Medici

Luce prigioniera

Fine pena mai

Non c’è lieto fine
nella malta che
si sgretola sotto colpi di
luce.
Noi abbiamo seguito
a tentoni
la processione di porte
lasciando brandelli
di pugni
sulla pelle dei muri

              …Bella mia
Ti scrivo da un luogo
che non esiste più
non è un’amnistia di ricordi
solo un rancore dissolto
che si libera
nella sospensione di polvere.

Iacopo Ninni

Sar6Nel 1883, l’antico monastero delle Murate di Firenze, che vide tra le sue “ospiti” Caterina de Medici, poi regina di Francia, è stato trasformato in carcere, diventato poi durante il ventennio e fino alla liberazione di Firenze, luogo di raccolta e interrogatori di prigionieri politici e partigiani.

Un luogo chiuso, segretato alla città, da sempre destinato alla detenzione, il cui nome stesso “Murate” non può concedere altra chance.

Nel 1985, in seguito alla costruzione del nuovo carcere di Sollicciano, il complesso delle Murate che copre un’area di circa 2700 mq tra Via Ghibellina e via dell’Agnolo, venne abbandonato. Solo nel 2001 sono iniziati gli interventi di restauro che lo hanno trasformato in un’area residenziale e commerciale.

Prima dell’inizio dei lavori, 12 fotografi fiorentini furono invitati a documentare ciò che era rimasto della struttura. Le opere furono presentate in una mostra curata da Mauro Magrini dal titolo Luce prigioniera, a cui si aggiunse un gruppo di poeti per commentare le fotografie.

10 anni dopo, il Caffè letterario delle Murate, Mauro Magrini e Elisa Biagini, che ha curato gli interventi poetici, hanno riproposto Luce prigioniera.