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proSabato: Vincenzo Cardarelli, Autunno

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proSabato: Autunno di Vincenzo Cardarelli

Ecco, su di noi cadere i trepassi delle stagioni. Va’ a casa e leggiti il Canto d’autunno prima d’andare a letto. Recita la tua orazione per i tempi che passano e per le necessarie espiazioni. Questi brividi che ci allontanano da quel che eravamo ancora ieri, incalcolabilmente, non sono che le prime, inutili reazioni del nostro spirito all’inevitabile oblio. L’aria è già piena di vaneggiamenti e tentazioni che non hanno altro scopo se non d’illudere i nostri pensieri per lasciarci poi, disorientati e soli, sulla soglia d’orizzonti nuovi. Ecco che l’uomo sente un irrazionale bisogno di dormire. Il tempo intanto, come un gran mago, lo prende su leggermente e lo porta dove vuole lui. Il tempo diviene coraggioso, influente. Addio sicuri indugi, ardenti audacie dell’estate! Ora noi possiamo star fermi. Non possiamo uscire nei momenti più divini. Qualchecosa si opera velatamente nella natura che ha bisogno di non essere visto, di star solo.
..E anche la nostra volontà di essere si ritira, emigra.

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© Vincenzo Cardarelli, Autunno in Opere, a cura di Clelia Martignoni, Milano, Mondadori (i «Meridiani»), 1981

proSabato: Aldo Palazzeschi, Giulietta e Romeo

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Giulietta e Romeo

La contemplazione del cielo adriatico mi fa pensare ai quadri di De Pisis. Nessun pittore ha sentito quanto lui il cielo, anche negli antichi spesso ti accorgi che il cielo rappresentò l’ultima preoccupazione dell’artista, l’ultima mano, una formalità dell’ultimo momento, quando non divenne una facile espressione retorica. In un quadro di De Pisis non di rado è protagonista il cielo con le sue nubi che il pittore ha scoperto e osservato sulla Laguna di Venezia, fra il bacino di San Marco e il mare del Lido: nubi vaganti, inseguibili, che si svuotano e si addensano, si accavallano e s’investono, s’alzano e si abbassano fino a toccare l’acqua e la terra come i tendaggi del palcoscenico; che assumono ogni forma per un gioco di prestigio in una varietà sbalorditiva che assume il più delle volte aspetto minaccioso, drammatico: fra le quali giostrano coi colori del prisma il sole e l’azzurro, rumoreggia il tuono. De Pisis ha saputo cogliere l’inquietudine di questo cielo.
Ma oggi, eccezionalmente il cielo del Lido è senza nuvole: neppure un frammento neppure uno straccio, né un fiocco né un filo, l’azzurro è così limpido e leggero che tu rimanendo disteso sulla spiaggia ti senti piacevolmente attratto fino a chiudere gli occhi per un senso di smarrimento dolcissimo. Il mare è composto da strisce di seta che dal turchese attraverso zone verdi giungono al blu fra luci argentine. Appena delle spumette languide sull’orlo dove l’acqua lambisce l’arenile. Due o tre vele bianche, lontano, fanno pensare a un idillio tirrenico, ma qui l’aria è pungente anche nella calma perfetta di un meriggio estivo.

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Solo 1500 n. 19 “Le luci di Milano poca cosa, lo so”

Solo 1500 N. 19. “Le luci di Milano poca cosa, lo so”

Il titolo riporta l’attacco dolce, malinconico, magnifico di una delle più belle poesie di Giovanni Raboni, testo contenuto in “Barlumi di storia” (ed. Mondadori). Lo scenario è Milano. La Milano del dopoguerra. La Milano che prova a rialzarsi dalle rovine. Raboni è stato un poeta immenso, critico, osservatore fra i più attenti della realtà. Analizzandola, usava spesso i luoghi, e la raccontava in versi con lucidità e un altissimo senso civile. Nei cinquant’anni, più o meno, di scrittura di Raboni, Milano (insieme ai temi a lui più cari: la morte e l’amore) è sempre stata lì. Unità di misura delle sue e nostre domande; dei dolori, delle perdite, delusioni e rinascite, fino alla rovina (a lui da tempo evidente) del nostro paese. Chissà se, alla fine, avesse poi deciso di lasciar perdere e non chiedersi più da che lato della circumvallazione arrivassero il trenta o il ventinove. Davvero quei tram, quel giro in tondo, quella provenienza o direzione incerta, racchiudono molto del senso delle domande e dei versi di Raboni. Fosse ancora qui (e in un certo senso è ancora qui, nei suoi testi che rileggo di sera) continuerebbe a osservare i mutamenti della sua città, della nazione. Mi chiedo cosa direbbe di questo inutile sfarzo, questo apparire sul nulla, il tentativo vano di mostrarsi europei, della settimana della moda e del vuoto sotto la metropolitana. Come li guarderebbe i grattacieli di Porta Garibaldi e, poco distanti, in Melchiorre Gioia, le code per il contributo affitto. Dovesse riscrivere quei versi oggi, forse, farebbe così: Le luci di Milano troppa cosa, lo so. E avrebbe ragione.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                              qui i link ai tre numeri precedenti:  N. 18  N. 17  N. 16