MIchele Masneri

Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

andrea

 

Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

 

GM: Ciao Andrea, comincio con qualche domanda di servizio. Abiti ancora in quella zona di Roma dove al parco si vedono i bambini biondi con la ricrescita scura dei capelli?

AP: Sì, abito ancora nel villaggio dei dannati.

*

GM: Io ho un po’ la fissa delle città: cos’è davvero cambiato nella capitale dai tempi in cui avevi diciotto/vent’anni? Com’è cambiato il tuo modo di guardarla? La ami ancora?

AP: Non è cambiato niente. Andando in metropolitana o passeggiando per le strade del centro ho sempre le stesse impressioni. Sono passati vent’anni, certo, e in vent’anni il mondo cambia e riversandosi nelle strade di questa città lascia le sue tracce. Ma sono piccoli sedimenti, come gli scarti delle lavorazioni industriali che inquinano le rive dei fiumi. E poi io non sono mai riuscito ad amare completamente Roma. Per amare Roma devi essere nato da un’altra parte, devi essere Fellini o Sorrentino, devi avere cura del tuo stupore.

*

GM: Ma non sarebbe meglio se invece di scrivere ci mettessimo a produrre lucchetti?

AP: A Ponte Milvio li hanno tolti da un pezzo. Andremmo di male in peggio.

(gm: a Venezia è la moda del momento)

*

GM: Guardando ai tuoi racconti e romanzi, ma anche al saggio sulla povertà, mi viene sempre da pensare che ci sia un punto, un momento, un incontro, che faccia scoccare la scintilla e che ti spinga a scrivere, ma che in realtà il ragionamento venga da molto più lontano, una specie di osservazione critica quotidiana, è così? (ti prego fermami se dico cazzate).

AP: È così, ma credo che sia un percorso creativo abbastanza comune. L’osservazione critica non è una cosa che faccio deliberatamente, mi viene naturale. Quando sono lontano da casa ho la sensazione costante di vivere in apnea, di avere solo occhi per guardare e mai una bocca per fare due chiacchiere con uno sconosciuto. Sarà colpa della timidezza che mi pone sempre a una certa distanza dalle persone e dalle cose. È una posizione molto vantaggiosa per tenere lo sguardo sulla realtà, però ti fa vivere male.

*

GM: Stiamo ancora un attimo su Roma, che è tornata prepotentemente dentro i romanzi, ci ho pensato leggendo il tuo La misura del danno e, più recentemente, Addio Monti di Masneri e Gli eroi imperfetti di Sgambati. Tre storie molto diverse ma che hanno Roma come comune denominatore e una sorta di disagio che si manifesta in maniera drammatica nel tuo romanzo, problematica e psicologica in quello di Sgambati e divertente nel libro di Masneri, ma il disagio c’è; è chiaro che nelle grandi metropoli c’è il disagio e c’è tutto, ma Roma è anche un simbolo, in maniera diversa da Milano, dei danni fatti e subiti dalle persone, così eterna e frantumata. Che ne pensi?

AP: Direi che in molti romanzi contemporanei è tornato di moda parlare dei quartieri della cosiddetta “Roma bene”. Fatte le debite proporzioni, assomiglia un po’ a ciò che accadde nel Novecento, tra le due guerre, quando in un mondo in profonda crisi nelle sue strutture portanti, sociali ed economiche, la letteratura puntò lo sguardo su una certa borghesia, descrivendone il disagio con gli strumenti del verismo e dell’analisi psicologica. Nei personaggi dei romanzi che citi tu si sente ancora il velleitarismo e la vacuità degli Indifferenti di Moravia.

*

GM: I tifosi della Lazio e della Roma sono divisi per zona, per quartiere, per città e provincia o sono tutte minchiate e uno da bambino si sceglie la squadra che gli capita?

AP: A Roma la squadra te la scegli in rapporto alla tua indole. Ci sono predominanze di quartiere, certo. Flaminio, Prati, Cassia, Balduina sono a predominanza laziale. Primavalle, Testaccio, Garbatella sono feudi romanisti. In generale i romanisti sono di più e spesso si diventa laziali per affermare un’individualità, un carattere solitario e controcorrente. Sulle differenze antropologiche delle due tifoserie romane potremmo parlare per settimane. Per quanto mi riguarda sono cresciuto negli anni Ottanta, da laziale nelle classi in cui capitavo ero costantemente solo contro tutti. Considerato il peso del calcio in questa città si tratta di un vero e proprio apprendistato sociale di cui poi difficilmente ti liberi per il resto della vita.

*

GM: Puoi dirmi a cosa stai lavorando in questo periodo, hai un romanzo finito? Ne stai scrivendo uno?

AP: Penso che un romanzo sia finito nel momento in cui va in tipografia. Fino all’ultimo giro di bozze non puoi dire di avere un romanzo finito. Al momento non ho contratti né bozze che fanno la spola tra casa mia e una redazione. Ho vari lavori a diversi gradi di compiutezza. Quale di questi poi diventerà un libro ancora non lo so.

*

GM: Qual è la storia che ti piacerebbe raccontare?

AP: Non ne ho idea. Se lo sapessi sarei già a lavoro su quella storia.

*

GM: Chi è il tuo personaggio letterario preferito?

AP: David Schearl, il ragazzino di “Chiamalo sonno”.

*

GM: Voglio sapere (tanto per rompere un po’ le scatole) chi sono i tuoi scrittori preferiti e perché. E qual è il romanzo più bello che tu abbia mai letto.

AP: Gli autori: Steinbeck, Faulkner, Camus, Yehoshua, il Simenon dei non Maigret. Tra gli italiani: Tozzi, Buzzati, Fenoglio. Il romanzo più bello non lo so, quello a cui voglio più bene: “Sulla strada” di Kerouac.

*

GM: Leggi poesia? (attento a come rispondi)

AP: Ne leggo abbastanza, mi piacciono Gelman, Hirschman, Adnan, il mio amico Alberto Masala, un tale Gianni Montieri.

(gm: montieri chi?)

 

*

GM: Copieresti mai dei paragrafi da un tuo romanzo per metterli in uno successivo, camuffandoli ma non troppo?

AP: Hai presente quell’idea secondo cui un autore in realtà non farebbe altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo per tutta la vita? Ecco, in questo caso abbiamo un autore che riscrive lo stesso paragrafo.

*

GM: Quando scrivi e dove?

AP: Scrivo in ufficio, sottraendo tempo a un lavoro mortificante e inutile. Faccio come Willem Frederik Hermans che trascurava l’insegnamento della geografia all’Università di Groninga a vantaggio della scrittura. Ovviamente sto scherzando, in realtà scrivo di notte ai tavolini dei caffè di Montmartre, cercando ispirazione nelle prostitute e nelle fiale di laudano.

*

GM: Vino rosso o bianco?

AP: Va bene anche un Negroni.

*

GM: Porti ancora i baffetti stile Palanca/Lauzi?

AP: Una cosa ho imparato di recente: l’impatto della mosca è sottovalutato. La mosca ha la sua importanza. Togli la mosca e diventi Palanca. La rimetti e non fai più gol da calcio d’angolo.

 

***
intervista a cura di Gianni Montieri

***

Per info su Andrea Pomella  cliccate Qui

 

 

 

Michele Masneri – Addio, Monti (due appunti su)

masneri

Michele Masneri – Addio, Monti – ed. Minimum fax 2014, € 14,00; ebook € 6,99

.

Ho cominciato a leggere Addio, Monti di Michele Masneri con molta curiosità. Ne sentivo parlare da qualche tempo, era un libro atteso, persone di cui ho stima lo annunciavano come un libro da non perdere. Pur di non perderlo l’ho preso, grazie a un libraio compiacente, un paio di giorni prima dell’uscita. Ho cominciato a leggerlo un lunedì mattina, all’alba, sul treno Venezia – Milano. Speravo che mi catturasse subito, il Napoli aveva malamente pareggiato a Bologna, non era proprio il caso di buttarsi su La Gazzetta dello Sport. Dopo le prime pagine ho pensato: «Radical chic? Tutto un libro?» Masneri, però, a pagina 12, con un vero colpo da maestro, mi ha tirato dalla sua parte, facendomi cappottare dalle risate, con uno di quei formidabili elenchi che torneranno in tutto il libro, all’alba, su un treno pieno di gente che, se non dorme, parla al cellulare. Ecco in che modo:

E a Cala Rossa  si presentano davvero, poi, con tutto un corredo studiato e ristudiato a tavolino: la stuoia indiana, il Domenicale, una crema dell’erbolario, protezione trenta, al sesamo e alla carota, e almeno un paio di Adelphi – creme e tascabili hanno stessa grafica e lettering, lo avevi mai notato? Lei poi gira da anni col medesimo Meridiano della Recherche, che dice perennemente di rileggere, e non se ne separa proprio mai, in borsa, in spiaggia, sull’8, a Monti, in aliscafo, sul Frecciarossa, in Freccia Alata, e non mangia mai niente, si porta solo dietro, sempre, dei minuscoli fazzolettini in cui sputa il cibo velocissima, di nascosto, e poi se li mette in tasca. E sta lì ore, sulla spiaggia, magrissima, grinzosa: sembra morta. E lui spietato a un certo punto dice: “Le porto due grissini, per evitare il trasporto della salma a Ciampino col C130 dell’aeronautica”.

Letteralmente: sono scoppiato a ridere, ma non solo quello, ed è questa la cosa più importante. Da quel momento, da quel paragrafo, sono entrato nel romanzo, ho visto, perfettamente delineati, due dei personaggi principali, e ho capito come scriveva Masneri. Non sapevo, da lì in poi cosa mi sarei aspettato, ma potevo immaginarmi in che modo ci sarei arrivato, o meglio, come lo scrittore mi ci avrebbe portato. Non sono rimasto deluso. Addio, Monti, titolo che rimanda all’incipit de I Promessi sposi di Manzoni, incipit noto a chiunque sappia cosa sia un libro, almeno quanto il Chiamatemi Ismaele del capolavoro di Melville, non è un remake del capolavoro manzoniano. Non è la biografia di Heidi. Non è il diario di  un anziano e cattolico economista, amico delle banche. Non è un libro sul ritiro dal mondo dello sci della Compagnoni (anche se avrebbe potuto esserlo, vedi nozze con Benetton). È una storia, invece, sui nostri giorni, sul nostro piccolo mondo che naviga tra falsità e vacuità, tra il voler essere e il non riuscirci, sul continuo farsi passare per qualcun altro, qualcosa che non si è. Siccome le piccole vite si muovono in piccoli gruppi, in spazi concentrati, ecco che fa la sua comparsa e diventa il luogo, lo strumento, l’illusione, la bellezza, la decadenza, il fagocitatore, lo sfruttato: il quartiere Monti di Roma. Quartiere un tempo covo di prostitute, «ma le puttane scelgono sempre i quartieri migliori», ora diventato in. Masneri ci racconta questo mondo, ebbene sì, fatto di radical chic, ma li racconta in maniera nuova, efficace e molto divertente. L’aperitivo nel bar giusto; la corsa per gli inviti all’inaugurazione di una mostra dove non si può non esserci; il film, magari indipendente, visto nel cinema che deve essere quello e non un altro, all’ora giusta. Case dove fanno bella mostra di sé copie accatastate (ad arte) di: Domenicali, Micromega, Internazionale, Adelphi allineati come soldatini, Meridiani e vini pregiati piazzati sulle mensole giuste. Le Clarks, ovviamente. I jeans sdruciti come dev’essere. L’eloquenza brillante, la scopata giusta, i loft (che poi a Roma sono finti lo sanno tutti). Presenziare sopra ogni cosa, diventare altro da sé, avvicinare il potente, fingendo che qualcosa cambi e di sentirsi meno soli. La storia viene raccontata da due amici, una editor e un ghostwriter/escort, nel tempo di una spesa nella pregiatissima Sma di Monti, una domenica pomeriggio. La conversazione è intervallata dai continui dietrofront fatti col carrello, perché mancano le verdure bio o l’ananas che brucia i grassi. Leggi questo libro e, mentre ridi, pensi con tristezza al vuoto sul quale stiamo seduti, vuoto al cui scavo abbiamo contribuito. Il Monti che risucchia i protagonisti del romanzo è un po’ lo specchio del paese che ha risucchiato prima gli ideali, poi le idee. Masneri non giudica, osserva e acutamente registra. La distinzione tra uno di sinistra e uno di destra ma davvero deve farla l’Adelphi in borsa? Lo scrittore riesce a rendere bene l’idea di quello che ha fatto la sinistra italiana con Pasolini, sfruttandolo a proprio piacimento, all’occorrenza; lo fa prendendo Roberto, immobiliarista, uno dei personaggi principali, e facendogli usare il mito di Pasolini, dei suoi luoghi, per  alzare il prezzo delle case, l’allegoria (piaccia o no) è perfetta. Michele Masneri scrive bene ed è coraggioso. Finito il libro si ha voglia di nascondere la propria copia del Domenicale dentro La Nuova Venezia, in un’equazione che suona: meglio pirla che fighetto.

.

Nota fuori campo

Scrivo questa recensione il giorno primo febbraio 2014 a Venezia, nella biblioteca di Ca’ Foscari alle Zattere, caso ha voluto che io avessi con me, oltre al libro di Masneri, anche Trentasei moderni di Franco Fortini (Manni editore, 1996). Il primo dei trentasei ritratti che Fortini fa ad autori del secondo Novecento è ad Alberto Arbasino, l’incipit che usa è estratto da un racconto di un funerale fatto dallo scrittore di Voghera:

… ma a Villadeati in quella domenica ormai lontana come ‘Via col vento’ la banda del paese suonava monferrine da una loggia e c’era ‘Tutta Milano’. Giangiacomo (Feltrinelli) dava le salsicce a Wally Toscanini che diceva (come Gadda) ‘che bontà, che bontà’, seduta sul prato, Giannalisa e Inge vestite di rosso si parlavano in tedesco…

Sono i funerali di un noto editore, Fortini sottolinea come Arbasino “abbia un orecchio quasi infallibile per cogliere i mutamenti nella lingua conversativa dei ceti medi e medio-alti”. Fatte le debite proporzioni, di tempo e tempi, tra realtà e finzione, ecco come Masneri racconta i funerali di Angelino il barbone di Monti:

[…]«Di sfuggita: troppa gente, chiesa gremita, c’erano proprio tutti» e cioè nell’ordine: gli uffici stampa di Marsilio e Guanda e Ponte alla Grazie e Voland; due vicedirettori della Stampa e di Internazionale; l’antico fondatore del Manifesto, Zadie Smith, almeno tre finalisti allo Strega, Dariush, la signora Galliana, proprietaria del bar della piazzetta; il segretario generale del Quirinale, la signora Clio, con gesso; una gran delegazione di parrucchieri e vetrinisti; Pigi Battista; tutti i single e i possessori di cani, il capogruppo del Pd al Senato, un deputato negro d’An; Rula Jebreal e Julian Schnabel, in pigiama nero-lutto[…]”.

Fine della nota fuori campo. Provate a leggere questo libro e poi ditemi se Masneri, senza sputare sentenze, ma con l’orecchio all’Arbasino, non abbia saputo raccontare molto bene, divertendo, la deriva finto-chic/vuoto–patina che abbiamo preso.

@ Gianni Montieri