anna Achmatova, le sopracciglia di Frida Kahlo, il sorriso ubriaco di Janis Joplin. Doris però è ancora viva.

L’editor mi telefona la mattina, mentre sono in treno, dicendomi di raggiungerla all’Hotel Meridien, al Lingotto, dove Doris ha dormito la sera prima e dove ci sarà un breve incontro con la stampa e i fotografi prima dell’evento al Salone: Così la conosci. Dovrei essere in primo luogo grata, invece che terrorizzata, perché è raro che in questi casi gli editor delle case editrici si ricordino dei traduttori. Ma questa è una signora gentile, ed è un omaggio quello che mi fa, un gesto elegante e per niente scontato che dà un valore a quei giorni di fatica lenta e molto fisica passati a filtrare il flusso potente delle parole di Doris, un fiume che scorre impetuoso nel mezzo di  un secolo, trasportando i detriti  di un’epoca e delle sue ideologie.

Sulla spianata del Lingotto c’è il solito viavai di studenti e scolaresche vocianti che l’attraversano in questi giorni, un caldo quasi afoso e sicuramente eccessivo per maggio, e le file dei visitatori non professionali che attendono alle casse. La vedo appena entrata, sulla sinistra nell’atrio, un po’ insaccata nel divano beige, le ginocchia divaricate come tengono a volte le donne passata una certa età, quando si possono permettere l’indecenza di essere naturali. La stessa posa sgraziata che ha in una delle foto scattate il giorno del Nobel, qualche anno dopo, dove siede scarmigliata sui gradini davanti alla porta di casa, dopo essere entrata a posare le borse coi carciofi in cucina: una priorità da massaia prima di concedersi agli obiettivi e ai microfoni. Uno sberleffo alla solennità del momento. Che cosa è stato davvero importante per la sua scrittura, signora Lessing? L’acquisto di una lavatrice.

Dunque lei sta lì, nella luce forte che entra dalle vetrate, un po’ insaccata e coi piedi che a malapena toccano terra, e quando si alzerà mi stupirò di quanto è piccola accanto a me, che pure lo sono. Quella grande testa imperiale però compensa tutto, e anzi è proprio la sproporzione a sancirne la maestà. Seduta accanto all’editor gentile e circondata dalle belle ragazze dell’ufficio stampa che si affannano sussurranti a porgerle un bicchiere d’acqua o a portarle del tè, si offre tollerante ai giornalisti, senza un sorriso, con frasi brevi: formale. Il Nobel accolto senza emozione, stupore, ammiccamenti, quel Christ un po’ sarcastico: Alla fine vi siete decisi. Non è di quei grandi che scendono al livello degli umani per ingraziarseli. Un’amica giornalista che l’ha intervistata a casa sua, a Londra, l’ha definita senza giri di parole una stronza. E mi ha raccontato dell’assurda casa di Hampstead, con l’odore di urina di gatto così forte da dare la nausea, il disordine pazzesco, il figlio psicotico che vive con lei, i divani sfondati. Cosa dire a quella donna un po’ stanca che mostra con tutto il suo corpo di essere lì perché deve, non per il piacere né per la gloria ma per contratto? Scarto ogni proposito adulatorio, ogni tentativo di blandizie.  Poi le interviste finiscono e parte un piccolo corteo diretto al padiglione dove si terrà l’incontro. In testa Doris e l’editor, una donna altissima e un po’ segaligna che cammina leggermente curva, come se volesse proteggerla, e alle loro spalle l’ufficio stampa con me in coda, mentalmente aggrappata alla ragazza più giovane e spaesata del gruppo. Appena entriamo al Lingotto ci raggiunge l’editore, premuroso, trafelato, e anche lui si curva automaticamente verso Doris ma si blocca prima di sfiorarla. Doris è vecchia, palesemente vecchia, ma non ha bisogno di protezione. E infine sono sola con lei, seduta accanto a lei nella platea deserta. Entrambe ci guardiamo i piedi. Ho quarantacinque anni meno di Doris, non proprio una donna giovane ma abbastanza da vivere come una ragazza, abbastanza da non avere ancora figli e pensare che forse potrò averne in futuro, da lasciare mio marito e da avere un amante se voglio, da scrivere di notte e mangiare quando mi pare, da amare la mia solitudine: perché quarantacinque, cinquanta, sessant’anni prima, da qualche parte nel mondo certe donne hanno cominciato a vivere così, e adesso è normale, o almeno lo è per una donna occidentale, adulta, istruita. Sessant’anni prima questa donna vecchissima al mio fianco, occidentale, adulta, istruita, che abitava nell’estrema provincia dell’impero, nella provincia più rozza dell’impero, ha abbandonato suo marito e suo figlio, è diventata comunista, si è risposata, ha avuto altri figli, ha abbandonato anche questo marito e questi figli, ha abbandonato l’estrema rozza provincia dell’impero per vivere al suo centro e diventare Doris Lessing, ha abbandonato il comunismo, ha abbandonato e svillaneggiato le ideologie, ha scritto l’epica di tutto questo. E adesso è qui, antichissima e granitica, vicino a me, una duttile, incerta, cedevole nipote. A lei è toccato di vivere un tempo in cui le donne non hanno avuto altra scelta se non indurirsi, e indurirsi sempre di più, con dolore e contro la propria indole, i propri figli, se stesse anche. Questo dolore immenso, epocale, questo divorzio forzato dai propri sentimenti, da tutto ciò che è amoroso e materno, dal femminile in sé, è il dolore necessario, storico, che bisognava attraversare prima di conoscere il dolore nuovo, la fatica del tenere insieme ogni cosa, i figli, la dolcezza, la libertà, la scrittura. Potrei parlare di tutto questo con Doris. Invece sbircio le sue scarpe, grosse, nere, con la punta arrotondata e il cinturino rosso e sottile, a fiocco, scarpe fiabesche e improbabili per un’ultraottantenne. Mi piacciono, le sue scarpe. Glielo dico, e per un po’ parliamo di fiabe e di scarpe e di gatti. L’ultimo che si è accasato nel backyard  di Hampstead è un maschio selvatico e inavvicinabile, reso ostile da una vita precedente di violenze e di stenti.

Non sono stata troppo a disagio in quella mezz’ora da sola con Doris. Credo non le sia dispiaciuto non parlare di comunismo, femminismo, guerra fredda, dittatori africani, della morte che certo aspettava senza ricamarci troppo su: un puro accidente fisiologico, alla sua età. Quando siamo andate in bagno ci siamo tenute la borsetta a vicenda, e poi Doris sventolava le mani bagnate davanti ai lavandini, e io ero un po’ imbarazzata perché i bagni al Salone sono sempre un disastro. A lei però quel genere di disastri minori non doveva impressionare granché. Era figlia di expatriates, inglesi induriti da una vita nelle colonie, gente pratica, essenziale, con la pelle cotta dal sole: gente che conosceva la fatica, la sporcizia, la polvere, il coraggio fisico. Era piccola, più piccola di me che già lo sono, con una grande testa regale, e bellissime, profondissime rughe. Sapeva chiaramente quanto valeva, e non faceva niente per nasconderlo. Non era simpatica, e non fingeva di esserlo. Non ricordo di averla mai vista sorridere. Era già nella Storia, dura come una pietra, e non credo che avesse paura.

© Monica Pareschi

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Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor per diverse case editrici. Una sua raccolta di racconti è in uscita a gennaio 2014 per Péquod.