Michel Foucault

Iniziare morendo: Dario Bellezza

Al capezzale dei giorni insieme vissutiDario Bellezza, Invettive e licenze (1971)
la memoria frenetica s’attacca: lieto
fine delle associazioni involontarie
e covate fino allo spasimo nel letto,
prima di depositarle sulla carta.

Così covo, sempre più sano ormai
dalle morti che ti minacciano, dalle croci
che ti crocifiggono, le mie inermi incertezze
che fingono il tuo mondo giacere
nella notte.

Maturo la scrittura, lo stile, il colpo
di mazza alla verità. Lenta invasione
del Paradiso nel tuo sepolcro dove
s’aggirano i mostri della mia diversità:
avversaria impotente della mia banalità.

Iniziare morendo: Dario Bellezza, la morte e lo spazio
(considerazioni a margine di Invettive e licenze)

12524403_10209017356899004_3275169697655511567_nL’ossessione per la morte pare essere il punto di partenza e l’inevitabile approdo della − più che nella − poesia di Dario Bellezza. Sin dagli esordi il limite estremo e invalicabile della morte ha la meglio sulla vita; vita che ben presto si traduce in vissuto, in sguardo verso il passato, a un tempo che non è mai stato paradisiaco ma pur sempre migliore del contemporaneo.
Bellezza manca volutamente l’appuntamento con la storia; e non lo manca alla maniera di Penna, perché in realtà quest’ultimo pone la storia a cornice (se non in poesia, sicuramente in prosa), bensì per narcisi­smo, perché Bellezza è totalmente prigioniero del suo specchio che è il suo mondo. Paradossalmente centra l’appuntamento con il futuro suo che è il nostro presente: la decadenza cantata nei suoi versi assomiglia più a noi che a lui e ai suoi deuteragonisti, a partire da quella che Deidier definisce «coazione all’eros»[1] e che dal curatore del mondadoriano “Oscar” è ascrivibile a una discendenza rimbaudiana, mossa critica che escluderebbe Penna da una presunta paternità (se non fosse che in Penna la presenza di Rimbaud non va mai esclusa aprioristicamente), con la palese intenzione, tutt’altro che deprecabile, di allontanare Bellezza da letture diventate cliché critici e facili etichette (non affatto diverse dal «fiore senza gambo visibile»[2] che tutt’ora pregiudica la lettura corretta della poesia di Penna).
La sessualità esibita, sbattuta crudamente in faccia al lettore non è altro che la via maestra per la distru­zione, scomposizione e decomposizione, dell’io in un gioco che è inevitabilmente barocco, perché va a colmare quel vuoto avvertito nello slegamento con la realtà: tardi arriva Bellezza rispetto all’onda della contestazione sessantottina che già si sta traducendo nell’ombra del terrorismo; troppo presto arriva per raccontare la deformazione egotica della società, o, per dirla meglio, viene meno al poeta la capacità di descrivere in termini critici, sociali, la trasformazione in atto. Ripiegato su sé stesso, Dario Bellezza narra l’autodistruzione evocata dalla presenza della morte e poi perseguita con le raccolte maggiori fino alla fine dei suoi giorni, senza trasformarsi in un novello Dorian Gray e ancor meno in un Andrea Sperelli del XX secolo, perché Bellezza sa giocare e condurre, almeno all’inizio, il gioco, prima di rimanerne inevitabil­mente prigioniero quando diventerà nel suo quotidiano il personaggio fino ad allora relegato nella teatra­lità della sua poesia. Semmai, e non so quanto io sia cosciente dell’azzardo in cui mi sto per infilare, c’è in questa distruzione dell’oggetto corpo (corpo fisico, e corpo poesia) qualcosa che lega Bellezza a Ton­delli: inseguono entrambi la morte nella scrittura, perché sono figli di un tempo che sta sgretolando quel senso della vita che la morale pubblica vorrebbe fondante. La maschera è tolta, pare dirci Bellezza in sostanza. (altro…)

“L’abitante” di Domenico Lombardini. Recensione di Marco Ercolani

di Marco Ercolani

Lombardini

 

 

Domenico Lombardini, L’abitante, Italic PeQuod 2015

Voglio essere tutto: sarò
schiacciato. Volano
queste foglie che
ingialliscono disfacendosi,
così, senza remore,
inscenano, sostanziano la mia perpetua
cocciuta volontà di farmi niente (tutto)

In questa poesia che si intitola Neotenia è evidente l’ossimoro pienezza/nulla che percorre questo libro di Domenico Lombardini. Come definirlo? Una plaquette di filosofia? Un manuale di poetica? Un semplice volume di versi? Forse tutte queste cose insieme, e nessuna. Come scrive Federico Federici nell’introduzione: «L’abitante è un libro che esplora diverse varianti dell’imperativo rimbaudiano “Je est un autre”, individuando nell’io e nelle sue dichiarazioni un altro, il bersaglio mobile da stanare e cacciare ovunque si annidi». Il volume si divide in sei sezioni: L’impostore, La forma, Perimetri, Cronotopi, Babele, Xenia. L’impressione, alla lettura, è quella di uno spartito musicale, in tempi diversi, sul tema del nulla e dell’io, uno spartito che si coagula e si dissolve pagina dopo pagina, dominato dall’assillo della sradicatezza: «questo rapporto idiosincrasico Io-Je, / e visto che se Je fa un passo l’Io ne fa due, / qui non ci si cava un ragno dal buco…/ e invece di resistere al delirio dell’Io / che vuole essere tutto, ho deciso che io /debba desistere».
Non “resistere” ma “desistere” si propone Lombardini destrutturando l’ambizione egoica ma non smettendo di costruire un ottimo libro di dissolvenze e di negazioni, che proprio sul filo del suo nulla dichiarato tesse una vitalità lirica dolorosa: «per questo non si è; se non esseri desiderati / e disperanti lungo rive di abisso, / disperando e sospirando di piombarvi; / per questo non si è, se non abitanti / graditi e bistrattati / di una casa familiare e straniera».
Questo libro è un atto d’accusa contro il discorso logico dell’io, contro la prassi del fare, dell’accumulare, dell’appartenere. Il poeta è sempre nomade, disertore, solitario abitante della sua parola. Scrive Stanislaw J. Lec: «Lo sdoppiamento dell’io è una grave malattia psichica, perché riduce la normale frantumazione psichica dell’uomo in una quantità innumerevole di esseri – al misero numero di due». Lombardini lotta contro questo mediocre dualismo attraverso un paradossale invito alla disgregazione, come dimostra in Pazzia 1:

«fare, perché è un bel fare, metter su,
facciamoci mattoni, facciamoci,
facciamoci un nome, chi cosa, mattoni,
noi, chi, io, ich, chi? ding, mattoni, oggetti i soggetti
[…]
i mattoni, i pezzi, ich, chi?
ich! chi? wir? cosa? ah, cosa! anzi casa, anzi torre,
sempre più, torre alta, sì, più alta di,
più sopra di, più grande di…»

Ma se la lingua del poeta balbetta, consapevole di balbettare, la lingua è anche lucida, attenta, pericolosa, nello stanare l’io accentrante, nemico. Lo scrittore è il cacciatore che cerca, ma è anche la preda che si fa trovare: fa la posta alle cose che accadono o che accadrebbero, esplora le ipotesi del mondo e dell’io, cerca nello straordinario il vero e aguzza le orecchie verso il regno delle ombre:

«ma solo Io posso dire Ego sum qui sum.
allora scendiamo, portiamo loro
il mio nome, la confusione»

Nominare è confondere, non costruire. È abitare veramente, non nell’impostura dell’io psicologico ma nelle molteplici identità che ci tramano come un arcipelago. E, alla fine, la soluzione sembra quella del non conformarsi al niente di una sola realtà ma trovare una via di fuga, tradire:

tradirsi,
consegnarsi all’altrove,
all’indisponibile, all’inassumibile,
disarmati,
perché orfani di una presenza,
eredi di una mancanza
che ci spiazza,
dislocandoci in un altrove
in cui mai abiteremo.

E cos’è quest’altrove se non la terra borderline che non appartiene a nessuno e che sigilliamo per comodità nel non-senso della follia, mitigandone la felice asprezza? Scrive Michel Foucault: «La follia e la letteratura sono forse per noi come il cielo e la terra uniti tutt’intorno a noi, ma legate l’una all’altra da una grande apertura in cui non smettiamo mai di procedere, in cui appunto parliamo, parliamo, fino al giorno in cui ci sarà messo un pugno di terra in bocca.»