Michele Ortore

Diramazioni urbane (Cortese, Della Posta, Ortore, Scarinci, Zanarella)

In copertina: Ponte sul Tevere, disegno di Luigi Simonetta

Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella, Diramazioni urbane. A cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2016

Diramazioni urbane è il titolo che ho scelto per questo volume che raccoglie testi inediti di cinque poeti nati tra il 1973 e il 1987. La ragione della scelta sta in un ulteriore dato che li accomuna, accanto a quello della vicinanza anagrafica: tutti e cinque risiedono a Roma, provenienti da luoghi di origine che abbracciano e oltrepassano la penisola – dal Veneto di Michela Zanarella a Lipari di Davide Cortese. Qui, con sensi e versi destati alla lezione di Seamus Heaney – «I began as a poet when my roots were crossed with my reading» («Ho cominciato ad esser poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture»)–,  Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella hanno dato vita a un “innesto” felice, originale e diversificato,  tra radici e letture. Da qui, dall’Urbe, dalla città eterna ed effimera, superlativa nello splendore così come nello scialo, si diramano le loro composizioni poetiche e sconfinano con coraggio e destrezza, estendono i rami, allungano il passo, si soffermano su paesaggi geografici differenti, si cimentano con più linguaggi, ritornano e poi ripartono in un movimento che è ‘urbano’ anche nell’accezione di “civile”, permeato com’è da un umanesimo vissuto con attenzione e rispetto, dalla capacità di creare ponti tra epoche storiche e cronache locali, tra l’ancestrale e il ‘novissimo’. I versi di Davide Cortese navigano così tra miti e «canzoni antiche», approdano a Lisbona e a Venezia, volano a Bagdad, ballano in maschera a Dresda e percorrono le borgate romane insieme a Pasolini. Con Fernando Della Posta tocchiamo ancora le sponde di Venezia e, insieme, riscopriamo le contrade suburbane della gita fuori porta e i boschi lucani con i “matrimoni degli alberi” a raccogliere «figli sparpagliati per il mondo»; i suoi versi ci riconducono poi in città, in un centro sociale, a resistere allo smantellamento e a svelare la speranza e l’impegno: «perciò verranno altri sergenti del rigore, / ma opporremo le nostre barricate. / Le faremo con quello che sappiamo fare: / accumulare scarto ed operoso / costruire, scarcerare viole e graminacee». Con sostanziosi (vissuti, sì) esercizi di stile, Michele Ortore ci trasporta dalla Prospettiva Nevski de L’alba dentro l’imbrunire, con mete attese, vette, meditazioni, con  «il carmelo di domande», ai condomini in città scoppiettanti di allegri e serissimi “epichilogrammi”: «Fermati,  non lo vedi che stanno smontando l’eternit- / à?». Viviana Scarinci plana sulle declinazioni dell’amore, «bestia cronica», in versi lunghi distende supposizioni, dipana periodi ipotetici: «Se l’amore fosse tutto occhi e gli occhi fossero due bambini / litigiosi fino voltarsi le spalle, sarebbe la cecità». Tra rievocazioni e inseguimenti, Michela Zanarella prosegue e invita a proseguire un cammino alternativo alla liquidazione distratta, invoca la vocazione: –  «Chiamami a tornare / in quelle strade di grano / per farmi specchio ancora una volta / di quei colori spesso fraintesi  / in una nebbia che non ascolta.» e indica la sua scelta: «Ho scelto di andare / senza lasciare incompiuti i miei sogni / senza pensare che mi saresti mancato / come quando da bambina t’inseguivo / per le scale». Prestiamo ascolto – è il mio invito – a queste Diramazioni urbane.

©Anna Maria Curci

***

Davide Cortese

A Pier Paolo Pasolini

Nell’iride tua
è un dio ragazzo
che bacia nel buio dei cinema
e ruba ai morti
il fiore per l’amata viva.
Nell’iride tua
freme una notte di borgata
in cui angeli si sporcano
seppellendo un peccato.
Esulta nell’iride tua
una rondine sottratta alla morte.
È salva, ti vola e splende. (altro…)

Premio per la critica IRLP 2015

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BANDO DEL PREMIO PER LA CRITICA IRLP 2015 – II Edizione

A – REGOLAMENTO

  1. Al concorso si partecipa inviando un saggio o uno studio inediti in lingua italiana di min. 5.000 e max. 8.000 parole[1]. Si accettano solo ed esclusivamente saggi critici dal respiro ampio e con una struttura solida; sono escluse recensioni lunghe o raccolte di recensioni. La nozione di “inedito” non si limita alla pubblicazione cartacea (rivista o libro), ma investe anche quella su web.
  2. Il saggio deve pervenire entro e non oltre il 30 giugno 2015 all’indirizzo email inrealtalapoesia@gmail.com in due copie (formato Word e PDF) nominato come “titolo saggio – nome cognome autore” . È d’obbligo firmarsi con nome e cognome.
  3. Il saggio deve affrontare uno o più autori (italiani o stranieri) in relazione ad un tema o una tesi centrale a sostegno di un discorso critico che cerchi di stabilire un nesso tra la scrittura poetica analizzata ed uno o più aspetti della realtà sottoposti ad analisi.
  4. Onde garantire la verificabilità del discorso critico, riportare passaggi testuali dalle opere analizzate è un prerequisito essenziale ed imprescindibile: i saggi che non dovessero rispettarlo saranno esclusi.
  5. Tutti i saggi pervenuti verranno letti e valutati alla luce dei seguenti criteri di valutazione:
    • Originalità della proposta, ovvero: quanto la tesi o tematica a sostegno del contributo critico è in grado di porsi (e porci) domande spesso tralasciate nel dibattito critico o i cui risvolti critici siano rilevanti ed innovativi, stimolanti.
    • Adeguatezza dell’approccio in relazione al tipo di questioni che il saggio affronta con chiarezza espositiva e metodologica.
    • Forza dell’argomentazione delle tesi esposte, che dovranno risultare intrinsecamente convincenti e opportunamente argomentate ed integrate all’interno dell’impianto del pensiero espresso in forma chiara, complessa e coesa.
    • Verificabilità del discorso critico, ovvero quanto le tesi esposte risultano estrinsecamente convincenti ed oggettivamente verificabili, illuminando i testi sottoposti a critica.
    • Efficacia e appropriatezza del linguaggio utilizzato, privilegiando la precisione e penalizzando un uso “barocco”, digressivo o inutilmente erudito del linguaggio.
    • Uso critico e non citazionista delle fonti utilizzate. Questo significa, da un lato, che le fonti devono effettivamente supportare il proprio discorso anziché fungere da orpello; dall’altro che le fonti stesse sono sottoposte a critica, trattate con rispetto ma senza cieca riverenza.
  6. Non ci sono preclusioni verso approcci o metodologie critiche, purché tutti i punti del presente bando vengano rispettati.
  7. La scelta del materiale poetico criticato e la posizione del critico nei confronti di tale materiale (per es. stroncatura, perplessità, elogio, esemplificativo, ecc.) deve essere esplicitata ed opportunamente motivata attraverso elementi tangibili che consentano la verificabilità del discorso critico.
  8. La partecipazione al premio implica il tacito consenso alla pubblicazione del saggio sul sito o altri canali inerenti a IRLP, senza eccezioni e sempre qualora la giuria dovesse ritenerlo opportuno.
  9. All’autore del saggio migliore verrà offerto un contratto di pubblicazione con le Edizioni Prufrock spa, vòlto alla realizzazione di un libro di critica (vedi Sezione C).
  10. Il concorso sarà ritenuto nullo se il numero di saggi pervenuti sarà inferiore a 15. La giuria si riserva il diritto di non assegnare il premio se nessuno dei contributi pervenuti dovesse rispondere agli standard qualitativi elencati al punto 5. Qualora il concorso dovesse ritenersi nullo, tutti i materiali pervenuti si ritengono automaticamente liberi da ogni vincolo stabilito da questo bando.
  11. Per ogni ulteriore chiarimento, scrivere a inrealtalapoesia@gmail.com.

(altro…)

da “Buonanotte occhi di Elsa” di Michele Ortore

di Michele Ortore

buonanotte

.

Blu steso nel letto, serenamente

L’alba ci disimpara,
ci spreme come pula ponente,
gatti dietro l’ellisse di una foglia.
L’alba per circa quindici minuti
è come un blu disteso
su letti di strame e di ossessioni, che
prima di salire le scale
stringe, come un gioco di rime,
la mano della donna rannicchiata: rimarrà
per entrambi il tentativo



Emi-

“Mio essere a che, dimmi,
se più nulla ti resta,
se conosci ogni cosa, parli ancora?”

Franco Fortini


Come se la Terra avesse tre emisferi
e i prefissi greci non servissero a nulla,
incontrai di spalle un ricordo,
un mucchio di sassi in forma di spiaggia,
come un respiro non pesano
ma partoriscono in ogni istante
una domanda invisibile.
La garitta della memoria non ha custodi:
la sentinella si è licenziata
ben prima che nascesse Proust,
eppure certi panorami sfocati
non mi appaiono tutti riconducibili
al traffico di contrabbando.
Ho scelto la cartapaglia umida:
bere, esalare, gonfiarsi d’umori,
esperire quasi senza guardare.
Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,
strappare e strapparsi le palpebre
per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,
cercare il punto più alto
per ridersi in faccia, misurare
come un ladro gli scatti della mente,
illusioni a ghigliottina, la lente
all’indecente.
Ma, se restasse qualcosa:
i prefissi greci non servono a nulla.



Breve apologia dell’imperfezione


Non sarebbe libertà, se mancasse il
sussulto di timpano ossidato,
o il filo troppo lungo sullo scafo
di poseidonia scalatrice;
non fosse così grezzo questo cuoio
mancherebbe anche il suo bulino:
e senza relazione, non sarebbe libertà.



Si prende cura di me


Imitare l’apertura alare
di chi fra le dita stringe una rondine,
dotarla di eliche, grasso o reattori,
a cavallo dell’aereo degli inetti
a un passo dall’asfalto salvare il suicida,
e scoprire l’America,
prima dei Vichinghi dare al comunismo
una chance atlantica, per ritrovarsi poi
nel millenovecentocinquanta
con un Krusciov liberista, un’Ungheria ancora ribelle,
un’Italia sempre a metà, Stakanov che sforna trade-mark,
e di nuovo tutti nel freezer.
Ma è questo sognare, e chi per amore comprende la morte,
sono queste cose, che si prendono cura di me.



Il solco


mi guardavi solo quando la parola finiva

il solco dello stilo incontra
le pareti verticali della roccia in filigrana:
le sorgenti apparecchiano architravi,
quando la punta sgretola
le consistenze atomiche e come in un
ciclo stellare l’assenza dell’elio
produce vista ed energia –
così mi fu chiara la verità del plesso solare,
quando sta tutto tremante
il triangolo scaleno del mistero, rovescia
in linea la forma del pensiero
e qualcosa finalmente accade

 

 

“Quelle di Ortore sono dunque parole che rilasciano un mondo complesso, stati verbali della materia che vengono adoperati e mescolati oltre il loro significato semantico, gettati ancora vivi nella mischia alchemica, sondati nella intrinseca ironia geometrica, riformulati come operazioni matematiche e serie numeriche, al fine di decifrarne i nessi e indagare la legge che preesiste allo spazio e al tempo e regola l’emersione di un universo dall’inconcepibile vuoto.”

Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone

[Tratto da Michele Ortore, Buonanotte occhi di Elsa, Vydia Editore 2014]

 

 

Una questione di Salute (da ARGO H2O)

Argo 18_H2O

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Una questione di Salute

 

(a Anna Toscano)

 

È una bellissima notte di giugno dell’anno 2012, l’ora in cui si accendono tutti i lampioni è passata da un po’. A Venezia, nei pressi della Salute, un uomo e una donna passeggiano tenendosi a braccetto. La donna indossa dei pantaloni blu scuro e una maglia in cotone dello stesso colore. L’uomo, una camicia azzurra e pantaloni chiari. La donna è la scrittrice americana Susan Sontag, l’uomo è il poeta russo Iosif Brodskij. Entrambi sono morti da diversi anni. Morti, almeno, nella maniera più tradizionale del termine. Quella che segue è la fedele trascrizione della loro conversazione.

Susan: Mio caro Iosif, l’avresti mai detto che ti saresti ritrovato in questa città, in piena estate?

Iosif: No, naturalmente. Conosci la mia insofferenza al caldo e la mia avversione per i turisti che girano seminudi per le calli. Troppo mobili rispetto a tutto questo marmo. Anatomicamente inferiori alle statue.

Susan: Ricordo, scrivesti di preferire la scelta al flusso e che la pietra è sempre una scelta. E l’acqua?

Iosif: L’acqua, dici? L’acqua è tutto. L’acqua è l’unica cosa che vince sul tempo. O, forse, è il tempo stesso. L’acqua può tutto e, qui, tutto riflette. Così come, a una certa ora del giorno, ogni meraviglia sul Canal Grande è restituita al suo doppio; allo stesso modo, l’acqua non può scegliere (nemmeno qui) di riflettere ciò che vuole ma soltanto ciò che può: ogni cosa.

Susan: Allora spiegami perché tornarci anche in questa stagione?

Iosif: Non ci torno, ho scelto di rimanerci. Tu piuttosto perché ci vieni ancora?

Susan (sorride): Dovresti saperlo, un anno intero a Parigi può essere noioso. E poi, ogni volta, torno a prendere una cartolina.

Iosif: Qualcosa che l’occhio possa contenere?

Susan: Qualcosa di più. Tutto ciò che l’occhio escluderebbe e che la laguna moltiplica per due. L’istante in cui un riflesso, o l’alzarsi e ritrarsi di marea, ti mostrano la meraviglia.

Iosif: Meraviglia già esistente, non trovi?

Susan: Sì

Iosif: Forse sarebbe meglio dire, piuttosto, che torni qui a riprenderti (o a registrare) un pezzetto di meraviglia.

Susan: Potremmo dire così, mio puntiglioso poeta, ah ah ah

Iosif: Ah ah ah. Hai ragione certe volte sono insopportabile. Quasi sempre, in realtà.

Susan: Non per me.

(I due amici passeggiano tra le piccole calli che si confondono tra la Chiesa della Salute e la Guggenheim.)

Susan: Hai visto in che calle siamo finiti? Ti viene in mente chi viveva qui?

Iosif: Oh, mio dio, sì! La moglie di Pound. Mi ricordo quando mi chiedesti di accompagnarti a casa sua. Il pistolotto che Olga Rudge ci fece in difesa (non richiesta) di suo marito, di come non fosse nazista e nemmeno antisemita; ma mi pare che ci salvasti con una battuta splendida.

Susan: Dici? Non ricordo bene. Ricordo, invece, come il suo tè non fosse un granché.

Iosif: Americani…

Susan: A chi lo dici…

(Ridono)

Iosif: Si sta bene stanotte, passiamo da Punta della Dogana?

Susan: Volentieri, adoro passare da lì. Non so perché mi viene in mente una tua poesia, una della serie di “Laguna”. Dunque, era così, se non sbaglio:

E, come un tintinnio di servizi da tè,

si sente il suono delle chiese veneziane

in una scatola di vite casuali.

Il polipo di bronzo del lampadario

nella specchiera fiorita d’erbe lacustri

lecca il letto umido, rigonfio

di lacrime, carezze, sogni sporchi

La ricordi, Iosif?

Iosif: Sì. Le poesie che hanno a che fare con Venezia sono quelle che ricordo meglio e più volentieri.

Susan: Ho sempre trovato geniali questi versi. Il come tu sia riuscito nominando oggetti, descrivendo una stanza d’albergo, a far sentire, a riprodurre il suono dell’acqua. Come se l’acqua fosse in quella camera.

Iosif: E c’era, Susan, eccome. L’unicità di questo posto, queste mura umide, i mattoni che amo più delle pietre, il dondolìo. Sentire che l’acqua fosse ovunque, sotto al letto mentre dormivo o sotto i tacchi mentre passeggiavo, mi ha mostrato con chiarezza la mia precarietà. Sensazione confortante. Siamo instabili come l’acqua. Sapere che in questo posto tutto dipenda ed è dipeso dall’acqua, ti si ficca dentro come un chiodo di ghiaccio. Qualunque cosa tu pensi o scriva, lo farai con l’acqua.

Susan: Una continua vibrazione, no? Ogni volta sei costretto a pensare che un niente basterebbe a portarti via. Anzi, venire qui è sempre stato portarsi via. Venire a Venezia è, contemporaneamente, scegliere la bellezza, raddoppiarne la visuale e poi farsi prendere alla gola, sgomenti, sapendo che ciò che amplifica lo stupore potrebbe sottrartelo in ogni istante. Dio mio, che luce che c’è su San Marco, da qui.

Iosif: E San Giorgio? Non bastano molte vite per meritarsi questa vista. Questo posto è immune a tutto e a tutti, fuorché a se stesso. Fossi rimasto in vita avrei continuato a venirci, ogni inverno, fino alla fine. San Pietroburgo non mi è mai mancata veramente, Venezia sì. E a te cosa manca, ti manca Annie? Tuo figlio?

(Mentre chiacchierano, superano Punta della Dogana e vanno verso le Zattere, passando davanti ai Magazzini del sale. Siamo a Fondamenta degli incurabili).

Susan: Terribilmente, ma più di tutto mi manca poter scrivere. Perché ogni volta che ho scritto anche una sola parola ho scritto anche a loro.

Iosif: Allora gli hai parlato per sempre.

(La Sontag sorride e si volta verso il Canale della Giudecca)

Susan: Sei caro. Lo spero, lo spero. Guarda come è piatto stanotte, guarda la luna sopra il Redentore. Stasera si riflettono le stelle.

Iosif: Una volta mi hai detto che Venezia ti fa piangere, pensavi a notti così?

Susan: Scrissi quella frase sul taccuino, una mattina presto, dopo aver ascoltato la Messa a San Marco. Credo sia stato il risultato reale della sensazione di tranquillità, del silenzio della Basilica e della piazza. Con me solo la liturgia della bellezza. E la pace. Venezia mi metteva in pace.  E se fosse il pianto l’unico inchiostro plausibile per raccontare, insieme, la pace e la bellezza?

Iosif: La pace e la bellezza stanno in una lacrima sola. Torniamo all’acqua.

Susan: Che è da dove veniamo.

(Ridono entrambi. Ora lasciano le Zattere e svoltano a destra verso Sant’Agnese, vanno verso il ponte dell’Accademia).

Iosif: Esiste, secondo te,  una fotografia – ideale – che possa raccontare Venezia?

Susan: Può darsi. L’ideale, però, sarebbe soprattutto tutto ciò che è rimasto fuori dallo scatto. Tutto fermo da millenni eppure mutato prima della foto successiva.

Iosif: Tutti i versi che ho scritto su Venezia (anche quelli dedicati a te) hanno tentato quello scatto.

Susan: A te lo scatto è riuscito.

Iosif: Qualche volta l’ho pensato. Più onestamente, mi sento di dire che il pensiero di riuscire in quello scatto mi abbia tenuto in vita più a lungo. L’ansia di mancarlo, d’altro canto, mi ha spinto a tornare qui, tutti gli inverni, per quasi vent’anni.

Susan: C’è un’altra tua poesia che amo particolarmente, mi ci hai fatto pensare adesso

Scrivo questi versi, seduto all’aperto su una sedia bianca,

d’inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l’ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.

 

Iosif: Il punto è proprio questo. Venezia può fare a meno di chiunque, nemmeno l’assenza di chi l’avrà più amata potrà intaccarne la bellezza e l’essenza. Io, invece, ne avvertivo la mancanza ancor prima di venirci la prima volta.

Susan: I tuoi inverni, starei ore ad ascoltarti mentre mi parli dell’acqua alta, della nebbia, dell’odore delle alghe ghiacciate. Vuoi farlo ancora una volta Iosif?

Iosif: L’odore di alghe marine sotto zero, per me, è sinonimo di felicità. Ognuno si lega a un odore, quello è il mio. Odore che conoscevo prima di sentirlo, oltre i confini geografici, lo scrissi, al di là della struttura genetica. La nebbia è stata la prima cosa che ho imparato qui, fitta fino ad inghiottirti. Ti costringe a stare in casa a scrivere, con la luce artificiale. Se non sei veneziano, una volta uscito, non sapresti far ritorno. L’acqua alta deborda sulla città come fuoriuscita da una vasca da bagno, ti prende fino alle ginocchia. Il suono dei tacchi lascia posto a un silenzio vivo, interrotto solo dal rumore che fanno gli stivali di gomma. Tutto è fermo, come se nulla esistesse più. Il niente davanti e, dietro di te, solo la breve scia che lasci.

Susan: Grazie. Ora ci vorrebbe qualcosa da bere.

Iosif: A patto che non si tratti di acqua.

Susan: Promesso.

Gianni Montieri

 

 

 

 

 

 

 

Nota al testo: Susan Sontag (New york 16 gennaio 1933 – New York 28 dicembre 2004) è sepolta a Parigi nel cimitero di Montparnasse. Iosif Brodskij (Leningrado 24 maggio 1940 – New York 28 gennaio 1996) è sepolto a Venezia nel cimitero di San Michele.

Il racconto è ispirato alla vita e all’opera dei due autori. In particolare, trae spunti dai seguenti testi:

Iosif Brodskij – Fondamenta degli incurabili – Adelphi 1991 (ultima edizione 2012)

Iosif Brodskij – Poesie Italiane – Adelphi 1996 (ultima edizione 2004) – volume che contiene le due poesie citate nel racconto.

Susan Sontag – I diari secondo volume – a cura di David Rieff – non ancora editi in Italia. (un’anticipazione ne è stata data dal quotidiano La Repubblica il 29/04/2012)

Le battute dei dialoghi, le deduzioni, parte della visione di Venezia, sono da attribuire alla fantasia dell’autore.

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Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Under 30 – Michele Ortore – poesie (post di natàlia castaldi)

[Con Michele Ortore prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali, affermando la necessità della presenza di voci giovani e fresche nel panorama contemporaneo. 

In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago e Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo e Nadia Tamarini. Rientrano in questa rosa di giovani autori anche Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, redattori di questo blog]

***  ***  ***  ***

 

Si rincorrevano fra i covoni di sale spezzando

larici imbalsamati in forma di secchi rami

“nelle danze dell’agonia il ricordo ci possiede”

ripeteva inciampando uno dei due nell’ombra

imperfetta del crepuscolo senza sete né fame

erano cricchi da osservare come la disposizione angolare

di uno stormo nei waterlands olandesi quando

il giorno si rovescia in notte con immensa facilità e

la terra sottratta alle onde è una morchia scontrosa

finché almeno anche l’altro fra i due fra i covoni

fra il sale che scompare leccato dal vento

non dice “Siamo i batacchi del mondo,

lottiamo per la libertà senza neanche sapere cos’è,

un concetto inventato almeno finché non

trasfiguri la materia questo fascio di energia raccolto in nome

e lontano vedo un tetto appena accennato,

ma tu non guardarlo, respirare e nominare,

respirare e nominare,

ascoltare la voce che dovunque si produce

in ogni caso”

*

“Emi-“

“Mio essere a che, dimmi,

se più nulla ti resta,

se conosci ogni cosa, parli ancora?”

(Franco Fortini)

Come se la Terra avesse tre emisferi

e i prefissi greci non servissero a nulla,

incontrai di spalle un ricordo,

un mucchio di sassi in forma di spiaggia,

come un respiro non pesano

ma partoriscono in ogni istante

una domanda invisibile.

La garitta della memoria non ha custodi:

la sentinella si è licenziata

ben prima che nascesse Proust,

eppure certi panorami sfocati

non mi appaiono tutti riconducibili

al traffico di contrabbando.

Ho scelto la cartapaglia umida:

bere, esalare, gonfiarsi d’umori,

esperire quasi senza guardare.

Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,

strappare e strapparsi le palpebre

per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,

cercare il punto più alto

per ridersi in faccia, misurare

come un ladro gli scatti della mente,

ghigliottinare illusioni, usare la lente

fino all’indecente.

Ma, se restasse qualcosa:

i prefissi greci non servono a nulla.

*

Mutatis Mutandis

“e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità”

Avevamo lo sguardo distratto dalle foglie

con le punte dei piedi affacciate

sotto il ponte di legno sorridente, verde, un arco.

.

scivolate come un groppo in gola

foglie d’acero e foglie d’erba

nelle mezze verità della memoria,

ad abitare la garitta insormontabile

di fronte al palazzo dei labirinti,

dove una tazzina incrinata di caffè lungo

può incontrarsi con carte da lettere

piene di ali e piene d’aureole

chiedersi ciao come state

che piacere trovarvi qui, anche voi salvate

dall’ordine piatto delle dimenticanze.

Ma no, siete appena arrivata,

direbbe un sopraggiunto calzino,

qui non manca nessuno all’appello,

solo ci s’incontra per caso, a volte sempre

se non di rado, e nessuna relazione stabile,

ma di questo son certo: non manca alcuno,

neanche il miele contro la tosse,

né la piega del raso inamidato,

o il pince-nez di quel ciuffo arruffato.

.

Così, ho un labirinto sopra la testa

pieno dei fili d’Arianna dei miei desideri

a tessere ricordi in forma di risposte,

sono tentativi di regalare un tombolo

alla bellezza dello scorrere,

alla sorella che vorrei ripescare

come un luccio, in quel fiume laggiù,

senza neanche aver chiaro cos’è che distingue,

nei labirinti,

un luccio da un leccio.

*

Polvere di statue (un’Onda)

.

Erano mille petali infiammati:

in ognuno l’espressione di un ricordo,

il socchiuso sguardo delle teche

quando ancora vuote si riempiono di storia

di speranze sfuggenti e inspiegate

e non ancora fossili, code di rettili.

Ruvidi e dolciastri, come la resina sui tronchi,

quei ragazzi abolivano le pause dei giudizi,

i secondi vuoti della razionalità,

l’oggettività sorda.

Conoscevano i selciati del cielo,

se mentre il corteo occupava il ministero

due di loro si amavano sui tetti.

Statistiche e idee, giornali strappati,

giornali fumati.

.

E la polvere delle statue, al suono

di flauti invecchiati per rinascere,

non si ferma, sgrana i nasi simmetrici

e amputa le perfezioni di braccia e gambe,

.

cade nell’acqua e forse piove, lascia

il corpo perfetto ed è nell’aria:

fermatevi, non toccate più il suolo

e nei mille silenzi di un attimo, siate unici

fotografie di voi vivi

fotografie vive, un angolo piegato e Dio dietro,

solo per un attimo, solo se nell’attimo.

*

Dauer im Wechsel

.

Lo senti, lo senti, lo senti, lo senti,

lo senti, il campanello? anzi ripete

la curva della serpentina nel frigo

il rimbalzo semibreve sull’intonaco

del pigiare un grigio pulsantino

come specchio ustorio fino al corridoio

delle menti soltanto predisposte

al domestico sfrigore, al cucinio trasalire ma

cade la parete cade il cateto cade

il quadrato e la radice della stanza,

cade la leggenda suicida e fasulla

delle clavicole stempiate in certi versi

incapaci di parlare, ma non di allogare

nelle gore di un trattino il vomitare

repentino per la vita brulla e se Rilke

disegnava nelle ore il futuro di Dio,

è molto meglio compiacersi d’aver cancellato

il già cancellato disegno passato,

in lode alla maestà presente della clavicola,

con l’alopecia a garantire assoluzioni:

ha la mitra l’ironia, e abacadabra il mondo è sparito

– ahah, vorresti i sèmi almeno per dirlo,

ma Derrida non te li dà – è già tanto che non derida

e non avrai altro dio al di fuori del negare

.

Eppure, se solo chi afferma il silenzio

scegliesse, ogni tanto, il silenzio, sentirebbe

.

cadere sul timpano

la campanella delle corde ritorte alle meccaniche,

il lume della mente nel fondale,

corde in lunghezza d’onda a forza dieci,

la sincronia dei granelli nella schiuma,

i minerali nascosti e le lune lente sopra gli uliveti,

e il bistro a maturare nei faggeti per cerchiarsi

un giorno gli occhi con la mano pencolante sullo specchio

mentre il vero sguardo scivolando

lascia vuoti i bulbi

e attraverso il retro del bianco oculare

cerca nella palta più profonda il riparo

dalla filosofia del calpestio.

.

Nella verticale del chiostro la candela

muta il bianco in atro vapore e poi nuovamente

bianco come il volto immedicato della suora nelle nuvole:

è questa resilienza della vita,

la durata del cambiamento è

il bucaneve, ciò che permane nel cambiare

è il suo gambo così piccolo e impossibile alla capsula,

come quando l’apice spunta dalla formula e insegnando

quanto poco noi sappiamo

ci squaderna incalcolabile

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Michele Ortore è nato il 1 luglio 1987 a San Benedetto del Tronto. Ha una laurea triennale in Studi Italiani, con una tesi sulla lingua di Leo Longanesi. Le sue poesie sono apparse in diverse antologie; le più recenti: L’ape poeta (Edizioni Artescrittura, 2009), Non abbiate paura (Ursini Edizioni, 2010), Tutti, tranne te! (Liminamentis Editore, 2010). Tre suoi testi sono stati finalisti dell’edizione 2010 del concorso nazionale “Poesia di strada“. Alcune sillogi poetiche sono apparse anche nei lit-blog La poesia e lo spirito, Filosofi per caso, nella rivista Pi greco – Trimestrale di conversazioni poetiche e nella rubrica Pezzi di vetro, curata da Rossella Renzi sul sito di Argo. Due racconti brevi sono stati pubblicati in Inadatti al volo (Giulio Perrone Editore, 2007) e Lontano dal cuore (Terre di Mezzo, 2008). Nel 2007 ha fatto parte della giuria giovani del premio nazionale del documentario Libero Bizzarri, curando una presentazione critica sull’omonimo catalogo. Ha collaborato con Historica – Progetto Babele, Whipart, UT e con il settimanale d’attualità Carta. È stato vicedirettore della rivista indipendente Vespertilla e si occupa di teatro sulle testate Close-up e TeatroTeatro. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista.