michael cunningham

#Festlet #5: Rinascimento privato

 

Mariangela Gualtieri. Fotografia di Giovanna Amato

Ho aspettato per dirvi che venerdì sera sono stata a sentire Mariangela Gualtieri, a Palazzo Te. Ma lasciate che aspetti ancora, e ve ne parli alla fine.
Palazzo Te è la novità di quest’anno. Basta allungarsi poco oltre San Sebastiano, a due pulsazioni di pedale, e il palazzo apre le porte agli ospiti del Festival con il suo giardino perfettamente disegnato, i suoi soffitti celebri e complessi. La libertà con cui si passeggia rende quasi colpevoli. Faccio capolino una prima volta, ad esempio, per ascoltare Milo De Angelis leggere le sue poesie accompagnato dall’arpa di Eva Perfetti; Umberto Fiori leggerà quella stessa sera, mescolato alla chitarra elettrica di Luciano Margorani; ed entrambe le volte chiedo ai volontari: posso attraversare quella porticina, lì? Al loro assenso alzo gli occhi ai soffitti. Ade rapisce Persefone, come nella melagrana che da quattro anni porto al collo. Zeus si fa toro e pretende Europa, come su quei due euro di conio raro che io colleziono per tutto l’anno per spenderli soltanto qui. E mi ricordano, questi due ratti, di qualcosa che ho studiato, di qualcosa che ho scritto, di qualcosa che è ancora conservato, e che mi è caro. Questi due ratti possono riassumere anni di letture e ragionamenti, e sono a portata di sguardo, su due lunette dello stesso soffitto.
Accadono cose care tra gli eventi dei Festlet, durante i suoi spettacoli e nelle pause tra un atto e l’altro. Mentre si ascolta Cognetti parlare della stagione del raccolto, e di come per i tibetani il pellegrinaggio sia girare attorno a un monte e non scalarlo. E mentre si libera un’ape lasciata a intrappolarsi dentro un bicchiere nel tempo rapido del pranzo. Qualcosa che somiglia al concetto di malinconia come lo spiega Mercedes Lauenstein a Chiara Valerio: il bussare di notte della sua protagonista alle porte delle case con le luci accese. E che somiglia, assieme, al cono d’ombra sotto il pozzo medievale a Piazza Leon Battista Alberti, più testardo del sole che lo genera, mentre si limita a ruotare e a offrire sempre un attimo di quiete a chi ha bisogno di una sigaretta.
La fotografia che vedete in apertura è stata scattata proprio a Piazza Alberti, qualche ora prima che Mariangela Gualtieri tenesse il suo rito sonoro a Palazzo Te. Mentre appunto queste cose su un quaderno, con l’intenzione di dirvele non prima dell’ultimo post, sono presente ma molto lontana dal palco dove la poetessa pronuncia le sue poesie. Ho deciso di sedere sull’erba, nel vasto Cortile dell’Esedra. Ascolto e scrivo, perché questo è stato anche il Festival dell’ascolto da lontano, dell’angolatura più velata da cui guardare. In questa mia quarta, privata edizione, mi sono proibita i programmi serrati, per mettermi in grado di regalare il tempo a quello che non era previsto, provare a improvvisare il gesto dell’attenzione. Ho aguzzato l’orecchio passando in bicicletta agli Accenti di Piazza Sordello come ho imparato l’intonazione con cui la barista mi chiede se anche oggi voglio il decaffeinato. Ho incamerato con una sicurezza selvatica l’odore della tendostruttura del campo. Sono diventata il ciclista che ho sempre odiato. Ho goduto delle ore di frenetica attività come di quelle passate di notte in attesa che si caricasse il telefono, china su un libro comprato per essere regalato e aperto con attenzione per non sgualcirne la costola.
Bello, bello mondo, sta dicendo Mariangela Gualtieri dal palco. E io ricordo la mia prima edizione di quattro anni fa, quando Michael Cunningham chiuse la manifestazione con l’affollatissimo evento di Piazza Castello e io pensai: come fa questo luogo a sapere di me e del mio rapporto con i libri di quest’uomo? Come fa questa città a intuire che leggo Le ore quando ho bisogno di avere conferma della grazia del mondo? Perché questo posto ha permesso che io lo dicessi proprio a lui che l’ha scritto? Ricordo Anna Marchesini, la mia felicità di vederla, la mia consolazione di averla applaudita prima che fosse troppo tardi. E ricordo gli incontri fortuiti con autori che ora sono amici stretti, amici cari, e che potevano diventarlo proprio e solo perché nulla, nel Festivaletteratura, avviene dietro vetri oscurati. Da subito si può dire: sei tu, vero?, noi ci conosciamo, io ti ho letto.
A tra un anno, per il prossimo Festivaletteratura. Io devo alzami in piedi per ascoltare, adesso, perché anche quest’anno il Festlet ha scoperto, in quel segreto modo che gli è suo, un qualcosa che mi rende grata, che mi mette spalle al muro con un improvviso morso di felicità. La Gualtieri dice: E che cosa chiediamo? / Una piena falcata d’amore, / una giusta battaglia, aculei nella voce, / narcisi e rose // essere radiosonda / del niente che trasforma / il trascendente in cose.

© Giovanna Amato

Quando dici Mantova #5 (regali)

Mantova - Festival letteratura  - festa dei volntari

Mantova – Festival letteratura – festa dei volntari

 

Quando dici Mantova #5 (regali)

Personalmente, se io fossi un grande scrittore e dalla mia penna fossero usciti almeno sette splendidi libri e uno di questi, fra i primi, avesse vinto (poniamo) un Pulitzer e dato l’avvio al forse unico caso di film dalla bellezza pari al romanzo da cui è stato tratto, e nonostante ciò avessi continuato il mio percorso di narratore con libri di bellezza quasi miracolosa, ecco, se io fossi tutto questo e una ragazza al microfono mi dicesse di essere incantata da un brano per lei perfetto che ho inserito nel libro di cui sopra, probabilmente mi metterei a urlare. Ma io ero troppo impegnata a essere la ragazza dall’altro lato del microfono, e Michael Cunningham, alla domanda se lui stesso avesse un’immagine cara, ha dato l’unica risposta possibile: per uno scrittore, l’immagine cara è quella a venire. All’interno dell’opera, sta al lettore ricevere doni e scegliere il più adatto a lui, come per me il brano, appunto, in cui Sally vuole un regalo per Clarissa, presa da una vertigine di amore, paura, senso di mortalità.

Michael Cunningham, per me, è stato uno dei più bei regali di questo festival. Lo scrittore contemporaneo cui ricorro più spesso, l’autore di libri meravigliosi e (mi perdoni, Mr.Cunningham, continui a portare pazienza) di quel gioiello raro della letteratura che è “Le ore”. Ma ho comprato anche dei souvenir. Un Rigoletto di ottone, giusto per viaggiare leggera, per mia sorella appassionata. Libri, a vagoni, da blindarmi per un intero inverno. Anche il festival mi ha fatto dei regali. Tra quelli tangibili, una maglietta taglia L (le M erano terminate, avrete letto che eravamo oltre 700 volontari, e per la S sono terminata io molti anni fa) con il logo dell’edizione di quest’anno. Tra gli intangibili, un senso di come dovrebbero essere le cose belle, un’idea di spartiacque che nei prossimi giorni ho il compito di far decantare.
Che il festival più caro sia quello a venire.

© Giovanna Amato

 

Pillole da Mantova #5 – (valigie)

Ieri ho capito che non sono una di quelle a cui piace disfare le valigie. A me, le valigie, piace farle. Comprenderlo pienamente a 27 anni è già qualcosa; scoprirlo alla diciottesima edizione di Festivaletteratura, forse, non è del tutto casuale.
In questi giorni io e Giovanna Amato vi abbiamo raccontato perché e cosa ci ha lasciato questo Festival ma solo ieri ho capito con più chiarezza di un tempo perché da dieci anni vengo a Mantova e cosa mi fa partire per venirci: è il fare ‘comunità’ che le persone di qui permettono, che rende questa manifestazione unica in Italia. Questo è ciò che ci fa stare bene. Ho mutuato il senso di quest’espressione dal giornalista e critico Enrico Bettinello che spesse volte ho sentito interrogarsi sul significato di ‘comunità’ attorno al mondo del jazz in Italia. Ecco: a Mantova tutti, dal comitato organizzativo ai volontari, da chi si occupa della mensa alla redazione, dagli autori agli intervistatori, ecco, tutti fanno comunità per cinque giorni. La città poi, splendida, facilmente percorribile, ci mette del suo (storicamente e praticamente) per migliorare l’accoglienza e farci appartenere. Lo dico con parole molto semplici e forse un po’ banali ma, nell’epoca della ‘crisi delle appartenenze’, sentire di essere inclusi, anche solo per poche ore, in una comunità, è qualcosa di raro e prezioso. Penso proprio che qui sia racchiusa tutta la forza di questo Festival.

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Quando dici Mantova # 4 – (felicità)

 

Michael Cuningham, foto di Richard Phibbs

Michael Cuningham, foto di Richard Phibbs

Approfitto di questo spazio, oggi, per fare due comunicazioni di servizio.
La prima è che ho incrociato Michael Cunningham mentre salivo le scale, e ho avuto la possibilità di stringergli la mano. Questo perché Festivaletteratura non è solo eventi (e sarà Michael Cunningham, alle 18:30, a chiudere il festival incontrando il pubblico a Piazza Castello), ma anche possibilità di incrociare senza preavviso il proprio autore più caro e regredire ad uno stadio preverbale quale nemmeno nei miei ricordi più foschi di interrogazione in chimica.
La seconda comunicazione mi serve a precisare alla mia redazione, che mi supporta e segue da un campo-base ideale di cura e consulenza in questa impresa a tempi stretti, che alla domanda “allora, come va?” la mia risposta non doveva essere “sono felice”.
Anna Marchesini ha detto qualcosa di magnifico, ieri, sulla felicità. Lei lo pronunciava e io mi rendevo conto, subito, di essere d’accordo, da sempre. Non è il suo obiettivo, ha detto, la felicità, né il suo interesse, né il faro della sua ricerca. Non lo è nell’osservazione del mondo, che per lei è anzi tesa verso una comprensione intima, rispettosa, del dolore; e non lo è nella costruzione della sua persona, o almeno non più dell’allegria, del dolore, della gioia, dell’infelicità, di tutte le espressioni estreme dell’essere viva, molteplice, presente. L’estasi, piuttosto: artistica, emotiva, estetica, è l’estasi, per lei, non la felicità, l’esperienza massima da ricercare.
Ripensando a questa riflessione, che già trovo perfetta per me come un ciondolino, mi tornava in mente un’altra modalità di gironzolare per il cosmo di cui mi sento grata di godere: lo stupore.
Ad esempio.
Fin dal primo momento ho avvertito un feeling con una particolare modalità del festival, che è quella delle “lavagne”: un palco, una lavagna di ardesia, gessetti, la gradinata della Basilica di Sant’Andrea a far da platea per il pubblico, e lezioni brevi, divulgative, di linguistica o di scienza o di scrittura musicale. Per rispondere allora alla mia redazione su com’è che mi sento qui, riferisco, spero senza imprecisioni, da una “lavagna” del fisico Carlo Rovelli:
1) Se volesse diventare un buco nero, la Terra dovrebbe comprimersi nello spazio di un centimetro.
2) Quello che succede al centro di un buco nero in un secondo dura dieci miliardi di anni per l’osservatore esterno.
3) Vari modi per essere certi che un buco nero esiste sono la presenza di stelle che danzano, stelle che si sgretolano e stelle che vengono mangiate.
4) Mentre scrivo, gli astronomi stanno seguendo il pasto di un buco nero, che ha la durata ridicola, in termini di tempo astronomico, di qualche mese.

© Giovanna Amato

Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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Come leggono gli under 25 # 4 – Le ore

Le ore di Michael Cunningham

di Alessandra Trevisan

C’è l’intrecciarsi di tre vite e di tre epoche, di tre donne diverse ma vicine, legate dalla ‘morte’, attesa e in atto, osservata da ogni angolazione. Ci sono Clarissa Vaughane Laura Brown ma soprattutto ci sono i frammenti di Virginia Woolf sparsi ovunque e le sue cifre letterarie ossia la sintassi paratattica, la cura maniacale per il dettaglio (forma e sostanza), l’intreccio di trame (come in un tessuto pregiato), la sovrapposizione dei piani temporali. Virginia Woolf non è solo un personaggio del romanzo, bellissimo, di Michael Cunningham Le ore (Bompiani, 1999), bensì è uno dei tanti centri: vincitore del premio Pulitzer, è stato anche un film diretto da Stephen Daldry nel 2002, e continua ad essere un’opera di culto poiché finge di concedere l’opportunità di addentrarsi nella vicenda privata di una della più grandi autrici del Novecento. Il libro entra nelle esistenze dei personaggi, le invade, le incide, le seziona. Splendido il richiamo all’uso dello specchio, all’uscita dal corpo per potersi guardare da fuori: è Laura Brown che lo fa, con la sua fragilità pre-sessantottina, con il rischio dell’infelicità ed un senso di frustrazione cuciti addosso. Quell’America ferma, quella California domestica con i prati verdi e le automobili in garage, quegli Stati Uniti che ricordano precocemente l’insoddisfazione dei poeti beat e, sotto numerosi aspetti, Revolutionary Road (1961) di Richard Yeats, è anche qui. L’appiattimento dell’identità e la ricerca dell’identità son altri due poli opposti, urgentissimi, del romanzo, insieme alla nostalgia (che impregna ogni sillaba), al senso del tempo immobile o in accelerazione ma mai potenziato (c’è un gusto per la pausa che è lo stesso della Woolf), e vi è anche un guardare al prima (verrebbe da dire ‘alla gioventù’, al passato) come un momento che più si ripeterà, quello della felicità assoluta, delle occasioni mancate o perdute. C’è l’insistere sul tempo, il contare le ore, le ore woolfiane, le ore del titolo come metro della vita, per paura di perdere qualche istante invano, per riempire di specificità ogni secondo: il libro affonda le proprie radici in questo, nella scoperta che il vivere quotidiano è anche un ripiegare sull’ordinarietà delle cose, talvolta riconosciute come tali, talvolta straordinarie.

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LE ORE, LE ONDE, LE TANTE REALTA’

di Maddalena Lotter

“Le ore” di Michael Cunningham (Bompiani 1999) è un testo straordinario: attraverso una semplice struttura  geometrica che intreccia tre voci narranti su tre piani spazio-temporali diversi, il romanzo parla e si nutre di esperienze interiori totalmente destrutturate, presentando un’emotività quasi esasperata del vivere. Il nucleo tematico è la sensibilità umana in tutte le sue forme, nella sofferenza e nell’improvvisa, ingiustificata apparizione della felicità, nella rielaborazione del Reale che l’anima fa quando conversa con se stessa, in una fusione femminile e maschile di percezioni che – volutamente – non lasciano spazio alla realtà; è proprio in questa attenzione per l’universo interiore (direi quasi una ipersensibilità narrativa) e “disattenzione” per i fatti che Cunningham ricorda la Woolf: non a caso egli si ispira ai suoi lavori nel tema e nel titolo (“Le ore” è woolfiano, era il primo titolo di “Mrs. Dalloway”); non a caso anche Cunningham è uno scrittore “a ritmo, non a trama” (vedi Introduzione a “Le onde”, Einaudi 2002, a cura di Nadia Fusini), come si autodefinì la Woolf durante la stesura di “Le onde”, forse il suo capolavoro più riuscito, che ricorda per certi versi la stessa struttura narrativa del romanzo di Cunningham. Mentre lavora proprio a quella “Mrs. Dalloway” che ricompare in Cunningham, Virginia Woolf appunta nel suo diario (ed. Minimum Fax 2005), in data Martedì 22 agosto 1922: “E’ un errore credere che si possa produrre letteratura dalla materia grezza. Bisogna uscire dalla vita, bisogna farsi alieni da tutto: … quando scrivo non sono che una sensibilità. A volte mi piace essere Virginia, ma solo quando sono sparsa e vana e gregaria. Ora, finchè siamo qui, vorrei essere soltanto una sensibilità.” I personaggi di Cunningham sono in questo senso tutti dei potenziali narratori: la decisione che prendono è di uscire da tutto ed entrare nella Parola, che non significa uscire dalla realtà quotidiana, quanto piuttosto continuare a sopravviverci e creare una o più realtà interne che si autoalimentano di riflessioni, titubanze d’amore, vite forse non vissute, mentre passano le ore.