Monica Martinelli

La poesia al tempo del vino e delle rose

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“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

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16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

“Ero nato errore” di Nina Maroccolo e Anthony Wallace. Lettura di Monica Martinelli

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Un viaggio dis-umano nei labirinti dell’in-giustizia: Ero nato errore di Nina Maroccolo e Anthony Wallace.

 di Monica Martinelli

Ci sono incubi dove qualcosa di orrendo e terribile sembra avere il sopravvento e ci fa precipitare sopraffatti dalle tenebre. Ma ci sono realtà peggiori di qualsiasi incubo, proprio come quella di Anthony Wallace, il protagonista di questa storia iperreale ma poco realista. Come giustamente osserva la coautrice Nina Maroccolo nella quarta di copertina, il protagonista sembra provenire da uno dei romanzi del “sottosuolo” di Dostoevskij o Kafka, con lo stesso dolore estremo, inciso dalla durezza della realtà, stesso stare sospesi tra essere e nulla per affrontare l’angoscia quotidiana nella sfida del mondo. Viene da pensare anche alle dramatis personae dei romanzi sul ciclo dell’inettitudine di Svevo e Tozzi.  Quando l’intoppo, il precipizio costringono a toccare con mano il dolore e né i colori né la musica riescono a dare sollievo al cuore, lì si comprende la storia di Anthony…

Il libro Ero nato errore scritto a quattro mani da Nina Maroccolo e Anthony Wallace, edito nel 2014 da Pagine-Roma, non è né un diario, né una biografia, né un romanzo, bensì la speranza di una nuova vita, e quindi di una nuova nascita, di un uomo perseguitato da un destino infausto, condannato a vivere nella solitudine del suo corpo per la crisi identitaria dovuta al suo stato civile registrato all’anagrafe che lo ha fatto sentire perennemente inadeguato e sbagliato. Il libro è composto da due parti che si intrecciano, due voci ugualmente e diversamente drammatiche e vibranti, quella scritta in un italiano stentato piena di sobbalzi e cruda intensità da Anthony, e quella più lirica scritta in modo struggentemente empatico da Nina Maroccolo, che dà anima e voce al protagonista e che sembra aver realizzato con lui un folgorante transfert. Nina è scrittrice sensibile e densa che conosce le aporie psicologiche e sa bene che anche nell’inferno l’animo si può muovere con grazia e agilità per ardere di meno, seppure le ustioni lasciano cicatrici. (altro…)

La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi

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Monica Martinelli, L’abitudine degli occhi, Passigli Poesia, 2015

C’è un racconto, nella raccolta Tre sentieri per il lago (titolo dell’edizione italiana) di Ingeborg Bachmann, che continua  da decenni ad esercitare su di me il fascino  dell’unione di nitore e ironia.
Questo racconto è Occhi felici (il titolo originale, Ihr glücklichen Augen, è una citazione dal Faust di Goethe). La protagonista, Miranda, è ‘dotata’ di una fortissima miopia e questa si manifesta nel corso degli eventi narrati non tanto come preclusione alla completezza, quanto, piuttosto,  come la scelta consapevole di una visione altra. È una visione che seleziona, discerne, esclude ciò che è gretto. Non ignora la disperazione, anzi è ben consapevole che è proprio questa a nutrire l’esistenza delle creature (si mescola, com’è legge naturale, sembra di capire, ad ingredienti di segno opposto; il risultato di tale miscela resta oggetto della ricerca di chi scrive e indaga); tuttavia, non si limita ad aggirarsi solo tra le stanze tetre dello sconforto. Supera, dunque, la disperazione; ne conserva memoria, ma non sguazza, non si compiace in essa.
Quando ho letto L’abitudine degli occhi, la raccolta più recente di Monica Martinelli, non ho potuto fare a meno di pensare a Occhi felici. Come per il racconto di Ingeborg Bachmann, anche per le poesie di Monica Martinelli pare quasi di vedere il movimento ripetuto, per consuetudine e necessità, di chi strizza gli occhi per mettere a fuoco, di chi, ancora, fissa lo sguardo dinanzi a sé, come per abbracciare obiettivi distanti. È vero che si può inciampare nel gradino sotto il nostro passo; è vero che il pericolo di sbattere contro l’ostacolo vicino e ‘mancato’ è una costante. È vero, altresì, come succede a Miranda in Occhi felici, che quella miopia con effetti caricaturali e serissimi allo stesso tempo, come in una comica di Buster Keaton, dà corpo e vita a una visione del mondo sui generis, ma dalla struttura decisamente rigorosa. (altro…)

Tra cuore e indignazione: la poesia e l’impegno in Gianmario Lucini

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Tra cuore e indignazione: la poesia e l’impegno in Gianmario Lucini

di Monica Martinelli

 

Gianmario Lucini, poeta, critico e editore, fondatore e direttore della casa editrice CFR a Piateda, provincia di Sondrio, dove viveva con sua moglie – uomo di grande cultura e di grandi valori, non a caso chiamato costruttore di pace – è improvvisamente e prematuramente scomparso il 28 ottobre 2014, lasciando un vuoto incolmabile.
Nella sua vita tanto si è speso per la diffusione della poesia, della cultura, dei valori etici e pacifisti in tutta Italia, per aver curato e pubblicato antologie su argomenti civili, sociali e di denuncia come L’impoetico mafioso, La giusta collera, Oltre le nazioni, Cuore di preda, Cronache da Rapa Nui, Keffyieh, intelligenze per la pace, sempre distinguendosi per onestà umiltà e generosità intellettuale. Tra o suoi libri di poesia ricordiamo: A futura memoria, Il disgusto, Sapienziali, Canto dei bambini perduti, Per il bosco, Memorie del sottobosco, fino all’ultimo libro Vilipendio, pubblicato subito dopo la sua scomparsa.
Direi che il pensiero e la poetica di Gianmario sono imperniati su tre punti chiave, la natura, la passione (quella con cui ha sempre scritto e realizzato i suoi progetti), l’etica, oltre ad una schietta  versatilità lirica. In lui non è presente solo l’intellettuale che scrive, determinante è la sua instancabile operosità che lo porta ad essere un vulcano di idee e un grande organizzatore di iniziative culturali. Oltre alla casa editrice CFR, aveva creato il blog Poiein che rappresentava un fulcro di esperienze letterarie anche internazionali; ha dato vita a numerosi premi di poesia, dedicati specialmente a giovani e nuove voci, come il Premio Fortini, Don Milani e Turoldo. Forte e chiaro in lui il tentativo di comprendere la realtà, con le sue stridenti contraddizioni, e di spiegare i perché di certi comportamenti umani.  L’ultimo post che Gianmario ha pubblicato su Facebook nell’estate 2014 bene interpreta la sua sensibilità nonché lo sdegno, il rammarico, finanche il disgusto per certi fatti e misfatti del mondo: «Cari amici, ho cercato di riflettere sui fatti di Gaza, ancora in corso. Più rifletto e più sono confuso e inorridito. Mi sento insomma sopraffatto dall’orrore e non di meno, riflettendo, mi accorgo che è soltanto uno dei mille orrori planetari, solo che è più conosciuto perché i media ne parlano, a modo loro. Spero che a voi sia concesso un sentire, io non riesco neppure a sentire.»
Vilipendio è la sua ultima fatica poetica: «Il vilipendio – scrive lui stesso – è solo una provocazione, una dichiarazione di ostilità intesa come sommo atto d’amore.» E Lucini partecipa empaticamente, soffre e delle ingiustizie degli orrori che avvengono. La voce che grida questo dolore diventa così coscienza epica:

[…] Insegnami, settembre, l’arte di obbedire
alla benedetta collera del cuore

[..] pronta a scattare
non appena l’uomo dimentico della morte
la vada a cercare. Questo è il dovere
del poeta capace di amare

(dalla poesia Congedo).

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