michela murgia

Festivaletteratura2019 #2: On Stage

Michela Murgia, Elif Shafak e Marina Astrologo a Piazza Castello

C’è che quando arrivo in redazione, ogni anno, arriva quel bel momento della consegna del pass, oggetto quasi transizionale che andrà a raggiungere i suoi fratelli, a fine Festival, appeso come una ghirlanda di Natale alla maniglia di camera mia, in bella vista. In genere è anche il momento di altre belle sorprese (su tutte, matite fantastiche), e quest’anno il Festival si è superato regalandomi un libro di un tale arancione da trasparire attraverso la tela della borsetta. Non ho resistito e l’ho subito frugato. Si tratta di Anthology!, una raccolta di sedici racconti di cui imparo, prima dell’ultimo foglio di guardia, la storia: scritti di Calvino, Chambers, Levi, Mari, Joyce, Adiche, Woolf e altri sono stati selezionati da lettori tra i 14 e i 19 anni, che all’interno del progetto Read On del 2018 hanno ridotto una list di 60 racconti in quei sedici che ora sono sul mio comodino Festlet (non immaginatelo come un mobile, più come la zip esterna di un borsone, ma immaginatelo felice).
Il progetto Read On prosegue anche quest’anno, e io sono andata a dare un’occhiata. La stazione ha ospitato Chiara Valerio (che da ragazzina appuntava opinioni sui libri letti scrivendo a matita sui fogli di guardia) per un brainstorming sulle recensioni: quali elementi assolutamente inserire, quali assolutamente evitare? E come cambiano i contenuti in base al mezzo? Si possono raccontare la trama, e addirittura il finale? Ed è possibile, e giusta, una recensione che abbatta il punto di vista del recensore, o si può e si deve recensire con una tale soggettività da rendere scrittura e scrivente soggetti al tempo? Ricordando, come dice Valerio, che «le recensioni sono attestazioni di lettura e di responsabilità: ciò che hai scritto fa parte della storia di quel libro ed è tassello della storia culturale».
E comincia un altro tipo di lettura, la staffetta che nell’attimo in cui scrivo si dà il cambio su una panchina dei giardini di Palazzo Castiglione per leggere il magnifico carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, da poco uscito per Donzelli (Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Elena Munafò, traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone). Sono lame di scrittura al calor bianco, ma di una specie di grazia sorvegliata, come un bisturi che apre e cauterizza: Ho appena smesso di parlare con te. Sembra tanto strano. C’è una pace perfetta qui – fuori giocano a bocce – ho appena messo i fiori nella tua stanza. E attorno a te invece cadono le bombe. Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola. (altro…)

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

#Festlet #2: Istruzioni per raccontare il mondo

«Navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali». Così Leopoldo Barechal, raccontando Buenos Aires in Adán Buenosayres. E così sul cartellone che campeggia all’ingresso della Tenda dei Libri di Piazza Sordello, dove Adrián N. Bravi, Héctor Febres, Cecilia Graña e Emanuele Leonardi sono gli esperti che presentano una biblioteca aperta ed esposta, una fonda libreria a cassetti bianchi che custodisce guide e romanzi, fumetti e libri di storiografia sulla capitale argentina. La formula è svelta e calorosa: i libri sono in libera consultazione, il pubblico va dagli esperti, ne discute, si lascia consigliare e suggestionare. Li seguo anch’io: mi siedo accanto a Leonardi, che ora sta parlando di Borges e della tigre albina incontrata nello zoo di città, e aspetto il mio turno.
Gli chiedo: ha un consiglio per me, per noi? Lui prende Cortázar, Storie di cronopios e di  famas, e inizia a leggere l’incipit del Manuale di istruzioni. Dovresti sentirlo in lingua originale, però, mi dice. La questione della lingua sarebbe tornata per tutta la giornata.
Federico Taddia, ad esempio, presenta quest’anno un ciclo di incontri di autori su autori dove il criterio è l’aver riletto un libro. Non sarà il primo – con Donatella Pietrantonio – l’ultimo incontro cui andrò, tanto è vario il programma e tanto mi ha colpita l’edizione precedente, dove il criterio era raccontare del libro letto a diciassette anni. Donatella Di Pietrantonio parla di Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Un libro va riletto, dice, quando la prima lettura non ci trova pronti, quando ne restiamo impermeabili, ma intuiamo la grandezza di quello che abbiamo tra le mani. Nel suo caso, con un bambino piccolo, l’incipit con la separazione di una madre e i suoi gemelli ha creato uno scarto: ma da subito sa che sarà solo questione di tempo per rincontrare quel libro. Così è, quando scopre come la Kristof sia andata via dall’Ungheria e si sia impadronita di una lingua straniera per scrivere, anche spiando sui quaderni del figlio decenne per controllare la scorrevolezza e correttezza della sintassi e del lessico. Conquista parallela, dice Donatella Di Pietrantonio, alle sue: l’italiano nato sul dialetto da bambina e, più tardi, la scoperta di uno stile semplice e piano dopo tanta ipotassi. C’è stata anche una terza lettura, racconta l’autrice, questa volta in francese: «Volevo provare la sua stessa difficoltà nella lingua straniera, volevo immaginare quali parole potesse aver cercato sul dizionario». (altro…)

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Festlet! #5: Incroci

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Girando per il Festival appena concluso ho notato, per un anno ancora, quanto la parola “letteratura” contenuta nel suo nome sia iridescente e dotata di profondissima accoglienza. Quello che commuove, in questo Festival, è l’offerta di un bagaglio di conoscenza che va dalla ludica più leggera a ogni tipo di competenza settoriale. Ho già avuto la possibilità di raccontare eventi sull’astrofisica, sulla musica, sull’antropologia (non ho avuto il cuore, invece, di partecipare a quelli sull’entomologia) ma non ho avuto mai modo ancora di dirvi che nelle cantine del Palazzo Ducale era stata allestita una sala giochi con videogame dagli anni ’80 a oggi a disposizione del pubblico; che Dino Baldi (autore del delizioso Vite efferate di papi, Quodlibet 2015)  ha tenuto per noi una lezione di storia sulle vite – e le morti – degli eredi di Pietro da farsi rimangiare l’augurio di “stare come un papa”; o che Michela Murgia ci ha raccontato una conversazione avuta con Luca Molinari che aveva alla base l’architettura mantovana e una domanda: perché tanta bellezza deriva spesso da società ingiuste, mentre la nostra democrazia produce sostanzialmente villette a schiera?; che Leonardo Ortolani, celebre fumettista e creatore di RatMan, ha ricordato ancora una volta al suo pubblico dell’Aula Magna dell’Università che il suo personaggio è in via di chiusura: «Senza la fine non si definisce tutto quello che c’è stato prima; penso di aver detto abbastanza, di aver toccato tutti i temi, e quanto all’essermi sentito schiavo del successo dico ma magari.»
Gli incroci tra le discipline sono stati la vera anima di questo FestLet. Mi piacerebbe raccontarne tre in particolare cui ho assistito negli ultimi giorni. (altro…)

Calibro Festival 2016

calibro

 

 

calibro 2

Da giovedì 31 marzo a domenica 3 aprile 2016 torna CaLibro
Festival di letture a Città di Castello

La quarta edizione di CaLibro è ormai alle porte: il Festival di letture, organizzato dall’Associazione culturale “Il Fondino”, grazie anche al sostegno e al patrocinio del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, sarà caratterizzato dalla presenza di ospiti prestigiosi e iniziative coinvolgenti che interesseranno un vasto pubblico: dai più piccoli ai più grandi, dagli appassionati di narrativa e di poesia, a quelli di ciclismo, spaziando dalla musica all’arte grafica. Il tutto tenendo sempre come punto di riferimento centrale i libri e la letteratura. Gli eventi, come sempre, si svolgeranno nei luoghi più caratteristici e suggestivi del centro storico della città.
Il 31 marzo si inizierà con l’evento “Il fantasma e la bussola”, che vedrà ospite il vincitore del Prix Goncourt 2015, il più importante premio letterario in Francia, Mathias Énard, col suo romanzo “Bussole” (in Italia uscirà a settembre per E/O e a CaLibro ne saranno letti alcuni estratti in anteprima), che l’ha portato sotto i riflettori della stampa e della critica mondiale.
Lo scrittore francese è già uscito in Italia con Zona (Rizzoli e BUR, 2008), Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli, 2010), Via dei ladri (Rizzoli 2012). Insieme a lui, in uno dei due atti della serata, Filippo Tuena col suo Memoriali sul caso Schumann (Il Saggiatore, 2015), romanzo sugli ultimi scampoli di vita del grande compositore Robert Schumann e dei fantasmi che vedeva quando venne colto da follia.
Il 1° aprile sarà al centro l’epica letteraria del ciclismo con l’evento ll Cannibale e il Pirata. Storie, eroi e libri di ciclismo, un incontro con i giornalisti e scrittori Claudio Gregori (Eddie Merckx, il Figlio del tuono, 66thand2nd) e Marco Pastonesi (Pantani era un dio, 66thand2nd) che parleranno, intervistati da un gruppo di appassionati, dei protagonisti dei loro libri e delle grandi storie del ciclismo. (altro…)

Quando dici Mantova # 3 – (orecchio)

© Festivaletteratura - Michela Murgia, Stefano Jossa e Chiara Valerio a "Il ritorno dell'eroe"

© Festivaletteratura – Michela Murgia, Stefano Jossa e Chiara Valerio a “Il ritorno dell’eroe”

Il tendone era pieno, stamattina, e Davide Longo raccontava − in mezz’ora, non di più − per brevi linee la storia dell’Otello. Il tracciato, sotto la trama, era chiarissimo: Desdemona si innamora non di Otello, ma del racconto che il Moro fa di sé. E così Otello non si innamora di Desdemona, ma del fatto che lei ami la sua narrazione. E per bugia, versata in un orecchio come altrove in Shakespeare si fa con il veleno, si muovono le pedine che portano alla conclusione.
Lo sentiamo ovunque, a Mantova, questo brusio, questa potenza di racconto che ci porta da una viuzza all’altra e ci costringe a fare capolino a eventi cui a malincuore pensavamo di dover rinunciare, brusio che nelle piazze diventa scossa tellurica, boato, ora che il week-end e il clima dolce permettono a chi non c’era ancora di arrivare, mentre si prosegue anche da stanchi perché dietro ogni angolo potrebbe esserci l’evento cui, l’autore al quale, il libro che.
Ieri ho avuto la fortuna di poter assistere comodamente all’incontro tra Stefano Jossa e le due scrittrici Michela Murgia e Chiara Valerio. Intendo, per “comodamente”, una poltrona abbastanza confortevole da accogliere tutta una serie di gestualità, dalla risata più gustosa all’accoccolìo più arrendevole di rapimento e stupore. Il tema era il ritorno (o meno, e in che forma) dell’eroe nel panorama letterario, e in quale modo il nostro immaginario individuale e collettivo possa avere recepito o a sua volta restituito figure d’eroe; con un gesto che ho amato alla follia dal primo istante, le creature letterarie scelte da Michela Murgia e Chiara Valerio per inserirsi nella discussione sono state, rispettivamente, Morgana e Lady Oscar. A colpirmi subito di Chiara Valerio è quanto vorrebbe dirci e come non potrebbe dirlo meglio: se fossi stata a digiuno del manga in questione avrei deciso di recuperare, ahimé irrecuperabilmente, un’esperienza che per profondità e raffinatezza raccomando a tutti. Lo snodo forse più interessante del discorso riguarda una possibile questione di genere, un guizzo d’idea che ad Oscar, nata donna ma costretta dal padre a crescere uomo fino a entrare nelle guardie del re (siamo nei pressi della Rivoluzione Francese), sia stato possibile diventare eroe solo nascondendo, nel vestiario come a livello più profondo, la sua femminilità; per la scrittrice il discorso è più fine: «Lady Oscar è l’oggetto del desiderio di ogni uomo e donzella di Francia perché è “la cosa più bella del mondo”, al di là di ogni identificazione sessuale.» Non donna che per essere eroe deve essere uomo, ma donna che è eroe perché uomo, donna, entrambi, soprattutto nessuno dei due. Presente un discorso di genere, invece, in Morgana, «potere impazzito, mistica non controllabile, spiritualità opposta e nemica a Merlino». Ne parla Michela Murgia, e ascoltarla è posare gli occhi su un lavoro di oreficeria: ha una voce buia, dolce, che narra il percorso della fata da personaggio del ciclo arturiano a voce autonoma, come nel romanzo di Marion Zimmer Bradley Le nebbie di Avalon. «Morgana non è fatta per raccontare che magnifico esemplare è il maschio che l’accompagna; […] senza rompere il sistema, ne è fuori, né madre, né moglie, né figlia. […] Il suo potere non ha bisogno di uccidere i padri. L’eroina non uccide le madri, le assorbe.»
A proposito di orecchio. Nel momento in cui stendo questo articolo sto per raggiungere Lella Costa ad un evento sulla storia di Emergency. Non l’ho mai incontrata di persona. Quando penso alla sua voce mi vengono in mente due precise cose care: Reva Shayne (perdonate la mia anima pop) e una delle più belle letture di Perdonatemi perdonatemi perdonatemi di Amelia Rosselli. Anche − o soprattutto − per questo accostamento così ardito, la sua voce è, per me, uno degli strumenti musicali più belli. Ha, come tutto quello di cui vi ho parlato finora, una gran bella virtù, che è la grazia.

© Giovanna Amato