Michael Krüger

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.

Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti


Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti. Poesie. Con prefazione di Plinio Perilli, Edizioni Progetto Cultura, 2017

Come ho avuto modo di apprezzare leggendo, qualche anno fa, la raccolta La manutenzione dell’anima, i testi di Laura Pezzola dimostrano che la solidità del dettato poetico non deve essere necessariamente legata a toni roboanti. Un volume intenzionalmente tenuto basso si unisce anche nella sua più recente raccolta, L’inquilina dei piani alti, a robustezza di impianto e ad ampiezza di gesti con i quali l’io lirico, “l’inquilina dei piani alti”, appunto, si china, si tende, sosta e poi riprende il percorso, ma sempre, sempre, coglie – nella forma più riuscita con il verso breve – manifestazioni di varia natura e di varie nature. La pluralità delle sezioni (sette in tutto, nell’ordine: L’inquilina dei piani alti, Mondo bello, I viaggi pretendono partenze, Il tempo non cambia, Manuale del ricordare, Se le stelle muoiono, Così sia) testimonia di un lungo tempo di ascolto e di lettura, che hanno preceduto la scrittura, la accompagnano e la nutrono; testimonia, inoltre, di un’attenzione a quei poeti, come Michael Krüger in Poco prima del temporale (del quale viene proposto in esergo alla poesia Viaggi un passaggio da Discorso del viaggiatore nella traduzione di Anna Maria Carpi) che sanno catturare e fondere istantanea dalla natura e condizione esistenziale.
La poesia di Laura Pezzola sa trovare il raro equilibrio tra semplicità dell’enunciato e densità del significato. Sapiente questa poesia, ricca com’è di richiami espliciti e impliciti alle letture più disparate. Un esempio per tutti: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esplicita nel titolo il tributo a Raymond Carver, ma contiene, allo stesso tempo,  l’eco chiara di Lui e io da Le piccole virtù di Natalia Ginzburg.
Se magistrale è la resa di “nugoli e lantane”, vale a dire la condensazione in immagini-accoppiate di parole dalla presa fulminea e fulminante, come avviene per “il Sud” (in riferimento ai modelli, segnatamente per la Puglia catturata sia da tanti testi di Vittorio Bodini, sia da In Puglia di Ingeborg Bachmann), non meno efficace è lo snodarsi di una musica tutta originale e composta con tecnica sicura, sintassi impeccabile e una ‘ronde’ costruita sul concorrere ben progettato di figure retoriche.

© Anna Maria Curci

 

***

NEL MIO SCHERMO  

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo
stillato sulle foglie del suo cuore…
(L’autopsia – Odisseas Elitis)

Forse un giorno
guardando nel mio schermo
sarò sorpresa di trovare linfa
a scorrere le arterie dilatate
a diramarsi in fiori di ogni specie
che imbrigliano le orecchie e le narici
si fiuteranno tracce di violette
che spunteranno a ciuffi tra i capelli
e visciole vermiglie  a maturare
sui fili stesi delle sopracciglia
e mani lanceolate come foglie
e piedi rivestiti di trifoglio
a contenere  impronte fortunose.

Pensavo vi attecchissero alfabeti
sorgenti di rime cristalline
parole su prati di metafore
a respirare il vento degli alveoli
e nei pressi del cuore sbalordire
con storie millenarie di brughiera
e cavalieri di reami antichi
ad infilzare streghe di refusi.

Se provo adesso
a scorrere la penna
ne scaturisce
un  grumo filiforme
un bocciolo di rosa
senza spine
un filo d’erba

un seme.

(altro…)

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco

Ciammaruconi_Trasloco

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco. Copertina illustrata da Francesco Dezio.

Maria Teresa Ciammaruconi, Trasloco, 20 stanze 12 elenchi 12 figure. Immagini di Silvana Baroni, Leggeredizioni 2015

Un trasloco, che sia obbligato o volontario, è sempre un momento di distacco, da un luogo, da cose e da storie. Sì, perché quella dimora ha ospitato, custodito, talvolta celandole in una scatola, in un soppalco, nella prima di tre file su un ripiano, le tracce di vita vissuta, condensandole in oggetti.
Un trasloco può essere avvertito, o meglio sofferto, come un vero e proprio sgombero, che lascia dietro di sé il vuoto e minaccia oblio. Su questa particolare visione è imperniata la poesia Trasloco da Poco prima del temporale di Michael Krüger, che si può leggere nella traduzione di Anna Maria Carpi ne Il coro del mondo. Maria Teresa Ciammaruconi indica invece già nell’Ingresso, premessa al suo Trasloco. 20 stanze 12 elenchi 12 figure che, al di là del tumulto provocato da ogni trasloco in una persona che, come lei, soffre di accumulo compulsivo, un trasloco è «l’occasione per diventare più leggeri»; giunge a dichiarare «a me traslocare piace». Il trasloco si configura dunque come occasione, non solo per fare chiarezza tra ciò che va conservato per il trasferimento imminente e ciò da cui si prende congedo, ma anche per passare in rassegna gli oggetti e il loro carico, di funzioni, di fantasmi, di ricordi. (altro…)

Michael Krüger – Spostare l’ora

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Michael Krüger – Spostare l’ora – Traduzione e cura e postfazione di Anna Maria Carpi. Mondadori, 2015 € 18,00

Mein Schreibtisch in Allmannshausen

Im Haus nebenan, wenn man den Hang hinauf geht,
hat Mussolinis Außenminister gelebt,
bevor man ihn nach Italien brachte und aufhängte.
Und ein Haus weiter Hitlers Lieblingsdichter
Hanns Johst, dem hier offenbar die Worte zuflogen.
Ich schaue auf Kühe, Eichhörnchen und Pferde,
bei offenem Fenster höre iche die ferne Autobahn.
Man wird nicht dazu angehalten,
dem Menschen Gutes zu unterstellen.
Wenn die Sonne sinkt, sehe ich mich
im Fenster, aber natürlich können auch Spiegel irren

*

La mia scrivania a Allmannshausen

Nella casa accanto, su per il pendio,
ha vissuto il ministro degli Esteri di Mussolini
prima che lo portassero in Italia e lo impiccassero.
E una casa più in la il poeta preferito di Hitler,
Hanns Johst, a cui, è chiaro, le parole arrivavano in volo.
Io ho davanti mucche, scoiattoli e cavalli
e con la finestra aperta sento da lontano l’autostrada.
Ad attribuire all’uomo buoni sentimenti
non si è tenuti.
Quando il sole cala, mi vedo riflesso
nella finestra, ma è ovvio che anche gli specchi
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::[possono sbagliare.

*

Erinnerung an die Schule

Eine sprach nur von Akazien
sie war verrückt nach ihrem Duft.
Plinius kannte sie auswendig,
Horaz lag ihr am Herzen
Boetius war ihr ein Gott.
Aber wenn die Akazien blühten,
war sie nicht mehr zu halten.
ihr Name fällt mir micht ein.

*

Ricordo di scuola

Una parlava solo di acacie,
il profumo la faceva impazzire,
Plinio lo sapeva a memoria,
Orazio era la sua passione,
Boezio il suo dio.
Ma quando fiorivano le acacie
non la teneva più nessuno.
E non mi viene il suo nome.

*

(Ohne Titel)

Ein Freund hat sich angekündigt,
er will bleiben bis zum Ende
vom Jahr. Einsilbiger Name,
den Vornamen verschweigt er,
wahrscheinlich aus gutem Grund.
Ein maulfauler Kerl,
der nichts weiter sagt, hockt den ganzen
Tag da und will mit den Toten reden.
Manchmal hält er die Katze
im Arm und zählt ihre Rippen.
Er nennt sie Frieda,
der Rest ist nicht zu verstehen.

*

(Senza titolo)

Si è annunciato un amico,
vuole restare fino alla fine
dell’anno. Cognome di una sillaba
e il nome lo tace,
probabile ne abbia un buon motivo.
Un tipo di poche parole,
non dice nulla in più, non si muove
per tutto il giorno e vuole parlare coi morti.
Ogni tanto tiene in braccio
il gatto e gli conta le costole.
Lo chiama Frida
e il resto non si capisce.

*

Spiegel

Es braucht hoffnungslos lange, bis man
so ungefähr ahnt, wer man ist.
Die unausrottbare Liebe zu Apfelbäumen,
die Geschichtsschreibung der Wolken,
Grasforschung, nicht für den Druck
bestimmt, verzaubertes Wasser,
Verabredungen im zugänglichen Dunkel.
Eigentlich nichts für Götter.
Atmen, um dem Fluch zu entgehen,
hoffnungslos lange, sehr kurz.
Zu kurz.

*

Specchio

Ci vuole un tempo così disperatamente
lungo per arrivare a intuire chi siamo.
L’indistruttibile amore per i meli,
la storiografia delle nuvole,
lo studio delle erbe, non destinato
alla stampa, l’acqua stregata,
appuntamenti in un buio accessibile.
Propriamente nulla per degli dèi.
Respirare per sottrarsi alla maledizione,
per un pezzo senza speranza, un pezzo molto breve.
Troppo breve.

Gli anni meravigliosi #19: Horst Bienek

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDRfu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

zilpzalp2010

La diciannovesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” è dedicata a Horst Bienek e, in particolare, a un suo componimento del 1974, Wörter.

Horst Bienek, Wörter

Wörter
meine Fallschirme
mit euch
springe
ich
ab

Ich fürchte nicht die Tiefe
wer euch richtig
öffnet

schwebt

 

Horst Bienek, Parole

Parole
i miei paracadute
con voi
salto
giù
io

non temo la profondità
chi correttamente
vi apre

fluttua

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Workuta

Horst Bienek nacque il 7 maggio 1930 a Gleiwitz (oggi Gliwice, in Polonia) nell’Alta Slesia. Costretto a lasciare la regione natale nel 1946, all’indomani del secondo conflitto mondiale, visse prima a Köthen, nell’Anhalt, e poi a Potsdam, dove collaborò alla “Tagespost”, pubblicando le sue prime poesie. Nel 1951 fu scelto da Brecht per far parte della classe degli allievi particolarmente meritevoli al Berliner Ensemble. Nel novembre dello stesso anno fu arrestato e un anno dopo fu condannato a venti anni di lavori forzati per propaganda antisovietica e per presunto spionaggio in favore degli Stati Uniti. Fu deportato nel campo di lavoro forzato di Workuta, oltre il Circolo Polare Artico, dal quale tornò, in virtù di un’amnistia, dopo quattro anni. Nel 1955 si trasferì nella Repubblica Federale Tedesca, lavorò prima come redattore per le trasmissioni culturali presso l’emittente Hessischer Rundfunk, per poi dedicarsi all’attività di libero scrittore dal 1968, anno in cui stabilì la propria residenza nei pressi di Monaco di Baviera. Tra i suoi romanzi va menzionato Die Zelle (La cella), del 1968.

Nel 1990, in occasione della Fiera del libro di Lipsia, fu chiesto a Bienek  perché non avesse mai scritto della sua vita a Workuta. Bienek non rispose, ma si mise all’opera. Proprio al resoconto dei suoi anni nel gulag stava lavorando, quando, il 7 dicembre, Bienek morì per le conseguenze dell’AIDS. Lo scrittore Michael Krüger ha raccolto i frammenti lasciati da Bienek, ne ha curato l’edizione, ne ha scritto la postfazione e, all’inizio di questo anno 2013,  il volume Workuta di Horst Bienek è stato pubblicato per i tipi della casa editrice Wallstein di Göttingen.

Se c’è una traccia sonora per la vita e per l’opera di Horst Bienek, questa è, a mio parere, il brano degli Area Return from Workuta, dall’album del 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!

© Anna Maria Curci

(it was the world in which I walked) – Michael Krüger (post di Natàlia Castaldi)

da “Il coro del mondo” – a cura di Anna Maria CarpiCollana Lo Specchio – Mondadori, 2010

.
.
Il quotidiano gioco dei falchi della torre,
una visione che si forma e distrugge
nell'interspazio fra le acque
che si erge e si spegne.
Abbracciare anche loro, avvolgere col filo
egoistico della traiettoria,
un mondo che va sempre più lontano.
Sant'Agostino ride.
Io vivo in tre mondi: in questo,
all'ombra del gelso;
nel mondo dei miei pensieri
(it was the world in which I walked)
e nel mondo dei libri in cui leggo
ciò che accadeva quando per breve tempo
conducevo la vita di un uccello.
.
***
La natura, abbiate pazienza,
scrive una poesia: fa rimare
alla lepre il tremito di paura
sotto il pelo, poi le regala
una notte come tana. Un tempaccio.
La pioggia parla da folle, i lampi
danno enjabement perfetti.
La poesia è venuta non male.
La richiedono
per raccolte e antologie vecchio stile.
Se non c'è altri a prendere la parola
o a tirarla a sé, si può recitare sotto voce.
Usa parole semplici: lepre,
gufo, poligono, temporale, olmo, io.
(Ma anche la natura come poetessa
ha dovuto far esperienza
che le sue parole semplici dovevano
condurre una propria vita e spesso dire
ciò che a lei, la natura, andava contropelo.)
.
***
COME VANNO LE COSE
.
E’ tutto tranquillo. Non è successo niente.
L’errore di scoprire il mondo lo rimpiangiamo da un pezzo.
Ogni colpo di vanga, ogni osso ritrovato, ogni speranza dissepolta:
la loro inefficacia  è dimostrata da un pezzo. Le rovine
si edificano su progetto, anche questa è una vecchia soluzione per dopo.
Sulle macerie artificiali abitano famiglie, accanite
a distribuire foto a colori: istantanee senza garanzia.
Si parlava di una piccola lista di obiezioni,
ridicolaggini, non mette conto di parlarne: non mette conto
comunque di interrompere gli altri.
.
Tutto è tranquillo. Non è successo niente.
Le piccole ferite sanguinano come al solito, i ritardi
non hanno motivo. In altre parole, in altro modo,
detto altrimenti: il caso ne esce di nuovo vittorioso.
La ragione è battuta: nemmeno questo
le si vede addosso. Il suo profilo si è fatto più morbido
da quando parla solo di se stessa, i suoi occhi sono
più accademici, ogni sua uscita è facilmente scusabile.
E’ uno spasso diabolico starla a guardare: le soavi
Drammatizzazioni della sua indifferenza.
.
E’ tutto tranquillo. Non è successo niente.
I sentimenti si son fatti meno vistosi, era da aspettarselo, l’odio
si è mutato in invidia. Non vi  eccitate,
niente storie, niente malinconie: il finanziamento dell’apatia
è assicurato. L’export si sta riprendendo. La vita
è ora capace di miglioramento, finalmente
si compie una vecchia speranza, finalmente
gli sforzi sono valsi la pena. Al museo, indifese,
le timide ambizioni degli anni passati:
a ognuno si fa chiaro come il sole su cosa si è infranta la storia.
.
Non è successo niente. E’ tutto tranquillo.
L’alfabeto è di nuovo in uso, le tabelline,
il dialogo ha congiuntura. I vecchi cappelli,
le vecchie profezie, i vecchi fenomeni: tutto
sembra nuovo. Ognuno si presenta bene. Ognuno guarda ognuno
con interesse. Le conversazioni balbettanti
sono ammutolite, tutto scorre, fluisce, gli intimi
deragliamenti non ci sono più. L’oscuro è stato eliminato:
aforismi descrivono il mondo con mortale chiarezza.
.
*** 
.
Non le rughe, la sazietà
i confusi gesti della mano,
non il lamento sommesso
sulla colpa non estinguibile,
non il calore con la brina
del primo freddo. E nemmeno:
le verità definitive
su questo paese dilavato.
La faccia di bambola del tempo invoca
Una descrizione distaccata.
E non c’è nessuno
che sappia parlare senza calore.

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Michael Krüger

 

nasce a Wittgendorf nel 1943, ma cresce a Berlino. Attualmente risiede a Monaco, dove dirige la casa editrice Hanser e la rivista “Akzente“.

Poeta e Romanziere, ha pubblicato in Italia le raccolte Di notte tra gli alberi (2003) e Poco prima del temporale (2005). Fra i suoi lavori tradotti in italiano ricordiamo Perché Pechino (1987), Il ritorno di Himmelfard (1995), La fine del romanzo (2000) La violoncellista (2002), La commedia torinese (2007).