Mimesis Edizioni

John Taylor, L’oscuro splendore (nota di Melania Panico)

oscuro splendore

Il mio approccio a questo libro è stato volutamente lento. Ci ho messo molti mesi prima di decidere di parlarne perché non è un libro di spunti: è un libro di risposte, anche se tocca a noi trovarle disseminate. John Taylor è un poeta ma è anche un traduttore, è un autore che fa continuamente i conti con la “patria”, se patria è una lingua “come tua sola forza residua/ una lingua incerta”, se patria è una casa a volte racchiusa in un recinto, da salvaguardare, a volte è mare sommosso, dove la vita è soprattutto sotto e la superficie è sempre increspata. Sempre.
“Dove i ruscelli s’incontrano/ tu stai sulla stretta riva”: nell’incontro tra le lingue si sta su un margine che non è sicuro ma è anche un punto di osservazione privilegiato. C’è sempre qualcosa che deve venir fuori o che deve essere proiettato, come se la realtà fosse proiezione essa stessa: “qualcosa come le vestigia nell’allineamento di assi muffite; qualcosa come il futuro”.
L’oscuro splendore, nella traduzione in italiano di Marco Morello, è un libro che guarda al fondo ma non per scardinare, semmai per cercare “le tessiture/le architetture”, per cercare il senso vero (l’impalcatura/ che cede la sua forma), non più fantasmi o schermi ma accoglimento dell’inevitabile inondazione: all’inizio è come una rete che tiene le distanze o mantiene la struttura: “le strade e le vie traverse/ formano una rete”,in seguito si comprende che le maglie della rete permettono tanto altro: “ora la galleria e l’impalcatura sono una cosa sola”. Dicevo lingua e patria. Mi viene in mente una splendida poesia di Sujata Bhatt “the one who goes away”, la casa intatta ma sempre mutevole, “I am the one/ who Always goes/ away with my home/ which can only stay inside/ in myblood – my home which/ does not fit/ with any geography”. Anche ciò che abbiamo perso può diventare un rifugio ma non rifugio melanconico legato al ricordo. Andare via e allo stesso tempo mantenere un legame, come se si potesse vedere bene solo da lontano: “quando stai di fronte a queste rovine/ capisci/ che non hai mai capito/ che tutto questo era un insieme”. Probabilmente l’oscuro splendore a cui fa riferimento il titolo sta proprio in questo: nella perdita impronunciabile, a light laced/ with black . (altro…)

L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir diese einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

Sul silenzio

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La parola è un signore dominante, secondo Gorgia.[1] Ma padrone ne è il silenzio, che è prima di ogni cosa, ed è il risvolto della parola. Infatti, «La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire».[2] Si tratta di una rottura inevitabile, e inquietante.
«Quando parli, è come se tutto il resto scomparisse: resta solo la parola (che peraltro fa tutto apparire, mostrando ogni cosa dentro di sé). Non puoi scavalcare ciò che dici e il fatto che dici, perché è in certo modo dentro il dire che stanno appunto le cose… È come se tutte le cose, quando parli, fossero risucchiate nel buco nero della parola, che però insieme le modella con il suo dire. Fuori, invece, nulla e silenzio.»[3] Dunque, nell’istante in cui il linguaggio compare, necessariamente tutto scompare, risucchiato nel linguaggio stesso; lo stesso “nulla”, lo stesso “silenzio”, nel momento in cui sono detti e vengono ravvisati nel dirli, cadono nel buco nero della parola.
Ciò che occorre allora è vedere, o meglio sentire la differenza tra la parola e quello che la parola fa. Sentire e capire soprattutto il dentro e il fuori di essa, la sua superficie e ciò a cui essa conduce.
(altro…)

Arno Schmidt, Leviatano

Leviatano
Da molto tempo desideravo scrivere di questo libro, che ho letto nella traduzione di Dario Borso. Lo faccio oggi, nel centenario della nascita dell’ autore del Leviatano,  Arno Schmidt, nato ad Amburgo il 18 gennaio 1914, appunto. Una vita, la sua, che inizia nell’anno dello scoppio della prima guerra mondiale e che viene letteralmente attraversata dalla seconda, la quale lascia tracce profonde – solchi e sentieri che seguono vie proprie e, per la loro cruda e verissima originalità, tenacemente avversate – nella sua scrittura. A proposito di guerra, il richiamo a Hobbes non si limita soltanto al titolo della sua opera di filosofia politica, ma anche agli effetti dei conflitti bellici vissuti, patiti, subiti da chi scrive su vita e visione della vita. Keine Delikatessen, non c’è spazio per bocconcini delicati, né, tanto meno, per qualsiasi varietà dell’ottimismo: ecco qui l’intenzionale sarcasmo del sottotitolo leibniziano: Il migliore dei mondi.
Scelgo, per presentare questo libro, un itinerario a ritroso, e parto dalla traduzione di Dario Borso. In questa traduzione, pubblicata con il testo originale a fronte, «che va a sostituire quella semiclandestina apparsa su “Il Menabò” del 1966»,  ogni pagina ha fatto brillare, talvolta con detonazioni evidenti, costellazioni inusuali e insieme rigorose. Il passaggio dal testo originale alla resa, l’andirivieni tra il riconoscimento (“Sì, è proprio così”) e lo stupore di conferma (“non ci avrei pensato, però è proprio vero, qui si che sì squarcia il velo”) hanno costituito un pungolo continuo. Pungolo a che? Pungolo a cercare ulteriormente, ad approfondire, a leggere oltre. L’apparato critico, formidabile e unico per ricchezza di riferimenti e acume nell’estenderne la rete, è senz’altro, in questo caso,  uno strumento di ricerca e, allo stesso tempo, un istigatore di ricerche successive.
La vicenda, narrata in quaranta pagine, si lascia sintetizzare in una frase: durante la seconda guerra mondiale un gruppo di sbandati  tenta una fuga disperata dalla Slesia verso l’Ovest. Lo scenario – devastazione, disfacimento, crollo – unito alla scrittura di Arno Schmidt, lo stile scattante nella sua perenne tensione, scelte lessicali rigorose anche nella temerarietà, fanno di questo testo non solo il primo in ordine cronologico (la stesura è del 1946), ma il più efficace a palesare l’orrore della guerra. Überlebender, Umsiedler, sopravvissuto, migrante, Arno Schmidt guarda con lucida consapevolezza e con ironia sferzante sia agli sviluppi della storia e della vita quotidiana a guerra fredda in corso, sia alle proprie speranze, che la puntuale delusione rende utopistiche.
Nella premessa al Leviatano di Arno Schmidt, Dario Borso scrive: «Il sergente artigliere Arno Schmidt fu catturato sul fronte occidentale dagli inglesi il 16 aprile 1945, e subito internato in un campo di prigionia nei pressi di Bruxelles. Liberato alla fine dell’anno, si ricongiunse in qualità di profugo slesiano con la moglie Alice a Cordingen (Bassa Sassonia), dove lavorarono entrambi come interpreti in una scuola di polizia ausiliaria per tutto il 1946, fino alla sua chiusura. Lì il giorno di ferragosto AS concepì l’idea di un racconto di guerra, e sempre lì recuperò la carta per scriverlo, tra il 3 e il 22 ottobre 1946, in forma pressoché definitiva.»
Leviatano o Il migliore dei mondi  uscirà per i tipi della casa editrice Rowohlt nel novembre 1949, insieme a Enthymesis o Q.V.O. e Gadir o Conosci te stesso. Tra le voci che si levarono all’epoca, mi piace riportare qui quella di Alfred Andersch, dai microfoni dell’emittente radiofonica tedesca Hessischer Rundfunk, presso la quale curava la rubrica “Bücherstunde” (L’ora dei libri): il 4 gennaio 1950 Andersch saluta «l’ignoto autore del Leviatano» come «genio».
Il racconto si presenta sotto forma di pagine di un diario (nella finzione letteraria e, dunque, nella lettera di accompagnamento posta in apertura, scritta in inglese e datata 20 maggio 1945,  un quadernetto di fogli volanti inviati da Berlino dal soldato americano Jonny – sic! – alla moglie Betty, insieme a orologi e gioielli bottino di guerra), ma i momenti non sono scanditi dall’indicazione del giorno – fatta eccezione per l’annotazione iniziale 14.2.’45 – bensì da quella dell’ora o di un avverbio di tempo, che colloca l’azione «più tardi». La guerra, la fuga, la ricerca disperata di scampo come alternarsi confuso e ininterrotto di giorno e notte, «il lungo crepuscolo». Proprio dall’affermazione «il lungo crepuscolo» prende le mosse il brano che riporto qui e che mi ha immediatamente colpito per la forza e la precisione, per la padronanza della tecnica nel catturare l’immagine istantanea, per il ritmo impeccabile delle frasi brevissime, talvolta composte da una sola parola.

Il lungo crepuscolo. Trascinare.  Buio bisbiglia, al modo di un pittore che mescoli incerto un colore notturno. Trascinare. Giallo polveroso. Trascinare. Rosso fuligginoso. Trascinare. Da una finestra sul vuoto ammiccò pieno il primo astro: grasso, sfacciatamente giallo, un banchiere. Trascinare. Il cielo si fece chiaro e promise freddo in arrivo.

Dopo le 18.00

Già notte; ma brucia ovunque nella città di rame (prima là in fondo è crollata la chiesa cattolica). Fatto forse trenta viaggi ciascuno e sbuffato (e le raffiche di mitra crepitavano sopra i tetti);  si sono aggiunti altri, tre vecchi e due giovani in uniforme HJ (all’inizio non volevano collaborare alla «fuga», ovviamente). Abbiamo a occhio oltre cento quintali nel tender. Uno dei meccanici già attizza; se la portiamo sotto il bocchettone dell’acqua, va a finire che parte. Le donne e i bambini hanno recuperato da un carro-bestiame paglia vecchia, per cavalli, puzza, e piena di pulci garantito. Sto sdraiato tutto davanti in angolo, e accanto a me Anne Wolf. Comanda già nel vagone, e quindi ha prescritto anche questo. In città scoppia e trema.

(Arno Schmidt, Leviatano o Il migliore dei mondi. A cura di Dario Borso, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013,  p. 21)

Ho chiesto a Dario Borso di aggiornarmi circa la sua attività di traduttore  di Arno Schmidt. So che ha terminato la traduzione e la cura del romanzo Die Umsiedler e il desiderio di leggere anche questa sua traduzione non può che farsi più forte nel giorno del centenario della nascita di Arno Schmidt. Questa è la risposta che mi ha inviato (grazie, Dario!)

«Mentre negli Stati Uniti esce la prima traduzione mondiale di Zettel’s Traum (il romanzo più lungo al mondo, se si esclude la Recherche proustiana che uscì scaglionata in sette volumi), qui in Italia nessuno, né grande né medio né piccolo editore, vuole assumersi il rischio di pubblicare Die Umsiedler [I migranti], romanzo breve di una sessantina di pagine che è il gemello di Paesaggio lacustre con Pocahontas (da me curato tre anni fa per Zandonai). Ciò pur essendo la mia traduzione e cura degli Umsiedler finanziata dalla Arno Schmidt Stiftung di Bargfeld, e i diritti concessi praticamente gratis dalla casa editrice Fischer.
Dalla vergogna, mi sono messo in proprio per onorare decentemente il centenario della nascita: mercoledì 22 gennaio alla Biblioteca Centrale di Milano (la Sormani) si inaugurerà una mostra a cura mia e di Alberto Casiraghi titolata DA ARNO AL POLO E RITORNO (sottotitolo: viaggio di un libretto in cerca d’autore), mentre il mese prossimo uscirà in diffusione gratuita per i “Foglietti del Baghetta”, a cura mia e di Domenico Pinto, il pamphlet di Arno Schmidt Ateo ? – Altroché !. Amen.» (Dario Borso)

©Anna Maria Curci, 18 gennaio 2014

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Arno Schmidt (Hamburg 1914 – Bargfeld 1979) è il prosatore forse più rappresentativo e certo più ardito del secondo Novecento tedesco. Ammirato da Hesse come da Jünger, da Benn come da Grass, egli ha saputo via via crearsi in patria e all’estero uno stuolo di fedelissimi il cui zelo è pari all’ironia e allo spirito critico – non in Italia però, a conferma di una nota anomalia. Umiliato da sei anni di guerra e prigionia, povero in canna fin quasi alla morte, Schmidt fece dell’umiliazione una forza e della povertà una virtù: da ciò forse l’inconfondibilità del suo stile, che tende al risparmio pur nello sperpero dei mezzi espressivi. Del resto, com’ebbe a dire appena uscito il Leviatano, lui mette il dado, all’acqua penserà il lettore.  (dalla quarta di copertina)

Dario Borso insegna Storia della Filosofia all’Università degli Studi di Milano. Impegnato da sempre a decifrare la modernità (tra Marx e Hegel, tra Benjamin e Diderot), è noto soprattutto per le sue traduzioni da Kierkegaard e Celan.