Messico

Juan Villoro, El puño en alto

opera di Ettore Sottsass, foto di Gianni Montieri

 

Eres del lugar donde recoges
la basura.
Donde dos rayos caen
en el mismo sitio.
Porque viste el primero,
esperas el segundo.
Y aquí sigues.
Donde la tierra se abre
y la gente se junta.

Otra vez llegaste tarde:
estás vivo por impuntual,
por no asistir a la cita que
a las 13:14 te había
dado la muerte,
treinta y dos años después
de la otra cita, a la que
tampoco llegaste
a tiempo.
Eres la víctima omitida.
El edificio se cimbró y no
viste pasar la vida ante
tus ojos, como sucede
en las películas.
Te dolió una parte del cuerpo
que no sabías que existía:
La piel de la memoria,
que no traía escenas
de tu vida, sino del
animal que oye crujir
a la materia.
También el agua recordó
lo que fue cuando
era dueña de este sitio.
Tembló en los ríos.
Tembló en las casas
que inventamos en los ríos.
Recogiste los libros de otro
tiempo, el que fuiste
hace mucho ante
esas páginas.
Llovió sobre mojado
después de las fiestas
de la patria,
Más cercanas al jolgorio
que a la grandeza.
¿Queda cupo para los héroes
en septiembre?
Tienes miedo.
Tienes el valor de tener miedo.
No sabes qué hacer,
pero haces algo.
No fundaste la ciudad
ni la defendiste de invasores.

Eres, si acaso, un pordiosero
de la historia.
El que recoge desperdicios
después de la tragedia.
El que acomoda ladrillos,
junta piedras,
encuentra un peine,
dos zapatos que no hacen juego,
una cartera con fotografías.
El que ordena partes sueltas,
trozos de trozos,
restos, sólo restos.
Lo que cabe en las manos.

El que no tiene guantes.
El que reparte agua.
El que regala sus medicinas
porque ya se curó de espanto.
El que vio la luna y soñó
cosas raras, pero no
supo interpretarlas.
El que oyó maullar a su gato
media hora antes y sólo
lo entendió con la primera
sacudida, cuando el agua
salía del excusado.
El que rezó en una lengua
extraña porque olvidó
cómo se reza.
El que recordó quién estaba
en qué lugar.
El que fue por sus hijos
a la escuela.
El que pensó en los que
tenían hijos en la escuela.
El que se quedó sin pila.
El que salió a la calle a ofrecer
su celular.
El que entró a robar a un
comercio abandonado
y se arrepintió en
un centro de acopio.
El que supo que salía sobrando.
El que estuvo despierto para
que los demás durmieran.

El que es de aquí.
El que acaba de llegar
y ya es de aquí.
El que dice “ciudad” por decir
tú y yo y Pedro y Marta
y Francisco y Guadalupe.
El que lleva dos días sin luz
ni agua.
El que todavía respira.
El que levantó un puño
para pedir silencio.
Los que le hicieron caso.
Los que levantaron el puño.
Los que levantaron el puño
para escuchar
si alguien vivía.
Los que levantaron el puño para
escuchar si alguien
vivía y oyeron
un murmullo.
Los que no dejan de escuchar.

 

Sei del luogo dove raccogli
l’immondizia.
Dove due fulmini cadono
nello stesso punto.
Hai visto il primo, perciò
aspetti il secondo.
E qui resti.
Dove la terra si apre
e la gente si unisce.

Sei arrivato in ritardo, di nuovo:
per grazia di impuntualità sei
vivo, per mancare all’appuntamento
che alle ore 13:14 ti avrebbe
dato la morte,
trentadue anni dopo l’altro
appuntamento, al quale pure
non arrivasti
in tempo.
Sei la vittima omessa.
L’edificio oscillò e tu non
hai visto passare la vita
davanti ai tuoi occhi, come
accade nei film.
Ti fece male una parte del corpo
che non sapevi esistesse:
la pelle della memoria
che non evocò scene
della tua vita, ma
dell’animale che sente
scricchiolare
la materia.
Anche l’acqua si ricordò
ciò che fu quando
era padrona di questo luogo.
Tremò nei fiumi.
Tremò nelle case
che inventammo nei fiumi.
Hai raccolto i libri di un altro
tempo, quel che eri
molto prima di queste
pagine.
Piovve sul bagnato
dopo le feste
della patria,
più vicine alla baldoria
che alla grandezza.
C’è spazio per gli eroi
in settembre?
Hai paura.
Hai il coraggio di avere paura.
Non sai che fare,
ma fai qualcosa.
Non hai fondato la città
né l’hai difesa dagli invasori.

Semmai, sei un mendicante
della storia.
Sei chi raccoglie rifiuti
dopo la tragedia,
chi sistema mattoni,
unisce pietre,
trova un pettine,
due scarpe spaiate,
un portafogli con delle fotografie.
Chi ordina parti sciolte,
pezzi di pezzi,
resti, solo resti,
quel che ci sta tra le mani.

Sei chi non ha guanti,
chi distribuisce acqua,
chi regala le sue medicine
perché è già guarito dall’orrore.
Chi vide la luna e sognò
cose strane, ma non
seppe interpretarle,
chi sentì miagolare
il suo gatto mezz’ora
in anticipo e lo comprese
solo alla prima
scossa, quando l’acqua
salì dal water.
Chi pregò in una lingua
straniera perché aveva dimenticato
come si prega.
Chi ricordò chi stava
dove.
Chi corse dai suoi figli
a scuola.
Chi pensò a coloro che
avevano figli a scuola.
Chi rimase senza batteria.
Chi scese in strada per offrire
il proprio cellulare.
Chi entrò a rubare in un
negozio abbandonato
e se ne pentì in
un centro di raccolta.
Sei chi sapeva di essere di troppo.
Chi stette sveglio affinché
gli altri dormissero.

Chi è di qui.
Chi è appena arrivato
e già è di qui.
Chi dice “città” per dire
tu, e io, e Pedro, e Marta,
e Francisco, e Guadalupe.
Chi resta due giorni senza luce
né acqua.
Chi ancora respira.
Chi alzò il pugno
per chiedere il silenzio.
Coloro che se ne accorsero.
Coloro che alzarono il pugno.
Coloro che alzarono il pugno
per sentire
se qualcuno fosse vivo.
Coloro che alzarono il pugno per
sentire se qualcuno
fosse vivo e udirono
un mormorio.
Coloro che non smettono di ascoltare.

© Juan Villoro 

traduzione di Chiara Caradonna  
un grazie a Carmen Gallo

 

 

Juan Villoro

Nato a Città del Messico nel 1956, è autore di saggi, racconti e romanzi, e una delle figure più importanti nel panorama letterario messicano contemporaneo. Il 22 settembre 2017, tre giorni dopo il violento sisma (7.1 della scala Richter) che ha colpito la zona centrale del Messico mietendo numerose vittime anche nella capitale, Villoro pubblica sul quotidiano Reforma, al posto del suo regolare contributo, la poesia El puño en alto. Il testo viene condiviso, diventa un fenomeno virale. “A dire il vero non mi considero poeta”, dice Villoro in un’intervista. Il suo poema, una “litania del dolore”, nasce perché vengono meno le parole. È – aggiunge – un’omaggio immediato e istintivo alla solidarietà dimostrata dalla popolazione subito dopo il terremoto. Di questa solidarietà il pugno in alto è – come dimostrano le immagini scattate in quei giorni – a tal punto espressione concreta da trasformarsi a sua volta in simbolo di unità e perseveranza dal basso, che agisce indipendentemente dalle autorità. Nel suo contesto specifico il pugno in alto significa, come osserva Villoro: “restiamo in silenzio per dedicarci all’altro”, a chi ancora è seppellito sotto le macerie. Assume però anche un senso sociale e umano più ampio: “mettersi in ascolto di ciò che deve essere sentito”. Per Villoro il pugno in alto non è un gesto di potere, ma di ascolto.
Il sisma del 19 settembre scorso ha riportato alla memoria il terremoto che nello stesso giorno del 1985 distrusse Città del Messico. È questo l’appuntamento mancato cui fa riferimento la seconda strofa.

*

Chiara Caradonna è nata a Brescia nel 1986. Vive e lavora a Gerusalemme, dove è ricercatrice in letterature comparate presso la Hebrew University.

 

proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America, (trad. di Roberto Serrai), NN editore, 2016; € 17,00, ebook € 7,99

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«Hanno parecchia roba?» domandò.
«Non mi è sembrato».
«Bene» disse mio padre. «Allora forse sono gente come noi».

 

È quasi sempre una faccenda di spazio. Spazio da liberare, spazio da trovare, spazio da occupare. Spazio non concesso, spazio salvavita. Spazio negato. È la ricerca costante di uno spazio vitale o la sua assenza che, tra le altre cose, spinge – da sempre – milioni di uomini e donne a spostarsi verso altri luoghi, non per forza migliori ma necessari. La ricerca dello spazio in cui stare (dentro il quale esistere/resistere) è sopravvivenza, è la costruzione di una possibilità. Lo spazio, in poesia, consente il respiro. Chi si sposta da un luogo all’altro, che scappi da una guerra o da morte per fame, cerca lo spazio in cui allargare il proprio respiro. Respirare cercando il futuro, respirare per mettersi il passato alle spalle, o almeno provarci. Tempo fa, nel Canale di Sicilia, tra i corpi di migranti morti furono rinvenuti quello di una madre e una figlia abbracciate. Loro l’avevano annullato lo spazio, quando non c’era più respiro e più niente, per stringersi e morire insieme. Anche noi l’America di Cristina Henriquez è costruito sulla ricerca di questo spazio, della sua collocazione nel tempo e, soprattutto, su come la scelta di allontanarsi dalla propria terra rappresenti l’applicazione della concretezza al sogno, l’apertura al possibile, alla vita.

Siamo negli Stati Uniti, nel Delaware, ma prima siamo stati a Panama, in Messico, in Guatemala. Siamo statti i tutti i posti che stanno un po’ più sotto di quella frontiera. Laggiù dove qualcuno ha promesso di costruire un muro, promessa che, per fortuna, non manterrà. Alma è una madre, Maribel è una figlia, e poi c’è un padre: Arturo. Un giorno partono dal Messico, dove non stavano malissimo economicamente, stavano meglio di molti altri. Si spostano perché Maribel ha subito un incidente, il suo cervello funziona in modo strano. Ha bisogno di assistenza medica e di una scuola particolare. Maribel e i suoi partono per il Delaware in cerca di aiuto.

Alma sarà la meravigliosa voce narrante di questo romanzo, che è bellissimo e commovente, e che insegna. La sua voce sarà alternata al racconto di altri immigrati che condividono, prima ancora che il sogno, lo spazio in cui vivere. Stanno tutti insieme in un condominio. Fatto di piccoli appartamenti, di riscaldamenti da utilizzare col contagocce perché i soldi non bastano. I vicini di casa della famiglia Rivera (questo è il cognome), come José, come Neila, come Gustavo, raccontano la loro storia tra speranze, fallimenti e nostaglia. Alma racconterà la sua storia, il suo amore per Arturo e per la bellissima figlia. Racconterà le difficoltà dovute alla lingua: che andranno dalle cose più semplici come dover comprare del cibo al supermercato o indovinare la fermata dell’autobus in cui scendere; a quelle più complicate come compilare un modulo per la scuola della figlia o parlare al telefono per farsi capire. Racconterà di Maribel che è bellissima, racconterà del proprio senso di colpa, della paura. Eppure Alma pare avere, così la si percepisce, una grande serenità, che non vuol dire che sia serena, perché soffre, ma vuol dire che porta con sé una specie di luce, che ti fa venir voglia di lottare con lei, e di darle una mano. Cristina Henriquez con Alma ha creato un grande personaggio, se Alma parla tu vuoi ascoltarla, se potessi le telefoneresti.

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Nuova poesia latinoamericana. #15: Alí Calderón

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA


foto Alí Calderòn

Alí Calderón

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Alí Calderón (Messico, 1982) è poeta e critico letterario. Dottore in Lettere presso la UNAM. Nel 2007 ha ricevuto il Premio latinoamericano di Poesia ‘Benemérito de América’. Fu insignito nel 2004 del Premo nazionale di Poesia ‘Ramón López Velarde’. È autore delle raccolte poetiche Imago prima (2005), Ser en el mundo (2008 – 2011), De naufragios y rescates (2011), En agua rápida (2013) e Las correspondencias (Visor, 2015); dei saggi La generación de los cincuenta (2005), Del poema al transtexto. Ensayos para leer poesía mexicana (Colombia, 2015) e Reinventar el lirismo. Problemas actuales de poética (España, 2015) e coordinatore delle antologie La luz que va dando nombre 1965-1985. 20 años de la poesía última en México (2007), El oro ensortijado. Poesía viva de México (2009). È membro di Poesía ante la incertidumbre. Antología de nuevos poetas en español, pubblicata in Spagna da Visor nel 2011. È fondatore della casa editrice e della rivista online di letteratura “Círculo de Poesía” (www.circulodepoesia.com). È co-direttore della casa editrice Valparaíso México e dell’Encuentro Internacional de Poesía Ciudad de México.

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SARAJEVO

El viento es frío quema
y hace temblar a quien aguarda
el sordo paso del tranvía
Los ancianos reclinan
la cabeza en el vidrio
El tedio de vivir les surca el rostro
Empañan los cristales con miradas
perdidas su lejana indiferencia
Es Sarajevo el sol
se encaja en los disparos de mortero
las ruinas las fachadas
Hay una transparencia que lastima
el vuelo el rumbo de las aves
Lontano
las colinas y al acecho
caen sobre la Sniper Alley
Nada me asombra ya ni me resigna
si dices que te vas
que sólo sabes irte
Las aguas del Miljacka
corren de pronto envejecidas
oscurecen su paso bajo el puente de Princip
De un disparo perfecto asesinaron
aquí a un Archiduque
Nosotros hemos muerto
hasta el hartazgo muchas vidas juntos
En el umbral de una iglesia ortodoxa
alguien observa cómo
se consume la luz de las candelas
Extintas ya las teas se remueven
Ha quedado vacío el kirostatis
Welcome to hell advierten
grafitis de otro tiempo
Del infierno no queda
sino esta lenta calma
prolongado después que nos habita
Los gatos hurgan en bolsas de basura
Crece la yerba en lápidas de parques cementerios

Ha cruzado el tranvía deja
un estruendo el temblor
del aire tras los rieles
quizá un recuerdo
nada

(de Las correspondencias, 2015)

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SARAJEVO

Il vento è freddo brucia
e fa tremare chi aspetta
il sordo passo del tram
Gli anziani reclinano
la testa sul finestrino
il tedio di vivere solca loro il volto
Appannano i vetri con sguardi
persi la loro lontana indifferenza
È Sarajevo il sole
si infila negli spari di mortaio
le rovine le facciate
C’è una trasparenza che fa male
il volo la rotta degli uccelli
Lontano
le colline e in agguato
cadono sulla Sniper Alley
Nulla mi stupisce ormai né mi rassegna
se dici che te ne vai
che sai solo andartene
Le acque del Miljacka
scorrono improvvisamente invecchiate
oscurano il loro passaggio sotto il ponte di Princip
Con una sparo perfetto hanno assassinato
qui un Arciduca
Noi siamo morti
fino alla nausea molte vite insieme
Sulla soglia di una chiesa ortodossa
qualcuno osserva come
si consuma la luce delle candele
Ormai spente le fiaccole si agitano
È rimasto vuoto il kirostatis
Welcome to hell avvertono
graffiti di un altro tempo
Dell’inferno non rimane
che questa lenta calma
prolungato dopo che ci vive dentro
I gatti frugano nei sacchi dell’immondizia
Cresce l’erba su lapidi di parchi cimiteri

È passato il tram lascia
uno strepito il tremore
dell’aria dietro alle rotaie
forse un ricordo
nulla

(da Las correspondencias, 2015)

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Alguien que no soy yo
y en todo idéntico es a mí mismo
ronda mis pasos y me sigue.
Otro es el que enuncia mis palabras
y rubrica mis actos
mi memoria es recordada por otro
otro es quien tras mi ojo atisba.
Alguien de quien soy alternativa
me acecha en el espejo
y calca uno a uno
aún los más imperceptibles rictus.
A semejanza y preciso reflejo
no soy yo sino del otro imagen.

(de Ser en el mundo, 2007)

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Qualcuno che non sono io
e del tutto identico a me stesso
passeggia sui miei passi e mi segue
Un altro è colui che enuncia le mie parole
e attesta i miei atti
la mia memoria è ricordata da un altro
un altro è colui che dietro al mio occhio osserva.
Qualcuno di cui sono alternativa
Mi spia nello specchio
e ricalca una a una
persino le più impercettibili smorfie.
A somiglianza e preciso riflesso
io non sono che immagine dell’altro.

(da Ser en el mundo, 2007)

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[POBRE VALERIO CATULO]

A quién darás hoy tus versos, infeliz Catulo?
sobre qué muslos posarás la mirada? Qué cintura rodeará tu brazo?
cuáles pezones y cuáles labios habrás de morder inagotable hasta el hastío?
Termine ya la dolorosa pantomima:    fue siempre Lesbia,
exquisito poeta, caro amigo,

.                                               un reducto inexpugnable.
A qué recordar su mano floreciente de jazmines o aquellos leves gorjeos
.                                                                                        sonando tibios en tu oído?
para qué hablar del amor o del deseo si ella es su imagen misma?
por qué evocarla y consagrarle un sitio perdurable en la memoria? por qué Catulo?
.                                                                   por qué?
Que tus versos no giren más en torno a sus jeans, a su blusa sisada,
que tu cuerpo se habitúe a esa densa soledad absurda y prematura,
que su nombre y su figura de palmera y su mirada de gladiola
.                                                                                            se pierdan, poco a poco,
ineluctablemente y de modo irreversible,
.                                                                 en el incierto y doloroso
.                               ir y venir de los días.
Y que a nadie importe si se llamaba Denisse, Clodia o Valentina
qué caso tiene pobre Valerio Catulo? qué caso tiene?

(de Imago Prima, 2005)

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[POVERO VALERIO CATULLO]

A chi darai oggi i tuoi versi, infelice Catullo?
Su che cosce poserai lo sguardo? Che vita cingerà il tuo braccio?
Quali capezzoli e quali labbra da mordere inesauribile fino al disgusto?
Che cessi ormai la dolorosa pantomima: fu sempre Lesbia,
eccellente poeta, caro amico,
.                                              una ridotta inespugnabile.
Perché ricordare la mano fiorente di gelsomini o quei lievi gorgheggi
.                                                                                  che suonano tiepidi al tuo orecchio?
perché parlare dell’amore o del desiderio se lei è la sua immagine stessa?
perché evocarla e consacrarle un luogo durevole nella memoria? Perché Catullo?
.                                                                 perché?
Che i tuoi versi non girino più attorno ai suoi jeans, alla sua camicia scalfata,
che il tuo corpo si abitui a quella densa solitudine assurda e prematura,
che il suo nome e la sua figura di palma e il suo sguardo di gladiolo
.                                                                                           si pedano poco a poco,
ineluttabilmente e in modo irreversibile,
.                                                                 nell’incerto e doloroso
.                                andare e venire dei giorni.
E che a nessuno importi se si chiamava Denisse, Clodia o Valentina
che rilevanza ha povero Valerio Catullo? Che rilevanza ha?

(da Imago Prima, 2005)

Nuova poesia latinoamericana. #9: Álvaro Solís

NUOVA POESIA LATINOAMERICANA

Álvaro Solís

Álvaro Solís

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Álvaro Solís (Messico, 1974). È stato assegnista della prima generazione della Fondazione per le lettere messicane e del Fondo Nazionale per la Cultura e le Arti. È autore delle raccolte: Cantalao (Premio Clemencia Isaura per la poesia), Los días y sus designios (Premio nazionale di poesia giovane Gutiérre de Cetina), Ríos de la noche oscura (Premio Nazionale di poesia Amado Nervo). È professore titolare di Poesia Iberoamericana presso la Università Iberoamericana, campus Puebla, città dove attualmente risiede. Nel 2013 ottiene in Spagna il Premio Alhambra di Poesia Americana. Fa parte del consiglio editoriale di http://www.circulodepoesia.com.

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EL AGUA Y LOS SUEÑOS

“… Luego todas esas aguas calmas son de leche
y todo lo que se derrama en las blandas soledades de la mañana.”
-Saint-John Perse-

Siempre quiso ser un pez.
Caían rayos y nadaba sin parar, se negaba al cansancio,
buscaba el rostro de mi abuela en las aguas del río que le vio nacer,
nadaba por horas y extrañas aletas se le emparejaban,
lo miraban como si fuera un pez
y mi padre dormía bajo el río, pero despertaba antes de ahogarse,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua lo tomaba por el cuello,
lo sacudía una y otra vez,
entonces despertaba y seguía nadando contra la corriente,
siempre contra el río a quien nunca pudo vencer.

Mi padre, solo por el mundo de las idolatrías,
esperaba la vuelta de mi abuelo que se embarcaba en el Carmen
y se dormía al esperar,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua,
que lo sacudía por el cuello,
lo injuriaba.
Y mi padre se despertaba entonces,
subía al mástil de los barcos,
se lanzaba al río
queriendo ser un pez que sabía volar,
nadaba por horas contra la corriente
hasta el cansancio, hasta el sueño
donde un inmenso cuerpo de agua lo sacudía por el cuello
y le cantaba las canciones que mi abuela no pudo.

Mi padre pasaba horas enteras sentado en las bancas del parque
creyendo que Dios era una mierda,
se quedaba dormido y sudaba las aguas del aire,
soñaba que un inmenso cuerpo de agua lo abrazaba de pronto
con cariño maternal,
y se reconocía en el sueño, sin querer despertarse
recordaba los bailes alrededor de mi abuela
y nadando de frío por las calles silenciosas de la ciudad,
se emparejaba a furibundas aletas describiendo diminutas eses en el agua.

Mi padre encontró la felicidad en el nado,
en la imagen femenina del agua, diría por esos mismos años Gaston Bachelard,
quien trabajaba en lo mismo,
quien soñaba con inmensos cuerpos de agua que lo tomaban
por el cuello queriéndolo injuriar,
y muy temprano con el canto de las aves, mi padre y Gaston
salían a las rutas que el servicio postal les asignaba,
repartían las cartas mientras ambos pensaban en el agua,
en los sueños femeninos, en la imagen ausente de la madre
y nadaban,
uno por el agua de los sueños,
mi padre contra el agua lunar.

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L’ACQUA E I SOGNI

“… Dunque tutte quelle acque calme sono di latte
e tutto ciò che sfocia nelle blande solitudini del mattino.”
-Saint-John Perse-

Volle sempre essere un pesce.
Cadevano raggi e nuotava senza sosta, si negava alla stanchezza,
cercava il volto di mia nonna nelle acque del fiume che lo vide nascere,
nuotava per ore e strane pinne lo raggiungevano,
lo guardavano come se fosse un pesce
e mio padre dormiva sotto il fiume, però si svegliava prima di affogare,
sognava che un immenso corpo d’acqua lo afferrava per il collo,
lo scuoteva ripetutamente,
allora si svegliava e continuava a nuotare contro corrente,
sempre contro il fiume che non poté mai vincere.

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Poesia latinoamericana #8: Rosarios Castellanos

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

L’ottavo appuntamento con la poesia latinoamericana è dedicato a Rosario Castellanos, poeta messicana. Prosegue con lei questo viaggio attraverso le voci e le terre della poesia latinoamericana dello scorso secolo; viaggio che anticipa il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

Rosario Castellanos

ROSARIO CASTELLANOS

 

Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

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Rosario Castellanos (Messico, 1925 – Israele, 1974). Poetessa, narratrice, saggista, drammaturga e diplomatica. È stata una delle voci più rilevanti della poesia messicana del secolo XX. Per il suo lavoro ha ottenuto importanti riconoscimenti, come il Premio Xavier Villaurrutia (1961), il Sor Juana Inés de la Cruz (1962), il Premio Carlos Trouyet per la Letteratura (1967) e il Premio Elías Sourasky per la Letteratura (1972). Tra i suoi libri di poesie si segnalano Trayectoria del polvo (1948), De la vigilia estéril (1950), Al pie de la letra (1959), Lívida luz (1960), La tierra de en medio (1969), Materia memorable (1969), e Poesía eres tú (Opera poetica completa, 1972).

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PRESENCIA

 

Algún día lo sabré. Este cuerpo que ha sido
mi albergue, mi prisión, mi hospital, es mi tumba.

Esto que uní alrededor de un ansia,
de un dolor, de un recuerdo,
desertará buscando el agua, la hoja,
la espora original y aun lo inerte y la piedra.

Este nudo que fui (de cóleras,
traiciones, esperanzas,
vislumbres repentinos, abandonos,
hambres, gritos de miedo y desamparo
y alegría fulgiendo en las tinieblas
y palabras y amor y amor y amores)
lo cortarán los años.

Nadie verá la destrucción. Ninguno
recogerá la página inconclusa.
Entre el puñado de actos
dispersos, aventados al azar, no habrá uno
al que pongan aparte como a perla preciosa.
Y sin embargo, hermano, amante, hijo,
amigo, antepasado,
no hay soledad, no hay muerte
aunque yo olvide y aunque yo me acabe.

Hombre, donde tú estás, donde tú vives
permaneceremos todos.

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Poesia latinoamericana #3: EDUARDO LIZALDE

Poesia latinoamericana
Grandi autori del secolo XX

Prosegue con i versi di Edoardo Lizalde, poeta messicano, la serie di finestre che si aprono sulla poesia latinoamericana dello scorso secolo, e che anticipano il prossimo progetto antologico di Raffaelli Editore, curato da Gianni DarconzaMario Meléndezun’antologia di voci poco note, le più, ai lettori italiani. Una buona occasione per colmare un vuoto e aprire un dialogo. [fm]

 Eduardo Llizalde

EDUARDO LIZALDE

 Traduzione di Gianni Darconza
Selezione di Mario Meléndez

 

Eduardo Lizalde (Messico, 1929). Poeta, narratore e saggista. Studiò Filosofia e Musica presso la Universidad Nacional Autónoma de México. È uno dei grandi esponenti della poesia messicana del secolo XX. Attualmente dirige la Biblioteca Nazionale del Messico. Tra i suoi libri si segnalano: Cada cosa es Babel (1966), El tigre en la casa (1970), La zorra enferma (1974), Caza mayor (1979), Tabernarios y eróticos (1989), Rosas (1994) e Otros tigres (1995). Nel 1984 gli fu concessa una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim. La sua opera è stata insignita di importanti premi letterari, come il Premio Xavier Villaurrutia (1969), il Premio Nazionale di Poesia ad Aguascalientes (1974), il Premio Nazionale di Linguistica y Letteratura (1988), il Premio Iberoamericano di Poesia Ramón López Velarde (2002) e il Premio Federico García Lorca per la poesia (2014).

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GRANDE ES EL ODIO

1

Grande y dorado, amigos, es el odio.
Todo lo grande y lo dorado
viene del odio.
El tiempo es odio.
Dicen que Dios se odiaba en acto,
que se odiaba con fuerza
de los infinitos leones azules
del cosmos;
que se odiaba
para existir.
Nacen del odio, mundos,
óleos perfectísimos, revoluciones,
tabacos excelentes.
Cuando alguien sueña que nos odia, apenas,
dentro del sueño de alguien que nos ama,
ya vivimos el odio perfecto.
Nadie vacila, como en el amor,
a la hora del odio.
El odio es la sola prueba indudable
de la existencia.

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2

Y el miedo es una cosa grande como el odio.
El miedo hace existir a la tarántula,
la vuelve cosa digna de respeto,
la embellece en su desgracia,
rasura sus horrores.
Qué sería de la tarántula, pobre,
flor zoológica y triste,
si no pudiera ser ese tremendo
surtidor de miedo,
ese puño cortado
de un simio negro que enloquece de amor.
La tarántula, oh Bécquer,
que vive enamorada
de una tensa magnolia.
Dicen que mata a veces,
que descarga sus iras en conejos dormidos.
Es cierto,
pero muerde y descarga sus tinturas internas
contra otro,
porque no alcanza a morder sus propios miembros,
y le parece que el cuerpo del que pasa,
el que amaría si lo supiera,
es el suyo.

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GRANDE È L’ODIO

1

Grande e dorato, amici, è l’odio.
Tutto ciò che è grande e dorato
viene dall’odio.
Il tempo è odio.
Dicono che Dio si odiava in atto,
che si odiava con forza
degli infiniti leoni azzurri
del cosmo;
che si odiava
per esistere.
Nascono dall’odio, mondi,
olii perfettissimi, rivoluzioni,
tabacchi eccellenti.
Quando qualcuno sogna di odiarci, appena,
dentro il sonno di qualcuno che ci ama,
viviamo già l’odio perfetto.
Nessuno vacilla, come nell’amore,
nell’ora dell’odio.
L’odio è la sola prova indubbia
dell’esistenza.

2

E la paura è una cosa grande come l’odio.
La paura fa esistere la tarantola,
la rende cosa degna di rispetto,
l’abbellisce nella sua disgrazia,
rade i suoi orrori.
Che ne sarebbe della tarantola, poverina,
fiore zoologico e triste,
se non potesse essere quel tremendo
fornitore di paura,
quel pugno tagliato
di una scimmia nera che impazzisce d’amore.
La tarantola, oh Bécquer,
che vive innamorata
di una tesa magnolia.
Dicono che a volte uccide,
che scarica le sue ire su conigli addormentati.
È vero,
però morde e scarica le sue tinture interne
contro un altro,
perché non riesce a mordere le proprie membra,
e gli sembra che il corpo che passa,
quello che amerebbe se lo sapesse,
è il suo.

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BELLÍSIMA

Y si uno de esos ángeles
me estrechara de pronto sobre su corazón,
yo sucumbiría ahogado por su existencia
más poderosa.
-Rilke, de nuevo-

Óigame usted, bellísima,
no soporto su amor.
Míreme, observe de qué modo
su amor daña y destruye.
Si fuera usted un poco menos bella,
si tuviera un defecto en algún sitio,
un dedo mutilado y evidente,
alguna cosa ríspida en la voz,
una pequeña cicatriz junto a esos labios
de fruta en movimiento,
una peca en el alma,
una mala pincelada imperceptible
en la sonrisa…
yo podría tolerarla.
Pero su cruel belleza es implacable,
bellísima;
no hay una fronda de reposo
para su hiriente luz
de estrella en permanente fuga
y desespera comprender
que aún la mutilación la haría más bella,
como a ciertas estatuas.

BELLISSIMA

E se uno di quegli angeli
mi stringesse all’improvviso sul suo cuore,
io soccomberei soffocato dalla sua esistenza
più potente.
– Rilke, di nuovo –

Mi ascolti lei, bellissima,
non sopporto il suo amore.
Mi guardi. Osservi in che modo
il suo amore danneggia e distrugge.
Se lei fosse un po’ meno bella,
se avesse un difetto in qualche posto,
un dito mutilato ed evidente,
qualche cosa di aspro nella voce,
una piccola cicatrice vicino a quelle labbra
di frutta in movimento,
un neo nell’anima,
una brutta pennellata impercettibile
nel sorriso…
io potrei tollerarla.
Ma la sua crudele bellezza è implacabile,
bellissima;
non c’è una fronda di sollievo
contro la sua infilzante luce
di stella in fuga permanente
e dispera a comprendere
che persino la mutilazione la renderebbe più bella,
come in certe statue.

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Poesia latinoamericana #1: Nicanor Parra

Poesia latinoamericana #2: Alejandra Pizarnik

Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Qualche giorno fa, a pranzo, un caro amico mi raccontava del suo viaggio in Turchia. Viaggio abbastanza lungo che gli ha permesso di girare parecchio e, soprattutto, di conoscere persone del posto, chiacchierare, viaggiare sul serio insomma. Mi ha fatto notare che, durante una sosta di due/tre giorni al mare, ha incontrato diversi italiani che, rintanati al riparo di  una mini Turchia riprodotta in scala, avevano “paura” di domandare ai locali anche il minimo indispensabile. Questo imbarazzo che si prova verso ciò che non si conosce è tipico degli italiani, anche da parte (purtroppo) di persone relativamente giovani. Mentre la nostra julienne di pollo, con colpevolissimo ritardo, non arrivava a me è venuta in mente mia madre. Mi chiede di comprarle il biglietto del treno per ritornare a Napoli, le dico che proverò a comprarlo con Italo che in questo periodo costa meno del Frecciarossa ma lei si trincera dietro un no, vuole Trenitalia. Perché quest’altro non lo ha mai preso, come saranno le carrozze, ci saranno i bagni per ogni carrozza, qualcuno le ha detto che le poltrone sono strette. No, no, no. Manco le avessi detto di andare a piedi. Mi ha fatto venire in mente quando furono i primi tempi di Mediaset, che lei – ostinatamente – diceva che non avrebbe mai tradito la Rai (e, col senno di poi,  ha avuto un po’ di ragione). Ognuno teme il diverso, a modo suo, chi ha paura di mangiare sushi e chi ha paura di stringere una mano.  Però se vai in Turchia o in Messico e non ti sposti dal tuo ombrellone, non impari (e scambi) qualche parola in quelle lingue, non sei mai partito e, forse, a noi conviene che tu non torni.

Gianni Montieri