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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto

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Una frase lunga un libro #91: Emmanuela Carbé, L’unico viaggio che ho fatto, minimum fax, 2017; € 14,00, ebook € 7,99

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Mi metto i palmi delle mani sulle stanghette degli occhiali, il treno parte e inizia una ripidissima e lenta salita. Urlano tutti. Nel dubbio, urlo anch’io.

Lo racconto come fosse un viaggio. Lo racconto come un dentro e un fuori. Lo racconto come da una porta d’entrata a un’altra porta d’entrata. Lo racconto come se sempre ci trovassimo di fronte a una doppia uscita. Lo racconto come su una giostra ma anche da dietro a una giostra. Lo racconto come da sotto la pioggia, come da dentro un auto, come una coda alla cassa, come una comunità, come una solitudine. Lo racconto come una ricerca e come una perdita, come una nostalgia, come una vacanza. Come fosse una vicinanza. Lo racconto per l’importanza delle parole. Lo racconto come la capacità di Carbé di passare dal sorriso alla commozione, lo racconto come fa lei: come se fosse una finestra aperta, come se ci entrasse il sole, come se scappasse rotolando fuori qualcosa che non tornerà. Lo racconto così, a passo svelto per non perdere il ritmo, per ritrovarne il tempo. Lo racconto come fossi su un treno, perché spesso è di questo che si tratta. Lo racconto come se stessi entrando a Gardaland con mia sorella, la prima volta stamattina.

Ho cominciato a leggere L’ultimo viaggio che ho fatto in treno, facendo la mia solita tratta che va da Venezia a Milano; facendo – se vogliamo – l’unico viaggio che tutti dovrebbero fare durante la lettura di questo libro, o almeno subito prima, o almeno un attimo dopo. Siccome ho fatto su e giù tra le pagine, davvero come se fosse un’attrazione di Gardaland ed ho molto sottolineato, mi sono ritrovato sul Ponte della Libertà, già sopra la Laguna, prima di finirlo. Ed è stato un bene, col senno di poi, avanzare una quarantina di pagine per il ritorno, per l’ennesimo mio lunedì mattina. Ho finito poco dopo Peschiera del Garda, perché è lì che questa storia andava finita e capita. Carbé ha scritto un saggio, un racconto, una riflessione sui tempi, sui costumi e ha scritto un romanzo; non-fiction, si potrebbe dire, ma sarebbe restrittivo, forse la parola giusta è proprio “viaggio”. Per quel che ne so, Carbé, scrivendo del non luogo per eccellenza che è Gardaland, raccontando dell’Autogrill di Roncobilaccio, e delle stazioni, e dei treni, e di tutto quanto il disorientamento che ci si porta addosso, ha aperto dei varchi dentro la mia memoria e mi ha fatto riflettere.

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Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2016,  16,00; trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante

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Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? È come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

Molte volte nella vita mi è sembrato di stare dentro una poesia di Carver. Pensarlo e basta è bello, accontentarsi della sensazione, godersi il momento, che si tratti di un’alba più rosa o di un caffè, o di un dolore a sorpresa. Capire il perché vuol dire mettersi a scrivere, significa venire a patti con qualcosa che volevi fare da molto tempo. E oggi è quel momento, l’occasione arriva dalla ripubblicazione di Orientarsi con le stelle – tutte le poesie di Carver – da parte di minimum fax, nella collana Classics. Le poesie di Carver sono le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e ti avesse scritto i testi. Non è la poesia che racconta della realtà, è la realtà che assomiglia alle poesie di Carver. È come se tu essere umano normale, tu persona, tu con le tue rogne, tu che vai e vieni con le tue piccolezze e le tue meraviglie ti leggessi con gli occhi filtrati dall’incanto, quel piccolo miracolo che creano questi testi. Anna Maria Carpi definisce le sue poesie come “mie piccole arroganti”, quelle di Carver le chiamerei “mie piccole rivelatrici”.

Eppure ho scritto sui racconti, del Carver narratore, ma mai delle poesie. Il Carver poeta è all’altezza del prosatore, le due cose sono complementari, anche se diverse. Vediamo come. Spesso si è semplificato, magari andando a prendere qualche pezzo di intervista dello scrittore americano, come quando affermava di scrivere poesie quando aveva poco tempo per i racconti perché doveva lavorare. Perché doveva sgobbare. Non ho mai concordato con la teoria, più o meno diffusa, secondo la quale le poesie di Carver siano preparatorie ai racconti; è vero, però,  che i temi si rincorrono e si ritrovano nei versi e nelle frasi. Se leggiamo, però, un brano di un racconto e i primi versi di qualunque poesia di Carver, vedremo subito una palese, importantissima, differenza: nelle poesie c’è sempre Carver nel testo, lui come uomo, lui e le sue esperienze; nei racconti fa il narratore. In entrambi i casi racconta la vita, l’umanità, le cose che si frantumano nelle nostre storie e quelle che le ricompongono. Sempre sa quando accelerare. Per molti lettori è superiore il Carver dei racconti, io non lo so. So che mi piace parecchio anche il Carver poeta.

“Era piuttosto la corrente spirituale da cui muoveva per scrivere i racconti”. Così scrive Tess Gallagher nell’introduzione al libro, invece che una cosa alla quale si dedicava tra un racconto e l’altro. Come se scrivere poesie fosse un passatempo. Le poesie di Carver sono luminose. Il poeta è consapevole e innocente. Lo sguardo è attento ma ingenuo, pronto a cogliere una novità. Pronto a guardare una cosa come se capitasse per la prima volta. Capace di mettere in relazione una fotografia del passato con uno stato d’animo attuale, di raccontare la morte attraverso gli occhi di un bambino che vi assiste senza riconoscerla. “Capace di amore, capace di morte”, direbbe Guccini.

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Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione

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Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, minimum fax, 2016; € 15,00, ebook € 7,99

La geografia sentimentale di Cleopatra va in prigione, di Chiara Tripaldi

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C’è James Ellroy che in un’intervista, alla domanda del giornalista che gli chiede perché ambientare tutti i suoi romanzi nella città dov’è nato e cresciuto, Los Angeles, risponde “La geografia è destino. Se fossi stato italiano e fossi cresciuto a Roma, avrei scritto Roma Confidential che probabilmente assomiglierebbe a La dolce vita di Fellini.
Tante volte mi sono interrogata su questa frase, così come su quella speculare di Chuck Palaniuhk, che invece di cantare la metropoli del viale del tramonto, in uno dei suoi romanzi più famosi, Rabbia, mette in bocca a uno dei suoi personaggi queste parole:

«Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia» […] «è perché così può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene».

Una sorta di determinismo dal sapore ottocentesco ascriverebbe ai natali il destino di una persona (e di riflesso, di un personaggio letterario), così dobbiamo assumere che chi nasce al centro parla del centro e chi nasce in provincia, invece, desidera scappare per poi raccontarla tutta la vita.
Il terzo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione,  ce lo dice l’autrice stessa, “è la storia di una ragazza che cammina per Roma”.

Una ragazza, Caterina, che vive in quel triangolo di periferia est compreso fra via di Pietralata, la Tiburtina e Rebibbia, percorrendolo a piedi puntualmente per andare a trovare il suo fidanzato Aurelio, in carcere per presunto sfruttamento della prostituzione nel night che avevano aperto assieme (e in cui lei stessa si esibiva). All’uscita spesso l’aspetta “il poliziotto”, quello che arrestò Aurelio, con cui Caterina ha intrecciato una relazione parallela.
È un romanzo a più livelli, quello di Durastanti, su cui è facile trarre conclusioni affrettate nel tentativo di inquadrarlo in un genere: c’è il noir, perché uno dei protagonisti sconta una pena; c’è la periferia, perché i personaggi si muovono al di fuori delle Mura Aureliane; c’è Roma, che ha creato un genere a sé nei salotti letterari e giornalistici post moderni (Roma capitale provinciale e immobile contro Milano europea e dinamica è un cliché onnipresente), e alla periferia rimandano Pier Paolo Pasolini e il suo proletariato di borgata, che però non è un riferimento né esplicito né implicito, piuttosto un fantasma letterario che è difficile scacciare.

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Una frase lunga un libro #75: Alessio Torino, Tina

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Una frase lunga un libro #75: Alessio Torino, Tina, minimum fax,  2016, € 14,00, ebook € 6,99

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Adesso erano al riparo, ma il vento passava in mezzo ai filari sui terrazzamenti dei muri a secco con lo stesso rumore che faceva il mare davanti al faro. A ogni folata si vedeva il suo fantasma che attraversava i cespugli di capperi sulla balaustra. Girava fino alla parete d’ingresso del dammuso e si arrampicava sulla trave di sostegno del canniccio; da lì tornava in aria.

Non c’è niente di meglio di un’isola e di tutto il mare che la circonda per raccontate un momento di passaggio, di temporaneo ma definitivo. Per raccontare vicinanza tra sconosciuti e isolamento, per raccontare attesa e distanza, ricerca e perdita. Se poi quell’isola è un luogo meraviglioso come Pantelleria, tutto diventa importante, che si tratti di un cappero o di una medusa. Alessio Torino, però, fa sì che Pantelleria sia cornice, sia elemento della storia, sia sfumatura ma non colore dominante. Pantelleria deve stare là con il mare, i faraglioni, il pesce, i dammusi; ma non deve fare un passo di troppo, deve lasciare spazio ai protagonisti di questa storia. L’isola diventa, qui, in un’estate qualunque, un confine dietro il quale nascondersi, una finestra aperta dalla quale ripartire. Sotto il sole di Pantelleria, racchiusi in poche decine di metri, in tre o quattro dammusi, si ritrovano: Tina e Bea, due sorelline di Urbino, con la loro madre; Charles, un uomo affascinante, solitario e tormentato; Parì e Stefano, una nuotatrice professionista e il suo compagno, originario della Corsica. E della Corsica è pure Andre, il gestore dell’Alta marea: diving, ristorante, bar, ritrovo e altro ancora. Un posto come se ne trovano tanti nelle isole del Mediterraneo. Un posto dove, per esempio, la nostra protagonista, Tina, può imparare a pulire il pesce. Troviamo poi Ivonne, una bellissima ragazza di Marsala. Questi sono i personaggi principali, e rappresentano il filo, lungo il quale Torino tesse la trama e muove i sentimenti.

Qualche mese prima, il padre di Tina e Bea ha lasciato sua moglie perché si è innamorato di una ragazza più giovane. È questa, allora, la prima vacanza che le tre fanno da sole, vacanza da vivere gestendo il peso dell’assenza. Ognuna a proprio modo lo farà, in maniera cosciente o meno. Questo è un aspetto del romanzo in cui Torino è davvero bravo, perché alternare, con tale delicatezza, una serie di umori e sensazioni, senza quasi mai mostrarli direttamente, non è per niente facile. Tina, Bea e la mamma vivono l’isola e la vacanza per quello che sono, ma le vivono per come si sentono in quelle giornate di sole e maestrale. Gli stati d’animo si alternano e si sovrappongono allo scorrere delle giornate, apparentemente, tutte uguali, come succede al mare. Tina, che tutti all’inizio scambiano per un maschio. Tina, che tra le sorelle sembra la più risoluta, la più consapevole. Tina che capisce il mare, o lo intuisce, così come fa – nonostante la giovanissima età – con le persone. Tina, senza mai dirlo, senza sostenerlo apertamente, comprende suo padre, non lo giustifica, ma sembra che, a differenza di sua madre, ne veda la debolezza come qualcosa che possa stare nell’ordine delle cose che capitano. I bambini arrivano quasi sempre prima. Bea, ha più difficoltà a gestire la mancanza del padre, cui cerca di telefonare di nascosto. La madre è un altro personaggio interessante: molto decisa e brava con le figlie, si direbbe organizzata, attenta anche alle vite di queste nuove persone appena conosciute. Si mostra saggia e comprensiva davanti a questi isolani (o vacanzieri) perduti o sperduti; eppure non è così forte. Eppure è sola.

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Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Emme

[…]
La prima emissione vocale dotata di senso, nel corso della vita umana, spesso è quella che serve a chiamare la madre. I neonati con un verso creano il loro mondo: utilizzano la parola chiave – depongono la prima pietra – che permette fin da subito di edificare le fondamenta dei giorni che verranno.
La lettera emme, dunque, è quella che di solito s’impara a pronunciare per prima. È quella con cui inizia anche il nome di Mattia, oltre a essere la stessa con cui inizia la parola madre, e ciò lo rassicura. Da sempre lui preferisce visualizzarla per esteso, emme: un suono dolce e lungo, una fisarmonica di quattro lettere chiusa fra elle ed enne, in quello che sembra il ventre malleabile dell’alfabeto. A volersela figurare, con quelle due m, risulta sorretta da tante gambette allineate una dopo l’altra come un esercito in marcia.
Il fatto che quella lettera sia il principio di due vocaboli così importanti garantisce, nella testa del figlio, una forma di speranza difficile da spiegare.

Ma emme – e Mattia non ci aveva mai pensato prima, davvero buffo notarlo ora – è anche la prima lettera dell’ultima fra le cose. E all’improvviso, quel tempo immobile sembra finalmente acquistare un significato. Perché disponendo le tre parole in ordine alfabetico – mettendo le cose in fila si annulla il caos – si sente protetto, perfettamente a suo agio in mezzo a madre e morte.
Non si è mai pensato minuscolo, Mattia, la sua emme ha sempre svettato su qualunque altra, ma accorgersi che le due emme che lo accerchiano sono le iniziali di parole così centrali, e ripetersi che emme (come molte lettere, se scritte per esteso) è anche un palindromo, gli infonde ancora più sicurezza: comunque la si veda, gli estremi si toccano in ogni momento.
Madre e morte saranno per sempre in contatto, e chi le tiene insieme è proprio lui – le braccia ben tese e i pugni serrati per stringerle entrambe a sé.

Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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(foto di Gigi Corsetti)

 

Inventare per continuare a esistere

Mattia fissa il soffitto, ascolta il vento che fischia fuori. Conosce quel suono, ha imparato a decifrarne il rumore tra le foglie: è il ventre vuoto della terra che cerca la madre. Di notte le viscere del mondo si spalancano, rivelando una porzione di terreno grande esattamente quanto il corpo di lei.
Ma finché madre e figlio riescono a stare barricati lì dentro sono al sicuro, finché quella notte persiste lasciando tutte le cose addormentate – finché la tessera della videoteca, il libretto dell’automobile e tante altre cose possiedono il suo nome –, la morte non potrà arrivare a reclamarli.

(C’è chi ipotizza che il cancro possa essere originato da una cellula rimasta in qualche modo «giovane» in un organismo adulto. Come se la giovinezza tentasse di aggredire dall’interno la vecchiaia. A Mattia piacerebbe poter entrare in quella cellula della madre, e abitarci dentro, portare lì tutta quanta la sua memoria, depositarla in scatoloni pronti per essere aperti quando si cerca qualcosa da qualche parte nel tempo.)

Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere perché possa continuare a esistere, almeno nell’invenzione. Perché sa bene che quando anche il padre non ci sarà più, e quando Mattia stesso non ci sarà più, nessuno potrà ricordare ciò che lei è stata.

Un libro al giorno #21: Marco Peano, “L’invenzione della madre” (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Guida alla morte in provincia

[…]

   Incapace di smarcarsi dalla condizione di figlio, l’occasione buona poteva essere un master nella più prestigiosa scuola di cinema a livello nazionale. Ma continuava a procrastinare il test d’ammissione: la sua ragazza cosa avrebbe pensato del fatto che si dovesse trasferire a ottocento chilometri di distanza? E i soldi dove li avrebbe trovati? In ogni caso, prima avrebbe dovuto mettere la parola «fine» a quella maledetta tesi. La malattia della madre è ora la scusa perfetta per rimandare ancora.
Da qualche tempo ha trovato rifugio ad appena tre chilometri da lì, nel paese accanto, in una videoteca in cui lavora come commesso. Certo, adesso che le videocassette sembrano condannate all’antiquariato è a tutti gli effetti un controsenso chiamare videoteca quel negozio di dvd.
Del resto anche commesso è un termine difficile da maneggiare, e fa sorridere Mattia ogni volta che lo pronuncia – non può impedirsi di ripensare a quel film di successo di una decina d’anni prima –, è un termine che gli suona molto meglio al femminile.
La verità è che a lui non interessa granché il suo lavoro.
Se ne sta seduto tutto il giorno su uno sgabello, sfogliando riviste che parlano delle ultime novità. Sempre seduto sullo stesso sgabello, guarda con scarsa attenzione un film dopo l’altro nella tv grande, poggiata sul bancone. La gente entra ed esce dal negozio, gli fa domande di vario tipo, i clienti scherzano con lui e lui scherza con loro.
A Mattia piace anche annoiarsi, in negozio. Sa che lì non potrà starci per sempre, sa che è solo una pausa nella sua esistenza: un modo codardo di prendere altro tempo. Riempire il tempo di nulla è comunque vivere.

(La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla sua, ingoiarla e assorbirla – non restituirla più al mondo.)

Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti

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Una frase lunga un libro #62: Breece D’J Pancake, Trilobiti, minimium fax, 2016; trad. it. di Cristiana Mennella; € 16,00, ebook € 7,99

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La luce del giorno accende di verde le montagne, cambia i colori della nebbia, tinge d’amaranto le strade di mattoni a Rock Camp. I lampioni si spengono e scatta il semaforo in fondo a Front Street: ma non ferma nessuno, non avvisa nessuno, non mette fretta a nessuno.

Ci sono libri che vanno e vengono, che nascono e che mai moriranno. Classici fin dal principio, dove la parola classico significa pure modello, o capolavoro, o empatia, o linguaggio. Dove per classico si intende che – fin da subito – un libro, questo libro, è stato indicato come tale, amato come tale, consigliato come tale. Si intende che fin da subito il suo autore, morto suicida a ventisei anni, è stato rimpianto, perché ha fatto subito pensare a quanto di meraviglioso e di incredibile avrebbe potuto ancora scrivere. Nella nota che introduce questa nuova edizione del libro, Joyce Carol Oates scrive: “[…] La notizia drammatica è che quest’esile raccolta è tutto ciò che potremo mai leggere di Breece D’J Pancake, poiché si è tolto la vita nel 1979, quando non aveva ancora compiuto ventisette anni.” Molte altre cose bellissime scrive Oates nella sua nota, così come è bella la prefazione di John Casey, l’uomo che lo conobbe, lo lesse “mi chiese di dare un’occhiata ad alcuni suoi racconti”… “Mi chiese di leggerne altri, e per fortuna dissi di sì. La serie successiva era eccezionale”. La serie successiva è eccezionale, ed è qui per noi, in questa nuova splendida traduzione di Cristiana Mennella. Ho letto Trilobiti diverse volte, a distanza di tempo, dopo la prima lettura (uscì in Italia per ISBN, tradotto da I. Tassi) che mi folgorò, ci sono sempre ritornato. Ho letto i racconti in ordine inverso, poi sparso, poi uno ogni tanto, poi singole pagine, fino ad arrivare a questa nuova edizione, che ho letto da cima a fondo come se fosse un libro mai letto, ed è così, in realtà, perché questi racconti, la prosa di Pancake, vi stupiranno tutte le volte come fosse la prima. Tra il tempo e la prosa, vince la prosa.

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I racconti di Trilobiti sono dodici, la forma è quella della storia breve, è questo il passo di Pancake, quello di chi sa mostrare tutto con poco e che sa accelerare quando è il momento. Le storie sono tutte ambientate in Virginia, in cittadine desolate, Charleston è già troppo lontana, l’Ohio è un’idea pensata in lontananza, Chicago un miraggio. Fattorie e campagna, agricoltori e minatori, battute di caccia e risse. Uomini di poche parole, con sogni infranti o mai avuti. I protagonisti di Pancake hanno rinunciato alla speranza, sono anime desolate, ferite e molte di queste ferite sono dovute all’inerzia, all’incapacità di cambiare la propria vita, e di non perdonare chi ci prova, chi qualche volta ci riesce. Il territorio è importantissimo nelle storie di Pancake, dicevo delle miniere, delle coltivazioni, ma lo è principalmente per il fatto che è lo specchio dei protagonisti. La nebbia, la pioggia, il sole, la collina, i minerali, le pietre, il freddo, la neve, per Pancake non rappresentano dei fenomeni naturali, ma sono parte fondamentale di ogni racconto. La pietra e l’uomo vivono e si consumano insieme, e entrambi sono condannati a restare. Natura e personaggi seguono e assecondano il corso delle cose, e il corso delle cose è fatto di durezza, di pochi abbracci, di tanta solitudine, di amori soltanto sfiorati, di donne abbandonate e che abbandonano, di vecchi che guardano ai figli come una delusione, di figli che non sanno immaginare un riscatto.

Il modo in cui Pancake racconta non ha eguali, perché la durezza di queste storie, di questa gente con cui forse non legheremmo (ma chissà), ci commuove, ci porta esattamente al centro del vuoto che i personaggi vivono. Quel vuoto che è come un vortice che trascina ogni cosa e a quel punto, qualunque cosa desideri un uomo è destinata a rimanere dentro quel vuoto, a farsi da eco o sponda, a rimbalzare dentro la testa, a finire sul fondo di un bicchiere di whisky, a esaurirsi dentro la stessa mano che fa a pugni e che accarezza un cane. La prosa è luminosa, le storie sono pervase da una luce cupa, l’ombra è quella del futuro che mai accadrà. Il futuro è soltanto il ripetersi eterno del presente, e il presente fa abbastanza schifo.

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Pancake non ha bisogno di molti aggettivi, non spreca dettagli, ma ci mostra tutto, vediamo con chiarezza ogni personaggio: la sua roulotte, la sua Impala, il suo furgone, le sue mani rovinate dal freddo o dal lavoro in miniera. Proveremo quell’emozione che ogni buon racconto genera, quella che ti fa sentire sia sperduto sia a casa; ci riescono in pochissimi, e per poche volte. Pancake ci è riuscito dodici volte, e in ognuna di queste, forse, ci ha anche detto perché potessero bastare.

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© Gianni Montieri  su Twitter @giannimontieri

Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance

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Una frase lunga un libro #53: Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, minimum fax,  2016; € 16,00, ebook € 8,99

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È tutto un abisso di dèmoni privati, la scoperta degli altri

Una cosa va detta subito e riguarda le due possibili strade da percorrere per leggere Il cinghiale che uccise Liberty Valance; nessuna delle due strade è una scorciatoia, entrambe arrivano al cuore del libro, quale delle due scegliere è compito del lettore. La prima strada è quella della concentrazione, la seconda è quella dell’abbandono. Io ho scelto, anche se non immediatamente, la strada dell’abbandono, tenendo presente che i due percorsi si sfioreranno e si incroceranno più volte nel romanzo di Meacci; è dalla strada dell’abbandono che ve lo racconterò. Cosa intendiamo per abbandono? Nel nostro caso, intendiamo lasciarsi andare, assecondare il flusso di frasi, pensieri, situazioni, luoghi, personaggi e le loro microstorie, che l’autore ha immaginato e costruito. Paradossalmente, per abbandonarsi a un libro come questo bisogna essere molto presenti, particolarmente disposti all’ascolto. Per questo motivo l’abbandono è soltanto una forma diversa di concentrazione, ma particolare, una concentrazione che non ricorre soltanto alla memoria, al pensiero, al ragionamento, ma che è pronta a liberarsi, ad accogliere, a lasciare che la storia entri e a entrarci; a far sì – infine – che ogni ragione viaggi insieme a una accelerazione (o a un rallentamento) del battito del cuore. Scelta la strada, potremo farci travolgere, facilmente, dal ritmo di Giordano Meacci che viene da molte musiche, ma da una sola bellissima armonia.

Amedeo ha creduto, allora, crede che sia possibile una felicità senza rispetto. Un ganglio chimico del tempo in cui non si prevede, o si aspetta, semplicemente c’è, e coincide con il presente. Crede che un istante di pienezza possa dilatarsi, e conservarsi, come non esistesse nient’altro di così significativo, e totalizzante, in tutta la congerie di universi che ci sìbilano intorno e ci condizionano.

Il romanzo è ambientato a Corsignano, un paese immaginario, che sta tra le province di Siena e Perugia. Un paese dell’Italia centrale come tanti: le case, le cascine, le botteghe, il bosco, gli alberi, i bar, gli animali – e quindi i cinghiali -, i vecchi, i ragazzi, le donne e gli uomini, la gente. Persone che si conoscono tutte e da sempre. Grandi amori e rimpianti, grandi amicizie, ricordi, memorie tessute da tanti passati comuni. Poi, perdoni, amori e amori mancati, pettegolezzi, silenzi, discorsi profondi e altre storie. Ci sarà un uomo che ha cambiato idea il giorno del matrimonio e la mancata sposa che di quell’abito (in un passaggio del libro di rara bellezza), dopo averlo scucito, farà tendine della cucina e tovaglia della domenica. Ci saranno due sorelle che si prostituiscono per una vera ragione d’amore, amore totale che provano l’una per l’altra. Famiglie, dopotutto, formate e divise, annunciate o mancate. I nomi e le persone che quei nomi portano: Andrea, Bella, Amedeo, Oscar, Walter, Fabrizio, Agnese, Alighiero, Bice, Durante – La Sonia. E poi Apperbohr che è nome non comune di cinghiale. Ci saranno amicizie che non potranno mai nascere, e altre destinate a durare – giorno dopo giorno – per sempre.

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#Unafraselungaunlibro: i primi 50 numeri

Amsterdam - foto di Anna Toscano

Amsterdam – foto di Anna Toscano

Una frase lunga un libro è arrivata alla cinquantesima puntata, questo post che riepiloga tutti i numeri è per festeggiare e ringraziare i lettori, gli scrittori, i traduttori e gli editori. Grazie, vi aspetto per il numero 51, tra una settimana.
Gianni Montieri

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n. 1  Silvina Ocampo, La promessa

n. 2 John Williams, Stoner

n. 3 Bernard Malamud, L’uomo di Kiev

n. 4 Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili

n. 5 Joyce Carol Oates, Sulla boxe

n. 6 Robert McLiam Wilson, Eureka Street

n. 7 Robert Seethaler, Una vita intera

n. 8 Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo

n. 9 Josephine W. Johnson, Il viaggiatore oscuro

n. 10 Mario Benedetti, Grazie per il fuoco

n. 11 Emma Reyes, Non sapevamo giocare a niente

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Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike

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Una frase lunga un libro #49: Giordano Tedoldi, Io odio John Updike, minimum fax, 2016, € 14,00, ebook € 6,99

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Non le posso rivelare che i miei occhi prendono il colore di tutto ciò che mi colpisce molto.

 

Alcuni errori che ho commesso prima di leggere Io odio John Updike:

  • ho letto l’introduzione al libro fatta dall’autore, in cui si dice – tra le altre cose – che questi racconti sono slegati, sono frammenti, sono singole storie, non c’è un filo da seguire, non c’è una trama nascosta. Sono racconti, punto e basta;
  • ho letto un paio di belle recensioni, che tenevano in considerazione ciò che Tedoldi ha scritto nell’introduzione. Gli davano ragione, ma non del tutto;
  • non ho letto questi racconti quando uscirono nel 2006 per Fazi, perdendo (ma questo lo scoprirò in un secondo momento) così dieci anni di tempo. Conoscevo (sono pubblici) i motivi che hanno portato minimum fax alla nuova pubblicazione del libro. Per fortuna la sera della presentazione di Milano giocava il Napoli, altrimenti sarei stato rovinato.

Ancor prima di leggere sapevo troppe cose, pur non sapendo nulla delle storie e di come fossero scritte. Ho deciso di aspettare qualche settimana, giusto il tempo di dimenticarmi le recensioni, di smontare l’attesa che avevo nei confronti del libro, di prepararmi a far finta di niente rispetto a quello che aveva scritto Giordano Tedoldi nell’introduzione. Ed eccomi qui.

Tedoldi non mi ricorda nessuno, questa è la prima cosa che mi viene da dire, e siccome i racconti mi sono piaciuti moltissimo, questa cosa sta dalla parte della lavagna dove si segnano i buoni, i complimenti. La mancata somiglianza con altri scrittori non dipende da chissà quali artifici o acrobazie che Tedoldi compie scrivendo; dipende, invece, da uno sguardo unico sulla realtà, uno sguardo poi capace di piegare la realtà alla fantasia, fino a farle sovrapporre. I personaggi dei nove racconti (di cui l’ultimo, Sciarada, è stato scritto per questa riedizione) potrebbero esistere per davvero, ma io non ne ho conosciuto nessuno: io non avrei saputo inventarli. Giordano Tedoldi inventa; ha un’immaginazione incredibile, sostenuta da una scrittura chiara, molto precisa, che può sembrare a volte sgraziata ma che non lo è. Ora, è chiaro, che volendo potrei trovare, impegnandomi, il famoso filo che secondo molti dovrebbe unire le raccolte di racconti, ma perderei tempo e sminuirei la forza di questo libro, perché secondo me ha ragione Tedoldi: queste sono storie che potrebbero stare in nove libri diversi, storie che puoi leggere a mesi di distanza l’una dall’altra, intervallandole con romanzi, racconti, gite in bicicletta, poesie e molte partite di calcio, senza che questa distanza tra un racconto e l’altro ne indebolisca la potenza, riduca lo stupore di chi legge. Questo è anche il motivo per cui storie scritte più di un decennio fa sembrano scritte adesso, sembrano nuove, la mia idea è che lo sembreranno anche tra vent’anni.

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