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proSabato: Milena Milani, Il romanzo di ognuno di noi

La neve era un pretesto di racconto. Bastava fissare il suo candore, le ombre e le luci che giocavano lì sopra, o in mezzo gli alberi, nel bosco, dove i raggi del sole creavano strali lucenti, scintille che si rifrangevano. In piccoli spazi bianchi si affacciavano animali insoliti, anche quelli che d’inverno dovrebbero essere in letargo e lui, il pittore, li rappresentava. I loro occhi tondi, stupefatti, si sgranavano davanti alla finestra alla quale, dai vetri, un vecchio signore stava a guardare. Portava un cappellaccio informe e non se lo toglieva mai. Forse anche lui era un artista e spesso si divertiva, scherzava con il mondo sepolto da quel manto immacolato, sperando di ritrovarvi l’innocenza dei tempi lontani, quando era un bambino e prendeva le neve con la mano, per chiuderla in un cassetto e poterla tenere prigioniera.
Il pittore aveva un nome e un cognome, Antonio Possenti; di lui scrivevano i poeti, anch’essi pronti a mettersi in viaggio per scoprire chi dormiva sotto la coltre morbida che copriva tutto. A scavarvi dentro, come nella sabbia del mare, venivano in superficie tanti tesori, persino funghi meravigliosi, dagli aromi incredibili, zucche giganti, o un bel coniglio spaventato, dalla pellaccia folta, che subito si addomesticava. Le situazioni, le invenzioni nascevano come per miracolo, perché in quella neve ogni cosa era possibile. Il pittore agitava un ventaglio come se fosse estate, il sangue gli correva veloce sotto la pelle e lui, altrettanto velocemente, dipingeva. Notti e giorni di lavoro non gli bastavano. Osservava, scrutava nel presente, nel passato e anche nel futuro, godendo di sentirsi vicino alle anime altrui, particelle indispensabili di un contesto generale, dell’arte senza confini, dove si afferra e si concede in contraccambio, con intensa partecipazione, con tripudiante amore, per non restare soli, per vivere follemente in compagnia.
«Oh la mia neve da sciogliere sulla lingua, per nutrirmi di illusioni universali. Questa neve mirabile delle Dolomiti, che ho dipinto come nel sogno, tra fichi neri e sapori di miele, canti di uccelli, frammenti di oggetti…» diceva il pittore. E intanto sui quadri (un capitolo dopo l’altro) sorgevano le storie di molte esistenze, il romanzo simbolico di ognuno di noi.

 

In: Piero Bigongiari, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Attilio Bertolucci, Io dico la neve, dipinti di Antonio Possenti, Comune di Cortina d’Ampezzo − Assessorato alla Cultura, 1993

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Come ricorda Maria Ester Nichele (già comparsa sul blog e su ABC Veneto, magazine online da lei co-creato), Milena Milani scomparve il 9 luglio 2013. All’anniversario della sua morte è dedicato questo racconto.

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

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Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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proSabato: Milena Milani, ‘Martino e la pastasciutta’

proSabato: Milena Milani, Martino e la pastasciutta

QUELLI erano giorni in cui non avevo un soldo. Abitavo una stanza in via Vitruvio, dove oltre a dormire mi facevo tutto, anche il mangiare sopra un fornello a spirito. Lavoravo in una cartoleria poco distante e stavo molte ore dietro al banco, a servire i clienti.
..Martino veniva qualche volta a mezzogiorno, quando la proprietaria della cartoleria si ritirava nel retrobottega. Fingeva di voler comprare una matita, un pennino, oppure guardava le cartoline di Milano, appese su un foglio di cartone.
..Io cercavo di mandarlo via, non mi piaceva che venisse in negozio. Martino mi guardava con gli occhi lucidi, quando gli dicevo di uscire; era triste, si frugava in tasca per trovare un po’ di denaro da comperare qualche oggetto.
..Un giorno che venne e stava piovendo forte (me lo trovai davanti all’improvviso, con i capelli bagnati e l’abito inzuppato), io ero più nervosa del solito perché avevo mangiato poco, il caffè bevuto in fretta mi rodeva lo stomaco con il suo sapore di cicoria, e il pane era duro e massiccio. Così gli dissi: «Esci» prima di sapere che cosa voleva.
..Guardavo con occhi assorti e cupi i vetri della porta tutti rigati di pioggia e via Vitruvio lucida d’acqua; nella cartoleria faceva freddo e la padrona stava mangiando nel retrobottega.
..Anzi, sentii la sua voce bassa e roca che gridava: «Chi c’è, Fausta?» e io risposi: «Nessuno, signora».
..Martino, appoggiato al banco davanti a me, taceva e si guardava i piedi. Anch’io mi sporsi per guardarli e vidi i suoi piedi nudi in quelle vecchie scarpe rotte, allora mi venne rabbia di avere un corteggiatore come quello, a pezzi, persino con le dita fuori.
..«Va’ via» gli dissi «va’ a lavorare».
..Così dicendo, lo sguardo si indugiò sui capelli chiari e a ricci, e mi sorpresi a desiderare di toccarli.
..«Fausta» disse Martino, sottovoce «ti ho portato una cosa.»
..«Che cosa?» non potei fare a meno di chiedere.
..«Una cosa da mangiare.»
..Senza volerlo la saliva mi si formò in bocca e inghiottii una, due volte.
..«Da mangiare?» dissi. «Ora?»
..Guardai alle mie spalle nel retrobottega; la padrona stava tagliando un pezzo di salame. Così anch’io pensavo al salame e dissi: «Un pezzo di salame?».
..Già me lo sentivo in bocca e avevo voglia di masticarlo; Martino fece di no con la testa.
..«No» disse «è un’altra cosa.»
..Ora mi sorprese uno strano rigonfiamento sotto la sua giacca.
..«Che hai, lì?» gli chiesi.
..In quel momento la porta si aperse ed entrò un uomo a comperare una busta di carta gialla; Martino si ritirò nell’angolo.
..«Una busta» gridai alla padrona «una busta grande da quindici lire.»
..Misi il denaro nel cassetto, la padrona gridò: «Ora vengo».
..«Va’ fuori» dissi in fretta a Martino «aspettami all’angolo.»
..Egli uscì, voltandosi goffamente verso di me e facendomi un segno di intesa con gli occhi; visto di dietro si notava chiaramente che portava qualche cosa sotto la giacca.
..Io tremavo, avevo persino brividi di freddo. “Non ci vado” pensai “non lo voglio, Martino” e mi sentivo un languore nello stomaco la saliva andava su e giù.
..La padrona entrò nel negozio; con un dito si stava pulendo i denti.
..«Be’» disse «va’ a mangiare e fa presto.»
..Aprì il cassetto e prese cinque lire. «Comperati cinque lire di pane» esclamò.
..Io uscii sotto l’acqua, con la mia sciarpa avvolta intorno al collo.

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Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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proSabato: Zavattini Ovale

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Oggi, domani e domenica 25 settembre ricordiamo Cesare Zavattini con alcune prose che riguardano lui e autori affini; per la rubrica domenicale rileggeremo alcune sue poesie; il suo compleanno sarebbe caduto il 20 settembre.

la redazione

proSabato: Zavattini ovale

……Più di cento Zavattini di tutte le misure mi guardavano dalle pareti della Galleria Toninelli di Roma, e uno gigantesco troneggiava di profilo, le mani dietro la schiena, stava osservando altri se stessi, soltanto teste colorate, rosse, bianche, grigie, d’oro, d’argento, tutte spaventatissime, con gli occhi sgranati.
……Perché questi occhi come buchi, come crateri, occhi insonni, con le palpebre orlate di rosso, infiammati, disperati?
……Conosco Zavattini da anni, ma quella mostra mi ha rivelato il suo io, più di quanto potrebbero farlo i suoi film o i suoi libri.
……C’è il fatto che Zavattini pittore non nasce adesso, bisogna risalire agli anni della guerra e anche prima, quando riempiva pezzettini di carta con i suoi preti e i suoi vescovi (da bambino metteva una cotta da chierico e le zie gli facevano i funerali): quei preti e quei vescovi li dipingeva perché non conosceva bene l’anatomia, certo fare una veste era più facile di un corpo nudo, ma forse del corpo nudo Zavattini ha sempre avuto terrore, o meglio un complesso, qualcosa che lo blocca, che lo inibisce.
……In fondo, è un timido, anche se sembra spregiudicato.
……Mi ricordo una volta che lo incontrai al Tritone, era notte, e stava osservando le passeggiatrici, ogni tanto parlava con una, poi con un’altra («per un’inchiesta» diceva), ma in realtà voleva una donna, e non sapeva come imbarcarla.
……Un’altra volta, a Venezia, qualcuno mi disse che Zavattini era innamorato, lo si vedeva al bar dell’Excelsior, al Lido, durante il Festival del Cinema, con un bicchiere in mano, ma non beveva mai, stava per ore a guardare il vuoto.
……A Parigi invece sembrava più sciolto, tuttavia il suo vero essere non era facile da scoprire, perché tutto il giorno andava per gallerie a vedere quadri, o in libreria a cercare libri, soltanto una notte, con me e con Gualtieri di San Lazzaro, prese a parlare di se stesso, ma con estremo pudore, quasi reticente.
……È questo il bello, che sia rimasto intatto nel mondo del cinema, che corrompe tanta gente; anzi, da quel mondo è venuto fuori saltando a piè pari una trentina d’anni, così che è sempre giovane, la sua pittura lo dimostra, e anche quello che scrive, che è stupendo, fresco, pieno di incanto.
……All’inaugurazione della sua mostra c’era tantissima gente, e Zavattini stava in un angolo, protetto dal baluardo degli amici venuti apposta da Luzzara, il posto dove è nato: un barbiere-poeta, un oste, un artigiano, un impiegato, due signorine-sorelle e una bambina.
……Quando mi vide, si illuminò, ricordammo i tempi favolosi del suo contratto.
……È tutta una storia. […]
……Non c’è che dire, ho riscoperto un autentico pittore. I cento volti, le cento e più teste ovali (« l’ovale della donna, l’ovulo, le ovaie, le uova » ha scritto) sono lì sulle pareti, con il loro mistero e anche con la loro chiarezza, formate e informi, definite e indefinibili.

© Milena Milani, Zavattini ovale in Oggetto sessuale, Milano, Rusconi editore, 1977.

proSabato: Milena Milani, Marta Marzotto irrequieta

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proSabato: Marta Marzotto inquieta

Quando ritorno a Cortina, penso subito a lei, «dove sarà, che cosa farà Marta».
So benissimo che Marta Marzotto è già da queste parti, o sta per arrivare, l’inverno è la stagione ideale dei nostri appuntamenti, ritrovarci tra la neve, al sole, tra queste montagne, e poi stare insieme in certe folli serate, in cui anche se il tempo passa, crediamo di avere scoperto il sistema per vivere senza troppi pensieri, felici di niente, soltanto del fatto di restare in compagnia, di bere, mangiare, ridere, cantare, ballare, fare l’amore.
Marta ha mille doti, e anche mille difetti, ma appunto per questo è una creatura umana come ce sono poche. Ci sono donne più belle, ma la sua è una bellezza intrisa di intelligenza, con qualcosa di preciso, di terreno, di forte, di valido, di immediato, che ha il potere di sprigionare simpatia, di dare calore, consolazione.
Se Marta è a Cortina, tutto andrà bene, la stagione funzionerà perfettamente. Chi si cura più delle strade ridotte a lastroni ghiacciati, dove la neve a mucchi rappresenta un pericolo continuo? Su quelle strade andremo come il velluto. Marta ci guiderà con la sua irruenza, con la sua allegria, con la sua scanzonata maniera di affrontare le noie inevitabili, tanto che queste noie non ci sono più, sono scomparse.
Non solo retoricamente, perché Marta su quelle strade passa su una vecchissima VW tutta dipinta a fiori, retaggio hippy, su cui imbarca gli amici, i figli più piccoli, le sue enormi borse di pelliccia.
Non ho mai capito come possa avere avuto cinque figli con quel corpo liscio da adolescente, eppure l’ho vista mentre aspettava gli ultimi due, la figlia Diamante e il ricciuto Matteo, con la sua criniera da agnellino; era piena di vita, sempre in movimento, con milioni di idee, di iniziative.
I bambini nascevano e lei ritornava ragazza, i vestiti la ricoprivano come una buccia, aderivano perfetti alle sue membra agili, svelte, la sua risata aveva lo stesso suono fresco di sempre. Marta ha in fondo una grande qualità, quella appunto di restare ragazza, di ridiventarlo anzi ogni volta: le altre donne crescono, si appesantiscono spiritualmente, lei no, ha sempre nuovi interessi, nuovi scopi, motivi che la rendono inquieta, nel senso di una inquietudine che accresce la sua sensibilità.
È un giovane animale che fiuta il vento, che nessuno imbriglierà mai, né la famiglia né gli amici, anche se ognuno crede di capirla sino in fondo, di tenerla stretta in pugno.
Lei non si concede pur concedendosi, ogni volta si ritrae, fugge, riesce a stare sola anche in mezzo alla gente, a guardarsi dentro mentre sembra soltanto esteriore. (altro…)

I poeti della domenica #47. Milena Milani, La solitudine

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LA SOLITUDINE

È una tristezza vagabonda
che mi strazia
come giocano le mani
con queste intense viole
di Via Veneto.
Voi me le avete date
che io le porti
incontro al mare amico
che io le getti piano
lungo la via che corro
ansando
mentre niente d’intorno
dà gioia al mio sorriso.

Milena Milani, in Ignoti furono i cieli, Edizioni del Cavallino di Venezia, 1944

I poeti della domenica #33: Milena Milani, Ho aperto mezza finestra

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Ho aperto mezza finestra
soltanto
perché mezzo cuore vuole stare
al buio
vuole riposarsi tranquillo
della fatica di battere.

 

Milena Milani, in miei sogni arrivederci, Padova, Images 70 editrice, 1973