Mercurio

I poeti della domenica #344: Aldo Palazzeschi, Rimini

VELE bianche, vele rosa, vele azzurre
filano verso il porto dell’amore
gonfie d’ebbrezza.
E una nera, pesa e lenta nel fondo,
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.
In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
«Si! Si! Si! Si!
Sigismondo, stringimi!
Voglio sentirmi stretta
più stretta che avvinghiata non m’hai:
per tutto il cielo,
per tutto il tempo,
per tutto il mondo:
Si! Si! Si! Si!»
Dall’alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
«Paolo,
per tutto il sangue:
Si».

 

In «Mercurio», Anno III, n. 18, febbraio 1946.

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

I poeti della domenica #234: Giorgio Vigolo, Fiaba

FIABA

A San Pietro di sera
le fontane in fiore
mille veli e manti
vestivano e spogliavano
al continuo tessere
e disfarsi d’un abito
che in nuvola cadeva
sull’ascoso sorgente stelo.

Quante volte ho guardato
quante fontane e quante
a seconda dei giorni
immagini vi conobbi.
Ma questa sera a una
lungamente gli occhi poso
mentre scende la notte
e il biancheggiare cresce dei suoi veli;
la guardo e un senso nuovo
vi scopro, un dolce atto,
una presenza cara di persona.

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Giorgio Vigolo, in «Mercurio», Anno V, numero 35 – febbraio 1948