met(à)poesia

Kenneth Koch – Variations at Home and Abroad

Variazioni a Casa e all’Estero

Ci vuole così tanto della vita di una persona
per essere francesi, inglesi, americani
o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.
Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del
genere umano
e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo
o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte
Betty che tiene un grande piatto
Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra
e sorride da una parte all’altra del tavolo
questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano
e ridono dopo essere scesi dal treno
sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente
razza umana.
Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!
Oh amanti, Oh incanti!

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.
Il fotografo si siede. Murnau fa il film.
Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.
Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,
altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista
albanese si siede.
Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo
tedesco
una donna porta una cesta – una bella vista! È in
tutto e per tutto del Madagascar.
Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di
Ludwig gli avvicinano.
A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?
Ma anche ogni superficie si riscalda
al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!
Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.
Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione
ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso
di comunità
come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti
e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli
nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.
Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.
Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare
è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è
in movimento.
Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro
verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito
cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.
Un americano potrebbe cominciare a desiderare
di essere tutti o che tutti siano uguali
il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione
non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.
Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente
a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia
il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni
pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,
per darci un così variegato genere di umanità!
Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.
Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,
due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.
E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per
questo;
Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,
sedici ore per essere uno sveglio.
Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente
cancella questi segni.

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori
da lì
e certo ansimando dirà Perché sei un americano!
Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,
i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo
fra un attimo e non so affatto dove andare;
il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità
ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,
eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui
Spotty! Dannazione!
Tutto questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.
È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.
Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica
dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare
anche la nuova identità.

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.
Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova
qualcuno con cui bere.
Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare
ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta
percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,
una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.
Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un
padre.
I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.
Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo
che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto
da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani
che sorridono
pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina
dove lavorano in un albergo e addestrarlo.
Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.
La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.
È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia
profumata.
Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!
Canino!”
Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda
la donna.
La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta
davanti.
È un congolese con la savana sulle spalle
e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—
“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,
la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

Variations at Home and Abroad

It takes a lot of a person’s life
To be French, or English, or American
Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.
The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of
general humanity
And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait
Or to be any gender, born where or when
Betty holding a big plate
Karen crossing her post-World War Two legs
And smiling across the table
These three Italian boys age about twenty gesturing and talking
And laughing after they get off the train
Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain
Human race.
O mystery of growing up! O history of going to school!
O lovers O enchantments!

The subject is not over because the photograph is over.
The photographer sits down. Murnau makes the movie.
Everything is a little bit off, but has a nationality.
The oysters won’t help the refugees off the boats,
Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian
nationalist sits down.
When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus
clown
A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of
Madagascar.
The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of
Ludwig are bringing close to him.
All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?
But even every surface gets hot
In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!
But man and woman show that this isn’t true.
We will get by, though. The train is puffing at the station
But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense
of community
As when people feel really glad to have cats and dogs
And some even a few mice in the chimney. We are not alone
In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.
To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.
Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke
Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is
in motion
But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths
Chinese.
Falling in love one may get, say, twenty percent back
Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone
One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.
An American may start out wishing
To be everybody or that everybody were the same
Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles
Peguy, circa 1912,
“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation
Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.
So that someplace on earth there would be people who were
Writing haiku. But think of the human body with its arms
Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms
Think how much energy, work, and time have gone into it,
To give us such a variegated kind of humanity!
It takes fifteen seconds this morning to be a man,
Twenty to be an old one, four to be an American,
Two to be a college graduate and four or five hours to write.
And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for
this;
Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,
Sixteen hours to be someone awake.
One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing
takes these markers away.

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through
there
Will certainly gasp and say Why you’re an American!
My optimism, my openness, my lack of a sense of history,
My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic
In a moment and not quite know where to go from there;
My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority
And inferiority at the same time; my lack of culture,
Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here
Spotty! God damn!
All these and hundreds more declare me to be what I am.
It’s burdensome but also inevitable. I think so.
Expatriates have had some success with the plastic surgery
Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear
the new identity as well.

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.
The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him
someone with whom he can drink.
Consider the Volga boatman? One can only guess
But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty
percent boatman, Russian, man, and boatman,
A good person for the job, a Russian man of the river.
This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or
father.
Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.
Though he may father forth a puppy
Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted
To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys
who smile
Thinking it would be fun to take it to Taormina
Where they work in the hotel and to teach it tricks.
A Frenchwoman marvels at this scene.
The woman bends down to the dog and speaks to it in French.
This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed
fog.
He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!
canino!”
Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the
woman.
Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes
past.
It is a Congolese with the savannah on his shoulders
And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—
“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,
His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

Traduzione di Giovanni Catalano

 

Variazioni a Casa e all’Estero

 

Ci vuole così tanto della vita di una persona

per essere francesi, inglesi, americani

o italiani. E per avere una certa età. E vivere in un certo tempo, qualunque esso sia.

Chi di origine polacche vive a Manhattan non è solo un rappresentante del

genere umano

e non lo è nemmeno questo pescatore siciliano che lega l’amo

o per essere maschio o femmina, per nascere un giorno, da qualche parte

Betty che tiene un grande piatto

Karen che accavalla le sue gambe da secondo dopoguerra

e sorride da una parte all’altra del tavolo

questi tre ragazzi italiani sulla ventina che gesticolano e parlano

e ridono dopo essere scesi dal treno

sembrano per un cinquanta percento italiani e per il resto più semplicemente

razza umana.

Oh il mistero di diventare adulti! Oh la storia di andare a scuola!

Oh amanti, Oh incanti!

 

Il soggetto non è finito perché è finita la foto.

Il fotografo si siede. Murnau fa il film.

Tutto è un po’ fuori, eppure ha una sua nazionalità.

Le ostriche non aiuteranno i profughi a scendere dalle barche,

altre creature umane lo faranno. Squilla il telefono e il nazionalista

albanese si siede.

Quando si alza non è diventato un émigré russo né un clown del circo

tedesco

una donna porta una cesta – una bella vista! È in

tutto e per tutto del Madagascar.

Il poliziotto malese in divisa fiuta il barile di birra che i fratelli di

Ludwig gli avvicinano.

A tutti gli uomini piace ubriacarsi! Le differenze allora sono tutte in superficie?

Ma anche ogni superficie si riscalda

al sole. Può darsi che la superficie sia ciò che ci rende simili!

Ma uomo e donna dimostrano che non è vero.

Ce la caveremo, dopotutto. Il treno sbuffa in stazione

ma la stazione non sbuffa in treno. Questa differenza rende possibile un senso

di comunità

come quando le persone sono davvero felici di avere cani e gatti

e alcuni persino qualche topo nel camino. Non siamo soli

nell’universo e la diversità è motivo di conforto oltre che di difficoltà.

Per essere italiani ci vuole mezza giornata. Per essere cinesi ce ne vogliono i sette ottavi.

Solo di sera quando Chang Ho, a fine pasto, si siede a fumare

è esclusivamente umano, nella maniera in cui il treno è esclusivamente il treno quando è

in movimento.

Quando ci si innamora si può tornare, diciamo, di un venti percento indietro

verso l’universalità, anche se è tutto probabilmente. Quando poi l’amore è finito

cresce la propria nigerianità o la qualità di essere del Nepal.

Un americano potrebbe cominciare a desiderare

di essere tutti o che tutti siano uguali

il che per almeno l’ottanta percento ne fa un americano o un’americana. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“Il buon Dio ha creato i francesi così che certi aspetti della Sua creazione

non passassero inosservati.” Come il sapore del frumento, canaglia! O il giapponese.

Così che da qualche parte sulla terra ci fosse gente

a scrivere haiku. Ma pensa al corpo umano con le braccia

il naso, gli occhi, il cervello spesso in preda a preoccupazioni

pensa a quanta energia, quanto tempo e lavoro lo hanno attraversato,

per darci un così variegato genere di umanità!

Ci vogliono quindici secondi stamattina per essere un uomo.

Venti per essere un vecchio, quattro per essere un americano,

due per essere un diplomato e quattro o cinque ore per scriverlo.

E in più, ti amo! Mezzora di ogni singola ora per settimane o mesi per

questo;

Novecento secondi per essere un estimatore della pittura rinascimentale italiana,

sedici ore per essere uno sveglio.

Si è riconoscibilmente americani, maschi, e di una certa generazione. Niente

cancella questi segni.

 

Anche se vivo in Indonesia come un indigeno in una capanna, qualcuno verrà fuori

da lì

e certo ansimando dirà Perché sei un americano!

Il mio ottimismo, la mia apertura, la mia mancanza di senso della storia,

i miei muscoli facciali così caratteristici, pronti a farmi sembrare arrabbiato o triste o comprensivo

fra un attimo e non so affatto dove andare;

il mio assumere che è tutto possibile, il mio profondo senso di superiorità

ed inferiorità allo stesso tempo; la mia mancanza di cultura,

eccetto quella libresca; il mio modo di recitare col cane, vieni qui

Spotty! Dannazione!

Tutte questo e centinaia di altre cose dichiarano che sono quello che sono.

È gravoso ma è anche inevitabile. Penso di si.

Gli espatriati hanno avuto un certo successo con la chirurgia plastica

dell’assenza e della partenza. Ma non è mai assoluta. E poi devono sopportare

anche la nuova identità.

 

Irlandesi o russi, in loro l’individualità è spesso scambiata per nazionalità.

Il russo che trova un’anima nell’ufficiale dell’esercito, l’irlandese che in lui trova

qualcuno con cui bere.

Considera il barcaiolo sul Volga? Si può solo tirare a indovinare

ma probabilmente russo per circa il novanta percento, ottanta percento uomo e trenta

percento barcaiolo, russo, uomo e barcaiolo,

una persona giusta per quel lavoro, un uomo russo del fiume.

Questo cane è per due quinti un lupo e per meno di un millesimo un marito o un

padre.

I cani resistono alla nazionalità essendo razze. Questo è semplicemente alsaziano.

Anche se in futuro potrebbe essere padre di un cucciolo

che sembra totalmente qualcos’altro se per esempio lui (l’alsaziano) è attratto

da un barboncino con un potente DNA. Il cucciolo corre incontro ai ragazzi italiani

che sorridono

pensando che sarebbe divertente portarlo a Taormina

dove lavorano in un albergo e addestrarlo.

Una donna francese si stupisce davanti a questa scena.

La donna si abbassa verso il cane e gli parla in francese.

È incoraggiante e divertente. Per il cane tutte le lingue umane sono una nebbia

profumata.

Scodinzola e si alza sulle zampe posteriori. Un ragazzo italiano lo elogia, “Bravo!

Canino!”

Sotto passa il boato della metropolitana. Il ragazzo guarda

la donna.

La vita offre loro questi momenti intricati come – chi? – passa in bicicletta

davanti.

È un congolese con la savana sulle spalle

e il cielo nel cuore, ma le sue parole quando passa sono in francese—

“Bonjour, m’sieu dames,” e va via sempre più veloce con la sua identità,

la sua congolese, millennale individualità che cambia e ricambia posto.

 

 

 

 

Variation at Home and Abroad

 

It takes a lot of a person’s life

To be French, or English, or American

Or Italian. And to be at any age. To live at any certain time.

The Polish-born resident of Manhattan is not merely a representative of

general humanity

And neither is this Sicilian fisherman stringing his bait

Or to be any gender, born where or when

Betty holding a big plate

Karen crossing her post-World War Two legs

And smiling across the table

These three Italian boys age about twenty gesturing and talking

And laughing after they get off the train

Seem fifty percent Italian and the rest percent just plain

Human race.

O mystery of growing up! O history of going to school!

O lovers O enchantments!

 

The subject is not over because the photograph is over.

The photographer sits down. Murnau makes the movie.

Everything is a little bit off, but has a nationality.

The oysters won’t help the refugees off the boats,

Only other human creatures will. The phone rings and the Albanian

nationalist sits down.

When he gets up he hasn’t become a Russian émigré or a German circus

clown

A woman is carrying a basket—a beautiful sight! She is in and of

Madagascar.

The uniformed Malay policeman sniffs the beer barrel that the brothers of

Ludwig are bringing close to him.

All humanity likes to get drunk! Are differences then all on the surface?

But even every surface gets hot

In the sun. It may be that the surface is where we are all alike!

But man and woman show that this isn’t true.

We will get by, though. The train is puffing at the station

But the station isn’t puffing at the train. This difference allows for a sense

of community

As when people feel really glad to have cats and dogs

And some even a few mice in the chimney. We are not alone

In the universe, and the diversity causes comfort as well as difficulty.

To be Italian takes at least half the day. To be Chinese seven-eighths of it.

Only at evening when Chang Ho, repast over, sits down to smoke

Is he exclusively human, in the way the train is exclusively itself when it is

in motion

But that’s to say it wrongly. His being human is also his being seven-eighths

Chinese.

Falling in love one may get, say, twenty percent back

Toward universality, though that is probably all. Then when love’s gone

One’s Nigerianness increases, or one’s quality of being of Nepal.

An American may start out wishing

To be everybody or that everybody were the same

Which makes him or her at least eighty percent American. Dixit Charles

Peguy, circa 1912,

“The good Lord created the French so that certain aspects of His creation

Wouldn’t go unnoticed.” Like the taste of wheat, sirrah! Or the Japanese.

So that someplace on earth there would be people who were

Writing haiku. But think of the human body with its arms

Its nose, its eyes, its brain often subject to alarms

Think how much energy, work, and time have gone into it,

To give us such a variegated kind of humanity!

It takes fifteen seconds this morning to be a man,

Twenty to be an old one, four to be an American,

Two to be a college graduate and four or five hours to write.

And what’s more, I love you! half of every hour for weeks or months for

this;

Nine hundred seconds to be an admirer of Italian Renaissance painting,

Sixteen hours to be someone awake.

One is recognizably American, male, and of a certain generation. Nothing

takes these markers away.

 

Even if I live in Indonesia as a native in a hut, someone coming through

there

Will certainly gasp and say Why you’re an American!

My optimism, my openness, my lack of a sense of history,

My distinctive facial muscles ready to look angry or sad or sympathetic

In a moment and not quite know where to go from there;

My assuming that anything is possible, my deep sense of superiority

And inferiority at the same time; my lack of culture,

Except for the bookish kind; my way of acting with the dog, come here

Spotty! God damn!

All these and hundreds more declare me to be what I am.

It’s burdensome but also inevitable. I think so.

Expatriates have had some success with the plastic surgery

Of absence and departure. But it is never absolute. And then they must bear

the new identity as well.

 

Irish or Russian, the individuality in them is often mistaken for nationality.

The Russian finding a soul in the army officer, the Irishman finding in him

someone with whom he can drink.

Consider the Volga boatman? One can only guess

But probably about ninety percent Russian, eighty percent man, and thirty

percent boatman, Russian, man, and boatman,

A good person for the job, a Russian man of the river.

This dog is two-fifths wolf and less than one-thousandth a husband or

father.

Dogs resist nationality by being breeds. This one is simply Alsatian.

Though he may father forth a puppy

Who seems totally something else if for example he (the Alsatian) is attracted

To a poodle with powerful DNA. The puppy runs up to the Italian boys

who smile

Thinking it would be fun to take it to Taormina

Where they work in the hotel and to teach it tricks.

A Frenchwoman marvels at this scene.

The woman bends down to the dog and speaks to it in French.

This is hopeful and funny. To the dog all human languages are a perfumed

fog.

He wags and rises on his back legs. One Italian boy praises him, “Bravo!

canino!”

Underneath there is the rumble of the metro train. The boy looks at the

woman.

Life offers them these entangling moments as—who?—on a bicycle goes

past.

It is a Congolese with the savannah on his shoulders

And the sky in his heart, but his words as he passes are in French—

“Bonjour, m’sieu dames,” and goes speeding off with his identity,

His Congolese, millennial selfhood unchanging and changing place.

 

[Sequenze di testo] – Gherardo Bortolotti – senza paragone 16 (post di Natàlia Castaldi)

Godfrey Frankel

01. come la polvere sui tuoi scaffali, le vicende che ne hanno accompagnato il deposito su paesaggi di superfici laccate, in una geologia di interni, fatta per ere di pochi, lunghissimi minuti, in cui si accumulano gli eventi nanometrici, si consumano gli ordini delle loro vicende mentre, da fuori, entra la luce del sole e tu ti attardi a bere in cucina

02. diversi dalle somiglianze tra cose lontane, dalle relazioni di affinità in cui disfare gli oggetti, i gesti, i particolari di arredi e di visi guardando, e consumando i sensi del mondo, sfibrando il tuo repertorio di paragoni imprecisi, gli archivi che ti abitano di momenti passati, non diversi, quasi uguali, i cui particolari sono persi da anni

03. simile al muro, ai suoi distretti verticali in cui si perde lo sguardo seguendo le imperfezioni, gli spessori della vernice, le sgorbiature di collisioni anonime e lontane, le crepe minuscole, oltrepassate dalle luci radenti del mattino, in un alba ortogonale che spunta dallo spigolo, il confine del mondo

04. distinti dalla pioggia, dalle fitte, singole traiettorie verticali delle gocce, che precipitano in parallelo, ad ogni istante a diversi livelli dal suolo, prima che lo schianto ne infranga la tensione superficiale e, al contatto con la granularità dell’asfalto, l’inerzia della piccola massa d’acqua ne richieda prima la deformazione e, poi, l’esplosione, la dispersione, la vaporizzazione in minuscoli giochi d’acqua, che coinvolgono la patina umida del marciapiede in un complesso ed esteso sistema di maree e contromaree microscopiche, su cui si disegna il tuo passo, la tua falcata insensata nel corso del giorno autunnale, volto ad uno scopo che, come tutti (altro…)

Giovanni Catalano – Le donne in Cile

Le donne in Cile

In questo periodo
le ciliegie e le pesche
vengono dal Cile.

I denti fortunatamente
dritti, duri, uguali.
Così prendo un’altra pesca
e bacio la spalla
della tua assenza.

Eppure l’Europa
è un grande
esportatore di pesche:
le esportazioni infatti
sopravanzano le importazioni.

Ma qui le donne non sono
come le donne in Cile
poco sotto le macerie
e viste le parole pronunciate
non sono nemmeno
come le donne invisibili
dei paesi arabi,
le donne in Bangladesh
dove ogni due ore

una donna muore
o in alcune zone del Nepal
col tappeto sulle spalle
che è un profumo
di uomini mai avuti

o che se entrano di fianco
senza bussare, piedi di geisha
poi escono sempre
dal letto e a piedi nudi
ritornano dal bagno

le donne
sfigurate dall’acido
vivono meno degli uomini
le donne depresse
che non parlano d’altro,
le donne grasse coi piedi freddi
e che non dormono la notte

sono donne
tutte per gli uomini
le mogli dei soldati
con le scarpe di legno
se per giorni, settimane
di mare o di deserto
per raggiungere la Libia

certe persone
sono fatte per restare sole
ma si sentono come i gemelli
si dice sentano l’uno
il dolore dell’altro.
Poi diventano insensibili
come una mano aliena
o un arto fantasma,
c’è uno schema.

La mente umana
si organizza per schemi,
ricostruisce per simmetria,
ragiona come nelle frasi
impossibili di Chomsky.

Perché non può far altro.

E sono brave persone
solo che parlano dei morti
come fossero vivi.

Giovanni Catalano, inedito (2010)

[risentimento dell’arte, lettera ad ardengo soffici (2004)] – Pier Maria Galli (post di natàlia castaldi)

Ardegno Soffici – Chimismi lirici

(è un semplice esercizio/precipizio amoroso verso ardengo soffici, a cui devo, talora privo di innocenza e consapevole, il gusto dello scrivere. E l’entusiasmo infantile tra le mie mediocrità di aderire ad una letteratura perdente, orta, dicembre 2004)

.

supponi un luogo ed un movente di risa ed è di un’estetica cinematografica
:fanali in corsa
tra le vite di un caffè & toilette di tipografie
tra modiste fuori moda & vetrine dei pasticcieri:
retribuire i pensieri di vecchie réclames in via ricasoli 8
sbiadite tra le cosce di firenze e
limitare il rendimento di questo millenovecentodiciannove
ai colori mediocri delle copertine di una zigzagante vallecchi come
alla risonanza tra letto e soffitto dei suoi piccoli seni
da modella infarinata in clown
o portalettere di terre postume,
bassorilievi da redazione le bambine carburante che ti desistono
e ti braccano tra i turbamenti delle colline papiniane
che tagliano l’orizzonte a lamine flaccide, a metafisiche sanguinose.
ancora segatura sui pavimenti dove si agitano suole e versature intentate
a cui le rotative dei bar devono la simultaneità della distribuzione tra visi briachi.
e osservare quanto tra le pareti di testi a piede libero
una gendarmeria possa attrezzarsi a te
monumento a cose ardite, fantasma fallito o
in ordine maniacale
giostrare dei sensi a burrasca di mandorli in fiore.
la tua uscita di scena da una fessura tra i denti
odora al dettaglio di modernità affinché tu possa diffondere attrattive
reclamismo di mitologie
luna-park di meteostupori meccanici:
. avvizzisce il cocchiere venuto da kief in tasca di marinetti
per non aver nulla più da dire e da fare tra
l’avventurarsi in primavere a schiera sulla pallida schiena toscana.
&
mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches
pantaloni a cornice sur la mer
ed il fumo di una sigaretta che rimescola i colori sui muri
della camera 19 de l’Hotel des Anglais a Rouen
tanto da sfilarmi fuori dagli hangars della poesia sul labbro delle folle.
filmo sul quai notturno la guerra & la performance da acrobata dei tuoi abiti neri:
ti scagiona il pretesto dell’arte dai crimini della verità.
Fuorigioco dei torti. E dei forti.
Il battere delle tue ciglia sul tavolino e le poche risorse dei fogli.
al di là dei vetri l’antico paese da cui dici è di coccio.
E descrive finestre spalancate sul nulla di mezzogiorno
in sgrammaticate quartine da viaggio.

è proibito parlare al manovratore.
così ti scrivo dal confino delle tue mani

*

Pier Maria Galli (dicembre, 2004)

Articoli correlati QUI

LA BELLEZZA E LA ROVINA – Poeti al Garraffello

Un reading di poesia con l’intervento di musicisti, la proiezione di un’intervista a Edoardo Sanguineti realizzata da Ciprì e Maresco, la mostra “La Parola Fotografata” realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani e la presenza di Radio Cento passi (erede di Radio aut di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia per la sua irridente e creativa lotta contro i boss) venerdì 2 luglio dalle 20.30 in poi a Piazza Garraffello, fra le rovine della Vucciria di Palermo, ma senza la spazzatura che solitamente circonda e riempie la bella fontana cinquecentesca del luogo, perché faranno una pulizia straordinaria gli abitanti della zona. A fondale dello scenario, la scritta “Uwe ti ama”, tracciata sui muri sbrecciati dall’artista austriaco Uwe Jaentsch, che da anni opera nel luogo e vi ha realizzato interventi che, sottolineandone il degrado, al tempo stesso ne esprimono la potenzialità. L’iniziativa è di un gruppo di operatori culturali, che hanno messo assieme forze e volontà di fare e, a titolo gratuito e coinvolgendo il quartiere, ha già realizzato un evento simile per la Giornata mondiale della poesia in un altro sito palermitano, recentemente recuperato ma rimasto inutilizzato (il Comune non vi ha previsto nessuna attività, sebbene sia uno spazio ideale per eventi culturali), il giardino di Piazza Fonderia. Parteciperanno i poeti Roberto Deidier, Nino De Vita, Francesca Traina, Biagio Guerrera, Nicola Romano, Margherita Rimi, Mara Librizzi, Luciano Mazziotta, Sebastiano Adernò, Giovanni Catalano, Francesco Balsamo, Francesca Pellegrino. Quelli di loro che non vivono a Palermo, verranno a loro spese, nello spirito della manifestazione, senza finanziamenti e senza scopi di lucro, testimonianza di indignazione attiva per l’incuria e la rovina che condannano a morte luoghi ricchi di storia e di arte e di fiducia nel potere delle parole e della bellezza.


PROGRAMMA

– SCHERMO
Omaggio alla memoria di Edoardo Sanguineti
Proiezione dell’intervista al poeta realizzata nel 2000 da Daniele Cipri’ e Franco Maresco

– MUSICA
Angelo Di Mino , violoncello

– POESIA
Giovanni Catalano, Nicola Romano, Francesca Pellegrino

– MUSICA
Toti Basso, chitarra

– POESIA
Roberto Deidier, Francesca Traina, Biagio Guerrera

– SCHERMO
Videoproiezione della mostra “La Parola Fotografata”realizzata da Francesco Francaviglia sui poeti siciliani

– MUSICA
Giovanni Mattaliano, solosax
“Come gli alberi sotto la neve” di Giovanni Mattaliano

– POESIA
Mara Librizzi , Nino De Vita

– MUSICA
Giampiero Riggio , chitarra e voce

– POESIA
Luciano Mazziotta, Sebastiano Aderno’ (al sax Corrado, La Marca), Margherita Rimi

– MUSICA
Salvo Compagno e Daniele Schimmenti, percussioni

23.30 DJ SET:
ABnormal ( elettronica, independent,pop?, nupop )
and more….

Presenta la serata Fosca Medizza

Bookshop a cura della Libreria MODUSVIVENDI

Organizzazione e promozione:
Patrizia Stagnitta, Associazione Mezzocielo
Rosanna Pirajno, Fondazione Salvare Palermo
Beatrice Agnello, Associazione culturale Gli Amici di Oblomov
Fabrizio Piazza, Libreria Modusvivendi
Antonio Saporito, Amici di Garage
Fosca Medizza,
Maria Giambruno, Cnn Piazza Marina & dintorni
Terremoto Jek
Dario Panzavecchia – ABnormal

Ufficio Stampa:
Beatrice Agnello (beagnello@libero.it, cell. 338.8632095)
Fabrizio Piazza (pessoa72@hotmail.com, 091.323493)

I Promotori ringraziano sentitamente tutti gli intervenuti, i poeti e i musicisti che partecipano alla manifestazione a titolo gratuito, i poeti venuti da lontano a proprie spese, i professionisti, gli amatori, gli amici che si sono prodigati nei diversi ambiti organizzativi, tutti coloro che hanno mostrato fattivamente interesse e passione, e condiviso entusiasmo ed energie per una iniziativa pensata e realizzata con amore per l’arte e la poesia. Con molte scuse per le inevitabili pecche.

Si ringraziano inoltre: Roberto Deidier, Maria Attanasio, Laura Imondi, Franco Maresco, Pippo Bisso, Shobha, Chiara Maio, Emilia Maggiordomo, Flavia Schiavo, Cettina Musca, Anna Sica, Ida Tedesco Zammarano.

Pier Maria Galli – Posso leggerti qualcosa? (post di natàlia castaldi)

1)
posso leggerti
qualcosa?

2)
oppure dimmi come stai.
bene male così così.
perché non si sa mai dopo i corpi più frequenti
cosa resta

3)
certo, i tempi potrebbero essere migliori.
prendi le 8 caffettiere sopra il mio lavandino o
quel tuo vestitino grazioso
che sembra fatto apposta per i miei divani compiacenti.
ma probabilmente è solo una proposta indelicata
quel corpo eccitato della voce
che affonda schiantandosi contro i miei giorni più tranquilli

4)
casomai calarti nei panni
della signorina richmond

5)
quindi decidermi, e magari dirti come mi sento.
male bene così così.
perché non si sa mai cosa tu sai.
sebbene basterebbe quel quanto tu sai
sedermi di fronte ad una poesia,
ad una poesia che si mette comoda tra i tuoi seni,
perché io ti chieda posso leggerti qualcosa?

 (altro…)

Giovanni Catalano – I cantieri

Una piccola scossa,
una vibrazione
è il segnale
che ti stai riaddormentando.

Io non ho sonno
e penso
a cosa faremo domani
o a come farci
piacere
le vite degli altri.

Basta poco
che l’esperimento fallisca:
un sogno, un dolore.

La sveglia
che non suona.

Allora, resto a guardarti
come si guardano i cantieri.
Perché è nel sonno
che si costruiscono le case,
i ricordi si fissano.

Noi no,
se gli altri avranno
una distrazione, noi
dobbiamo sempre
dimostrare
di poter essere di più

di quelle città
distrutte dal terremoto.

Giovanni Catalano, inedito (2010)

Rae Armantrout – Due, tre

Rae Armantrout (1947 -) è la poetessa americana che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer. È stata senza dubbio una delle voci più interessanti del fenomeno “L=A=N=G=U=A=G=E poets”, movimento che prendendo il nome della rivista omonima è emerso tra gli anni ‘60 e ’70, portando avanti un discorso iniziato con Gertrude Stein e Louis Zufofsky, poi praticato dai New American Poets. Propongo un testo in cui è evidente l’enfasi anti-lirica e auto-referenziale che rende affascinante una poesia che a prima vista sembrerebbe contenuta ma che poi finisce col travolgere il lettore, trascinandolo al fondo della sua vertigine.

  (altro…)

Giovanni Catalano – Le figure della ripetizione

Alle sette del mattino
due cani nati sulla strada
annusano la spazzatura
che la sera prima
aveva preso fuoco.
Poi si scambiano di posto
e si annusano a vicenda.
Ora si tengono a distanza,
la distanza dovuta,
ora quasi si mordono
un orecchio, immobili.
Tutta la faccenda
non durò più di dieci minuti.

Una donna ritira i panni
senza vento e li piega
come fossero carta da regali.
Non porta gli occhiali in pubblico,
la calza bianca da ginnastica,
i pantaloni della tuta
(guarda fuori il giallo
invincibile delle forsythie). (altro…)

Frank O’Hara – Secondo i piani

Francis Russell O’Hara (1926-1966) è stato forse l’epicentro della scuola di New York. Amico dei più grandi esponenti dell’espressionismo astratto, per un lungo periodo lavorò anche al MOMA. Investito da una dune buggy mentre dormiva sulla spiaggia, è morto a soli quarant’anni, lasciandoci alcune tra le pagine più belle della poesia americana di tutti i tempi.

  (altro…)

Philip Gross – Severn Song

Philip Gross (1942- ) quest’anno ha vinto il prestigioso premio T.S. Eliot, ben 15.000 sterline donate dalla vedova del poeta, Valerie Eliot. E ha vinto con il suo sesto libro di poesia, “The Water Table”, un’opera che ha sorpreso per il fatto di essere, non solo una raccolta di poesie, ma anche “so obviously a book”. Ringrazio Riccardo Duranti per il suo prezioso contributo alla traduzione.
 
 
 
 
Severn Song

The Severn was brown and the Severn was blue –
not this-then-that, not either-or,
no mixture. Two things can be true.
The hills were clouds and the mist was a shore.
 
The Severn was water, the water was mud
whose eddies stood and did not fill,
the kind of water that’s thicker than blood.
The river was flowing, the flowing was still,
 
the tide-rip the sound of dry fluttering wings
with waves that did not break or fall.
We were two of the world’s small particular things.
We were old, we were young, we were no age at all,
 
for a moment not doing, nor coming undone –
words gained, words lost, till who’s to say
which was the father, which was the son,
a week, or fifty years, away.
 
But the water said earth and the water said sky.
We were everyone we’d ever been or would be,
every angle of light that says You, that says I,
and the sea was the river, the river the sea.

 

 

La canzone del Severn

Il Severn era marrone e il Severn era blu –
non questo-poi-quello, non entrambi-l’uno o l’altro,
nessun rimescolamento. Due cose possono essere vere.
Le colline erano nuvole e la foschia era una riva.

Il Severn era acqua, l’acqua era fango
pieno di mulinelli fermi che non si riempivano,
il tipo d’acqua che è più denso del sangue.
Il fiume fluiva, fluiva da fermo,

l’increspatura di piena il suono d’un secco battito d’ali
con onde che non si infrangevano né cadevano.
Eravamo due piccoli particolari del mondo.
Eravamo vecchi, eravamo giovani, non avevamo età,

per un momento non facevamo nulla, né eravamo disfatti –
parole vinte, parole perdute, finché chi può dire
chi era il padre, chi era il figlio,
a una settimana, o a cinquant’anni, di distanza.

Ma l’acqua diceva terra e l’acqua diceva cielo.
Eravamo tutti gli uomini che siamo stati o vorremmo essere,
ogni angolo di luce che dice Tu, che dice Io,
e il mare era il fiume, il fiume era il mare.

(Traduzione di Giovanni Catalano)

James Schuyler – L’appartamento buio

James Schuyler (1923 – 1991), nato a Chicago, visse due anni a Ischia lavorando come segretario di W.H. Auden prima di trasferirsi a New York dove, a un party, conobbe John Ashbery e Frank O’Hara. I momenti migliori per la sua poesia furono quelli a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Nel 1980 vince il Premio Pulitzer con “The Morning of the Poem”.

James Schuyler

 

 
 
The Dark Apartment

 

Coming from the deli
a block away today I
saw the UN building
shine and in all the
months and years I’ve
lived in this apartment
I took so you and I
would have a place to
meet I never noticed
that it was in my view.

I remember very well
the morning I walked in
and found you in bed
with X. He dressed
and left. You dressed
too. Isaid, “Stay
five minutes.”You
did. You said, “That’s
the way it is. “It
was not much of a surprise.

Then X got on speed
and ripped off an
antique chest and an
air conditioner, etc.
After he was gone and
you had changed the
Segal lock, I asked you
on the phone, “Can’t
you be content with
your wife and me?” “I’m
not built that way, “
you said. No surprise.

Now, without saying
why, you’ve let me go.
You don’t return my
calls, who used to call
me almost every evening
when I lived in the coun-
try. “Hasn’t he told you
why?” “No, and I doubt he
ever will.” Goodbye. It’s
mysterious and frustrating.

How I wish you would come
back! I could tell
you how, when I lived
on East 49th, first
with Frank and then with John,
we had a lovely view of
the UN building and the
Beekman Towers. They were
Not my lovers, though.
You were. You said so.

 

 

L’appartamento buio

Venendo dal negozio di alimentari
a un isolato da qui oggi ho
visto il palazzo dell’ONU
brillare e in tutti i
mesi e gli anni che ho
vissuto in questo appartamento
che ho preso in modo che tu ed io
avessimo un posto per
vederci non ho mai notato
che fosse alla mia vista.

Ricordo benissimo
la mattina che sono entrato
e ti ho trovato a letto
con X. Si è rivestito
e se ne è uscito. Ti sei vestito
anche tu. Ho detto, “Resta
cinque minuti.” Tu
sei rimasto. Hai detto, “È
così.” Non
fu una gran sorpresa.

Poi X si è fatto di speed
e ha rotto una
cassapanca antica e un
condizionatore, ecc.
Dopo che se ne fu andato e
tu hai cambiato la
serratura Segal, ti ho cercato
al telefono, “Non puoi
accontentarti di
tua moglie e di me?” “Non
sono fatto a quel modo, “
hai detto. Nessuna sorpresa.

Adesso, senza dire
perché, mi hai lasciato andare.
Non mi richiami,
tu che mi chiamavi
quasi ogni sera
quando abitavo in cam-
pagna. “Lui non ti ha detto
perché?” ”No, e dubito che
lo farà.” Addio. È
misterioso e frustrante.

Come vorrei che tu tornassi
indietro! Saprei dirti
come, quando stavo
sulla 49esima strada Est, prima
con Frank e poi con
John,
avevamo una piacevole vista del
palazzo dell’ONU e delle
Beekman Towers. Sebbene non fossero
miei amanti.
Ma tu si. Mi dicevi così.

(Traduzione di Giovanni Catalano)