Milena Prisco

Milena Prisco – Lasciatemi cantare con la chitarra in mano. Storia di Aldo

berlino 2011 - foto gm

Lasciatemi cantare con la chitarra in mano

Storia di Aldo

 

Un sottofondo. Sono note fischiettate in un ritornello che ogni italiano, mezzo italiano, italiano all’estero, straniero italianizzato, straniero oriundo distingue ormai a memoria dall’inverno del 83’: Lascatemi cantare con la chitarra in mano …

Al- Doho è in fila, gli occhi ai lacci delle scarpe spenti nel dondolio della testa a tempo del suo fischio, quasi impercettibile e lento, quasi una nenia, un lamento: Lascatemi cantare con la chitarra in mano …

La fila è lunga, ha la forma di un nastro di gomma, morbida, ondulata, quasi poi strozzata in una curva a gomito che arriva alla porta, al totem con i numerini di carta. C’è tanta gente intorno, che va e che viene, convulsa, nervosa negli scatti di cambio di direzione, isterica in occhi strabici per non perdere la posizione e trovare il buco giusto nella fila giusta dove fermarsi nella coda corrispondente allo sportello con il vetro antiproiettile con dietro e dentro l’acquario: sportello 1 signora bionda, sportello 2 signora rossa, sportello 3 signore con cravatta allentata male, sportello 4 signora di nuovo bionda, sportello 5 signore con la noia in faccia, sportello 6 signora in vetrina gonfia di zigomi, signore e signori tutti in apnea sotto i colpi del display luminoso in alto al muro che passa in progressione da un numero all’altro crescente fino all’infinito che finisce allo scattare delle quattordici e zero zero.

Al- Doho aspetta, non si guarda neanche intorno, non ha espressione, non ha muscoli che si contraggono, è flaccido nella postura, un burattino moscio sulle ginocchia stanche.

Al- Doho si accende una sigaretta e se la mette in bocca poi uno schiaffo gliela fa cadere dalle labbra, è preso per il collo, è  trascinato fuori dalla fila, trascinato sul peso del suo corpo scivolato sul suo fianco quasi a pelo con il pavimento strusciato con i pantaloni già scuri e non per la polvere e la patina nera degli uffici pubblici.

Al- Doho non sa chi lo abbia afferrato per la collottola come un gatto.

Al- Doho non sa dove lo stanno portando, ha perso l’equilibrio, non reagisce, non parla, si dimena sembra Celentano che a braccia aperte cerca di non perdere contatto con il mondo intorno. Il mondo intorno lo guarda schifato, si apre in una breccia, si divide in chi inveisce contro di lui per qualsiasi ragione e chi resta muto, si disinteressa e scatta per prendergli il posto nella coda e guadagnare così posizioni. Il mondo intorno rimane intorno a se stesso dove Al- Doho è solo un corpo estraneo di passaggio.

Si apre una porta, si chiude quasi sopra i suoi piedi, se ne apre un’altra dopo un breve corridoio verso una stanza vuota. Si chiude quest’altra, è l’ultima ed Al- Doho lo immagina che è l’ultima. Non c’è una sedia, né una finestra, non c’è niente di niente sulle pareti nè sul soffitto, neanche l’eco per il peso nello spazio da questo corpo preso e sbattuto sul pavimento. L’effetto è di una cappa, l’aderenza di una porta al suo stipite è la chiusura di un barattolo ermetico di vetro, senza aria, senza vita oltre quella che se lasciatagli dentro si perde nei vermi della sua stessa carne. Fuori i rumori a stento si distinguono perché si addensano in un ovattato tormento di andirivieni di passi estranei.

 Al- Doho cade, rimbalza sulle mattonelle e reagisce subito e comincia a battere con i palmi delle mani sulla porta: aprite, aprite, non ho fatto niente, che volete da me, aprite aprite … Passano i minuti, tanti minuti ma Al- Doho ha perso la cognizione del tempo, gli hanno portato via l’orologio (finto ROLEX) e il telefonino (finto I Phone). Gli è venuta una voglia pazzesca di fare la pipì, capisce che è passato troppo tempo da quando è stato chiuso in quel buco. Sente la vescica gonfiarsi non riesce più a trattenersi e neanche più a scalciare la porta perché per ogni calcio ne perde qualche goccia che gli impregna le mutande. Allora si rannicchia, seduto a terra con le ginocchia abbracciate fino al mento, strette strette a laccio emostatico per tenere compressa la vescica e lasciarla rilassata. Rallenta pure il respiro. I rumori fuori non smettono. Si apre la porta, neanche il tempo di alzarsi e in due lo afferrano uno sempre per il collo, l’altro per un braccio girandogli l’altro braccio dietro la schiena e trascinandolo sul linoleum sporco, quasi correndo e sbattendolo contro stipiti e sedie fino all’ultima stanza dove un’altra porta gli si chiude dietro alle spalle con un tonfo secco. Di fronte a lui altri due uomini in divisa, una divisa scura, più anziani degli altri. Come ti chiami? Al- Doho Fraani. Documenti. Al Doho comincia a cercare ma non ha più il portafogli nella tasca posteriore dei jeans: … non li ho. Come non li hai? Perquisitelo. Mani ovunque, palpare, stringere, tirare. Ma niente. Al – Doho non se lo spiega, dice di averli avuti con se fino ad un attimo prima, di averli forse persi nell’edificio forse proprio quando lo hanno tirato fuori dalla fila. Come ti chiami? Al- Doho Fraani. Qual’è il tuo nome vero? Al- Doho Fraani. Non è possibile, tu hai la faccia scura, come fai a chiamarti Aldo Frani?Come ti chiami? Dove sei nato? Ad Arak in Iran. E come puoi chiamarti Aldo Frani se sei iranese? Iraniano … ma sono diventato italiano, ho preso la cittadinanza. Uno dei due con la divisa scura: qui c’è un mussulmano sospetto, è un iranese chiamate subito i servizi antiterrorismo. Io sono Al- Doho Fraani e sono un cittadino italiano. Ma vaaaa …. E che ci facevi nel corteo? Sei un dei black bloc? Nooooooo io non li conosco neanche, mi hanno aggredito perché avevo la bandiera intorno al collo! Ed io ho reagito e li ho riempiti di calci, mi hanno fatto questo livido ed io ho reagito. Ma che facevi nel corteo? Sei di Al Quaida? Iooooo ma che dite, io ho combattuto per la liberazione di Teheran. Sempre quello più anziano con la divisa scura: correte qui c’è un mussulmano che dice di essere un italiano ma è un black bloc, lo hanno avvistato nel corteo all’altezza di Largo Argentina mentre prendeva a calci un civile. Ma noooooo! Inizia ad urlare Al- Doho. Gli arriva subito un pugno in faccia, subito sangue dalla bocca, traballa ma non crolla: il burattino molle ora è elastico come una molla. Io sono un operaio e sono stato licenziato senza avviso e avevo una stanza in affitto e me l’hanno levata  ed ora non ho più nulla e in Iran non posso più tornare perché sono diventato un italiano ed il fronte nazionale mi ha segnalato come un amico dell’Occidente. L’altro uomo sempre con la divisa nera: figurati facevi l’operaio … Sì, facevo il magazziniere nella Carte False Srl spedizioni internazionali, facevo il magazziniere là, l’ho fatto per due anni in nero. E dove sta scritto? E chi lo dice a noi che stai dicendo la verità? Facci vedere un documento. Lo sai che se sei italiano devi avere una carta di identità con sopra la professione? Non c’è scritto da nessuna parte, nessuno l’hanno mai scritto da nessuna parte, ho lavorato in nero ed io non so scrivere in italiano, sto facendo la prima elementare serale e non so scrivere in italiano ma facevo il magazziniere, guadagnavo poco ma andava bene così poi Berlusconi, la crisi e mi hanno licenziato senza darmi un soldo da una sera alla mattina. Ho pure un figlio. Che facevi nel corteo? Protestavo. Protestavi? E per cosa protestavi? Urlando quello più giovane con la divisa nera: tu non hai il diritto di protestare, tu sei uno extracomunitario di merda! Io sono un italiano e posso protestare come un italiano. Al- Doho come un disco incantato: perché sono un italiano ma nessuno di voi mi tratta come un italiano, e lavoro in nero e sono stato licenziato in nero e ora non posso mangiare, né posso far mangiare mia moglie e mio figlio ma sono un italiano e protesto contro il governo dei ladri che amano le puttane minorenni. Stai zitto! Hai capito che devi tacere? Hai capito che non hai diritto di parlare ma solo rispondere alle nostre domande?Non ti permettere di dire certe cose, hai capito? Sempre quello più vecchio con la divisa scura: venite qui, venite presto, lo abbiamo preso, c’è un black bloc senza casco che era stato segnalato al corteo potrebbe essere uno di Al Quaida. Stai zit-to. Perché eri nel corteo? Parlaaaa! Chi conoscevi? Nessuno. Perché eri lì? Perché questo governo mi fa schifo. Tre schiaffi in tre secondi, ma Al- Doho traballa e non crolla. Io non c’entro niente io sono italiano sto qua da 12 anni e ho ottenuto la cittadinanza. Tu sei un arabo terrorista di merda. Non è vero. Io sono un italiano!Conosco la squadra dell’Italia che ha vinto i mondiali di Spagna: Zoff, Gentile, Cabrini … Stai zitto, smettila di fare il buffone che sei solo un bugiardo di merda ora, ti conviene che confessi, chi ti ha mandato nel corteo? Ma nessuno, mica è vietato andare ad un corteo? Sì che è vietato se sei un black bloc e in più sei un arabo bastardo. Io sono italiano, io so quella poesia che dice: eran trecento eran giovani e forti e sono morti. Lo vuoi capire che qui non puoi prendere nessuno per il culo? Lo vuoi capire che ti devi stare zitto altrimenti sarai tu il trecentunesimo morto? … Io so tutta la formazione dell’Italia: Zoff, Gentili, Cabrini, Oriali … Zittoooo! L’ultimo schiaffo è un rovescio con l’orologio di metallo che si stampa sullo zigomo destro di Al- Doho, esce subito il sangue, il taglio è sottile quasi non si vede sotto il rosso. Mio figlio si chiama di nome Giuseppe Garibaldi, e lo sapete perché l’ho chiamato così? Perché il vostro Paese è il Paese della libertà, l’ho studiato a scuola che Giuseppe Garibaldi è quello che ha unito l’Italia, è un eroe, un combattente non uno come voi. Smettila di prenderci per il culo! Chi sei e dove abiti e perché eri in quel corteo. A Torino in piazza Bengasi, con una moglie e un figlio in una stanza. Come sei arrivato qui Roma se non hai un lavoro e non hai i soldi? Ho scaricato casse a Porta Palazzo per due notti intere e con quei soldi ho comprato un biglietto di treno di sola andata. Basta stiamo prendendo troppo tempo con questo stronzo. Prendetegli le impronte e fategli le foto segnaletiche intanto. Quello più giovane con la divisa scura lo afferra e lo sbatte contro il muro: devi parlare, chi sei e perché eri nel corteo? Io sono Al-Doho Fraanj e sono un italiano che vuole lavorare! Basta mi hai rotto il cazzo!! Hai capito che mi hai rotto il cazzo, che ci stai facendo perdere tempo e che mi hai stancato con tutte queste stronzate e con stà faccia da santo?!?Strattone, strattone forte, strattone di potenza, strattone di violenza, dal muro AL- Doho spostato, spintonato, scrollato in tutti i muscoli della sua carne. AL- Doho perde l’equilibrio, inciampa sulle sue stesse scarpe, si accartoccia sulle ginocchia e cade, batte la testa, chiude gli occhi e perde i sensi. La testa perde sangue sulla nuca sotto i capelli nero pece. L’uomo vecchio con la divisa scura a quello giovane sempre con la divisa scura: che hai fatto? Cazzo, perde sangue dalla testa. Ma niente, è solo svenuto. Io non ho fatto niente dice l’uomo con le mani in alto. È scivolato lui, io manco l’ho toccato. Io non c’entro niente, lo ha visto si è agitato e ha perso l’equilibrio. Fermati, non toc-ca-rlo. Sto vedendo da dove gli esce il sangue. Non toc-ca-rlo, stai fer-mo. Oh svegliati? Aldo, svegliati? Dai coglione apri gli occhi, smettila di prenderci per il culo, dai Aldo. L’uomo giovane con la divisa scura lo colpisce al fianco con piccoli calcetti, è un sacco di patate che si muove e che torna nella sua originaria posizione. Stai fermo! Ti ho detto di stare fermo e chiama subito il 118, muoviti! A Roma c’è un inferno, il centro è un inferno, da nessuna parte si può passare, sono più le forze dell’ordine che i manifestanti, la gente guarda dalle finestre semiaperte, i negozi sono chiusi manco fosse una domenica pomeriggio di piena estate. Il tempo passa, passa velocemente, l’andirivieni delle gente nell’edificio si sente sempre meno, tutto si calma, il silenzio cade spesso, gli sportelli sono ormai chiusi, nella stanza nessuno parla, tutti composti anche quelli che arrivano, che entrano nella stanza, che rimangono a guardare AL-Doho sembra che stanno assistendo ad uno spettacolo di teatro, AL-Doho è a terra e sempre più bianco, quasi livido, la macchia del sangue si apre sempre di più sul pavimento. Arriva un uomo si inginocchia e prende il sangue con il pollice e il medio, se lo strofina fra i polpastrelli e lo annusa quasi a volerlo assaggiare. Si alza compunto. Arriva poi l’autoambulanza in una processione di uomini con pettorina arancione ed aria dimessa e assorta, è un’ora dopo e lo portano via cadavere. Una donna arriva con un panno di daino ed un bastone per pulire la macchia che rimane con un alone granata sul linoleum che ha assorbito il plasma in eccesso. Recuperano il cellulare che gli avevano sequestrato e cercano nella rubrica qualche nome da chiamare che non sia mamma, sarà in Iran e non parlerà italiano. Dalla porta aperta della stanza con passo svelto e rumoroso arriva l’ennesimo giovane con la divisa scura e porta in una mano un portafoglio viola, lo porge all’uomo vecchio sempre quello con la divisa scura che lo apre, dentro c’è una foto di una donna mora con un bambino in braccio che piange, una carta d’identità emessa dal Comune di Torino con una fotografia di una faccia identica a quella di AL-Doho, i dati: Al-Doho Fraanj nato ad Arak Iran il 29 marzo 1970 e residente a Torino, piazza Bengasi 18 – cittadino italiano, segni particolari nessuno. Coniugato. Disoccupato. L’uomo vecchio sempre quello con la divisa scura chiude la carta e rimane in silenzio con le mani chiuse sui fianchi mentre squilla il telefono con una suoneria che canta: lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare una canzone piano piano, lasciatemi cantare perché ne sono fieroooo, sono un italiano, un italiano vero …

©Milena Prisco

 

Breaking News – Roulette Poetica (comunicato stampa)

logo Breaking News

Breaking News – Roulette Poetica

La prima roulhttp://roulettepoetica.blogspot.it/ ette poetica!

Autori, occhio alle ultime notizie, portatele in versi!

Per il regolamento di partecipazione, leggere sotto.

Le iscrizioni sono aperte fino alla mezzanotte del 2 agosto, il 3 agosto verranno resi noti, a mezzo mail e web, i partecipanti sorteggiati per la serata del 6 agosto.

Vi aspettiamo, non mancate!

                             Martedì 6 agosto 2013 ore 20
presso K-Hole – Via Sant’Agostino 17
Torino

Regolamento

  1. Non si tratta di una competizione.
  1. Iscrizioni

Da giovedì 25 luglio alla mezzanotte del venerdì 2 agosto.

  1. Partecipazione

Invio richiesta di adesione mediante e-mail ai seguenti indirizzi:

edlangiu@fastwebnet.it

prisco.milena@libero.it

I partecipanti che avranno aderito entro il termine sopra indicato, verranno sorteggiati nel numero massimo di cinque per ciascuna serata. Gli autori non estratti avranno la possibilità di essere nuovamente sorteggiati in via preferenziale in occasione della prossima Roulette Poetica, in programma dopo l’estate. I partecipanti verranno informati via email circa l’esito del sorteggio entro sabato 3 agosto 2013.

Gli autori sorteggiati comunicheranno via email entro il 5 agosto 2013 le notizie che hanno                     scelto per i propri lavori per consentire all’organizzazione la predisposizione della scaletta                      della serata.

4.   Tema

Componimenti in versi su una o più notizie diffuse dai mezzi di comunicazione non più tardi di sette giorni prima della serata, ovvero risalenti come data limite a martedì 30 luglio. Non è necessario inviare anticipatamente i testi che si intendono leggere in occasione della Roulette Poetica. Ciascun autore avrà massimo cinque minuti in totale per leggere i propri  lavori.

5.   La Roulette Poetica

Apre la serata il giro di roulette, che sceglierà la notizia del giorno sulla     quale i             partecipanti dovranno scrivere al momento e leggere a fine         serata.

Quindi, gli autori sorteggiati leggeranno i propri lavori alternandosi, se  il numero dei      partecipanti lo consente, nel corso della serata.

La felicità del giorno prima – di Milena Prisco

foto di Antonio La Grotta

foto di Antonio La Grotta

La felicità del giorno prima

Il giorno perfetto

Ore nove e ventiquattro del nuovo giorno. Potrei avere tanta paura, potrei abbracciare il cuscino e non alzarmi. Testa sotto il piumone potrei piangere e sentire quel cuscino avere la forma di un corpo di uomo, con la presa dei muscoli delle braccia a tenermi stretta al sicuro. Potrei ma non lo faccio. Qualcuno dal mondo dei morti ha disegnato per me questo giorno perfetto con sessanta minuti  in più per l’ora solare, con il silenzio delle domeniche d’autunno, con la pioggia fitta e verticale, con un freddo inaspettato caduto dal Monviso, con la mia solitudine cercata. Oggi mi vesto di rosso e voglio vivere di rosso a cominciare dalla colazione con uno yogurt di ciliegie rosse, da domani potrei non riuscire a vedere colore neanche in un acquario di pesci pagliaccio.

Dalle pillole quotidiane ho imparato l’ordine dal mattino, il controllo della mia distrazione che sa ancora di sogno dopo il suono della sveglia e l’elenco di sventure del primo telegiornale: mi adeguo rispettosa anche stamane, una subito prima e l’altra subito dopo la colazione. Un’ora in più per vivere da sola il decimo giorno dell’attesa e devo partire a gambe larghe con il rito di disinfestazione delle mie parte basse. La tintura marrone diluita nella soluzione del flacone spara tutta la sua amarezza che diventa bruciore, fiamma ossidrica, fiamma che mangia le pareti della piaga nel collo dell’utero, dove la spruzzo attraverso questo tubo duro che mi penetra da dieci giorni ogni santo mattino. Mi dico: mi sta curando. Mi dico: il bruciore sta disinfettando la lacerazione. Mi dico: mi sta pulendo dal burro degli ovuli di ogni sera prima. Mi dico: mi sta mangiando le cellule morte che vogliono mangiarsi le vive. Mi dico: non sarà niente. Da dieci giorni la mia rosa-vagina ha perso la morbida classe della sua natura, è una bocca slabbrata e macchiata di marrone, occasionale passaggio del tubo che sale per venti centimetri lungo il canale senza farmi godere, senza farmi pulsare le vene nel collo, senza aprirmi le branchie del seno come in ogni solita notte d’amore affamata di respiro. Ho smesso di guardarla tanto mi fa pena, da dieci giorni non la depilo neanche tanto mi fa schifo.

Devo oggi godermi il tempo senza un pensiero ed allungarlo fino alla stanchezza estrema del mio corpo quando la notte sarà veramente notte.

Vado a memoria per trovare il capo in questo bordello di pezze sparse e sovrapposte. Comincio dal rosso della mia camera da letto, sepolta dopo l’armadio esploso, le scatole aperte e svuotate con la frenesia per quella gonna nera longette smarrita nell’ultimo cambio di stagione. L’ho voluta e bramata e trovata all’ultimo minuto utile prima che partisse il treno per Milano giovedì mattina, di corsa preso al volo con ancora la parte larga della cravatta che mi pendeva sotto il nodo, con ancora il mascara da spazzolare sulle ciglia sudate come il mio corpo per l’indecisione di questo tempo di merda che il venticinque di ottobre ancora non sapeva se accaldarmi o raffreddarmi.  Riparto da lei, dalla longette che ripongo per un paio di stagioni come una veste sacra, mi ha nascosto i dolori venerdì mattina, mi ha slanciato sui tacchi con la mia solita scioltezza nel parlare ad un pubblico che l’ha ammirata per quello che era: la mia eleganza, la mia forza di bastare a me stessa quando mi sento bella. Ti ricordi mamma quando mi raccontavi delle lacrime di quella mattina quando a soli due anni con un pianto disperato ti feci capire che volevo indossare un altro vestitino? Certo che ti ricordi. I want to break free. Mi fa troppo ridere l’interno rosato del video con Freddy Mercury vestito da donna, la ballo con Ciro in braccio mentre lo stanno dando, oggi proprio tutto torna.   

Non sto invecchiando o forse sì, sento questo un controsenso se guardo nel bianco e nero di quella specie di polaroid quella massa più chiara di utero che si direbbe strozzata e ferita nel suo collo. Io non mi sento niente a parte il bruciore della tintura marrone sulla lacerazione, che mi dura solo qualche ora fino a mezza mattina. Io non capisco se il mio corpo si sta consumando, fra dieci giorni compie il suo trentottesimo compleanno, i fatti medici direbbero di sì ma io non ci credo, io non mi sento niente. Non morirò fra due o tre anni, ho troppe cose da fare, quella piaga non è un tumore ma solo il finale di una storia d’amore, o solo il tradimento dovuto alla perdita di un lavoro decennale, o solo il tormento per un’amicizia sbattuta e buttata in un cesso. Io non mi sento niente, da due settimane ho smesso di godere non per sintomatologia ginecologica o prescrizione medica ma per libera scelta: era una storia finita; a pensarci ora sembra quasi una convergenza astrale o un richiamo ancestrale alla mia carne ferita, che solo le mie mani possono toccare e penetrare per curarne la piaga giorno dopo giorno.

Torno al rosso della mia stanza.

Metto un pantalone sgargiante che ha la sfrontatezza dei vent’anni napoletani, mi sta ancora e sorrido. Mi spoglio e mi peso, ho la stessa carne di dieci anni fa e me ne vanto allo specchio. Mi vesto di nero elegante da sera, il lungo è sempre bello. Mi spoglio e guardo il seno, è sodo come dieci anni fa con la sua forma e il suo peso che sta tutto nella mano di un uomo: mi piace tanto quando viene mangiato da una bocca che affamo. Mi vesto da avvocato e mi trasformo in un attimo. Mi vesto di vesti destrutturate, ormai le amo mi danno il senso del vento in una forma di stoffa. Mi spoglio e mi metto nuda davanti allo specchio. Come sempre non mi piaccio a parte braccia, collo, spalle, schiena, viso e ascelle buone a tenere calde le mani di un altro. Ciro mi guarda, me lo prendo in braccio, lo stringo è caldo, mi piace sentirlo sulla pelle, si accuccia sul mio seno, lo bacio, lo carezzo e gli parlo paroline senza un senso e lui mi fa fusa. Su tacchi dieci sostituiscono le sete d’estate con le lane del prossimo lungo inverno, per un attimo alzo la testa al soffitto quattro metri centro volta: ma quale inverno? potrei non star bene, potrei dovermi curare, potrei dovermi operare, potrei dovermi fermare, potrei soffrire ma questo è il meno perché sopporto il dolore senza una soglia. È il telefono che squilla, è mamma come sempre a mischiare la cronaca politica a vicende familiari, lamentele su mio fratello sempre assente e tutto questo al tempo “… fa freddo, piove tanto, ieri sera è andata via anche la corrente, tu come ti senti oggi, hai dormito bene?” Le rispondo appena e poi ridiamo delle gelosie di Ciro verso Oscar il Telegattone, adottato senza il suo consenso. Mamma non sa niente. Sono invecchiata: ho la capacità maniacale di sdoppiarmi con lei e papà per tenerli al riparo da ogni mia preoccupazione, ci riesco ormai senza nessun senso di colpa. Le lascio un bacio.

In fondo il rosso mi vuol bene e non mi fa pensare.  

Oggi mangio sugo al pomodoro, mezzo cotto e mezzo crudo ma non ho il basilico. Lo metto subito a preparare per cambiare stanza, prendere una boccata di verde e viola nella mia cucina che è sempre assolata anche quando fuori piove. Lo mangio a crudo sul pane nero con un filo di olio, lo mangio mentre lo preparo e rido con cento cose contemporaneamente nella testa e ce ne è una, una sola che il mio ottimismo ogni tre giorni non sa contagiare: è l’ira funesta che mi piglia la pancia a pensare che c’è una sola percentuale che è un tumore a strozzarmi la vita nel collo dell’utero. Una sola percentuale a cui non credo, che non vedo, su cui sputo sopra ma che è talmente distruttiva per quell’istante che dura un anno di sconforto e che apre porte di pronto soccorso, lacci emostatici e flebo, ferite da leccare, dolori e pressioni, preoccupazioni e commiserazioni, finte parole e cordoglio, preghiere e rosari, un utero marcio, un utero asportato, un utero di troppo, un utero da dimenticare come il seme delle mie ovulazioni come il sogno segreto di fare un bambino tutto mio, solo mio, che abbia la mia pelle, il colore castagna dei miei occhi e il desiderio di finire ogni anno d’estate con un tuffo nel mare. È un corto circuito che mi blocca impotente. Non so da quanti minuti sono qui a fissare il vuoto, il pomodoro frigge troppo per essere di prima cottura. Ho perso la cognizione del tempo. Torno nel rosso che forse è meglio.

Questo è il mio giorno ideale, ho un’ora in più per vivere e programmare le cose che farò e che faranno migliore il mondo. Non è pazzia la mia, io lo so che posso ancora provare e che passato questo periodo di merda potrò riuscire a cambiare l’approccio di una certa finanza al sociale. Le teorie esistono, le bisogna applicare. Mi siedo al mio unico tavolo e in inglese spiego al mio pubblico immaginario i meccanismi, il piano di crescita per una finanza sostenibile e lo faccio mettendomi su una t-shirt da notte la collana di turchese il mio amuleto portafortuna. Poi attacco in napoletano a parlare di businèss, il pubblico mi capisce. Nessuno osa obiettare, sento la gente applaudire, nessuno può smentire, deridere, sminuire la potenza di ogni mia parola. Io lo so che c’è un Dio che mi sta guardando e che sa che non sto vaneggiando ma passo solo in rassegna i prossimi anni e quello che desidero fare, lui mi guarda e sorride dandomi le spalle con il culo scoperto, proprio come nella Cappella Sistina di Michelangelo.  Smetto il comizio e mi fermo a pensare.

Neanche so quanti sono i risultati delle analisi che domani mi dovranno dare, l’elenco era esauriente ha detto la dottoressa. Li prenderò alle diciassette e scatterò per un consulto dai medici, poi riposerò tutto nella busta di plastica fino al prossimo anno che impone alle donne la cadenza dell’esame coatto che scongiura la morte del nostro apparato almeno per un altro anno.  Non ho mai capito la matematica e i suoi segni, confondo il maggiore dal minore, a stento so collegare sulle pagine dei referti i numeri della colonna di sinistra con quelli di destra. I numeri di domani si accavallano, si sbiadiscono, si dilatano se provo a legarli come ora, ora che, invece, sto solo lacrimando inavvertitamente mentre spolvero le cornicette sul soppalco. C’è Didi da piccolo, com’ era bello. Ho da fare troppe cose con lui, gli ho appena dato da leggere Il vecchio e il mare, Fahrenheit e La fattoria degli animali; ho da fare troppe cose per lui, lo devo portare via da quella terra di camorra.

Oggi è una domenica apparentemente come le altre, dicono al TG che la Juve ha ancora rubato una partita, la cosa non mi fa incazzare, sorrido anche di questo e cambio canale.

Mangio seduta sul divano, ho troppo sonno e voglio dormire accostando le imposte e voglio svegliarmi quando lo vorrà il mio corpo e vorrei sognare un paio di occhi azzurri nel rosso riflesso dalla pioggia che cade nel silenzio del mio quartiere. Sono stanca e voglio saziarmi dormendo e senza incubi e senza telefoni che squillano, e-mail che arrivano, appuntamenti che saltano, senza dovermi svegliare senza riposo. Da piccola pensavo che l’ora solare mi desse un’ora di più al giorno, ancora oggi non capisco perché, invece, la notte arriva prima. Mi abbraccio al cuscino, non ho paura di che sarà domani: chi pensa al buono si porta il buono e se mi fossi ammalata almeno vivrò convinta di non morire.

Dormo, dormo tanto. Mi sveglio che ho dato un ordine, per caso, al mio armadio, è forse il segno che oggi è il giorno perfetto. Fino a sera me lo vivo in silenzioso contegno, ci sarà il tempo per le parole. La felicità mi ha riempito la pancia di rosso che durerà finchè saprò di essere sopravvissuta a tutto.

 (c) Milena Prisco

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Milena Prisco – Vogliono fare gli angeli

Foto di Paolo Ciaberta

Foto di Paolo Ciaberta

 

Vogliono fare gli angeli

 

In questo posto c’è un odore che rimane addosso a chi ci dorme e ci si sveglia dentro. È odore di chiuso, di detergenti scadenti, di ferro di sbarre, di cibo cotto con chissà quali acque, di aliti pesanti per la mancanza di dentifricio passato dallo Stato, di mura di muffa. L’odore impregna le carni di questa gente, i capelli a nervi scoperti del loro sebo che ha la stessa puzza delle teste dei vecchi. Sotto questi tetti si diventa subito vecchi, nei movimenti e nella lentezza della parola che si perde nella memoria delle poche cose della vita passata che rimangono a mente.

Un due tre, un due tre, un due tre e quattro.

Ore 13 e fuori non c’è una pianta. C’è il cemento battuto di uno spiazzo, campi che ti irritano la gola con lo sterco di vacca e il silenzio allo stato solido. Qui solo i cani con la bocca aperta sembrano sorridere.

Dentro c’è una quinta che si apre su uno spazio quadrato; qui fa più freddo che in qualunque altro posto della provincia di Cuneo. La luce è forte di dieci finestroni, cinque su un lato e cinque sull’altro, alti e larghi sopra le nuvole: l’unica natura ancora visibile ad occhio nudo attraverso i vetri.

Su, su, su, che oggi è bello.

Dal corridoio arrivano prima le voci. Uno dopo l’altro entrano da destra e da sinistra in camminata rapida per l’impazienza di attraversare la distanza di questo spazio dai cinquanta metri di corridoio sonorizzati da eco che portano alle sezioni oltre le sbarre. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono, le pacche arrivano fra i finti calci, schiaffi e pugni con inseguimenti circolari a due a due come i bambini che sgommano sotto il sole di un cortile. Uno dopo l’altro entrano, si sorridono e si parlano.

E poi basta: cominciamo? Forza smettetela di parlare. Mettetevi in cerchio, levatevi le scarpe. Voi due la smettete? Dai! Non toccate le sedie, lasciatele stare. Ragazzi forza non perdiamo tempo.

 Marco vorrebbe dare una regola ma la voce si perde sotto le battute nelle lingue d’Italia e del nord d’Africa.

Forza non fate i bambini, cominciamo col silenzio.

Non c’è ordine in uno spazio dove venti maschi si incrociano, si confondono, si spostano camminando di lato con l’andare dei burattini, a marcia indietro e a marcia avanti intorno alla catasta di sedie, nell’ inconscio moto perpetuo delle gambe che non si sanno fermare fino a quando la musica parte e poi in un colpo solo c’è un cerchio umano che si compone solenne al centro dello spazio.

Un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. E un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Ancora, un due tre, un due tre, uno due tre e quattro. Seguite me.

Marco in cerchio dà l’esempio dei movimenti di gambe e braccia “che devono andare sciolti dal peso della colonna vertebrale e dei muscoli” tesi e grossi, ingrossati dalla stasi, dal gonfiore che li ha tumefatti al di là del giorno e della notte in ore di branda che si ripetono in anni di solo telegiornale e di seghe mattutine.  Lo guardano  in silenzio.

IpiedilarghiapritelegambevogliovedervimorbidicomebamboledipezzanonridereTonySususunonperdeteilritmotuttiinsiemetuttiinsiemenonèpossibilechenonciriescirespirabeneapriipolmoniinspirateeunoduetreunduetreeunodueetreeunodueetre.

Marco parla, parla troppo e urla sopra la musica, mostra la mossa del braccio: che si deve lasciare cadere e girare e girare in moto orario e antiorario senza il comando dell’articolazione, senza la resistenza del muscolo. E Marco parla, Marco parla troppo. Loro lo guardano ma non lo ascoltano.

Poi parte la danza in ognuno di loro nel silenzio della propria testa. Marco scompare. Sciolti muscoli e articolazioni ad occhi chiusi, vanno in apnea con  i passi che vanno dove solo loro vogliono andare.

Alberto balla lento e non si ferma.

La musica è alta. La musica spacca, la musica sta coprendo  i battiti dei cuori accelerati, sudati per i movimenti inaspettati dei muscoli nella danza del corpo affaticato a cercare lo stato primitivo del suo stare sulla faccia della terra. Lo spazio sotto i loro piedi è diventato vuoto e senza barriere, lo spazio in alto è pieno di un azzurro cielo passato dai vetri, macchiato solo dallo strascico di una nuvola in ogni finestrone che scompare veloce verso un’ altra terra, dove qualche parente  li aspetta vivere o morire. Il pavimento si è allargato, è raddoppiato, Alberto si muove in un quadrato che pare contenerne altri trenta ad incastro.

Cristo è gigante a grandezza naturale, appeso e sospeso sulle loro teste fra due finestroni, vuole quasi cadere dalla croce a faccia a terra, è troppo grosso nelle braccia e nel tronco. Ha vergogna per la mancanza di carità della giustizia terrena; non ce la fa a guardarli negli occhi, sono peccatori, sono omicidi, alcuni mussulmani, sono trafficanti, sono matricidi, sono ladri, sono carcerati.

La musica sa di Bregovic. I piedi nudi non sentono il freddo del pavimento nei passi sempre più larghi,  giri di vita, di polpacci gonfi, di anche dinoccolate. Nessuno apre gli occhi, hanno il sangue che segue le note a molla: ripartono ma senza dolore, senza scatti e sudano, senza caldo, sudano  dolore, senza riscaldamento acceso, sudano disperazione di forza e si spogliano senza fermare la danza. Via maglie, via tute, via calze da piedi bucati da proiettili sparati in uno scontro a fuoco, da cicatrici rosse ancora miste a inchiostri di tatuaggi fatti a fuoco.

La musica ora è Lilies in the Valley, come in Pina di Wenders.

Sceglietevi, trovatevi, cercatevi, non sempre gli stessi,cambiate compagno, provatevi, scopritevi a coppie e toccatevi. Marco si muove a esempio ma per loro non esiste più, Marco è nuovamente sparito dalla loro mente.

Sono in coppia uno avanti e l’altro indietro a passi lenti a camminare leggeri senza il piombo delle loro colpe,  delle loro pene e con una presenza che li segue alle spalle: fanno gli angeli. Non si girano, non si guardano alle spalle, si muovono secondo la loro libertà.

Cristo ma li vedi i criminali delle leggi scritte? Cristo ci vedi? Cristo di un dio cadi e spaccati la faccia. Sono gli occhi di un uomo a parlare,  sbavando bile dall’angolo della bocca ad ogni occhiata al crocifisso.

Chi di loro fa l’angelo segue l’altro, lo accompagna e lo accudisce con la proiezione della sua ombra che si gli pianta da sola addosso.  Hanno la rassegnazione di doversi fidare di chi è al loro fianco in un posto, dove altrimenti si finisce per morire al di là del corpo e della sua carne. L’esercizio è un atto elementare: l’angelo tocca da dietro una parte del corpo di chi gli sta davanti, gli dà un impulso che l’altro – senza girarsi – recepisce come un segnale per far partire in movimento la parte di corpo toccata dal contatto dell’angelo.

 Sono il padrone della terra calpestata sotto i tuoi occhi. Cristo cosa guardi chinando il capo sul lato destro nella direzione della ferita di lancia sul tuo costato? Allah ha dato la parola al tunisino basso che sputa sudore ovunque.

Alberto non ha tolto il berretto. Alberto è il più vecchio, sessanta estati di cui quaranta passate qui dentro. Si disinteressa di dove sta andando, lambisce la catasta di sedie a centro palco ma ne è respinto morbidamente come da una forza opposta. Ha  invertito la rotta senza turbare il suo angelo: potrebbe avere l’età di un suo figlio. È un angelo che rimane a distanza di sicurezza, la faccia è squadrata e inquadrata da un filo di barba: ha un signor pizzetto, i capelli neri pettinatissimi, una polo nera con uno scudo tricolore sul petto, cammina dritto con lo sguardo fiero. Non si è spogliato l’angelo di Alberto, ha tutto addosso tranne le calze.

Le coppie si abbracciano. Forse non l’hanno mai sentita una musica sacra come questa con suoni di archi e voci soprane. Hanno le facce di un lutto fresco nel loro passo a due, ognuno si sta confessando da solo le proprie morti e se le sta piangendo nell’estenuante danza dei propri passi  che faticosi hanno gonfiato vene blu fuori dalla pelle di avambracci, colli e polpacci.

 La luce del giorno si abbassa. Sono ormai le quattro e la natura aiuta a dare gli ultimi minuti di sollievo ai carcerati, prima di tornare sottovuoto in una cella di due metri per tre.

Alberto lento cammina, scivolando ad occhi chiusi con il fiato mastino dell’angelo al suo collo.

Marco ricompare a voce bassa: uomo ed angelo riposatevi.

Ognuno affida alle mani dell’altro il massaggio del proprio corpo senza vergogna, senza finto pudore: la voglia è di contatto. In un attimo la metà dei carcerati – chiusi in questo teatro – è stesa per terra su tappeti di gomma, ciascuno a turno abbandonato nelle mani del suo compagno di coppia. Sotto l’uno e sopra l’altro, prima a cavalcioni e poi disteso a foglia morta dopo aver passato a setaccio ogni centimetro di muscoli di quello che gli sta sotto, dopo aver impastato a due mani le membra di quello che sta sotto, dopo aver premuto nocche su schiene, gomiti su polpacci di quello che gli sta sotto, dopo aver steso e tirato braccia, dopo aver battuto palmi aperti per rilassare la massa rovente dei muscoli di quello che sta sotto. È  l’atto dell’abbandono di un corpo sull’altro fino a che poi le parti si invertono e chi ha sentito rilassarsi le ossa dal malleolo a quelle del cranio deve restituire l’attenzione, deve restituire il massaggio al proprio compagno. È una fatica rossa per l’angelo massaggiatore dare sollievo, rallentare il respiro di quello che gli sta sotto come quello di un bambino che perde la coscienza nella sua stanchezza.

Alberto ha la pancia schiacciata per terra, il suo angelo si chiama Riccardo. Si poggia di lato inginocchiato e si china piano e gli sfiora appena a mani aperte la schiena, poi riparte  dai piedi lentamente e salendo lungo le gambe aderenti al tappeto. Sul trapezio allarga le mani fino alla base del collo: se vuoi uccidermi fallo adesso, stringi forte le mani ed io resto fermo. Dice Alberto. Riccardo resta fermo. È un angelo vendicatore, un uomo della Folgore,  condannato omicida in primo grado per aver ucciso a calci un naziskin, ovviamente per errore.  Alberto è la schiuma sporca della società, dei figli degli anni 50 da sfiorare ma non toccare poggiando la propria testa sulla schiena in vigile attesa. Riccardo è teso. I minuti non passano per Riccardo, è troppo il tempo dell’abbandono del proprio capo sulla schiena di un rapinatore di merda, che da decenni  non riesce neanche a morire in un carcere. Ogni tempo è fatto per finire, ora Riccardo è a pancia a terra ed Alberto sopra. Alberto gli stringe cute e sottocute nelle rughe di ogni suo palmo, a manate per stritolare i pezzetti sfatti delle ossa dei tanti che gli sono rimasti sottopelle, assorbiti ad ogni rituale sacrificio di un colpevole giustiziato sotto le mani del probo militare della Repubblica Italiana. Dopo qualche minuto Riccardo ha, quasi, perso la coscienza del mondo, il suo occhio è retroverso nel buio della sua vita da libero.

Alberto si ferma. Alberto spalanca le mani premute pesanti sul cranio di Riccardo rammollito dal calore che Alberto si porta dentro verso chi è più giovane. Riccardo ora dorme. Alberto si adagia lungo sulla schiena appena sotto l’incavo della scapola di Riccardo da cui spunta l’ala e aspetta che la musica  lentamente si interrompa e che il suo angelo si svegli.

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(c) Milena Prisco

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Nota al testo: il racconto è stato ispirato dal Laboratorio Teatrale condotto da Voci Erranti di Grazia Isoardi presso il Carcere di Saluzzo (CN  – qualche notizia Qui

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Nota biografica:

Milena Prisco scrive poesie, racconti e collabora con le riviste Life Club e Il Reportage come giornalista. Nel biennio 1999/2000 alcuni suoi lavori sono stati pubblicati nelle antologie dei premi letterari Fonòpoli (Editrice Montedit), promosso dall’omonima associazione culturale, e Poesie di Fine Millennio dalla rivista Orizzonti. Nel 2010 sue poesie sono state pubblicate nelle antologie Democratika e Tutti Tranne Te (Editore Limina Mentis). Il racconto Marco Cavallo è Vivo è stato pubblico dalle riviste letterarie Microcenturie (www.microcenturie.it) e SUD che è diventato una performance live. Collabora dal 2011 con le riviste letterarie Torno Giovedì (www.tornogiovedi.it) ed UNONOVE (www.unonove.org). Il racconto Tutto in un calcio (minuto per minuto) è stato pubblicato da Nazione Indiana nell’aprile 2011. Nel 2011 il racconto Vendesi Barzellette è stato pubblicato nella antologia I migliori racconti di UNONOVE , Epika Edizioni.