MIchele Obit

“Quel Carso felice”, antologia di Srečko Kosovel a c. di Michele Obit (intervista di Amalia Stulin)

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Quel Carso felice, quell’amara Europa

Nel novembre dello scorso anno, in libreria è apparsa un’interessante novità editoriale che rientra a pieno in quei territori letterari che ormai da più di un anno vengono esplorati qui nella rubrica «Ostri ritmi» (qui). Si tratta di un’antologia di liriche scelte dedicata al poeta sloveno Srečko Kosovel, proposta dall’editrice triestina Transalpina, interessante realtà nata da un’iniziale esperienza libraria, che ad oggi può vantare più di quindici anni di pubblicazioni. Il catalogo è specializzato in testi riguardanti il territorio locale, con una spiccata attenzione per l’escursionismo e le attività naturalistiche, senza però dimenticare la letteratura che celebra quel territorio: Quel Carso felice, l’opera di cui parleremo, si inserisce infatti nella collana «L’elleboro verde», ancora agli inizi, accanto al classico di Scipio Slataper Il mio Carso.
Le poesie di Srečko Kosovel non sono inedite in Italia, per quanto la loro diffusione sembri limitarsi essenzialmente alla regione transfrontaliera. L’aspetto di maggiore interesse non è quindi la novità nel panorama italiano, quanto la scelta di affidare traduzione e cura del volume a Michele (o Miha) Obit, traduttore di lunga data e poeta lui stesso, che «Poetarum Silva» ha già avuto modo di incrociare diverse volte (qui). L’opera si presenta come una raccolta di poesie con testo a fronte (scelta doverosa), purtroppo priva di un apparato critico di note che vada a contestualizzare in maniera puntuale le considerazioni fatte nell’introduzione, scelta forse dovuta al taglio maggiormente divulgativo che si è voluto dare al libro.
Per poter presentare da un punto di vista privilegiato i contenuti di quest’opera, ho chiesto allo stesso Obit di integrare con i suoi pensieri le mie riflessioni, rispondendo a qualche domanda sul suo lavoro di scelta dei testi e su altre questioni che riguardano lo spirito con cui nasce questo libro. La proposta è stata accolta con grande cortesia e disponibilità e ha portato a questo scambio, forse breve ma ricchissimo di spunti che speriamo spingano altri lettori alla scoperta di un autore fortemente attuale, che ha vissuto in una terra e in un’epoca cruciali per lo sviluppo di un capitolo fondante la Storia d’Europa.

© Amalia Stulin

Già il titolo di questa antologia pone subito l’accento su due punti. Il primo è certamente che il Carso, con la sua natura, sarà il centro di gravità di questa raccolta. Per questa ragione avete scelto di non includere i testi maggiormente spinti verso la sperimentazione, in cui al territorio, se c’è, non ci si riferisce mai direttamente. Un componimento come Notturno [Nokturno] ha però molto del «poeta “elettrico”», come tu lo chiami, degli Integrali. Come si concilia la violenza che si percepisce in quei versi coi lunghi silenzi e i rumori distanti protagonisti delle altre liriche?

Il titolo è un gioco di parole poiché richiama il nome Srečko, che in italiano sarebbe Felice. È un’idea della casa editrice Transalpina di Trieste, che ha voluto dare seguito ad una sua precedente pubblicazione, una riedizione de ‘Il mio Carso’ di Scipio Slataper. Raccontare con un breve intervento introduttivo e i suoi stessi versi il Carso di Kosovel significa soffermarsi sul suo primo periodo, quello impressionista, che dal punto di vista poetico è legato ad uno stile abbastanza classico (ma teniamo conto che Kosovel quando scriveva questi versi aveva meno di 20 anni), anche se iniziano a notarsi degli accenni del poeta costruttivista. Riguardo la poesia che hai citato, Kosovel conosceva le composizioni per pianoforte di Beethoven perché le suonava la sorella Karmela, in esse percepiva la necessità di un risveglio, come quello del suo popolo da un sogno passivo, ma chi voleva battersi per degli obiettivi morali assieme a lui doveva rinascere un’altra volta dentro di sé. Sono i primi segnali della nuova fase di Kosovel, dove il Carso scompare lasciando spazio al riconoscimento, con una visione profetica, dell’agonia dell’Europa.

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Il secondo punto riguarda l’aggettivo. È davvero un “Carso felice”? La domanda può sembrare superficiale, ma riguarda il rapporto personale tra l’autore e il paesaggio che canta. Penso a un’opera paradigmatica proveniente dalla letteratura americana, come può esserlo Paterson di William Carlos Williams. Autore e paesaggio si compenetrano e non è più chiaro dove finisca l’uno e dove inizi l’altro. Per William Carlos Williams esiste un “uomo-città” (o una “città-uomo”, se si vuole); per Kosovel esiste un “uomo-Carso”? E questo uomo, è un uomo felice?

Se fosse felice non lo so. Probabilmente se limitiamo la pur breve vita di Kosovel al suo rapporto con il Carso, potrei rispondere di sì. Era il luogo dell’infinito ritorno, come l’ho chiamato provando a dargli una definizione, era il luogo della nostalgia quando si trovava a Lubiana, era il paese, la sua famiglia, i pini, la bora, con un’altra possibile definizione il suo microcosmo. Ed era anche il luogo delle belle parole, belle perché semplici (Preproste besede, Semplici parole), da contrapporre a quelle dure e spesso vane di chi vive e scrive da una città. Ciò che poteva rendere infelice Kosovel era il ‘contorno’ sociale e politico di quel tempo: una guerra mondiale appena conclusa, una seconda che si stava già profilando, la creazione di un confine che divideva Lubiana dal Carso e quindi lui, studente in città, dalla sua famiglia, i primi già tragici episodi di violenza fascista a Trieste. Tutto questo ovviamente non poteva non scuotere un animo come il suo.

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A proposito di Quel Carso felice, non ho potuto evitare di pensare a un’altra operazione per certi versi simile, condotta da un grande autore contemporaneo. ʿAbbās Kiārostami, maestro del cinema (e non solo) iraniano scomparso da poco, ha ricevuto aspre critiche quando ha pubblicato una raccolta di haiku i cui versi altro non sono che gli emistichi smembrati del Canzoniere del poeta Ḥāfeẓ, figura sacra nella letteratura persiana. Un po’ come se in Italia qualcuno rimescolasse le terzine dantesche. Nel nostro libro l’integrità dei componimenti viene rigorosamente rispettata e non ci troviamo certo di fronte a un vero caso di appropriation art, ma mi chiedevo se anche tu avessi sentito il “peso” del materiale su cui stavi lavorando, un qualche tipo di senso di responsabilità nei confronti di un autore tutt’altro che secondario come Kosovel.
Hai ricevuto qualche feedback da parte della critica (penso soprattutto a quella slovena e transfrontaliera di ambito triestino) a questo proposito?

Ho riflettuto non poco prima di accettare l’invito della casa editrice, credo per il rispetto che provo verso la Parola, uso l’iniziale maiuscola non a caso. Ho incontrato Kosovel tantissimi anni fa traducendo alcune sue poesie infantili, ma ero inesperto, alle prime armi. In realtà il primo incontro vero e proprio è avvenuto quando sono andato a visitare per la prima volta, sempre molti anni fa, la casa dove ha vissuto i suoi ultimi anni e la sua tomba, a Tomaj. Non so se vale per tutti, ma per me conoscere i luoghi di Kosovel è stata una sorta di epifania, di rivelazione. Ci ritrovi ancora oggi i paesaggi descritti da lui, e riesci ad immaginarlo, in quale modo è ancora lì. Puoi capire come questo aiuta molto, poi, nel lavoro di traduzione.
Riguardo la critica, il libro nel Triestino, anche non sloveno, è stato ben accolto. Quando ha comparato le traduzioni con altre meno recenti, dicendo che la differenza si nota, forse non intendeva in negativo.

(altro…)

Michele Obit: tre inediti

(Ad una certa ora)

Ad una certa ora se ne vanno tutti
ma io ho il mio daffare – nel cestino
è rimasto un foglio accartocciato
su cui avevo scritto a matita qualche verso
(aggiungo che non ha mai sottolineato
alcuna parola) – penso dovrà rimanere lì dei giorni
prima che venga macerato per bene assieme
ad un involucro di margarina e alle ricette
del medico qui sotto che per sbaglio
a volte volteggiano e si mescolano nel porticato –
e poi guardo con la coda dell’occhio
se da quella piccola fessura di una finestra
di fronte qualcuno può vedermi
magari la signora cubana che canta
al mattino le sue preghiere –
così se ne vanno i minuti della sera
sino a che non esco per appendermi
al conforto di un carrello della spesa.

 

(Uscite)

a

Mentre voi ve ne andate – con quella
solerzia tutta vostra di intendere le cose
– io mi premuro di chiudere i battenti
e di lasciar trasparire solo dall’esterno
la furia delle vertebre ed il fruscio dei salici.

b

Le poesie migliori stanno nelle cose
che si perdono – i poeti migliori
hanno passato la vita a cercarle
e oggi stanno attovagliati in fondo alla stanza
con l’uscita che si apre sul mondo.

c

Poi appoggiàti alla rete dei ricordi
definiamo il tempo: una pausa di dieci
minuti e un passo – si sa mai
che nel movimento improvviso
si senta meno il peso della maniglia.

 

(Discorso alla Nazione)

Non pensate alle grandi cose: se dal lavabo
gocciola troppa acqua usate un semplice straccio
e se avete un appuntamento
cercate di arrivare qualche minuto prima
e guardatevi bene attorno – se un fiore marcisce
non riutilizzate la terra per altri fiori.

Quando la pioggia inizia a tamburellare
ripromettetevi di contare in questo modo il tempo
e se le ragnatele sono lì a distogliere ogni pensiero
prendetele per filigrana – a ricoprire le pareti.
Sarà un animale poi a risvegliarvi
dal torpore – di quelli che paiono mansueti
ma mordono e non si lasciano abbracciare.

Capire dove sta l’essenza assottiglia la vita
ma rende meno barbaro il cuore.

Mladen Blažević, Poesie

foto di Mirjam Gostinčar

foto di Mirjam Gostinčar

Mladen Blažević, Poesie
Traduzione di Michele Obit

*

Akomodacije, refrakcije, kabrioleti

kad sjedim pred staklom pogled mi odluta u zelenilo
što se nalazi u lijevom kutu
zbog nakošenog vrata
i nošenja torbe u desnoj ruci

ali nekad se slova što vise
i suše se
razlete u roju oko mene
i zabiju u kičmu
kao čavli

tad stavim naočale da ih povežem u riječi

i dogodi se nešto na subatomskoj razini
što ne razumijem
izgubi se u naprezanju očnog živca
ili trzaju širenja zjenica

možda da je više svjetlosti
da živim u kući bez krova
više je svjetlosti u kući bez krova

kad se prozorima odnesu škure
i ne trebaju sklopke
i osigurači
danju je dan
noću je noć

samo stvari
razbacane po kući
nekad su bile žive

ne mogu ih pokopati pod zajedničkim imenom

.

Accomodamenti, rifrazioni, cabriolet

quando siedo di fronte al vetro lo sguardo si smarrisce nel verde
che sta nell’angolo a sinistra
per via del collo inclinato
e del portare la borsa con la destra

a volte però le lettere che penzolano
e si asciugano
svolazzano via in sciame attorno a me
e si ficcano nella colonna vertebrale
come chiodi

allora mi metto gli occhiali e le unisco in parole

e accade qualcosa a livello subatomico
che non comprendo
si perde nello sforzo del nervo oculare
o nel sussulto della dilatazione delle pupille

magari ci sarebbe più luce
se vivessi in una casa senza tetto
in una casa senza tetto c’è più luce

quando si tolgono le persiane alle finestre
non c’è bisogno di frizione
di valvole
di giorno è giorno
di notte è notte

solo gli oggetti
sparpagliati per la casa
un tempo sono stati vivi

non posso seppellirli sotto un nome comune

*

knjiga Djeca kapetana Granta Julesa Vernea
progutala me s cipelama
dok sam bio dječak
hodao sam po šumovitom tropskom otoku Tristan de Cuhna
igrao se s crnim, dlakavim praščićima
velikih, obješenih ušiju

Verne nije spominjao naseljene
nisu mu trebali za daljnju plovidbu
a moreplovcima u njegovu romanu
trebale su samo svježe namirnice

trideset godina kasnije
listanje starih časopisa
slika male ljudske zajednice
lažan smiješak pred fotoaparatom
odaje zajednički gen
nemiješan generacijama
odavno ne naseljavaju svježe osuđenike
s doživotnom robijom

magla skriva blato
šuma je posječena za brvnare i ogrijev
teška je klima
hladne struje Antarktike
ne daju na more

National geographic Studeni, 1986.
naslovnica i nekoliko strana

zašto sam ga uzeo u ruke

.

il libro I figli del capitano Grant di Jules Verne
mi ha inghiottito con le scarpe
quando ero ancora bambino
camminavo per i boschi dell’isola tropicale Tristan da Cuhna
giocavo con i maiali pelosi neri
dalle grandi orecchie pendenti

Verne non aveva citato i coloni
non ne aveva bisogno per la traversata successiva
nel suo romanzo i marinai
volevano solo alimenti freschi

trent’anni più tardi
la spulciatura dei vecchi giornali
la foto di una piccola comunità di uomini
il sorriso falso davanti alla macchina fotografica
svela un gene comune
non mescolato per più generazioni
da tanto tempo non ci abitano nuovi condannati
al carcere a vita

la nebbia cela il fango
il bosco viene abbattuto per mobili e legna da ardere
il clima è pesante
le fredde correnti dell’Antartico
non permettono il mare

National geographic, novembre1986.
la copertina e alcune pagine

perché l’ho preso in mano (altro…)

Notturni diversi 2016. Dal 18 giugno al 16 luglio

notturni diversi poeturam

notturni di versi piccolo festival della poesia e delle arti notturne

PORTOGRUARO – Ritorna ad illuminare le notti estive, dal 18 giugno al 16 luglio 2016 con performance poetiche e musicali, reading, mostre, presentazioni di libri e tante altre iniziative culturali, notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne, organizzato dall’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro con il sostegno della Città Metropolitana di Venezia, della Regione Veneto e i comuni di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, la Fondazione Santo Stefano e Media Partner Radio Onde Furlane.

L’Associazione Culturale Porto dei Benandanti sa bene che le notti, a giugno e luglio, si fanno più intense e luccicanti, ed è anche per questo che dal 2005 organizza Notturni di versi – piccolo festival della poesia e delle arti notturne.
Gli incantevoli spazi dedicati agli eventi di notturni di versi 2016, giunto alla dodicesima edizione, saranno il Centro Storico di Portogruaro, il Museo Archeologico Nazionale Concordiese e la Piazza della Pescheria che si affaccia direttamente sul fiume Lemene a Portogruaro, il Giardino di Palazzo Altan Venanzio e i Vivai Bejaflor, il Cortino del Castello di Fratta con la Casa Colonica del ‘600 e la Chiesa di Santa Cristina di Gorgo a Fossalta di Portogruaro, Villa Dell’Anna Brezzi di Teglio Veneto e il Parco Ungaretti di Sagrado (GO).
Per l’edizione 2016 i poeti di riferimento e a cui è dedicata la rassegna, saranno ben due: Giuseppe Ungaretti e Allen Ginsberg. Quest’anno infatti ricorrono i cent’anni dalla pubblicazione del Porto Sepolto la raccolta del poeta italiano intensamente legata all’esperienza della Grande Guerra e i sessanta dall’uscita di Urlo dell’autore americano. L’anniversario dell’uscita dei due importanti libri e il fascino di approfondire il rapporto tra i due poeti, che si è concretizzato in vari incontri, tra i quali ricordiamo quello avvenuto al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967, ha persuaso gli organizzatori del festival a intitolare l’edizione 2016 UAAG!!!: una sorta di esclamazione che però possa essere anche urlo liberatorio, nato dall’acronimo del nome e cognome dei due poeti, resi così inseparabili fondendo i confini delle loro divergenze e convergenze.
Performances teatrali e musicali, presentazione di libri, incontri con gli autori, esposizioni d’arte, slam poetry e tanta poesia recitata dai poeti! Ospiti di questa edizione Stefano Guglielmin, Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini, Guido Cupani, Erio Gobetto, Fabio Franzin, Marco Sorzio, Giovanni Fierro, Gianni Montieri, gli artisti Mattia Campo Dall’Orto, Roberto Cantarutti, Luciano Lunazzi e Carlo Vidoni, Alfredo Luzi, Michele Obit, Antonella Sbuelz, Peter Semolič, Glorjana Veber i sei slammer del Poetry Slam Velvet Afri, Lorenzo Bartolini, Andrea Fabiani, Silvia Salvagnini, Simone Savogin, Gianmarco Tricarico e ospite Luigi Socci, ma anche tanta musica con il Toma Trio – i jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso) – la musica di Raffaele Silvestre (pianoforte), Sandro Carta (tromba, electronics), i paesaggi sonori di Federico Toffolon, la lavagna luminosa di Dora Tubaro accompagnata da Michela Grena (musiche, voce, piano e armonium), Roberto Fabrizio (chitarra, effetti), Aida Talliente (voce narrante ed effetti).

In calendario dal 18 giugno nelle cittadine venete di Portogruaro, Teglio Veneto e Fossalta di Portogruaro, notturni di versi, ribadisce anche in questa sua dodicesima edizione, che la notte è il buio, l’insondabile, il non ancora scoperto, che accompagna gli umani da sempre, suscitando timore ma, al contempo, sollecitando ricerca e conoscenza. Fin dall’antichità più remota, guardavamo il cielo notturno e scoprivamo costellazioni, stelle e ne traevano riflessioni: tentativi di dare significato all’incertezza dell’esistere, immaginando, di volta in volta, verità, anche solo abbozzate, da stringere.
La notte diviene così il momento privilegiato per la poesia che, con il suo racconto traccia con possibili significati l’enorme lavagna del cielo buio.

PROGRAMMA

Si parte Sabato 18 giugno alle 21 a Portogruaro nei Vivai Bejaflor (Viale Udine, 34 Portogruaro)con la presentazione del libro “Blanc de ta nuque vol. 2” a cura di Stefano Guglielmin con i poeti Laura Di Corcia, Fabia Ghenzovich, Bernardo Pacini e performance musicale di Toma Trio, modera Guido Cupani.«Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea» è quello che da ormai dieci anni Stefano Guglielmin lancia dall’osservatorio di Blanc de ta nuque, uno dei blog di cultura poetica più stimolanti del panorama odierno prendendo la forma di un volume antologico, il secondo ormai, che racchiude, oltre a cinque anni di incontri con gli autori, anche un ricco contorno di saggi, recensioni, interviste e “lettere dal fronte”.
Giovedì 23 giugno 2016 alle 21 a Fossalta di Portogruaro nella Chiesetta di Santa Cristina “CUOREMATTO!” performance dell’Ass. ONLUS Teatroviaggiante per la regia di Erio Gobetto: rappresentazione di alcune scene da Cuorematto! che affronta le stereotipie sociali esplorando il pregiudizio culturale, ideologico e artistico sia esso d’élite o popolare attraverso l’educazione, l’arte, la bellezza. Seguirà alle 21.30 la Presentazione del libro “AVREMO CURA” di Gianni Montieri a cura di Guido Cupani.
Venerdì 24 giugno alle 21 a Teglio Veneto nel suggestivo giardino della Villa Dell’Anna-Brezzi si terrà la premiazione della XVI edizione del “Premio Nazionale Teglio Poesia”, con reading del poeta vincitore delle sezioni adulti e delle scuole di ogni ordine e grado, insieme ai jazzisti Mauro Darpin (sax), Luca Colussi (batteria), Giovanni Maier (contrabbasso). La Giuria è presieduta da Fabio Franzin.

(altro…)

Poeti della domenica #5: Marjeta Manfreda Vakar, Attraverso la notte

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Attraverso la notte

Mi piace
quando presente solo in parte
nel buio
mi afferri,
quando giungi a me
da dio sa quale universo
e mi prendi
una parte qui ed una là
e mi sfiora
il mistero,
il Fiume
che canta
con la tua voce
rifulge il tuo sguardo
e mi inonda
con le tue mani.

*

Skozi noč

Všeč mi je,
ko na pol prisoten
v temi
grabiš po meni,
ko segaš vame
iz bog vedi katerega vesolja
in me jemlješ
na pol tu in na pol tam
in se me dotika
skrivnost,
Reka,
ki poje s tvojim glasom,
sije s tvojim pogledom
in me preplavlja
s tvojimi dlanmi.

.

Marjeta Manfreda Vakar, Attraverso la notte (Skozi noč), in Le parole scolpite, trad. it. a cura di Michele Obit, Marina Cernetig e Andreina Trusgnach, Cormòns, Culturaglobale, 2012

Michele Obit, Un uomo è anche un aratro (estratti)

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Un uomo è anche un aratro. Per la
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::consistenza
dei grumi e la ruggine che si attorciglia
attorno – e pietrose radici che si muovono
annusando riverberi d’acqua e gigli.
Un uomo è anche questo
ed a volte ce ne dimentichiamo
così stiamo a guardare il suo peso che
si riduce e la voce che stona –
poi passano gli anni – ed anche
quel peso e quella voce tornano terra
e l’aratro che cade di lato e s’inabissa.

(per Beppino De Cesco)

 

(Schiele)

I
Ferma la mano preme sul costato
e poi tra l’anca ed il torace. È caparbia
questa resistenza al movimento –
come un’onda s’impenna
la carne tra le dita. È per dire
che ciò che unisce davvero
un uomo ad una donna (un uomo
ad un uomo una donna ad una donna)
è – come in una clessidra –
il vuoto che si riempie
ed il pieno che si svuota.

 

(Sull’architettura immaginaria di Alexander Brodsky ed Ilya Utkin)

I

Tra le trame è un mistero
come il segno permetta
benessere e irruenza. Io posso
anche limitarmi – essere il tutto
e la parvenza del niente
ma qui siamo sospesi – nel colore seppia
di questi anni perduti.

II

È come la prima volta che
ti vidi – dietro c’era una torre
con un orologio – forse
l’ombra di una cattedrale –
posso anche aver sognato
tutto questo – perché la sola
percezione del mondo che avevo
stava davanti a me.
Sulla superficie meno adatta
per scrivere – c’era il tuo nome.

 

Michele Obit vive a S. Pietro al Natisone (Udine).
È direttore del settimanale bilingue «Novi Matajur» e presidente del circolo culturale “Ivan Trinko”, entrambi con sede a Cividale del Friuli. Ha pubblicato varie raccolte poetiche, l’ultima delle quali è Le parole nascono già sporche (2010). Ha tradotto in italiano i più importanti poeti sloveni delle giovani generazioni e scrittori come Aleš Šteger, Miha Mazzini e Boris Pahor. All’interno del festival ‘Stazione di Topolò/Postaja Topolove’ organizza la sezione poetica e il progetto di residenza per poeti e scrittori ‘Koderjana’.

 

Gian Giacomo Menon – Quindi per me ora blu (di Michele Obit)

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Gian Giacomo Menon – Quindi per me ora blu – Kappa Vu – euro 22,00

*

Libro magnetico e destabilizzante. Per lo stesso motivo: si raffigura in ‘Qui per me ora blu’ di Gian Giacomo Menon, a cura di Cesare Sartori, edizioni Kappa Vu, la vita di un uomo che ha percorso gran parte del secolo scorso raccontandosi in versi: circa centomila poesie, centinaia di migliaia di parole dove si depositarono, come scrisse Menon stesso, «solo esasperazione problemi e non problemi del mio tempo».

Gian Giacomo Menon nacque a Medea, oggi in provincia di Gorizia ma allora austriaca, nel 1910. Dopo le lauree in giurisprudenza e filosofia insegnò storia e filosofia nel liceo classico Stellini di Udine ad almeno due generazioni di studenti friulani. In vita sua pubblicò pochissimo, dal 1957 abbandonò ogni forma di vita mondana per una «decisione di assenza» che gli fece trascorrere in casa, escluse le uscite legate all’insegnamento, oltre metà della sua esistenza.

Si deve soprattutto a Cesare Sartori, che con Menon si diplomò allo Stellini, la (ri)scoperta di un personaggio la cui vita isolata, la cui apparente assenza, la cui continua, insistente eruzione di versi non possono non attrarre ed allo stesso tempo destabilizzare, porci di fronte alle domande che chiunque si occupi di poesia si pone, e trovare risposte come «la poesia non serve a nessuno, è tempo perso, è roba troppo privata, eventualmente serve solo a colui che la inventa, che la scrive e la salva solo per sé, per una nuova chiarezza e convalida».

Le ‘note a margine dello sconforto’, appunti dell’autore in calce alle sue poesie, sono poi un libro nel libro, uno scarto, un piano-sequenza di illusioni e disincanti.

© Michele Obit

***

Grande tenda del circo,
un cielo rubato.
Lassù è stupore negli occhi
in bilico sui trapezi
per l’illusione di un’ora,
per l’ansia inventata in un attimo.
Nessuna stella vera,
nessuna nuvola,
solo ripercossi lustrini,
chimeriche cartapeste.
Ma ora se ne è andato.
Restano foglie
spazzate da vento
e, sopra, il cielo
con la sua tenda di luna
e tu vera adesso
in bilico sul mio cuore
per l’illusione di sempre
per l’ansia di tutta una vita.

*

due punte rimasero
nere e confitte nella palpebra
come la svolta del respiro
pietra abitata nei circuiti della luna
canali di risorgenza
né meridiane né clessidre fermano il passo
ed è traguardo la pena
caparbia lacrima nascosta fra le ciglia
non chiedermi dei mostri
sino all’alba aprono il fuoco delle narici
e ogni spada di preghiera si piega
i grandi imperi dentro di noi
assalto di cavalli e di tende
i deserti gettati sulle città
perché sia una sola bandiera
il tuo cupo colore
morire prima della morte

*

Accetta queste lunghe parole,
non chiedermi altro.
La terra ha chiesto la pietra,
il cielo lo spazio dei venti,
l’autunno un’avventura di foglie,
lo scorpione l’artiglio,
il mio cuore la pena di te.

***

Le poesie di Menon sono anche sul web all’indirizzo http://www.giangiacomomenon.it

Michele Obit: Poesie

(Un ghigno o una vergogna dolorosa)

I
Nello stare in bilico e nella tenerezza
nell’edera che ambigua sta sospesa
sui campanili e tra i cornicioni – nel ricordo
di mio fratello che non conosceva
la solitudine della notte ubriaca (ma poi
si rifece) – nelle scale
scricchiolanti scese a cercare l’euforia
nascosta nei pantaloni – piegata al dolore –
vedo e rivivo quei pochi momenti
come un crampo alla gola – un immergermi
nell’odore di vomito e resina
che sale dalle caldaie spente
e si propaga – certo di arrivare
là dove il conforto non ha pace né grida.

II

Leggo del silenzio: che è altro
che tacere – e dunque per anni
quando mi indicavano come quello
che taceva – avrei dovuto obiettare.
Invece stavo zitto: dentro un ghigno
appena – io il perdente perché il silenzio
era il mio esilio – il vuoto di un morso.

III

Da dove provengo non ha nulla
del mio divenire – io sono il mio passaggio
e le mie stanze vuote ed i traslochi
in pochi metri quadri – l’andirivieni
con l’occhio velato a guardare dall’alto
oceani e miserie – rabbie e amoralità –
la dignità venduta a dispense
che si scioglie come un temporale
quando le palpebre si socchiudono
al principio di un falso chiarore.

IV

Bene – io sono arrivato. Mi piacerebbe
poter dire – sentirlo almeno
il peso del passo più lieve
e l’idea che un posto sia il mio posto.
Un posto che è il mio posto – ripeto
queste parole che vorrebbero
aggrapparsi al terreno – si sforzano
di penetrarlo. Ma quando ci provo
sono l’ombra che mi passa accanto
e fugge al primo tocco del sole
di sbieco a cercare le vittime ignare.
L’ombra di un luogo – l’orizzonte
che si incendia e l’incavo tenace
in un tronco di quercia. Quello è il mio posto.

V

Persone che sono nubi – non pelle
e non corpo – ci fosse un’inutile
passione a distinguere
l’uomo dalla bestia –
ed era appena ieri che dicevamo
il nostro barbaro disinteresse
davanti all’autopsia di un Paese:
lavarsi le mani – guardarle
di nuovo sporche – procedere
al medicamento delle falangi –
concedere allo spettatore attovagliato
“un ghigno o una vergogna dolorosa”.

 

(Un ronzio di carne e di cuoio)

a Roberto Bolaño

In piedi – a volte alzandosi
sulle punte – due occhi toccano
il dorso dei libri – scivolano
sui titoli e quasi si perdono
sulle prime lettere di ogni autore.
Io sono di spalle e solo
posso immaginarlo mentre con garbo
sposta ad uno ad uno gli ingombri e
trova ciò che cerca.
Ad una certa età
si può bere solo con leggerezza.

 

*
Avremmo dovuto fare di questi alberi senza rami
un giusto guardare – un lasciar scorrere
la schiuma che cerca il suo scolo

e di questa terra fredda – di questa neve
che tarda ad arrivare – strozzata dall’Artico
e dagli aborti d’aurora – un giusto sentire.

Avremmo dovuto fare di qualcosa che pare
uno sguardo un modo per sfuggire
all’abisso che ogni giorno tra noi si ricrea

e di noi stessi – nell’oblio della vita –
il peso che sta al bordo di una nube
e la lingua che non sa raccontare l’idea.

 

*
Ja – pa grede, ko si gledu
po hiši an kos karte
an recikliran list od tistih, ki toja
hči uporablja, da te preseneči
grede oginj se je ugasnu
– plamen je padu – an je pokazu
s parstan tamò tam notar
vprašu je vonju kave an tišini
tisto domačnost ki v tuojm slabem
korakom nie znau ušafat.:

Sì – ma intanto che cercavi/ per la casa un pezzo di carta/ un foglio riciclato di quelli che tua/ figlia usa per sorprendenti// intanto il fuoco andava spegnendosi/ – la fiamma cadeva – indicando/ con il dito il buio là in fondo/ chiedeva all’aroma del caffè ed al silenzio quella confidenza
che nel tuo passo / incerto non trovava.

 

(Un divenire)

Che è un duplice divenire – scrive:
straniero nella propria terra – fuggente
a ciò che per lui è estraneo:
che sia casa parola regola
(come un gesso che si spezza senza urto).

Che è un divenire – un io-gesto
un’eclissi che si allontana
mentre attorno la mala tempora
sparge incenso sulle baraccopoli
(come un gesso che si spezza senza urto).

Come un gesso – una polvere appena
dal vento soffiata – e lenta
a cadere si sparge sulle vie assolate
di una città di un sud del mondo – fuggente
a ciò che per noi è estraneo.

 

Nota: Le poesie qui raccolte sono tutte pubblicate [eccetto quella a Roberto Bolaño e (Un divenire)] nell’antologia poetica Le parole scolpite, Edizioni Culturaglobale, Cormòns (GO)

(grazie a Renzo Furlano e a Francesco Tomada)

 

Michele Obit (1966) vive a S. Pietro al Natisone (Udine). Ha pubblicato le raccolte poetiche Notte delle radici (1988), Per certi versi/Po drugi strani (1995), Epifania del profondo/Epiphanje der Tiefe (2001), Leta na oknu (2001), Mardeisargassi (2004), Quiebra-Canto (Colombia, 2004), Le parole nascono già sporche (2010) e Marginalia/Marginalije (Lubiana, 2010). Ha tradotto in italiano i più importanti poeti sloveni delle giovani generazioni e scrittori come Miha Mazzini, Aleš Šteger e Boris Pahor.