mito

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

Raffaela Fazio, ti slegherai le trecce. Poesie

Raffaela Fazio, ti slegherai le trecce. Poesie. Postfazione di Francesco Dalessandro, Coazinzola Press 2017

Un progetto pregevole, quello di Raffaela Fazio, che affronta con coraggio e con esiti nuovi un tema antico, un sentiero più volte intrapreso da parecchie voci, in diverse epoche: una carrellata di figure mitologiche femminili. La raccolta ti slegherai le trecce è coraggiosa e degna di nota, sia per la solidità della struttura e la divisione in cinque sezioni che portano, ad eccezione dell’ultima, Il silenzio,  una coppia significativa di concetti – La fiamma e il buio, Il frutto e il seme, Il cerchio e il riflesso, Il soffio e il canto – sia per la’ lunga gittata’ del verso che la contraddistingue, che è un verso, per contro, prevalentemente breve. Circola in queste pagine un respiro ampio, vera “Psyché”, che si inoltra nelle radici del mito e, anche attraverso la forma montante dell’interrogazione, parte integrante della struttura di molti componimenti,  si spinge in avanti, verso il futuro, nella contemporaneità universale dell’esperire vita, amore e, come scriveva la poetessa Hilde Domin, Mit-Schmerz, con-dolore.

©Anna Maria Curci

***

Dalla sezione La fiamma e il buio

Ero

“Tieni in vista
——–la fiamma
sulla torre”.

Quella preghiera
è soffio che sovrasta
il muggito
——–le più nere creste.

Sette stadi
poca acqua
separa le due coste
eppure non ha fine
——–la distanza.

Vedetta
a chi ti affidi?
Al flutto al vento
maestri d’incostanza?

Lui venga presto!
Perché mai basta
la notte
alle sue braccia
per fendere le onde
del tuo corpo?

Perché esita a lungo?
Dove quei baci
disordinati
accumulati in fretta?

E se già stanco
prima dell’impresa
si fosse ormai arreso
a un altro letto?

Dicevi “Amare
è quello che mi resta”.

Ma il dubbio
ti ha vinta.

La fiaccola
si è spenta. (altro…)

Parola e Mito in Emilio Argiroffi. Di Maria Allo

Parola e Mito in Emilio Argiroffi

di Maria Allo

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte…

 

Emilio Argiroffi ha riassunto nella sua poesia l’aspetto pubblico di uomo impegnato e privato del fine dicitore di versi degli amati classici. Tutta la poesia di Argiroffi è poesia di mito e di luoghi mi­tici. Perciò a volte le sue composizioni sono ripetitive, hanno il sapore delle nenie e seguono un rit­mo incalzante come se tendessero a trasferire suoni e canti della Calabria in una metafora di fatti popolari. Ciò accade perché nella dimensione epica il passaggio delle persone evocate sia e diventi il passaggio di eroi, poiché tali essi sono sia nel positivo che nel negativo, così rappresentati nel ri­cordo di chi li ha conosciuti. Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce con­cretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli. Una poesia popolata di capi­telli, di luoghi archeologici, di morti del passato di canti lontani, di echi biblici. Anche in Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi si evidenzia l‘attenzione per il mito, Epicèdio per la Signora che si allontana dedicato all’amatissima madre Caterina Olga Argiroffi Raber, in La grotta di Endimione riprende il celebre mito del giovane che, per aver mancato di rispetto ad Era, dorme un sonno perpe­tuo in una grotta visitato da Selene che di notte lo bacia.

Parmenide

Parola del dio
Sonnecchia sotto l’olivo grigio
Di pietra
Il mare è d’argento e di lavagna
E il castello d’oro
Ha merli di sasso tra le nuvole
E stanze nere nella montagna
E radici infinite
Nel golfo dalle dieci falci
A palinuro…

Questa poesia si pone in bilico fra diversi piani temporali, creando un gioco di rimandi e di richiami non solo al passato in sé, ma anche all’immaginazione del passato, alle sue figure magiche che rivi­vono nelle crepe della modernità, che riaffiorano come fantasmi ancora vivi nella nostra contempo­raneità.

… Canti
Come ritorni
D’anni dispersi
Nella pioggia stasera
A bocale

La voce della poesia, il canto del poeta non può far finta di nulla, persino la luce della luna, a Boca­le, ne è stata contaminata, anche nel ritmo. La passione è il primo motore della poesia, una passione che spesso travalica in indignazione oppure s’impenna nei toni aspri, acri del sarcasmo. E allora alla pietà per le vittime, alla solidarietà per gli oppressi, si mescola l’invettiva, lo sberleffo, il sulfureo sogghigno per i tiranni di ieri e di oggi.

A volte i pupi sembrano
Uomini vere e donne di carne
Ma solo legni tarlati
Ballano su tavole sconnesse
La storia
Del dente per dente
Orlando furioso d’amore
Galopperà sulla luna
Per raccattare sassi neri
E frammenti di fiori di latta
Smarriti da distratti pellegrini

A prima vista, ingannati o affascinati dalla fluidità, dalla sonorità e dal ritmo dei suoi versi, si po­trebbe scambiare Argiroffi per un semplice poeta lirico effusivo. Certo la grande tradizione della poesia lirica, a cominciare da quella greca che, in lui, prima ancora di una acquisizione culturale sembra essere un connotato biologico, non gli è estranea: Argiroffi è poeta colto, anche se riesce a mascherarlo con grande disinvoltura.

Accanto alle citazioni antiche come il frag. 105 di Saffo

Saffo_frammento

[trad. di Salvatore Quasimodo:

Come la mela dolce rosseggia sull’alto del ramo,
alta sul ramo più alto: la scordarono i coglitori.
No, certo non la scordarono: non poterono raggiungerla.]

o Pianto de la  madonna  de la Passione del Figliolo Jesu Cristo di Iacopone da Todi, o anche Emiky Dickinson 1862, lettera ai coniugi Holland, Argiroffi pone il frasario quotidiano con il suo linguaggio retto e colloquiale, accanto ai personaggi del mito pone quello dei fumetti, della cronaca, come l’appello al Governatore dello Stato dell’Indiana del poeta spagnolo Rafael Alberti, poeta dell’impegno civile, simbolo dell’antifranchismo per chiedere la grazia per Paula Cooper, la sedi­cenne di colore condannata alla sedia elettrica per omicidio.

Alberti_testo

Ma il poeta vuole andare oltre il quotidiano, oltre l’effimero del tempo, vuole spezzare la catena dei morti, senza tuttavia che in ciò vi sia un approdo stancamente religioso, dove le morti avrebbero una spiegazione scontata e ritualistica. Tutto questo testimonia il coraggio di chi guarda la realtà senza gli infingimenti retorici delle convenzioni chiesastiche. Argiroffi non ama gli uomini politici, pur essendo egli uno di loro. E ciò appare una contraddizione perché a leggere i suoi versi, gli uomini politici non amano la poesia. Ma egli non è soltanto un uomo politico, è soprattutto un poeta. «Non so che effetto hanno avuto i suoi discorsi sui senatori dell’emiciclo di Palazzo Madama, ma sono certo che se egli avesse parlato in versi, ne avrebbe scosso almeno l’apatia», dice di lui Antonio Spi­nosa.  Prendendo avvio da motivazioni percettive, il polo tematico si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il lo­ro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significa­zione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al con­tempo una im­plicita condanna del protagonismo della storia stessa.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra.

È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle ac­que: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero. Poeta della parola e dell’immagine, trasferiva nei disegni le impressioni della realtà coniugando in modo sorprendente nei suoi versi splendide metafore con temi sociali. Argiroffi, come dice Dario Bellezza, appartiene a un tipo di cultura in cui la diversità e l’emarginazione non solo sono un fatto sociale ma anche un fatto sacrale, poiché il profondo ideale di questo poeta va ravvisato nell’adattarsi alla classe sacra del povero, inserirsi nel suo essere, dove sposando il partito della diversità viene considerato come primogenito l’uomo del negativo.

«In realtà io ho lavorato per lunghi anni in un posto della terra tuttora condannato alle stigmate e al­le violenze dell’ancestrale, dove bisogna piegare le presunzioni accademiche a uno spessore etnico dell’ambiente nel quale vanno inventate operazioni d’intervento tanto lontane dalle grammatiche della scienza da obbligare a ruoli sciamanitici».

Argiroffi era poeta e medico, aveva costruito la sua vocazione sociale e il suo impegno civile a fian­co delle raccoglitrici di ulive della Piana, a fianco dei poveri e aveva collocato tali casi a fianco dei diseredati del Sud America, aveva elevato a misura universale i dati della sua esperienza quotidiana, così come Pirandello coniugava i casi della Sicilia con la dimensione europea di Bonn.  Come l’esistenza di Orfeo è popolata di belve, di serpenti, di leoni, così lo è anche la poesia di Argiroffi. E del resto una delle sue precedenti raccolte, non poteva avere titolo più esplicito, mi riferisco a I grandi serpenti miei amici. I serpenti sono ancora nel mito del tulipano e ne sono i protagonisti.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino al­le ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origi­ne siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea. Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Sono le due raccolte che amo di più. Il rapporto col mito è lì in­tenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sotto­suolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il Leitmotiv preciso del riscatto individuale e collettivo.

Figlio
Decidi di andar via
Lo so
Ma non dimenticare il pane
Da spezzare all’ingresso
E il vino non scordare
Da versare
Un sorso per la vita nuova

La memoria poetica di Argiroffi segna la fine di un’epoca, di una civiltà e, in questo crollo, anche le categorie di ordine, di bellezza, di memoria sono destinate a bruciare e a dissolversi, come ne I po­meriggi d’inverno:

I pomeriggi d’inverno

Nella pianura
Ad ascoltare il fiato
Dei simulacri d’argilla
Che affiorano dalla città sepolta
Sotto la foresta
D’argento e di pece degli olivi
Il tempo è bianco di nebbie
Tutto si è spento
Negli abissi
Il fragore di scudi
I tamburi che calarono
Lungo la via sacra del crinale
Il tinnare dei timpani d’epizefiri
Le tube di guerra
Gli zoccoli dei cavalli d’arabia
Il cozzare di daghe
Il vociare accaldato
Dei mercanti d’oriente
Il bramito dei cervi reali
Il chiocciare dei tacchini selvatici
Il grugnito dei cinghiali
L’ululato dei lupi di roghùdi
Le invocazioni d’aiuto dei bimbi sepolti…

Parlando di morte, il poeta celebra la vita, descrivendo la strage di Punta Stilo fa intuire un acuto struggimento per albe bagnate o per paesaggi assolati.
Se questo è il timbro, la temperatura della sua poesia, essa si materializza in costruzioni verbali spesso ardite, qualche volta addirittura spericolate. Queste composizioni sono tagliate per lo più in strofe brevi che si inseguono, s’incalzano con un ritmo ossessivo, che può rastremarsi nella secca scansione di singoli vocaboli, ma per riprendere subito dopo il suo andamento vorticoso, incalzante, e in questo delirio verbale s’insinuano metafore scintillanti, echi di varie culture.La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.
La grazia della sua poesia, come dice Roberto Pazzi, è sospesa fra una tensione pedagogica di natu­ra morale e una resa dell’incanto della bellezza di natura estetizzante.
E nei versi d’amore, Valpadana e Io ti amo, la rutilante ricchezza delle immagini e delle metafore sul filo di un retrogusto dannunziano.

Io ti amo

Dunque
Il pensiero
Turgido penetrante

Cigolante
Gòmena di filibuste
Nelle nebbie

Sulla tolda
Il trinchetto
L’olandese vola
Nei venti della fantasia

Turgidi capezzoli di polene
Fendono ignoti oceani

Il desiderio
Rotola dalla montagna

Ma tu t’arrovelli
Sui minacciosi scheletri
Serrati nel tabernacolo
Dei comandamenti

E la mia carne
Grida…

Si direbbe che in Argiroffi convivano due anime: una solare, mediterranea; l’altra lunare e notturna. Lo sforzo costante e spasmodico era quello di riportare tale contraddizione nella lingua e nella paro­la, e di renderla feconda. La poesia di Argiroffi non è poesia regionale, ma piuttosto universale. E proprio questa sua universalità induce il poeta a immergersi sul terreno affascinante della magia e della speranza.

L’angelo necessario

E verrà l’angelo
Perché egli è necessario
Perché l’angelo è già qui
Dentro di noi

Basterà che ciascuno
Spieghi le ali
Con un gesto d’amore
Con una parola
Con un sorriso…

© Maria Allo

Emilio Argiroffi (Mandanici, 1922 – Taurianova, 28 maggio 1998) è stato un medico, poli­tico e poeta italiano. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature; relatore del­la legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione de­gli asili nido; sindaco di Tauria­nova dal 1993 al 1997. Autore di numerose raccolte di poesie; premiato al Premio Stre­ga; vincitore di numerose rassegne regionali e nazionali.

La città ha fondamenta sopra un misfatto. Giuliana Musso su Medea.Voci di Christa Wolf

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Progetto Speciale BEL-VEDERE per la rassegna teatrale “Paesaggio con Uomini 2014” – Echidna Cultura

9 e 10 luglio 2014 a Mirano (VE), Giardino di Villa Belvedere, ore 21.15-23.00

LA CITTA’ HA FONDAMENTA SOPRA UN MISFATTO

Liberamente ispirato al romanzo Medea.Voci di Christa Wolf

mise en espace, edizione 2014

Drammaturgia e conduzione di Giuliana Musso

Con: Nunzia Antonino, Marta Cuscunà, Oscar De Summa, Andrea Macaluso, Giuliana Musso, Aida Talliente, Francesco Villano

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Cosa vanno dicendo. Che io, Medea, avrei ammazzato i miei figli. Che mi sarei voluta vendicare dell’infedele Giasone. Chi potrebbe mai crederci…?”  Christa Wolf

La città ha fondamenta sopra un misfatto è una narrazione corale che scorre come un torrente in piena. Un testo lirico e politico allo stesso tempo ma anche un racconto carico di tensione e di terrore contrappuntato da canti e percussioni che volano sopra una Corinto all’alba o scivolano giù giù nei labirinti, nelle viscere oscure, fondamenta della città. Ed è penetrando le fondamenta della città che questa Medea scopre il terribile segreto sul quale si è costruito il potere di una leadership politica esclusivamente maschile e autoritaria: l’uccisione della principessa Ifinoe, primogenita di Creonte e Merope. A causa di questa scoperta la donna-Medea diventerà suo malgrado soggetto di una implacabile macchina del fango, di una feroce caccia alla strega. La civilissima Corinto in cui si muove Medea, la straniera, è una società schiacciata da tensioni interne ed esterne, manipolata da un governo che utilizza la menzogna come propaganda e che troverà nella figura della donna il perfetto capro espiatorio sul quale scaricare angosce e tensioni. Sarà la città stessa dunque, non la madre, a macchiarsi del delitto dell’uccisione dei figli di Giasone e Medea.

Il nostro incontro con il romanzo Medea. Voci di Christa Wolf è stato travolgente. Un’opera poetica di grande suggestione tracciava una linea scientificamente corretta, e da molte voci condivisa, tra elementi ancora disgiunti: la distruttività del potere e la questione di genere, l’origine delle società umane e il mondo in cui viviamo oggi. Medea di Christa Wolf prende forma dalle tracce pre-euripidee del mito e lo colloca in quel momento tragico di svolta della storia umana, quando Dio, che in origine era femmina, ha cambiato genere, quando le società umane, rette dalle madri assieme ai loro fratelli, furono travolte e sovvertite dall’irrefrenabile violenza dei padri. Ecco che si impose un modello culturale fondato sul conflitto come principio evolutivo, sull’uso della forza come principio di giustizia e assicurato da una trasformazione del mito e delle religioni che avrebbe legittimato la sottomissione delle donne e le nuove norme sociali.

La città ha fondamenta sopra un misfatto si apre con il dettagliato racconto del difficile parto dei gemelli di Medea per porre fin da subito l’accento sulla Medea\madre, così inconciliabile con quello della Medea\infanticida, per poi proseguire ponendo l’attenzione sul quel tragico momento di passaggio nella storia umana dalle società matrifocali, dettagliatamente descritte dall’archeomitologa Marija Gimbutas, a quelle patrifocali, che ancora rappresentano l’unico modello possibile immaginato dalle nostre menti. Un passaggio ben descritto nella teoria della “transizione culturale” di Riane Eisler. Ma l’arte forse può arrivare dove il pensiero scientifico non può spingersi: il romanzo della Wolf fa appello alla nostra intelligenza emotiva, ad una memoria antica custodita nel nostro inconscio, ad un senso di verità e giustizia legato alla condizione biologica di essere umani. Medea. La città ha fondamenta sopra un misfatto offre spazio a un più netto interrogativo sul tema della violenza nell’archetipo del padre che sacrifica i figli, al tema della manipolazione della verità come mezzo di propaganda politica e sulle ragioni dell’espulsione delle donne dalla leadership politica.

(Giuliana Musso)

Informazioni e prenotazioni Echidna Cultura, Mirano (VE)
Tel. 041.412500
www.echidnacultura.it

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Giuliana Musso, attrice ed autrice teatrale, è diplomata presso la Civica scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Durante gli anni della sua formazione predilige lo studio dell’improvvisazione comica, della maschera e della narrazione. In qualità di attrice lavora in diverse produzioni di prosa contemporanea e in alcune produzioni di Commedia dell’Arte. Dal 2001 si dedica esclusivamente a progetti di teatro d’Indagine, firmando tutti i testi che porta in scena.

NATI IN CASA (2001), scritto con Massimo Somaglino, sulla nascita di ieri e di oggi. Il monologo, ospitato nel 2004 nella trasmissione Rai Report, è stato pubblicato da L’Unità nella collana di dvd “Teatro in-civile” (2005) e nell’antologia di teatro contemporaneo “Senza Corpo” Ed. Minimum Fax a cura di Deborah Pietrobono (2009). Nel 2010 “Nati in casa” è uno dei testi del programma Face à Face – Parole d’Italia per le scene di Francia- e viene rappresentato in forma di lettura presso il Théâtre de la Ville di Parigi.

SEXMACHINE (2005), monologo per più personaggi maschili sulla sessualità commerciale. Musiche in scena di Gianluigi Meggiorin. Nel 2005 riceve il Premio della Critica dell’ANCT.

TANTI SALUTI (2008) spettacolo di teatro clownesco e teatro d’indagine sul tema della morte. Con Beatrice Schiros e Gianluigi Meggiorin. Tanti saluti è stato pubblicato nel cofanetto dvd “Storie Necessarie” (2010) edito da Rai Cinema e Argot Produzioni.

LA FABBRICA DEI PRETI (2012) sull’educazione impartita nei seminari italiani degli anni ’50 e ’60.

Orfeo ed Euridice (o sulla moltiplicazione letteraria del mito)

di Davide Zizza

 

Il mito è una miniera d’oro per la letteratura universale perché è un vero e proprio generatore di opere che sviluppano idee, varianti, e soprattutto simboli; esso riferisce un fatto primordiale, che nel tempo viene rimaneggiato enne volte, e si scopre così che il volto originario di quel determinato mito ha cambiato i tratti, mantenendone la struttura fondamentale, talora alterando alcuni fattori accidentali. Questo è ciò che distingue in letteratura la tradizione dalla modernità: da un lato il mantenimento di un’ossatura archetipica e dall’altro lo stravolgimento drammatico e brillante degli eventi.
Non si tratta di richiamare concetti sacri e filosofici. La riflessione intende solo portare l’attenzione al dato che dei miti si prestino ad una facile modellabilità per comunicare una verità che fa parte dell’essere umano di ieri e di sempre. Talvolta è tramite l’escamotage del mito riveduto in maniera felicemente scorretta che il testo letterario dice la sua.
Su Orfeo ed Euridice la letteratura non si è mai stancata di moltiplicare le versioni ufficiali, tradizionali e quelle – chiamiamole – apocrife, cioè moderne. È un mito letterario, seguendo quanto ci dice Pierre Brunel nel suo Dictionnaire, i cui rifacimenti hanno sottolineato il carattere profano della storia. Analizzando dei testi ci si accorge che la reinterpretazione della vicenda di amore e morte fra Orfeo ed Euridice non è necessariamente concentrata sulle varianti degli accadimenti, ma in modo prevalente sul piano dell’azione. Si interpreta letterariamente il gesto. Un’azione può nascondere (ecco il valore del termine apocrifo di prima) un significato ambiguo o comunque polivalente, complesso per le ragioni simboliche in sé contenute; di conseguenza tale oscurità sul mito si presta ai dubbi e ai tentativi di ricollocazione di significato che poeti e scrittori hanno riversato nelle loro opere, ridimensionando così la visione poetica e rendendola attuale. Il respicere di Orfeo rientra nella suddetta polivalenza. Quanto ci perviene dalla letteratura, nel presente caso, è riconducibile ad un attimo: a Orfeo – sceso nell’Ade per recuperare la consorte morta una prima volta per il morso di un serpente – viene concesso di riportare alla vita Euridice a patto di non guardarla, ma prima di varcare completamente l’uscita del regno dei morti si volta verso di lei. Euridice muore per una seconda volta perché per “gran furore” egli non ha resistito.
(altro…)