metrica

L’errare della poesia

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L’idea della letteratura con i piedi mi ha fatto pensare sia al camminare che allo scrivere male e quindi alla doppia accezione del verbo errare. Scrivere è un camminare, un procedere di passo in passo, di piede in piede, basti pensare alla metrica quantitativa delle lingue classiche. La poesia, prima orale e poi scritta, nasce con i piedi, il cui battere serviva a dare il ritmo del verso, la cui unità di misura era il piede, che era formato da due o più sillabe brevi o lunghe che costituivano la misura del verso. Nel piede, inoltre, i due elementi distinti, uno forte, chiamato arsi e segnato dall’ictus, uno più debole chiamato tesi dove la voce si abbassa, sono la misura della voce e del respiro e rendono la poesia inseparabile dal corpo che la dice. Il peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli, rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. I piedi sono ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo, basti pensare alla postura eretta, e al tempo stesso ci permettono di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. Senza i piedi sui quali poggiamo il nostro corpo, non potremmo vedere quel che vediamo e quindi neanche immaginare quello che immaginiamo (senza i piedi Dante non avrebbe potuto vedere le stelle e quindi scrivere la Commedia). Essi rimandano subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri – per me che sono un animale cittadino quando mi inoltro in periferia o per stradine secondarie − corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare (e qui è la figura di Odisseo che ci viene incontro), oppure abbiamo camminato o corso tanto che i piedi iniziano a farci male o ci manca il fiato. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero. (altro…)

luna muta altera

 Il presente lavoro fa parte di un più vasto progetto sinergico, esposto e sviluppato su Compagno Segreto

luna prima

luna prima

.

lunambolando noctiluca, bujo

disperdi intatto d’altro – tocchi d’altri

ascolti vani, i vaniloquj scaltri,

se pure taci l’ali che t’imbujo

.

da lat’a lat’o, scuri, in volti nigri,

ma come lame d’esse, menti il semen

d’incolti eterei colpi –  l’una limen

non dire ché ella apostrophi denigri

.

da resa vuota l’anima – l’implena

il giro, vago man’a man di cosa

che vide plenissima, l’altra, rosa

. 

diquartoinquart’erosa pietra impatta

parol’e strane a dire e sass’o, matta

pagina, roccia – come spera – arena

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