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Mestre in Centro dal 30 agosto al via

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Al via sabato 30 agosto la terza edizione di “Mestre in centro”

Cinquantanove giorni di musica, mostre, fiere, mercati, appuntamenti culturali, eventi sportivi, incontri con libri ed autori: torna, da sabato 30 agosto, “Mestre in centro”, la tradizionale kermesse che fino al 27 ottobre trasformerà il centro di Mestre (VE) in uno “spazio eventi” all’aperto.
“La manifestazione – afferma Sergio Pomponio, sub-commissario del Comune di Venezia – cade quest’anno in un momento particolare e difficile per la città, ma non per questo è in tono minore, come testimonia il ricco programma delle iniziative che coniuga, anche in questa edizione, aspetti molto diversi tra loro, spaziando dagli eventi tradizionali, come la fiera di San Michele o la festa del santo patrono, ad appuntamenti culturali di alto livello. Un segnale importante per Mestre e per tutta la Terraferma, che contribuisce a ridurre quel senso di lontananza dal Centro storico veneziano che si fa più sentire proprio nei momenti di difficoltà”.

Ad alzare il sipario della manifestazione, sabato 30 agosto, sarà la Banda Osiris con un doppio appuntamento: alle ore 18, in piazzetta Pellicani, i quattro musicisti presenteranno il libro “Le dolenti note. Il mestiere del musicista: se lo conosci lo eviti”; alle 21, in via Palazzo, la Banda si esibirà in uno spettacolo gratuito tratto dal libro.
Ce n’è per tutti i gusti nel variegato calendario degli eventi, da quelli dedicati agli amanti dello sport, come la Maratonina di Mestre (14 settembre), “StimoLadanza” (20 settembre) e il trofeo di pugilato “Città di Mestre” (27 settembre), alle fiere e i mercati della tradizione, come la terza edizione di “Altro futuro”, fiera della decrescita e della città sostenibile (19-21 settembre) e la fiera di San Michele “Gusto e sapori a Mestre”, dedicata quest’anno ai metodi di conservazione del cibo (24-29 settembre). Da non perdere il “Festival della politica”, con tanti ospiti ed incontri dall’11 al 14 settembre, con due importanti anteprime la sera del 10. Al centro della programmazione, lunedì 29 settembre, la festa di San Michele, con il consueto alzabandiera in Piazza Ferretto alle ore 10 e la santa Messa nel Duomo di San Lorenzo celebrata dal patriarca Francesco Moraglia. Nel mese di ottobre torneranno inoltre “Il suono improvviso” (giovedì 2), l’attesissima fiera “MestrEuropa”, con tanti espositori internazionali (3-6 ottobre), e “Ad alta voce” (sabato 4 ottobre), la maratona di lettura promossa e organizzata anche quest’anno da Coop Adriatica. Prosegue anche quest’anno il coinvolgimento degli studenti delle scuole superiori, cui sarà dedicato il 14 ottobre l’incontro con Lucia Annibali sul tema della violenza sulle donne, e che saranno protagonisti di alcuni incontri con gli autori organizzati dal collettivo studentesco “Spritz letterario” del Liceo scientifico Morin nelle giornate dal 21 al 24 ottobre. Novità di quest’anno saranno inoltre le iniziative promosse dall’Università Ca’ Foscari: vere e proprie lezioni universitarie per aiutare i ragazzi delle scuole superiori ad orientarsi nella scelta della facoltà universitaria.

L’intera manifestazione si realizza grazie alla collaborazione de La Feltrinelli di Mestre, Radio Ca’ Foscari e collettivo Spritz Letterario del Liceo Scientifico “Ugo Morin”.

Il programma completo degli eventi è online sul sito www.mestreincentro.it; la pagina Facebook è invece questa: https://www.facebook.com/MestreInCentro

“Ci sono notti che non accadono mai”: ad Alda Merini, con un’intervista a Silvia Rocchi

foto (1)

Ci sono notti
che non accadono mai
e tu le cerchi
muovendo le labbra.
Poi t’immagini seduto
al posto degli dèi.
E non sai dire
dove stia il sacrilegio:
se nel ripudio
dell’età adulta
che nulla perdona
o nella brama
d’essere immortale
per vivere infinite
attese di notti
che non accadono mai.

Alda Merini.

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Alda Merini è stata una poetessa prolifica: è grande l’abbondanza dei suoi scritti e allo stesso modo è stata profonda e piena la sua solitudine. Solitudine è forse un termine abusato nella nostra società ma non c’è nulla di più aderente alla vita di Merini: è come una chiave di volta per capire i suoi testi, anche nell’amore per lo sconfinato e l’indicibile, anche lì la solitudine si fa corpo, è collante per i versi. Da qui voglio partire, dalla comunicabilità di questa solitudine e dei suoi testi, che confluiscono in un’opera di omaggio all’autrice, un fumetto recentemente uscito per Beccogiallo dal titolo Ci sono notti che non accadono mai. Canto a fumetti per Alda Merini. L’artista della sceneggiatura e dei magnifici disegni che lo compongono è Silvia Rocchi, che percorre un doppio filo di narrazione per portare in scena l’esistenza spesso sbandata e senza punti di riferimento di Merini, intersecandola con la sua stessa poesia. Tante le citazioni che evocano mondi, luoghi, situazioni, calando la poetessa milanese nel quotidiano anche, riappacificando l'”ogni giorno” con l’altezza di alcuni suoi slanci poetici. C’è tutto il potere della metafora, è vero, come ben dice la stessa Silvia Rocchi nella postfazione al volume, c’è un sicuro trattare l’esperienza in modo filologico, temporale – i versi pre-manicomiali e i versi post-manicomiali – che creano e restituiscono un senso circolare. Cito ancora Silvia Rocchi nel ripercorrere il doppio filo, quello di una Merini senza volto che vaga alla ricerca dei volti altrui, in cui riconoscersi (prima), in un gioco – a mio personale avviso – molto simile a quello delle recenti performance di Marina Abramovic, quello di una Merini tra amore, violenza e pietà (poi) sempre alla ricerca di redimere se stessa. In questi disegni c’è il riverberare d’un destino ellittico e spezzato, che è già nel verso. La solitudine è “tema sostanziale”, che affranca il disegno, e alla fine lo esplode, come fanno il motivo del “dettaglio” e del silenzio, pregnante, anche laddove la parola (non) è pronunciata: i versi sono spesso voci fuori campo che invadono la pagina, e nel loro dirsi, nel loro riecheggiare nello spazio, si riappropriano dello spazio stesso e, come già la solitudine, si fanno corpo. C’è poca Milano però, che resta trasfigurata, appena accennata, abbozzata, o che sta sullo sfondo, in disarmonia con l’io; ci sono le colline, e ci sono gli interni, chiusi.
Merini ha scritto moltissimo ma credo sia giusto provare anche a spostare lo sguardo per richiamare altre immagini che Rocchi mette in movimento dal mio punto di vista, e proverò a riconsegnarne qualcuna perché quando un’opera comunica significa che funziona: c’è ad esempio una splendida citazione da Virginia Woolf nell’immersione nel fiume, nella decima tavola qui; la bocca che dice Sarò invece, nella tavola a pagina 5, possiede una rara sensualità, penetrante come un quadro di Egon Schiele.
Questi disegni tuttavia, risvegliano anche versi di altre poetesse; di Mariangela Gualtieri, ad esempio:

Volevo tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

e soprattutto di Anna Maria Carpi, che sintetizza anche tutta l’opera di Rocchi, secondo me:

IL MIO CUORE ha l’accesso stretto
il sangue non ci passa facilmente
o rigurgita o rimane dentro,
così gli altri non sanno
che passione ho per loro
che potrei
fermare anche gli ignoti per la strada
e dirgli
tutto quello che ho dentro e non mi passa –
e sarebbe la grazia.

Alda Merini il 21 marzo scorso avrebbe compiuto 82 anni. Questa è una dedica a lei con un’introduzione e un’intervista a Silvia Rocchi che qui segue, perché ci sono notti che non accadono mai e ci sono anche giorni che non accadono mai, ma ci sono vite che accadono e rappresentarle significa renderle eternamente accessibili.

(c) Alessandra Trevisan

***

Perché Alda Merini e come ti sei avvicinata alla sua poesia?

Perché mi è stata proposta dalla casa editrice BeccoGiallo. Io conoscevo la sua opera post manicomio, per una serie di mie ricerche legate anche a Basaglia e Tobino, ma dal momento in cui mi sono messa al lavoro sulla sua vita e la sua opera, mi sono completamente immersa nelle sue poesie in modo più complesso, più profondo.

Il doppio binario dei tuoi disegni si “fa” soprattutto in un gioco di citazioni di versi che evocano il visivo, e non solo. Con doppio intendiamo la storia narrata nel fumetto che s’intreccia ai versi di Merini, e viceversa. Voglio chiederti qual è stato il processo creativo che ha portato a questa tua opera.

Ho deciso di approcciarmi alla sua vita in questo modo “doppio”, perché per prima cosa non ritenevo giusto che la vita di una poetessa fosse raccontata da qualcuno che poeta non è. Per rendere al massimo la sua opera e il mio omaggio dovevo aver qualcosa con cui competere, e certo nel mio caso non è la scrittura. Così ho provato con il disegno, nel racconto si procede per immagini e per come la vivo io la parte importante è quella inferiore della tavola, più forte, più viva, di quella che dovrebbe essere la vita vera nelle scene superiori.

Una poetessa che stimo molto, Anna Toscano, dice che «i dettagli sono empatici/ aprono mondi». Ciò che mi colpisce dei tuoi disegni, da non esperta, è la cura dei dettagli anche laddove i personaggi appaiano – come Merini – senza volto o “spezzati” o per meglio dire “interrotti”. Ci puoi parlare di questa tua scelta che “fa stile”?

Non so se questa scelta fa veramente “stile” quel che so è che non mi piace aggiungerne dove regolarmente servono, come i dettagli del volto, che si perdono sempre, piuttosto aumentarne dove sono necessari per l’atmosfera della vicenda, come un comodino con i suoi oggetti, che richiamano la sua presenza. Inoltre il viso, l’espressione si perdono anche a favore dell’anatomia delle corse o delle brevi passeggiate per ritrovarli invece nei momenti in cui il taglio della vignetta si avvicina molto.

Mi piace pensare – forse per deformazione – che ogni artista, anche chi si occupa strettamente di arti visive, abbia a cuore la musica. Voglio chiederti dunque: che colonna sonora – se esiste – ha generato questo lavoro? Hai mai pensato ad una soundtrack che lo possa accompagnare?

Qualche tempo fa odiavo chi a questo genere di domande rispondeva con un impreciso: “ascolto un po’ di tutto”, ma purtroppo per me, oggi questa risposta mi rispecchia in pieno. Nel momento in cui so quello che devo fare, a storyboard ultimato, quando mi butto a corpo morto e passo ore e ore alla scrivania, i gruppi o i cantautori che mi accompagnano sono tanti e diversi, e no, non non ho pensato ad una soundtrack, altrimenti sentirei solo gente lamentarsi per esempio di gruppi come i Crass che con Alda Merini hanno poco a che fare.

A che progetti stai lavorando ora?

Sto finendo di preparare la mostra Bosco di Betulle, la cui inaugurazione si terrà il 5 aprile a Firenze, in via Cavour. Un progetto che per mesi ho condiviso con due amiche e colleghe Viola Niccolai e Francesca Lanzarini, trovandoci di volta in volta nei nostri rispettivi luoghi di provenienza per lavorare insieme sulla nostra memoria visiva/emotiva, in incisione, fotografia, pittura. Allego un link: http://boscodibetulle.tumblr.com/; per il resto inizierò un corso di incisione intensivo che mi terrà occupata per tre mesi e dopo vedrò.

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8512648309_c4cd1a3a69_bSilvia Rocchi è nata a Pisa nel 1986; ha studiato pittura a Firenze e illustrazione a Bologna. Nel 2009 ha contribuito alla nascita del collettivo La Trama, una piccola realtà dedita all’autoproduzione di fumetti. Questa per Beccogiallo è la sua straordinaria opera prima.
Sul web: http://silviarocchi.blogspot.it/

La foto che apre questo post è stata scattata presso Gatto Rosso, Cooperativa Sociale “Controvento” a Mestre (VE), nel quale lo scorso 5 gennaio e per alcuni giorni si è tenuta la bella mostra di tavole da Ci sono notti… che mi ha fatto conoscere questo volume. “Controvento” è anche un po’ casa, un luogo adatto per ospitare questo genere di iniziative aperte. Qui trovate un video della lettura fatta in occasione dell’inaugurazione della mostra. Buon ascolto!

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56540

Biomechanical Circus: nell’arte di Giorgio Finamore

Credo che l’attrazione verso ciò che non si conosce e la curiosità a esplorare sempre nuovi territori anche lontani da noi siano due motori complementari che permettono di fruire dell’arte, immergervisi e poi rielaborare quest’esperienza per farla propria, e che siano motori che permettono di allargare il nostro bagaglio culturale, sempre. Tutto questo fa parte del mio personale e soggettivo approccio all’arte di Giorgio Finamore. Ho conosciuto Giorgio come grafico prima, perché sue sono le copertine di molti dischi che ho amato, e come disegnatore o artista interessato all’illustrazione poi. Quest’intervista ci fa entrare nel suo laboratorio, a mio parere un luogo molto interessante in cui i tanti stimoli ‘centrifughi’ provenienti da forme artistiche diverse, emergono per condurci a comprendere come nelle opere dell’autore questi diventino essenzialmente ‘centripeti’. Nell’intervista parleremo della sua opera Biomechanical Circus (Logos Edizioni, 2012) in cui la tessitura delle immagini ha una trama ampissima di suggestioni e riferimenti, molti dei quali appartenenti al postmoderno per definizione; parleremo di ‘(s)oggetti’, parleremo di luoghi fisici o mentali, di spazi contemporanei, senza dimenticare di essere nel solco di una tradizione. Questi cenni molto sommari spero stuzzichino la lettura. Ultima cosa: io immagino l’arte di Giorgio come un cerchio, ed è la prima figura geometrica cui l’associo, e non a caso perché – pensandoci a posteriori – “circùs” muove dal latino, lingua in cui appunto Cerchio e Circo coincidono. E con quest’intervista tentiamo di chiuderlo – o aprirne e percorrerne molti!

Link utili. (Vi rimando al booktrailer qui). La pagina di Logos Edizioni, in cui figura anche la rassegna stampa: http://www.logosedizioni.it/logos.php?bid=4259 E se invece cercate il libro, lo trovate qui: http://www.libri.it/catalog/product_info.php?products_id=6367

Alessandra Trevisan

1. Quando, dove nasce, come e in cosa consiste il progetto Biomechanical Circus

Sebbene abbia iniziato il progetto verso la fine del 2011, e l’abbia portato a termine durante i primi mesi del 2012, quindi molto recentemente e in tempi tutto sommato abbastanza brevi, l’idea di “Biomechanical Circus” stava germinando e si stava preparando a sbocciare da moltissimo tempo. Io disegno da sempre, e sin da piccolo ero appassionato di fantascienza e horror; una ventina di anni fa, ho deciso che avrei iniziato a focalizzare tutta la mia attenzione sull’arte fantastica e surreale, immaginando  inoltre che realizzare disegni di quel genere, potesse un giorno, forse, anche diventare un lavoro. Mi piace rappresentare il mondo per quello che è, tentando di andare oltre la percezione superficiale delle cose, quindi cercando uno sguardo diverso. Il tema principale delle mie elaborazioni è il rapporto simbiotico tra l’uomo e la tecnologia, spinto verso estremi scenari verso cui il corpo e la macchina si uniscono in ibridi cibernetici. La Biomeccanica è per l’appunto la forma estrema, l’ultimo stadio metamorfico e potentemente allucinatorio di questo rapporto. Ho pensato quindi che l’allegoria del Circo potesse aiutare, in modo davvero esplicito, ad entrare in questo tipo di ragionamento, parlando principalmente dell’uomo come macchina programmata a svolgere determinate funzioni nel contesto sociale, fino però in alcuni casi, a restare intrappolato, imprigionato, metaforicamente in un groviglio di tubature, schiavizzato dal lavoro, dalla burocrazia, dal consumismo, e reso in tutto e per tutto assimilabile ad un meccanismo metallico o ad un circuito elettrico. La diversità delle varie attrazioni circensi rappresenta lo spettacolo e la varietà (il Varietà!) di persone cerebralmente e fisicamente programmate in azioni ed esibizioni nel corso della vita di tutti i giorni, ma ho voluto rappresentare anche, nella parte finale, un freak show industriale, ispirandomi a quei padiglioni che si trovavano nell’Ottocento accanto ai Luna Park, detti Side Show (famoso quello del Circo Barnum per esempio) per evidenziare in modo ancora più estremo la natura umana che possiede sin dalla nascita caratteri primordiali ed artificiali, un senso di mostruosità che alcuni portano dentro di sé ancora prima di nascere.

2. Leggo sulla pagina di Logos Edizioni “Programmate per esibirsi in spettacolari compiti e attrazioni,/ le macchine sono presenze quotidiane dal cigolio sinistro.” Mi sembra di rileggere qui una citazione calzante di un poeta contemporaneo che amo, Guido Oldani, il quale afferma che: – Questo è il tempo in cui i popoli si affastellano l’uno sull’altro nelle città e si affastellano sugli oggetti che sono egemoni, e cioè l’oggetto è diventato soggetto e noi al contrario. E qui succede un fatto nuovissimo, cioè che la natura si mette ad assomigliare agli oggetti e non viceversa e quindi la similitudine si è rovesciata.  […] questa vicenda per cui i popoli si sono portati a distanza zero dagli oggetti attraversando anche le galassie per poterli raggiungere, io la chiamo ‘realismo terminale’, cioè il realismo in cui è terminato il viaggio dei popoli per succhiarsi gli oggetti. – (Venezia, novembre 2011). Ci dai un tuo punto di vista in merito? 

Sono d’accordo col pensiero del poeta Oldani, specie alla luce di questi tempi folli in cui viviamo, perché assistiamo spesso al ribaltamento di cose e ruoli; il fulcro del suo discorso è proprio basato su quanto dicevo prima parlando della simbiosi organico-meccanica: l’uomo diventa assimilabile alla macchina, il soggetto all’oggetto, fino ad un imperbolico senso di sostituzione, ma, questo era già stato affrontato per esempio, anche nell’Espressionismo tedesco. Uno dei pittori simbolo del movimento espressionista, Georg Grosz, disse già negli anni Venti che “le persone non sono più rappresentate in termini individuali con le loro caratteristiche psicologiche, bensì come cose collettive, quasi meccaniche”. Le macchine un tempo erano state concepite per aiutare l’uomo. L’uomo quindi ricorre alla tecnologia per estendere il suo potere sulle cose, ma rischia sempre più spesso di abbandonarsi e di perdere il controllo sul suo stesso corpo, che può arrivare beffardamente a tradirlo. La figura dell’automa che mi affascina moltissimo, deriva da tempi antichissimi, ma nella robotica ultimamente si stanno compiendo passi da gigante, e vengono creati esseri automatizzati antropomorfi sempre più simili all’uomo, sia nei comportamenti che nelle fattezze. Veri e propri “replicanti”. C’è anche chi ha teorizzato come questa estrema ricerca di somiglianza, quasi proprio una sorta di sostituzione delll’individuo, possa generare sensazioni perturbanti nell’uomo; si tratta per l’appunto della cosiddetta “Uncanny valley” (la zona perturbante), ovvero una sensazione di familiarità e repulsione al tempo stesso.

3. So che una bella soddisfazione è stata pubblicare per una casa editrice qual è Logos. Ci spieghi come questo meccanismo si è messo in moto? 

È stata un grande soddisfazione di certo. È iniziato tutto tramite una selezione alla quale avevo partecipato per un numero della rivista della Logos “Illustrati” di qualche mese fa, che era per l’appunto dedicato ad immagini sul mondo del Circo interpretate da diversi illustratori. Proprio in quel momento ho proposto il mio progetto. E dopo tanti anni di lavoro e collaborazioni in questo settore, mi sono ritrovato a vedere il mio primo volume monografico in libreria. Dico questo perché pubblicare un libro è sempre più difficile, se poi parliamo di illustrazione, specie in Italia, ed in particolare di opere un po’ diverse dal solito, come il mio “Biomechanical Circus”, o altri bellissimi titoli del loro catalogo, possiamo parlare proprio di grossi rischi per le case editrici. Nella mia piccola esperienza vedo parecchia standarizzazione, massificazione, e molte problematiche legate alla diffusione di opere particolari, indipendenti, o cosìdette “di nicchia”. Per questo penso che ci voglia molto coraggio; coraggio di proporre idee nuove, per un pubblico che andrebbe rieducato a capire che si possono scegliere strade diverse.

4. Quali sono le tue influenze, i tuoi punti di riferimento sia nel campo dell’illustrazione sia nel campo della grafica di cui ti occupi da anni?

I miei riferimenti sono molteplici, e per chi si occupa di arte, capirai che non potrebbe essere altrimenti; non solo nell’illustrazione, ma anche nel cinema, nella letteratura, nel teatro. Parlando di Biomeccanica, potrei dirti che tutto è partito dalla lettura di “Frankenstein or the Modern Prometheus” di Mary Shelley, in cui, a tutti gli effetti, compare la prima figura di mostro tecnologico della storia; ma in seguito sono state basilari anche le opere di Philip Dick e William Gibson, dove con il Cyberpunk, si immagina un’umanità vacillante e minacciata dal controllo di una presenza cosciente delle macchine. La Biomeccanica nell’arte deve la sua esistenza al lavoro immagnifico e alla fantasia visionaria di un artista che è sempre stato il mio punto di riferimento, cioé Hans Ruedi Giger, che prendendo spunto da tematiche già avanzate nel Surrealismo, diviene un autentico precursore per diverse tendenze artistiche contemporanee. In generale adoro e mi influenzano molti pittori ed illustratori che hanno avuto a che fare con il grottesco e la poetica dell’immaginario come Hieronymus Bosch, Johann Heinrich Füssli, Maurits Cornelis Escher, Ernst Fuchs, gli espressionisti come Georg Grosz, Edvard Munch… e nel fumetto Robert Crumb, Moebius, Sergio Toppi. Sono appassionato di storia del cinema, e potrei citarti i registi che mi hanno influenzato per il loro senso dello stile, ma sono troppi, da Murnau a Lang, da Kubrick a Lynch, fino a Terry Gilliam, Guillermo Del Toro, Shinya Tsukamoto.

5. Che soundtrack può avere questo libro? Ci faresti una playlist? 

Questa domanda non me l’aveva ancora fatta nessuno… e devo dire che mi coinvolge molto, soprattutto perché il libro inizialmente l’avevo concepito come fosse una sorta di film muto, dove, nel viaggio attraverso i corridoi oscuri di questo tendone industriale, tra attrazioni e freaks, effettivamente qualche musica sarebbe affiorata nella mente dell’osservatore. Forse una vera e propria playlist è difficile da stilare, ma potrei segnalarti alcune suggestioni sonore in rigoroso ordine sparso, che mi hanno letteralmente ispirato a creare queste immagini; partendo ad esempio dalla colonna sonora di “The Elephant Man” del compositore John Morris, ma ti posso anche dire che David Lynch è stato un riferimento abbastanza forte, sia per i miei lavori passati di illustrazione sia per questo libro, quindi non posso non citare anche la colonna sonora, vera “sinfonia industriale” del suo capolavoro, “Eraserhead”, sonorizzato dello stesso Lynch con Alan Splet, e con gli inserti metafisici e meravigliosi del pipe organ di Fats Waller. Poi sicuramente ci metterei i Kraftwerk (soprattutto l’album “The Man Machine”, ma in generale tutta la loro opera), i Dresden Dolls, i Tool, la “Serenada Schizophrana” di Danny Elfman… Un altro musicista che mi è venuto in mente realizzando i disegni è Korla Pandit, con le sue melodie esotiche suonate al suo Hammond e al piano, soprattutto per un’immagine come “Il fachiro”. Aggiungerei poi una canzone di Tom Waits intitolata “Poor Edward” (nell’album “Alice”), dedicata allo strano caso di Edward Mordrake, “L’uomo con due facce” che ho voluto raffigurare a mio modo nel libro. E poi in generale ti direi qualsiasi musica suonata con un organetto da strada, o un grande Wurlitzer.

6. Domani inaugura una mostra a Padova sul tuo libro (la locandina è qui sopra): vuoi dirci dove e di che si tratta? Molti tuoi progetti però son già apparsi in numerose occasioni del genere e in vari luoghi: ce ne parli? 

Innanzitutto preciso che la mostra serale presso il Café Lumière a Padova, è anticipata da un incontro di presentazione del libro, dalle ore 16 di Sabato 27 Ottobre, presso la fumetteria PadovaComics (in via Petrarca), dove sarò disponibile per firmare e disegnare sui volumi. Il Café Lumière è una viva realtà artistica padovana, oltre che un bar in centro a Padova. Da diversi anni si organizzano mostre ed eventi. Io ho fatto una mostra lì qualche anno fa dal titolo “Robotapocalypse”, dove ho presentato una selezione di lavori realizzati nell’arco di circa un decennio, visionabili sul mio sito. Con questa Mostra presenterò al pubblico le opere originali di diverso formato pubblicate nel libro. Dato che si parlava di musiche per “Biomechanical Circus”, ti dico anche che la Mostra al Lumière sarà accompagnata da un live set del gruppo electro psichedelico Ius Primae Noctis.

GIORGIO FINAMORE Grafico ed illustratore, è nato nel 1975 a Mestre. Diplomato in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Le sue illustrazioni e i suoi lavori di grafica sono pubblicati su riviste, libri ed innumerevoli copertine di dischi; collabora da diversi anni con l’etichetta discografica veneziana Caligola Records, realizzando artworks per musicisti della scena jazz internazionale, come Anthony Braxton & Diamond Curtain Wall Quartet, Bebo Baldan, Marco Tamburini, Sandro Gibellini, Ares Tavolazzi e molti altri. Una ventina le mostre personali all’attivo in tutt’Italia, una trentina le esposizioni collettive cui ha preso parte con le sue opere. Recentemente ha vinto il Primo Premio del Concorso Internazionale di illustrazione “All’inferno!” presieduto da Altan (Oderzo 2011). Ha collaborato con 0.618 Danza Butoh Mexico disegnando 26 illustrazioni per l’apparato scenico coreografico con annessa esposizione d’arte per lo spettacolo “Butoh de Salon” (Città del Mexico 2011). Una sua opera è stata scelta come immagine rappresentativa per il festival OperaKantika inaugurato da Alejandro Jodorowsky (Monselice 2011). A Settembre 2012 ha esposto nel corso dello Sugarpulp Festival di Padova, le prime tavole di un nuovo progetto (attualmente in progress) in collaborazione con il collettivo Dusty Eye, dal titolo “Arcane Shadows”, una rivisitazione di alcuni personaggi della mitologia classica, tra fotografia ed illustrazione. www.giorgiofinamore.com – www.facebook.com/the.art.of.giorgio.finamore