Milo De Angelis

Milo De Angelis, La parola data

LA PAROLA DATA

(interviste a Milo De Angelis 2008-2016)

Mimesis Edizioni

 

Proiezione del film

SULLA PUNTA DI UNA MATITA

di Viviana Nicodemo

 

Intervengono

 

Corrado Benigni

Gabriela Fantato

Stefano Raimondi

 

Lunedì 20 marzo 2017, ore 18 e 30

SPAZIO OBERDAN

Viale Vittorio Veneto 2 – Milano

 

 

 

 

 

Sulla punta di una matita (produzioni dal basso)

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Sulla punta di una matita è un progetto di Viviana Nicodemo e Milo De Angelis che può essere sostenuto su produzionidalbasso

*

SULLA PUNTA DI UNA MATITA

conversazioni con Milo De Angelis

soggetto e regia di Viviana Nicodemo

 IL NOSTRO PROGETTO

Così scrive Milo De Angelis, uno dei più importanti e riconosciuti poeti italiani del nostro tempo: “Forse nella punta di una matita, nella punta aguzza e fragile di una matita, c’è il destino della poesia. A questo foglio – la cosa più vulnerabile del mondo – noi affidiamo la nostra verità, la nostra ombra, il nostro segreto, la zona nascosta e ardente della nostra voce, la parte più essenziale della nostra vita. Dentro questo alfabeto, che tra qualche secolo forse non esisterà più, noi custodiamo ciò che di più caro e insostituibile ci è stato dato”.

E Milo De Angelis è il protagonista del film che abbiamo girato in questi mesi, lo abbiamo accompagnato nei luoghi della sua ispirazione: la Milano del centro storico, la Milano periferica, allarmante e misteriosa che anima tanti suoi versi, il Monferrato della sua infanzia e ancora un labirinto di strade, ponti, vigneti, albe, tram, bar, cinema, depositi, baracchini notturni, tutti i luoghi in cui respirano le sue parole.

[continua a leggere e sostieni su Produzionidalbasso]

I poeti della domenica #121: Milo De Angelis, Ogni metafora

 

copertina-milo-de-angelis-somiglianze1Ogni metafora

Lo stesso cielo basso
di ambulanze e pioggia, nel turbamento
e le mani sull’inguine, chiamate dal corpo
per opporre
uno stupore minimo alle cose
mentre fuori, tra i semafori, l’europa
che ha inventato il finito
resiste
lontana dall’animale, difende
concetti reali e irrilevanti
lungo le autostrade, nel tempo lineare
verso un punto
e gli occhi non si chiudono contro le cose, fermi
dove un millennio oggi ha esitato
tra cedere e non cedere
perdendosi sempre tardi, e con intelligenza.

*

© Milo De Angelis, Ogni metafora da Somiglianze, Guanda 1976

Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

*

Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

*

Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

*

© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

*

Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

Quarant’anni di Somiglianze

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(Oggi si festeggiano i quarant’anni di Somiglianze presso la Casa della poesia di Milano, libro d’esordio di Milo De Angelis, che ha segnato un’epoca e si è presentato subito come uno spartiacque nella poesia degli anni ’70 e della poesia di fine ‘900, un modello per le generazioni successive, paradossalmente proprio per la sua unicità e irripetibilità. Un libro che ha saputo coniugare, in una sintesi estrema e perfetta, urgenza esistenziale, dire poetico, pensiero, sguardo impietoso, ascolto delle forze originarie del Mondo, tutto raccolto nell’esperienza radicale del tragico. Per questa occasione ripropongo una mia lettura, facente parte della rubrica Corpo a corpo, di una delle poesie del libro: Viene la prima. F.F.)

«Oh se tu capissi:
chi soffre
chi soffre non è profondo».
Sobborghi di Milano. Estate. Ormai
c’è poca acqua nel fiume, l’edicola è chiusa.
«Cambia, non aspettare più».
Vicino al muro c’è solo qualche macchina.
Non passa nessuno. Restiamo seduti
sopra il parapetto. «Forse puoi ancora
diventare solo, puoi
ancora sentire senza pagare, puoi entrare
in una profondità che non
commemora: non aspettare nessuno
non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi».
E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento
che la muove
e le dà piccole venature, come un legno.
Mi tocca il viso.
«Quando uscirai, quando non avrai
alternative? Non aggrapparti, accetta
accetta
di perdere qualcosa».

 

Viene la prima è una poesia del primo di libro di Milo De Angelis, Somiglianze (1976), ed è inserita nella lunga sezione intitolata L’ascolto. Già a partire dal titolo si crea una dimensione di sospensione e di straniamento, in quanto il legame tra il titolo e il testo è esso stesso enigmatico. A cosa si riferisce il titolo? A una persona, a un momento della vita, a un passaggio, a un rito d’iniziazione o a tutte queste cose insieme? Sono domande a cui il testo non risponde e lascia che sia il lettore a riempire il vuoto da cui i versi sembrano emergere per poi inabissarvisi nuovamente. La poesia si apre con un discorso diretto, che a sua volta ha come incipit, un’interiezione, quell’ «Oh» che è un’esortazione pacata e dolorosa, e che, nella sua forza ottativa, spalanca una dimensione in cui il discorso assume il tono di una vera e propria riflessione tragica, rafforzata dalla sospensione del periodo ipotetico, che dà al discorso un’enigmaticità sacrale: «Oh se tu capissi» questa evidenza originaria non ci sarebbe bisogno di comunicarla, di profanarla pronunciandola, sembra sottendere la voce in prima persona. La verità che viene comunicata è, niente di meno, che il senso del dolore, rafforzata, resa ancora più grave dall’anafora del “chi soffre”, il primo dei quali occupa da solo un intero verso, quasi a sottolineare l’inaudita imparagonabilità della verità enunciata nel verso successivo, “chi soffre non è profondo”. Il dolore non affina, non ci rende migliori, non ci rende più profondi, non ci fa conoscere di più. In questi primi tre versi si ha un congedo definitivo da qualsiasi metafisica romantica e, più ancora radicalmente, da qualsiasi concezione cristiana del dolore, di cui il romanticismo non è altro che un’estetizzazione moderna. Il dolore non ci salva, non è moneta per l’eternità, il dolore è oscuro, opaco, irriducibile; compiacersene, credendo che possa renderci migliori, è barare, essere inautentici. E qui emerge il fondo tragico del testo, tragico come l’assoluta gratuità e fatalità del soffrire. Sin dai primi versi, dunque, si mostra una dimensione del dolore affine alla sapienza dell’antica Grecia, filtrata dalle riflessioni sul tragico del pensiero contemporaneo (si pensi a Hegel, Kierkegaard, Nietzsche), in cui il dolore è ciò che si accetta come irrimediabile, una colpa che non riguarda tanto le nostre azioni ma il fatto di essere mortali, l’attrito tra la nostra singola arbitrarietà e l’ordine imperscrutabile del tutto. Per questo motivo il rimedio alla vita e al dolore non è alla portata degli uomini, o meglio dei “mortali”, perché i “mortali” sono gravati da una colpa che è oltre la loro capacità di agire, essa rimanda al destino muto dell’ordine cosmico, che nessun uomo o dio creò ma che sempre è. Ordine cosmico che si manifesta, nel testo, in un paesaggio da periferia cittadina, un coro silente e assoluto, come emerge chiaramente dai versi quindici, sedici e diciassette «E fissiamo l’acqua scura, questo poco vento/ che la muove/ e le dà piccole venature come un legno». L’azione si svolge d’estate a Milano, un’estate cittadina assolata e solitaria, non passa nessuno, rade macchine parcheggiate. E questa estate metropolitana è un dilatarsi ad un’intera stagione dell’ora meridiana, l’ora del silenzio  epifanico – nella cui fissità si manifestano gli dei, le forze invisibili che determinano il nostro destino – in cui tutto rimanda a qualcos’altro, somiglia, è in relazione intima con qualcos’altro, tutto, anche un parapetto di periferia, sporto sull’orlo del nulla, una pozzanghera scura, insondabile come il fato, sono in ascolto sullo sfondo dell’immenso ed assumono una luce assoluta. Il tempo sembra fermarsi, anzi, sembra assumere la lentezza delle ere geologiche, somiglia, come l’acqua stagnante mossa dal vento, alle venature di un legno che collocano, incidono – attraverso il correlativo oggettivo reso ancora più stringente, da un lato dall’uso dell’articolo indeterminativo, dall’altro dalla metonimia –  i due personaggi, attoniti e sgomenti, come infinitesimi solchi del divenire. L’intera poesia è costruita come un dialogo tragico, di cui, però, si conosce la parola diretta di uno solo dei dialoganti, presumibilmente una donna, l’altro invece ne raccoglie il sapere e apre lo spazio scenico del discorso, come dimostra il terzo verso che definisce il tenore del testo, in quanto le annotazioni ambientali non hanno alcun valore descrittivo, ma servono, sottolineate dall’interpunzione forte, a dare, proprio per la loro precisione spaziale e temporale, una dimensione che va al di là del qui e ora e assumono un valore paradigmatico, evocano uno spazio iniziatico, un’ora decisiva, la legge del fato che prende forma. Non a caso il verso è chiuso con un fortissimo enjambement sull’“Ormai” che mostra l’ineluttabilità della situazione: tutto è consumato, tutto è prosciugato e ridotto alla sua essenza, siamo scoperti, nudi, non si può più barare, è l’ora della verità, non più della cronaca quotidiana, della chiacchiera inconsapevole, l’edicola è chiusa appunto. Ed è sull’«ormai» che si crea la tensione principale del testo tra le due forze che si incarnano nei due personaggi e che li sovrastano: tra chi è risucchiato dal passato e dall’irrimediabilità del dolore e chi, suo malgrado, può essere proteso in un cambiamento che passa attraverso il «diventare solo», attraverso un «sentire senza pagare», attraverso «una profondità che non/ commemora» e, quindi, attraverso una profondità che non ha l’ambizione di redimere il passato, di conservarlo, ma solo di accettarlo in quanto non più. Solo accettando che ogni cosa finisce irrimediabilmente, e con le cose una parte di noi, le si può rendere giustizia, sembra dire la voce del discorso diretto, essa stessa, in quanto ultimo barlume del passato che sta svanendo, vittima sacrificale del rito tragico della vita, «non aspettare nessuno/ non aspettarmi, se soffro, non aspettarmi.». Si rende giustizia alla vita e a ogni suo evento, relazione, gesto, non procrastinandola, non estenuandola, ma lasciando finire ciò che è già decretato finisca, questa è la vera profondità tragica, quella che non commemora, che compie interamente la sua giustizia essendo radicalmente ingiusta verso ciò che è destinato perisca. Anche nelle pause del monologo e nell’affiorare dei gesti minimi, essenziali come nel «Mi tocca il viso», si avverte una tensione trattenuta, controllata, una tenerezza indicibile, quasi un passaggio di testimone  tra chi parla e chi ascolta. I due personaggi ci vengono presentati con un livello di consapevolezza diverso. La voce parlante nel discorso diretto è a conoscenza, attraverso un sapere sofferto e drammatico, di una verità che sente la necessità di condividere e tale condivisione è al tempo stesso un congedo di chi si sa figura del passato, ma è anche congedo dall’ora epifanica, in cui un barlume di verità si è rivelata e in cui un testimone è stato passato.  E adesso, chi è stato investito dalla drammaticità di queste parole, deve mostrare il coraggio di meritare il peso di questa rivelazione, di uscire e offrirsi all’evidenza del giorno, di accettare «di perdere, di perdere qualcosa»,  e qui è significativo il parallelismo tra l’anafora del chi soffre iniziale e dell’accetta dei versi finali, che fungono da sigillo all’intera poesia e ne chiudono circolarmente il senso; vero senso del dolore e accettazione della perdita che la vita è, sono l’uno la conseguenza dell’altro. E quindi il dislivello tra i due personaggi non è solo un diverso grado di consapevolezza, ma l’essere o meno iniziati a una verità che ha a che fare con la sacralità del destino, un passaggio da uno stadio ad un altro dell’esistenza, passaggio che non conserva dialetticamente ciò che supera, ma che obbliga colui a cui è rivolto il discorso a decidere, ad accettare di perdere una parte di sé che rimarrà come un’ombra incombente, mentre l’altra figura, nel momento in cui scandisce le sue ultime parole con lentezza epanalettica, con una domanda che è quasi una supplica, «Quando uscirai, quando non avrai/ alternative?», esaurito il suo compito, sembra scomparire  inghiottita dal nulla. È qui che tragico greco e tragico moderno si saldano, nell’idea dell’irrimediabilità del vivere, che esistere sia essenzialmente una perdita e che solo a partire da questa estrema consapevolezza si può cambiare, rinascere forse, per diventare sé stessi, per essere radicalmente ciò che da sempre si è: finiti, mortali.

© Francesco Filia

Quarant’anni di Somiglianze

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Casa della Poesia di Milano

via Formentini 10

Giovedì 10 novembre 2016, ore 20

Quarant’anni di Somiglianze

di Milo De Angelis

La Casa della Poesia di Milano festeggia l’anniversario di Somiglianze, il libro con cui Milo De Angelis ha esordito nel 1976.

Ne parleranno alcuni importanti studiosi, ma anche diversi amici e poeti, compagni di viaggio, giovani autori che hanno sentito l’importanza di un’opera tra le più vive e presenti nella poesia del nostro tempo.

Presenteranno Somiglianze Alberto Bertoni, Angelo Lumelli, Roberto Mussapi, Giancarlo Pontiggia, Luigi Tassoni.

Altri leggeranno e commenteranno una poesia del libro.

Ci sarà un piccolo omaggio per tutti i partecipanti

Alessandro Santese, poesie inedite

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Hoc est enim corpus meum: nella transustanziazione è pane che diventa corpo, il corpo martoriato di Cristo. Santese fa cominciare con una formulazione simile la prima delle tre poesie qui presentate: «Questo è il corpo, la scissione». Sa che il corpo, il nostro stesso corpo, è sempre sacrificale. Sa che è qui eppure paradossalmente non è, ed è per questo che deve necessariamente farsi rito, parola.
E qui sta la scissione, una forza tremante e tremenda, insita nel credere, in un’esortazione al credere (un “atto” che già di per sé ci consegna alla croce) cui il poeta non rinuncia perché sa che è cosa appartenente al respiro profondo della sua poesia. Una poesia che chiede quindi un “atto di fede” immediato, potente e definitivo.
In tutto questo il corpo è un enigma; la parola allora non può che percorrere l’invisibile, l’altrove, per cercare tutto l’umano possibile, trovandolo con l’oscurità necessaria, perché oscuro è il linguaggio di cui siamo fatti.
Ciò che sappiamo, del resto, lo scopriamo soltanto a posteriori, come da sempre insegna, tra gli altri, Milo De Angelis, un maestro al quale Santese guarda con grande attenzione.

«Nel precipizio dei volti», recita l’incipit della seconda poesia, dove spicca poi l’immagine della “donna serpente”. Potremmo pensare qui alla figura dell’uroboros (il serpente che si mangia la coda, simbolo “del tempo nel tempo”, che divora se stesso e da sé si rigenera). Difatti, è «tempo / nel tempo» e «tempo / oltre il tempo» l’oscillazione che s’impone nella poesia di Santese, mentre si pronunciano da una parte, con forza, un’interiorità abissale, dall’altra una prova difficile dell’amore, destinata a spegnersi presto  e ancora una volta nell’enigma.

«Nello stare senza nome / dei volti» è il passaggio-chiave della terza poesia qui presentata. Possiamo affermare, con Agamben (da Il fuoco e il racconto), che a noi accade ormai di prendere parola a partire da un suggello perduto, ciò che un tempo Dio sembrava garantire, cioè che s’imprimessero sui nomi giustezza e solidità solo se pronunciati, appunto, “in nome di Dio”. In assenza di quel Nome, l’atto della parola rischia di essere vano. Ed eccoci allora qui, in fila, uno a uno, noi che «abbiamo camminato nell’oscuro».

Cristiano Poletti

Questo è il corpo, la scissione
del visibile che entra nell’immanifesto e si mescola
al buio del fiato, ciò che davanti agli occhi io ti nascondo
ma che senti, dentro, fortissimo
premere e sanguinare, con timore e
pazienza, come di cosa o radar che si sbriciola
e ti sbriciola poco
a poco alla luce la vita, l’intera, – guarda – oltre la vita,
e le mani accolgono
in silenzio, senza sapere
nemmeno una carezza, prima di tutto, appena prima che
tutto finisca.

_

Nel precipizio dei volti
abbiamo amato
e soffocato il bacio dentro
l’urlo, per innalzarlo, fin dove sconfinano
i corpi di gioia
assegnati, la mano tesa non sfiora
la mano caduta nel buio, ma
è nostra, la fine questa
bocca distorta, la smorfia che incide
di due un’espressione
soltanto, qui tu, eri donna serpente
viscido dei luoghi
e carezza del fogliame, allora noi: ti abbiamo amato
una notte, senza vergogna, tempo
in noi disceso, tempo
nel tempo.

_

Abbiamo camminato nell’oscuro, nello stare senza nome
dei volti, uno ad uno, certo il fuoco
incontrato noi
occhi di mandorla, quel mare
perduto che s’agita ancora, di ramo in ramo, tra le pupille
e cresce, poi nel sole, e si trattiene nello spazio
tra le carezze dei papaveri e il crollo
dei teatri nel loro spavento, che stilla il riso
ancora e il pianto
prima del gesto, che lapida la mente
in crocefissi, s’allunga in ombre silenziose, vie, come ferite: corpi,
punto tuo di non ritorno, tempo
oltre il tempo.

*

Alessandro Santese nasce a Roma il 19 Marzo del 1990. Laureato in Lettere all’Università di Tor Vergata, attualmente vive a Milano, dove lavora. Per la rivista Mosaico ha pubblicato lo scritto La visibilità dell’invisibile, sulla poesia di Milo De Angelis.

A Charles – inedito di Cristiano Poletti

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(foto di Cristiano Poletti)

.

Quello che sorprende nella poesia di Cristiano Poletti alla prima lettura (o al primo ascolto, com’è stato per me in questo caso) è il suo porsi al di sopra di un tempo letterario strettamente attuale, per tornare coraggiosamente a una scrittura assoluta, senza ironie, una purezza antica ma nuova, nel solco aperto e ancora scavato, tra gli altri, da Milo De Angelis. La forza evocativa di questo testo è data mi pare dalla perfetta corrispondenza tra contenuto e forma: in gioco c’è la memoria, il ritorno a una persona che del testo è anche dedicataria, e la sintassi sembra ricreare perfettamente il percorso del ricordo. Questo avviene per associazioni, secondo una traiettoria metonimica, di contiguo in contiguo, e la musica delle parole fa lo stesso: ti amò-Ti amò, in silenzio-il silenzio, lettere-Mandate lettere, pronta poi a ricominciare circolarmente dalla fine all’inizio di un tornò-tornato. Non si tratta però di una pura musicalità incurante dei significati: in questi versi soffia davvero “il vento di un pensiero” e le parole sono mandate “al loro indirizzo”, come nel modo in cui il Tempo viene tematizzato in una serie di costanti che tra l’altro passano dalla sconfitta delle cose (“polvere”) alla vittoria del ricordo (“nella pendola ferma che tiene”). La musica non paga se non ha una qualche ricaduta, se pure indiretta, obliqua e misteriosa, sul senso. (Andrea Accardi)

..

Dalla luce, dal tempo
sei qui
tornato
nella fiamma
di chi ti ama e ti amò. Ti amò
la polvere dove sono,
dove s’inseguono e rivivono
la quercia e il vento di un pensiero
stretti nel rettangolo del giardino.
Torni e hai con te il mattino,
il nuovo inizio di una casa, questa
sullo sfondo, e dentro
sei nella pendola ferma che tiene,
ha trattenuto in silenzio il silenzio
delle mani, l’umiltà delle vene.
Tu canti adesso
una canzone di puro mattino.
Il catalogo delle finestre sulla notte
tanto aperto si è chiuso.
Istante della voce, voce del sempre, lettere.
Mandate lettere al loro indirizzo.
Lì chiara l’anima tornò.

Sul “nascondimento” di Nadia Campana (di Pierluigi Boccanfuso)

campana«Farsi orecchio del proprio tempo» questa la definizione di Marina Cvetaeva che si farà drammatico compito in Nadia Campana, solitaria nel suo cercare precoce una posizione indipendente di pensiero.
Nata a Cesena nel ’54, dopo la formazione classica, lo studio appassionato della letteratura classica e moderna, e delle coeve avanguardie, culminato nella laurea con Luciano Anceschi (La poetica di Antonio Porta), c’è l’incontro con la letteratura anglosassone, gli studi semiotici, infine la scelta di vivere a Milano dove avviene l’incontro con Milo De Angelis, il conseguente confronto con quegli assoluti che la obbligano a trascendere l’oggetto amato, sia persona sia poesia. Cresce perciò la sua tensione a raggiungere il rango di poeta attraverso esperienze cruciali (prima Dickinson, poi appunto la Cvetaeva) che la spingono a un Altrove sempre più incognito. È la poesia della giovane maturità (morirà a Milano, a soli trentuno anni).

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

.

*

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire

.

*

più viventi durante il viaggio
molti orizzonti per ore e ore
immersi in distanza
attraverso le canne e i buchi
l’acqua mutare in aria
eseguire la caduta
usare le labbra

.

*

il coltello segava segava
datemi un pane datemi un pane
ma questo no, sa di piume
e in bocca si fa masticare
come terra o sabbia dei morti
verso il centro conchiglie
e per questo accelero…
se l’incertezza non mi guarisce
trovo un’eco più potente
posso farlo, è la fine
anche se dietro non sono le orme
il filo dell’alba ha quest’ordine

.

*

Tutte le dolcezze sono alle dita
di rosa l’abito tinge
lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo
a cancellarmi, quaggiù, ti prego.
Per te, io ti, io te sono
che mi contiene nel tremante ricorso
del tuo silenzio vienimi incontro
orizzonte e allarga esso.
Come rami contro il cielo entrai in lui
una specie eletta dal suo cuore
come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.

(altro…)

Scrivendo a Damiano

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(su undici inediti di Damiano Scaramella)


Entrate. Venite a guardare.
La casa è vuota. Il corpo
(…)

Il corpo è qui, nel vuoto. Non c’è rumore. È solo vuoto e silenzio, la nostra casa. Nei versi successivi, qui taciuti, del corpo morto si dà ancora per un attimo un’estrema prova dell’incancellabile lotta che lo ha abitato.
Mentre ogni cosa si depone e ora «restano solo i fantasmi», la poesia di Damiano Scaramella invita alla vita. Di fronte alla prova fisica e psichica della perdita, il poeta ci chiede di parlare con loro, con questi nostri fantasmi, ponendo in evidenza i segni dell’infinito della fine: «è il momento, si ama solo all’ultimo, solo / allo stremo delle cose mancate / o perdute per sempre». Ecco, il bersaglio mancato, l’irrimediabilmente perduto: sono questi i territori in cui va a fissarsi l’impulso vitale ai suoi occhi decisivo.
Lo dice chiaramente, Damiano: «… Nell’ora senza nome il corpo / è un segmento di spazio lunghissimo, infinito. / Tocca da muro a muro tutta la casa…».
La casa, ancora e sempre la casa. Vuoto e silenzio sono lì, ossessivamente presenti, perché la nostra immaginazione si faccia, si compia.
Immagineria: in un articolo datato settembre 2014, Giuseppe Genna definisce così il farsi, il possibile continuare a farsi (questo l’auspicio) di una nuova lingua poetica. «Immagineria potente»: a suo avviso i poeti sono anzitutto e soprattutto dei visionari linguistici. E a proposito di Damiano Scaramella, ci dice che la sua poesia è sorprendente, perché «nutrita all’ombra e alla luce di un’umanità inderogabilmente sofferta». Ha ragione, sì, aveva ragione Genna, in quell’articolo.

(…)
capite bene quale
scelta è stata
e male detta.

Mi viene in mente, allora, un passaggio di Walcott in Oddjob, un bull terrier: «il silenzio dell’amore sepolto più in fondo / è il vero silenzio, / (…) / è il vero amore, è identico, / ed è benedetto, / nel modo più profondo dalla perdita / è benedetto, è benedetto». Dunque, per Damiano, la benedizione penso sia-stia essenzialmente nel dire: poterlo, anzi doverlo dire il male secondo la sua stessa dettatura.
Solo chi ha vissuto davvero un trauma è in grado di scorgere l’orizzonte degli sguardi, di entrare degnamente in quell’orizzonte che comprende il proprio alla luce degli altrui sguardi.
«La poesia è uno specchio ustorio» («e, prima di fissarla negli occhi, bisogna pensarci due volte»), ebbe a dire alcuni anni fa De Angelis in un’intervista. È così. È così per chi scrive, e per chi legge: ci si può bruciare, in se stessi, o in altro, in altri.
Accentando questo rischio, Damiano lascia che venga alla luce l’«infanzia, in un gioco»; la espone, per voi-noi «orfani di luce rigettati». E sentiamo il perdurare di un vuoto antico, pronto a dirci che sempre siete-siamo «venuti a crescere / nella carne che non vi assomiglia, nell’aria / che non vi trattiene».
Ecco, sono poesie, le sue. Hanno la forza di essere tali. Semplicemente sono, esistono. Attraverso lo stile, anzitutto, che è impasto di visione e tecnica.
Un uso sapiente, spesso splendido, dell’enjambement ne scandisce il ritmo. Si avverte subito che il respiro del verso c’è tutto, e nel respiro una modulazione della voce che si snoda in formulazioni perentorie, riferibili tanto al “separato”, al “lontano” (cioè al sacro, o al metafisico, e anche al religioso: «Lasciate venire i bambini, i soli /… »), quanto, al contempo, al campo del giudizio:

(…)
Ma non ricordatelo, non
serbatene storia o falsa
testimonianza. Orfani,
rinnegate.

(altro…)

TRAVERSI 2016 a Treviso. A cura di Marco Scarpa

Locandina Traversi 2016

Riparte la rassegna di poesia Traversi per cinque incontri, uno al mese da febbraio a giugno 2016, che si terranno a TRA Treviso Ricerca Arte a Treviso. La volontà è sempre la stessa: far conoscere a più persone possibili quanto la poesia contemporanea possa e riesca a parlare a tutti. Per tentare questo ripartiamo con le nostre certezze e qualche novità. Incontri con autori tra i più noti della poesia italiana e autori meno noti ma con un grandissimo potenziale e un occhio particolare alla presentazione orale dei propri versi.
La poesia può avere diverse sfaccettature e differenti linguaggi e con questo nuovo ciclo di incontri vogliamo approfondire questo aspetto. Poeti più classici, lirici accanto a poeti più performativi e poeti che hanno saputo veicolare la poesia attraverso più forme. Siate curiosi e lasciate una possibilità alla poesia.

La rassegna è a cura di Marco Scarpa. Maggiori info qui.

Calendario:

– Ven. 26.02 ore 20.45 / Alessandra Racca + Ramon Trinca

– Ven. 11.03 ore 21.30 / Giulio Casale

– Ven. 22.04 ore 20.45 / Franco Arminio

– Ven. 27.05 ore 20.45 / Silvia Bre e Klaus Miser

– Ven. 17.06 ore 20.45 / Milo De Angelis