Moby Dick

Variazioni bianche #5: testa da ponte

(tutte le citazioni da Moby Dick traduzione Cesare Pavese, Adelphi 1987)

«Ora, siccome l’occupazione di stare sulle teste d’albero a terra e in mare è molto antica e interessante, diffondiamoci qui un tantino.»
C’è in questo romanzo di vertiginose profondità marine qualche brusca virata in altezza, che contribuisce allo stordimento. Non basta rollare e beccheggiare, leggendo Moby Dick. Bisogna seguire creature colossali in fondo all’abisso e alzare la faccia vesto la testa d’albero della vedetta, da dove si ha il compito di osservare, fino all’ultimo istante dell’ingresso in porto, qualche balena da cacciare.
Ma la più alta delle altezze, da cui si rischia di fracassarsi le ossa cadendo, sono i monologhi di Achab. Preso l’abbrivio di una di queste letture, basta staccare gli occhi dal foglio per sentire la terra mancare sotto il piede.
Sono a Napoli. Ho ventiquattro, venticinque anni e per un anno vivo qui. È la prima volta che leggo Moby Dick: ogni tanto mi prende la frenesia di comprare libri enormi, I Miserabili è ancora lì che aspetta nonostante io giuri di amare Hugo sopra ogni cosa (c’è Notre-Dame, dico io, c’è Novantatré). Quindi ho questo libro enorme e un’estate torrida napoletana, e vorrei incontrare di persona chi dice che le stagioni a Napoli sono miti, ho appena finito un post laurea alla Federico II e ho consegnato la mia tesi, non mi resta che fare avanti e indietro per la sirena Partenope, ogni tanto mi schianto sulla sedia di un bar e tiro fuori questo chilometrico libro. (altro…)

Variazioni bianche #4: Direzioni

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

«Tutto, tutto ciò che so lo so perché amo», diceva probabilmente Tolstoij, dove la probabilità è nel fatto che ho trovato la frase su internet e non mi sale alla memoria nessuno scritto da cui potrebbe essere tratta. Vi sarei grata se approfittaste dello spazio qui sotto per chiarirmi le idee.
So perché amo. È il motivo per cui Mozart mi scorre sereno ma non riesco a suonare Chopin. Per cui mi perdo andando a fare la spesa ma conosco la Merulana fino ai suoi civici (a patto di non arrivarci da Piazza Vittorio, perché Piazza Vittorio ruota di notte, non c’è altra spiegazione). Non molto tempo fa ho dato indicazioni al millimetro a una signora torinese, indicazioni bastanti per un’ora di passeggiata nel quartiere, ma quel quartiere era Testaccio. Amo Testaccio con le viscere: la casa di Elsa Morante, la tomba di Amelia Rosselli. Prima di doverlo raggiungere ogni giorno per due anni per questioni lavorative, il quartiere era per me solo il cimitero e la strana bianchezza della sua piramide, l’aria di paese e la facciata splendida della sua chiesa. Ora lo amo e lo so, nella sua aria pigra e sfrontata che sembra fare spallucce ai suoi stessi motivi di pregio, come un ragazzo incompiuto che mastica un filtro di sigaretta con la scarpa sporca appiccicata al muro.
Ishmael non ama la terra, si vede dal suo modo goffo di ricevere indicazioni: (altro…)

Variazioni bianche #3: Selvaggio

 

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 

Sono tempi bui, se un bel po’ di tempo fa un uomo si rifiutava di coricarsi accanto a un altro per paura del suo essere selvaggio e nel corso di qualche ora ammetteva con se stesso di non aver mai dormito meglio.
Meglio dormire con un cannibale saggio che con un cristiano ubriaco.
La coppia formata da Quiqueg e Ishmael, più volte ribadita “maritale”, trascende l’amicizia, l’eros e l’agape ed è forse la più solida della letteratura mondiale. Quiqueg è quieto e leale, abile, silenzioso e attento. Attraverso Quiqueg, Ishmael conosce il mondo, tramite brevi racconti simili a piccole lettere persiane.
Come quando Quiqueg racconta che gli avevano riso dietro per essersi caricato una carriola in spalla pensando che era così che andava portata, non diversamente da come il suo popolo aveva riso dietro all’occidentale che aveva presenziato alle nozze di sua sorella e si era lavato le mani in una bevanda, perché, ci fa notare Melville nel 1851, l’uomo può guardare il mondo attraverso la lente del relativismo culturale.
Affettuoso e discreto, aggraziato ma forte, Quiqueg sembra rappresentare l’idea più alta di uomo, un Ur-personaggio fatto di lealtà per gli umani e conoscenza verso le cose. Senza che ciò disturbi attraverso un’eccessiva esposizione. Non è raro che il lettore si stia domandando cosa faccia Quiqueg, il fido Quiqueg, il forte Quiqueg, perché le sue azioni sono in qualche modo paradigma. Paziente, intelligente e savio, Quiqueg si ammala e affronta un’agonia da cui si riprende in un giorno invece di morire, riprendendo anche tutti i lavori lasciati in sospeso. Durante questo prodromo di morte che tutti danno per scontata, non fa altro che chiedere che gli si faccia una canoa al posto di una bara, e ne prende le misure distendendovici dentro e sussurrando: “può andare”.
Il suo mistero non viene da qualche esotismo, ma viene proprio dal contatto estremo che Quiqueg ha con il suo essere umano, con l’aver dischiuso tutta la potenza della propria umanità. Il suo dentro corrisponde con il fuori, come anche i tatuaggi che lo ricoprono per intero:

Questo tatuaggio era stato opera di un defunto profeta e veggente della sua isola, che per mezzo di quei segni geroglifici gli aveva tracciato addosso una teoria completa dei cieli e della terra e un mistico trattato sull’arte di conseguire la Verità, cosicché Quiqueg era nella sua persona stessa un enigma da spiegare, un’opera meravigliosa in un volume, i misteri della quale però neanche lui sapeva leggere benché sotto vi pulsasse il suo cuore vivo: questi misteri erano quindi destinati a perire alla fine insieme alla pergamena vivente dov’erano tracciati e così restare insoluti fino all’ultimo. E doveva essere stato questo pensiero che suggerì ad Achab quella sua fiera esclamazione, un mattino mentre si voltava ad osservare il povero Quiqueg: «Oh, diabolica tentazione degli dèi!».

© Giovanna Amato

 

Variazioni bianche #2: Balena

(Ogni citazione viene da Moby Dick, edizione Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

«E mentre tutto il resto, o nave o animale, che entra nell’abisso spaventoso della bocca di questo mostro (la balena), è senz’altro perduto e inghiottito, il gozzo marino vi si rifugia con grande sicurezza e vi dorme.» Montaigne, Apologia di Raymond Sebond.
Questo è forse il più dolce delle decine e decine di esergo in capo a Moby Dick. Invece io delle balene originariamente so poco, prima che Melville ne faccia un fuoco d’ellisse del mio immaginario. Dico balena per non dire capodoglio, come sarebbe giusto e vero nel caso di Moby Dick. Lo dico per eccesso di generalizzazione. Lo dico perché Melville titola: Moby Dick, or The Whale.
Uno dei primi ricordi coscienti è quel Pinocchio frainteso, che invece di finire in bocca a uno squalo va in cerca di suo padre in fondo a una balena. Il secondo è Giona. “Tutto può entrare, niente può uscire”, vaticina sconsolato Geppetto contro ogni velleità di fuga. Il ricordo più vivido però è di una ragazza che spiavo per i suoi occhi scuri. «Qual è il tuo animale preferito?», chiesi tanto per parlare. E lei parlò della balena. Mi chiesi cosa volesse dire, come potesse lei. Avevo l’idea talmente errata da essere blasfema che la balena fosse un animale goffo.
Non so se la sua sacralità, assieme ctonia e marittima e celeste, sia venuta prima o durante aver letto Moby Dick. Ma dopo di lui si innesta la certezza che la balena provenga da un prima che è precedente agli dèi. (altro…)

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

Annegamenti – J.C. Oates

PS 9.5

1.

Nel 1932 esce in Italia,  tradotto da Cesare Pavese, Moby Dick di Hermann Melville. Con Melville abbiamo per le mani gli Stati Uniti d’America, che Pavese ebbe a definire: «un gigantesco teatro dove con maggior franchezza che altrove veniva (e viene – ndr) recitato il dramma di tutti».
Parliamo dell’Occidente, del tramontare, della caduta e del declinare che gli Stati Uniti incarnano.
La cultura americana ha una vocazione imperiale, sappiamo: una nuova Roma, una nuova Gerusalemme, sorta sulle rive del Potomac e sulle coste del Massachusetts, dove uomini e donne come usciti dall’Antico Testamento hanno costruito nel tempo esistenze con tempra dettata dal più vertiginoso senso del giudizio.
Una cultura pervasa dal senso di morte e dall’inquietudine, quella americana, e dominata forse soprattutto dal senso della perdita. Sentimenti perfettamente comprensibili, se pensiamo in particolare al catastrofismo che tanto cinema americano ha proposto negli anni o se riportiamo la mente al terrificante sconvolgimento rappresentato dall’11 settembre.
Una tradizione etica, ed epica, dunque, in questa cultura: un tentativo, quello americano, che è sempre di sintetizzare con l’arte un’intera civiltà. Come se nell’esplosione degli spazi, in quell’immenso spazio che è l’America (e si pensi soltanto, ad esempio, in tal senso, alla complessità del rapporto tra orizzontalità del paesaggio e verticalità della città), il Nuovo Mondo abbia prodotto e produca in sé una compiuta realizzazione, diciamo così, dell’Occidente. Anche in poesia. Un’epica (quasi) non storica, o comunque non “spessa” di storia, incastonata in una sorta di presente continuo, dove la verticalità dell’esistenza è scritta nel quotidiano.
Si tratta in gran parte di un’immensa History of Violence: violenza esercitata per un profitto da ottenersi a tutti i costi, certamente, ma è anche la storia di una grande democrazia, della sua faticosa costruzione, entro il mito chiaroscurale della libertà.
Di qui, potremmo dire che due aspetti della coscienza americana si stagliano all’orizzonte: il senso del peccato e l’ottimismo del sogno; il tutto perseguendo senza requie una visione manichea, per cui a imporsi nelle vite, negli eventi e nella storia, sono essenzialmente il Bene e il Male. E non sfugge certo che questo sia in stretto rapporto con la Bibbia.

2.

La poesia in America serve per comunicare, parlare di sé agli altri, della propria ricerca e della propria visione. A questa visione si lega una missione, che negli autori migliori è quasi una sorta di “apostolato”.
I poeti americani adottano generalmente la lingua d’uso, unendo la riflessione più apocalittica alla quotidianità. C’è in loro una (tradizionale ormai) propensione all’oralità, alla musica, in stretto rapporto con lo spazio aperto appunto, con la strada. Autori che rappresentano nel loro insieme una mescolanza di origini, sia per quanto riguarda i Paesi di provenienza, spesso stranieri, sia – soprattutto – se consideriamo che diversi di essi provengono dalla prosa, cioè scrivendo generalmente prosa tornano spesso alla poesia.
Ed ecco alcune parole-chiave ricorrenti della poesia americana contemporanea: sepoltura, insonnia, sogno (con apparente paradosso rispetto all’insonnia), perdita, annegamento.

3.

Cos’è allora quella franchezza richiamata all’inizio con le parole di Pavese?
È un parlar chiaro, tendere al diretto: il friendly relazionale, tipicamente americano, unito a una profondità di lettura delle questioni in gioco. Ma sempre, ecco il punto, con un tasso di concretezza tale per cui la profondità diventa chiara.
E a proposito di provenienza dalla prosa, e della parola-chiave annegamento, ecco una poesia di Joyce Carol Oates.
Non so, non ricordo da quale raccolta è tratta (The Time Traveler forse?), avendo ora a disposizione soltanto una fotografia scattata a casa di un amico conosciuto a New York. Il titolo dovrebbe essere appunto Drownings! ed è una poesia che ha continuato a visitarmi, a trattenere in sé il mio ricordo di quella città. Allora ho provato, coi miei limiti e con le mie scelte, a tradurla:

 

Drownings!

No use to touch the face
of the object.
No use the bumping
of heads.
My words flutter in your
silence – all is sucked up –
all propelled into your blood.

The awful thing about drowning
is that you have so long
to regret your mistake –
drowning in someone’s veins
or in the ordinary river,
propelled downstream.

Drownings! – deaths on the river!
A body dragged out this morning
beneath the bridge excites a crowd
of kids and a few old men standing
without purpose on the banks.
People like us look away, ashamed.
The water creates monsters of dark
heavy flesh and faces become
unreadable.

Your body, too, is heavy with mysteries.
If I raise your hand to my face
I feel the sudden illumination
of all our bones
and I am ashamed.

 

Annegamenti!

Non serve a niente toccare la superficie
di un oggetto.
Non serve a niente che le teste
si scontrino.
Le mie parole fluttuano nel tuo
silenzio – tutto risucchiato,
interamente spinto nel tuo sangue.

La cosa più terribile dell’annegare
è che ne hai di tempo
per pentirti del tuo errore –
annegare nelle vene di qualcuno
o in un fiume qualsiasi,
spinto fino a fondo valle.

Annegamenti! Morti sul fiume!
Questa mattina un corpo trascinato
sotto il ponte eccita una folla
di bambini e qualche vecchio in piedi,
senza scopo, sulle sponde.
Gente come noi distoglie lo sguardo, per la vergogna.
L’acqua crea mostri di scura
carne pesante e le facce diventano
inscrutabili.

Anche il tuo corpo è pesante, ricolmo di misteri.
Se porto la tua mano sul mio viso
sento improvvisamente illuminarsi
tutte le nostra ossa
e mi vergogno.

 

Cristiano Poletti

 

Don DeLillo, Underworld (rec. di Martino Baldi)

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Don DeLillo, Underworld, Einaudi (Supercoralli, 1999; Super ET, 2014; ebook, 2012); traduzione di Delfina Vezzoli

 

Underworld, va detto, è un libro difficile, discontinuo, asincrono, che al lettore non può che provocare un altalenarsi di sensazioni tra l’entusiasmo e lo sconcerto. È però – e questo senza ombra di dubbio – uno dei pochi indiscutibili capolavori della letteratura mondiale degli ultimi venti anni, probabilmente il culmine assoluto della letteratura postmoderna insieme a Infinite Jest di Wallace e 2666 di Bolaño.
La vicenda è impossibile da riassumere per la molteplicità dei suoi temi e dei suoi livelli temporali. Vi si mescolano vero e verosimile, personaggi reali (Frank Sinatra ed Edgar Hoover, per esempio) e fittizi, presente e passato, narrazione e riflessione, fatti e teoria, in un continuo slittamento intertestuale e interdisciplinare.
Già la sintesi estrema di ciò che è raccontato dal romanzo – il pitch, come direbbe uno sceneggiatore americano – mette in evidenza sin da subito la natura ancipite di un’opera che non teme di rivolgere le sue due facce nelle direzioni più contrarie, alla ricerca di una sintesi tra il minimalismo più calibrato e il più ambizioso massimalismo. La storia, di fatto, è quella di una pallina da baseball, ma è allo stesso tempo la storia nordamericana degli ultimi cinquant’anni del secolo scorso, con le sue vicende storiche, politiche, sociali, industriali, artistiche, architettoniche, musicali: un grandissimo affresco della società e dell’identità americana attraverso tutto quel che è visibile e, soprattutto, ciò che non lo è.

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Si ristampi #2: Jim Harrison, Lupo (di Maurizio Ceccarani)

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Il primo romanzo di Jim Harrison è comparso in Italia grazie ai tipi della Baldini&Castoldi ora confluita, dopo varie vicende, nella Dalai editore. Stiamo parlando del 1996. Il romanzo, che in realtà risale al 1971, ha per titolo Woolf – A False Memoir che nella traduzione di Fenisia Giannini è diventato semplicemente Lupo. Si tratta del flusso di ricordi di Swanson, un inquieto scrittore, non integrato nella cerchia del Greenwich Village, che sente il bisogno di immergersi nella natura selvaggia dell’Upper Peninsula del Michigan per ritrovare una qualche forma di vita autentica, lontano dai disastri che è riuscito a procurare e a procurarsi con la sua insolenza, con le sue avventure erotiche e alcoliche. Questa sua fuga dal mondo abitato ha anche un altro scopo: avvistare un lupo. Sentivo che se fossi riuscito ad avvistarne uno, il mio destino sarebbe cambiato. Forse l’avrei seguito finché, fermatosi, mi avrebbe salutato, ci saremmo abbracciati, e io sarei diventato lupo. Harrison è della generazione immediatamente successiva a quella di Kerouac e sarebbe facile assimilarlo all’autore di On the Road. In realtà di quella generazione Harrison fa un quadro abbastanza dissacratorio, rivelando radici più profonde che vanno a toccare i nuclei fondanti della cultura americana.
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Mai più senza #4 – Speciale

“Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.
I classici verranno rigorosamente evitati. Le citazioni saranno rigorosamente ridotte al minimo. Ciascun libro talmente assoluto da imporre di essere semplicemente lasciato a dire se stesso verrà abbandonato in partenza.
Ma «esistono iniziative per le quali il metodo corretto è un adeguato disordine».

libro

per M.G., perché non si privi di niente
considerando quanto ancora c’è da amare.

Capisci, adesso, Bulkington? Non ti sembra di cogliere dei barlumi di quella verità mortalmente intollerabile: che ogni pensiero serio e profondo non è che l’intrepido sforzo dell’anima per mantenersi nell’aperta indipendenza del proprio mare, mentre i più sfrenati venti del cielo e della terra cospirano per gettarla sull’infida e servile riva?
Ma poiché solamente nella mancanza di approdi risiede la verità suprema, senza rive e indefinita come Dio, così è meglio perire in quell’urlante infinito che venir ingloriosamente scaraventato sottovento, anche se quella fosse la salvezza! Perché, come un verme, allora, oh!, chi mai vorrebbe strisciare vigliaccamente a terra? Orrore degli orrori! Tutto questo supplizio è dunque invano? Animo, animo, Bulkington! Punta al largo risoluto, semidio! Su dagli spruzzi della tua oceanica rovina, su, dritta, balza la tua apoteosi!

*

“Parla, immensa e veneranda testa,” bisbigliò Achab, “tu che, sebbene sguarnita di barba, pure qua e là ti mostri canuta di muschi, parla, poderosa testa, e dicci il segreto che è in te. Di tutti i tuffatori, tu ti sei tuffata più a fondo. Questa testa su cui adesso brilla alto il sole, s’è mossa tra le fondamenta del mondo. Dove immemori nomi e flotte arrugginiscono, e taciute speranze e àncore marciscono; dove nella sua stiva letale questa fregata, la terra, è zavorrata d’ossa di milioni d’annegati; là, in quell’orrendo regno d’acqua, era la tua più intima dimora. Tu sei stata dove né capanna né palombaro son mai giunti; hai dormito a fianco di tanti marinai, dove madri insonni avrebbero dato la vita per coricarsi. Tu vedesti gli amanti avvinghiati saltare dalla nave in fiamme, e cuore a cuore affondare sotto l’onda esultante: autentici l’un altro quando il cielo con loro apparve falso. Tu vedesti nella mezzanotte i pirati gettare dal ponte il secondo assassinato, che per ore discese nella mezzanotte ancor più fonda dell’insaziabile strozza, mentre i suoi assassini veleggiavano incolumi… e rapide saette squassavano la nave rimasta nei paraggi, quella che avrebbe portato un onesto marito fra protese e anelanti braccia. Oh testa! Tu hai visto abbastanza da schiantare i pianeti e far d’Abramo un miscredente, e non sei capace di una sola sillaba!”

*

C’è una saggezza che è sofferenza, ma c’è una sofferenza che è follia. E in certe anime c’è un’aquila dei Catskill che può sia tuffarsi nelle forre più nere sia innalzarsi da esse e farsi invisibile negli spazi assolati. E persino se restasse a volare per sempre dentro alla forra, quella forra è comunque tra le montagne; cosicché persino quando piomba più in basso l’aquila di montagna è sempre più in alto degli altri uccelli nella pianura, persino quando questi s’innalzano.

*

I. W. Taber – Moby Dick (1902)

“Oh! Tu limpido spirito di limpido fuoco, che su questi mari io un tempo adorai come un persiano, finché all’atto sacramentale tanto mi bruciasti da portarne tuttora sfregio, adesso ti conosco, limpido spirito, e adesso so che la sfida è il giusto modo d’adorarti. Né amandoti né riverendoti sarai benevolo, e anche odiandoti tu non puoi che uccidere; e tutti uccidi. Non è uno sciocco impavido colui che ora t’affronta.
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; ma fino all’ultimo rantolo della mia tellurica vita io contrasterò il suo incondizionato, incompleto dominio su di me. Nel mezzo dell’impersonale personificato, qui sta una personalità. Sebbene al più soltanto un punto, da qualsiasi luogo provenga, in qualsiasi luogo vada, nondimeno, nel mio viver terreno, la regale personalità vive in me e si rende conto dei suoi regi diritti. Ma la guerra è sofferenza, e l’odio dolore. Vieni nella tua più umile forma d’amore, e io m’inginocchierò e ti bacerò; ma, nella tua più altera, vieni come puro potere celeste, e per quanto tu possa varar inter flotte di mondi a pieno carico, c’è qui dentro quella che continua a restar indifferente. Oh, tu, limpido spirito, del tuo fuoco mi facesti, e, da vero figlio del fuoco, io alitandolo te lo rendo. […]
Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; non ho forse detto così? Né m’è stato estorto; né ora mollo queste maglie. Tu mi puoi accecare; però io posso procedere a tentoni. Tu mi puoi consumare; però io posso essere cenere. Ricevi l’omaggio di questi poveri occhi, e delle mani che fan loro coperchio. Io non l’accetterei. Il fulmine mi saetta nel cranio; le pupille mi dolgono e dolgono; l’intero mio prostrato cervello è come se mi si staccasse dal collo e rotolasse per un intronante terreno. Oh, oh! Pur bendato, pur così ti parlerò. Sebbene tu sia luce, tu guizzi dalla tenebra; ma io son tenebra che guizza dalla luce, che guizza da te! Cessano i dardi; apritevi, occhi; vedete o no? Ecco arder le fiamme! Oh, tu magnanimo! Della mia genealogia ora mi glorio. Ma tu non sei che il mio infocato padre; la mia dolce madre, non la conosco. Oh, crudele! Di lei che ne hai fatto? Ecco il mio enigma; ma il tuo è maggiore. Tu non sai donde venisti, perciò ti dici non procreato; certo non sai il tuo principio, perciò ti dici non principiato. Io so di me ciò che di te tu non sai, o tu, onnipotente. Al di là di te, limpido spirito, c’è qualcosa che non soffonde, per cui tutta la tua eternità non è che tempo, tutta la tua creatività, meccanica. Attraverso di te, attraverso il tuo io fiammeggiante, i miei occhi abbruciati indistintamente lo scorgono. Oh, tu, fuoco trovatello, tu, immemorabile eremita, tu pure hai il tuo incomunicabile indovinello, la tua non compartecipe afflizione. E qui, di nuovo, in quest’altezzoso supplizio, vi leggo il genitore. Guizza! Guizza in alto, e lambisci il cielo! Io guizzo con te, io ardo con te, e volentieri con te mi fonderei: sfidandoti io t’adoro!”
“La lancia! La lancia!” gridò Starbuck. “Guardate la vostra lancia, vecchio!”
Il rampone d’Achab, quello forgiato al fuoco di Perth, rimaneva saldamente assicurato alla sua cospicua forcola, di modo che sporgeva oltre la prua della lancia baleniera; ma il colpo di mare che l’aveva sfondata ne aveva fatto cader il fodero di cuoio slegato, e dall’acuminato barbiglio d’acciaio scaturiva ora uniforme una fiamma di pallido fuoco forcuto. Mentre silenzioso il rampone ardeva come una lingua di serpente, Starbuck agguantò Achab per il braccio. “Dio, Dio è contro di voi, vecchio: finitela! Questa traversata è malevola! Mal cominciata, mal continuata. Lasciatemi bracciar in croce i pennoni, finché possiamo, vecchio, e guadagnato un vento favorevole dirigiamo a casa, per mettersi in una traversata migliore di questa.”
Afferrate le parole di Starbuck, l’equipaggio in preda al panico corse immediatamente ai bracci, sebbene a riva non fosse rimasta una sola vela. Sul momento tutti i terrorizzati pensieri dell’ufficiale parvero i loro ed essi gettarono un grido quasi d’ammutinamento. Ma scagliate sul ponte le maglie tintinnanti di un parafulmine e ghermito il rampone ardente, Achab lo brandì in mezzo a loro come una torcia, giurando di trafiggere con quello il primo marinaio che soltanto si provasse a slegare una cima. Pietrificati dal suo aspetto, e vieppiù rifuggendo il dardo infocato ch’egli impugnava, gli uomini costernati rincularono, e Achab parlò nuovamente.
“Tutti i vostri giuramenti di cacciare la Balena Bianca vi vincolano allo stesso modo del mio; e cuore, anima, corpo, polmoni, vita, tutto il vecchio Achab s’è vincolato. E perché sappiate su quale tono gli batte il cuore, guardate: così io spengo l’ultima paura!” E con un solo impetuoso soffio estinse la fiamma.
Come nell’uragano che spiazza la pianura gli uomini fuggono la vicinanza d’un gigantesco olmo solitario, la cui altezza e vigorìa lo rendono tanto più malsicuro in quanto miglior bersaglio per la folgore, così a quell’ultime parole d’Achab molti dei marinai scapparono via da lui atterriti per lo sgomento.

Herman Melville, Moby Dick – traduzione di Alessandro Ceni, ed. Feltrinelli, 2007.

Frontespizio della prima edizione di "Moby Dick", Harper&Collins, 1859

Frontespizio della prima edizione di “Moby Dick”, New York, Harper&Brothers, 1851