Mauro Germani

Editrice L’arcolaio al “Festival Internazionale di Poesia – Parole Spalancate”, edizione 2019

Nell’ambito del “Festival Internazionale di Poesia – Parole Spalancate” di Genova, edizione numero 25, L’editrice Arcolaio di Gianfranco Fabbri, è presente con un suo stand che propone al pubblico, attento e incuriosito, sia titoli dal suo ampio catalogo sia titoli freschi di stampa.

Nella serata odierna, inoltre, Gianfranco Fabbri e Luciano Neri presenteranno al pubblico del Salone dei Resilienti di Palazzo Ducale la collana “Phi”, diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticelli, con letture di alcune poesie di Luciano Neri tratte dalla raccolta Discorso a due.

Tra i libri esposti nello stand saranno disponibili: Dire di Fabio Michieli; Discorso a due di Luciano Neri; Esseri umani di Aleksandr Blok, a cura di Dario Borso; La parola e l’abbandono di Mauro Germani; Il profumo delle catacombe di Gian Ruggero Manzoni; Storie Lingualuce di Damiano Sinfonico; e molti altri titoli ancora (tra i quali le raccolte di saggi dedicati ad Antonia Pozzi e Pier Paolo Pasolini).

PALAZZO DUCALE – Cortile Maggiore
h. 16.00-20.30 SALONE DEI RESILIENTI – 2ª edizione
Rassegna delle case editrici, riviste, blog che si occupano di poesia in Italia

PRESENTAZIONI
PALAZZO DUCALE – Sala Spazio Aperto
h. 16.00 PERSEPHONE EDIZIONI Presentazione dei libri: Lo specchio del mare di Giovanna Olivari e Storie da un piccolo cuore di roccia di Danilo Alessi
h. 16.30 EDIZIONI ENSEMBLE presenta Contrabbando di upupe di Ewa Chrusciel
h. 17.00 MILLE GRU EDIZIONI Tania Haberland presenta Water Flame, Fiamma D’acqua
h. 17.30 DI FELICE EDIZIONI presenta l’antologia Lunario di desideri a cura di Vincenzo Guarracino Intervengono gli autori
h. 18.00 Spazio46 GRUPPO GENOVA ESPERANTO KLUB Lettura in esperanto della poetessa e scrittrice Anna Maria Dall’Olio
h. 18.00 CARTEGGI LETTERARI EDIZIONI L’archetipo della parola, René Char e Paul Celan. A cura di Marco Ercolani
h. 18.30 INTERNO POESIA Massimo Morasso presenta American dreams Interviene Daniela Bisagno
h. 19.00 CARTESENSIBILI presenta Nei tempi bui Intervento di Paolo Gera
h. 19.30 CASA EDITRICE L’ARCOLAIO presenta la collana Phi diretta da Gianluca d’Andrea e Diego Conticello. Interviene Luciano Neri, autore del libro Discorso a due
h. 20.00 EDITRICE ZONA Alberto Nocerino presenta Trenità
h. 20.30 EUROPA EDIZIONI Federico Bagnasco presenta Idiofonie

Cliccate QUI se volete consultare il programma dell’intero Festival, giorno per giorno.

Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta

foto dal blog di Mauro Germani

foto dal blog di Mauro Germani

Una frase lunga un libro #59: Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016, € 13,00

*

La vita resta e finisce
anche così,
in questa scrittura
che si cancella,
in questa voce
di qualcuno
che non c’è

 

Per prima cosa ho pensato al silenzio. Quello che si ottiene via via, escludendo prima i rumori, poi il superfluo. Il silenzio dentro il quale si può cominciare ad ascoltare davvero. A me pare sia questo lo spazio della poesia, una finestra sulla quale affacciarsi e capire ciò che esiste prima –  e poi – oltre le parole. Ecco perché contano il silenzio e la sottrazione. È importante il nascondimento, una sorta di occultamento di verità, per poterla successivamente meglio mostrare. Voce interrotta, il nuovo libro di Mauro Germani è un racconto dalle rovine del mondo, ma non è un racconto da “tutto è perduto”, perché è poetico. Germani rende bella la nostalgia e più sopportabile il dolore di questo tempo. Se quello che è importante (o che è stato importante) esiste solo come memoria, vive nei ricordi, cosa rimane oggi? La strada su cui camminiamo è ancora un sentiero o già non lo è più? Ecco perché la voce si abbassa, perché la scrittura si cancella ma non scompare, cerca solo una nuova forza, un nuovo punto di osservazione, più consapevole di ciò che si è perduto, ma mai rassegnato.

Il tuo sguardo e quella
foto, quella casa
a un attimo dal mondo.

Io ti abbraccio
come posso
e non so più la mia
povertà, il mio
regno di nulla.

Ti parlo e ti sogno.

Così.

Questa poesia è compresa nella prima sezione Dissolvenze, ed è in questa parte del libro che Germani compie la sua testimonianza davanti a tutto quello che non c’è. Immaginiamoci dinanzi a quello che è stato e che mai più sarà. Immaginiamoci mentre scuotiamo la testa, spostiamo una foto, pensiamo a un oggetto, cerchiamo conforto e sicurezza dove nulla può più essere se non visto come da uno specchietto retrovisore, solo che non siamo noi a lasciarci le cose alle spalle, sono loro a lasciare noi, come in una nebulosa, un manto di polvere; Germani con acume, pazienza e la giusta malinconia quella polvere la toglie e scrivendo ce la scrolla di dosso. A quel punto, nel silenzio di cui scrivevo più sopra, possiamo ricominciare a vedere e a muoverci, anche in mezzo a quello che non ci piace e che ci addolora, come i nostri giorni angosciati. I pensieri a volte stanchi, altre tumultuosi, rimbombano e rimbalzano in mezzo alle parole, sono forti come uno schiaffo, come un vento che arriva dal mare, sono pieni di dubbi, sono ragionamenti lungo l’argine dell’irragionevolezza. Mauro Germani, però, fa tutto questo non dimenticando mai l’importanza del suono, qui ogni parola suona, ogni suono ha più di un significato. Leggendo una, due, tre volte queste poesie, si sente proprio una musica, un suono che sfuma pian piano mentre il poeta ci tiene per mano. Le poesie di Germani, ancora una volta, accadeva anche nei libri precedenti, ci costringono a molte domande, a frugare dentro di noi, come quando si cerca un documento importante in un archivio immenso con una luce fioca, eppure si deve cercare.

(altro…)

Mauro Germani: poesie inedite

Mauro Germani

Mauro Germani

POESIE INEDITE

*

Come fossero ancora le cose,
come mi avessero ancora
nel loro destino
muto,
nella mia infanzia tagliata.

Come fosse tutto
per qui
per questa casa
strappata alla vita.

.

(altro…)

Roberto Carifi: la domanda e l’attesa (di Mauro Germani)

Roberto CarifiL’opera poetica di Roberto Carifi è contrassegnata da una parola esiliata, che è do­manda e – soprattutto nella produzione più recente – attesa.
In essa l’interrogazione ontologica viene posta in tutta la sua radicalità per accogliere e custodire il segreto abissale della scrittura, l’ascolto dell’intimità dell’indicibile, dove la dimora è sempre provvisoria e aperta all’appello del linguaggio e alla sua erranza.
Da questa spoliazione e da questo abbandono nasce una memoria lacerata e profonda. È la metafora dell’infanzia, che è rinvenibile in tutta la produzione di Carifi; una me­tafora segnata come da una ferita irrimediabile, uno strappo oscuro e luminoso. C’è in questo riferimento costante all’infanzia tutta l’ineluttabilità di un’origine frantumata nell’orrore e nell’estasi, tutto lo spaesamento ma anche l’amore da cui la poesia stessa – il “gettarsi davanti alla polvere dei resti”–[1] non può prescindere. Infanzia e poesia abitano “le tracce di un ignoto disastro”,[2] dove l’io è consegnato contempora-ne­amente al congedo e all’incontro di alterità enigmatiche e familiari ad un tempo (gli angeli, i morti, le bambole, i soldatini di stagno). Ed è proprio in questo “tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale”,[3] che ogni volta risuona “un grido infantile” e si avverte “una sorte vicinissima al vuoto”.[4] Qui  si consuma, per Carifi, il destino del poeta, ai bordi di un abisso, di quella doppia vertigine dello sguardo spaurito dell’orfano e dell’addio, dell’obbedienza all’Altro che chiama.
La  raccolta L’obbedienza (Crocetti, 1986) costituisce un momento importante e deci­sivo nel percorso poetico e filosofico di Carifi: in essa troviamo non solo i motivi fondamentali della sua poesia, ma anche quell’impronta dolorosa, quel flatus vocis caratteristici della sua scrittura, tra visione improvvisa ed umile concretezza, tra luce sfiorata e penombra, tra smarrimento ontologico e ascolto di un destino impronuncia­bile che da sempre chiama.
La precarietà dell’esistenza, unita ad un profondo senso di doloroso sradicamento in cerca di un possibile incontro con l’Altro, trova poi ulteriore espressione in Occidente (Crocetti, 1990),  opera in cui la terra dell’Occidente appare come luogo di rovina e di devastazione, regione di una memoria piagata, sofferta, che reca in sé le cicatrici di tutte le guerre, di un passato incancellabile. Temi, questi, che saranno ripresi in Eu­ropa (Jaca Book, 1999), libro nel quale la presenza del male nel mondo risulta ancora più netta ed esplicita, come ad esempio nella sezione conclusiva La vita nuda: voci da Auschwitz. È un Occidente oppresso dal gelo e dalla miseria, popolato da fantasmi di una catastrofe mai finita, dove aleggia un senso di morte, ma anche di trepidazione per  una voce che pare rivelarsi nel silenzio, per una presenza che è dentro l’assenza.
La stanza del bambino che attende solitario accanto al “ferro dei balocchi” è ora l’Occidente della nostra storia e del nostro pensiero. Nei versi di Carifi si aggiunge un’evidente tensione abissale verso la prossimità che si fonda sull’imminenza.
In La carità del pensiero (I Quaderni del Battello Ebbro, 1990) libretto di riflessioni critiche e filosofiche pubblicato nello stesso anno di Occidente, egli scrive: “Chi viene è l’Imminente, ma non viene che ritirandosi, è nel ritiro che si dichiara come il più prossimo […]. Se attendo l’Angelo o Dio, l’anima o la morte, so già che non si accamperanno qui, eppure so anche che non cesseranno mai di venire, di prendere posto tra queste carte, in queste pieghe della mia attesa, nella luce impastata di ombra che mi tiene avvolto nell’imminenza, davanti all’enigma dell’avanzante” (pp. 51-52).
Nella terra desolata della sera, in quell’Occidente confinato nell’aspettazione e nell’ascolto, dove la memoria dell’infanzia si unisce a quella di un eterno dopoguerra e dei morti che “tornano, nel freddo,/ con le candele accese”,[5] potrà nascere la consape­volezza del segreto e del dono di una parola veramente altra, raccolta nel suo silenzio e percepibile soltanto dall’esilio, dal vuoto fondante di un’attesa inesausta e perenne.
Compare qui la figura del Figlio, cioè “colui che viene, il convocato”, che nel volume Il Figlio (Jaca Book, 1995) incarna tutto il dolore dell’esperienza umana ed assume – come nota Roberto Mussapi nella quarta di copertina – “un significato anche cristico, […] una franta ma irriducibile speranza fondata sulla scandalosa e denudante gratuità del dono e dell’amore”. Occorre, però, precisare che si tratta essenzialmente di  un cristianesimo dell’abbandono,  in cui il Figlio sembra quasi  non avere un padre, in quanto viene definito anche l’Orfano, carico di dolore, portatore di una redenzione più misteriosa che certa. Egli è una figura priva di qualsiasi segno di potenza o di tri­onfo, che è chiamata dalla solitudine e dal dolore degli uomini e avanza nella notte e nel gelo del mondo; è domanda e ferita della carne, e consapevolezza della gratuità scandalosa dell’amore. Si potrebbe aggiungere che egli è portatore di una parola che annichilisce, fra lontananza e prossimità, simile a quella che deve ascoltare il poeta, in una sorta di congedo che è anche ritorno, come dicono questi versi di Occidente: “Sento che mi allontano/ che ho smarrito anche l’ultima dimora,/ ma questo addio l’ho avuto in dono/come la polvere sui muri”.[6]
E anche l’esperienza più propriamente  umana e personale dell’amore si rivela per Carifi “abitata dall’addio”. In Amore d’autunno (Guanda, 1998), essa è la negazione di una possibilità, la conferma di una solitudine che diviene nostalgia e pianto, consa­pevolezza di una luce perduta, mentre l’ombra dilaga ovunque e reca con sé il presa­gio familiare della morte. Non a caso il volume si chiude con la sezione Poesie per la madre, dedicata alla scomparsa della madre avvenuta un anno prima, tragico e dolo­roso evento che occuperà molte composizioni fino ad oggi. Questo lutto rafforza ulte­riormente il legame del poeta con la propria madre, vera e propria figura di destino e di sangue, voce compagna nell’ombra e nella solitudine della casa, ora “nel regno dei non più nominati”,[7] sparita in un oltre ignoto, a cui viene domandata una nuova acco­glienza, un ritorno per sempre, una fine che sia anche inizio: “tu eri rimasta un minu­scolo scialle/ franò la mia bocca accanto alla tua,/ chiesi se avrai una dimora,/ in quale stanza sarà la mia culla”.[8]
È noto come, dopo questa esperienza così radicale e la malattia che lo colpirà nel settembre del 2004, Carifi abbia aderito al pensiero buddista. Si tratta di un avvici­namento progressivo, di cui sono testimonianza diverse pubblicazioni, fino alla rac­colta poetica più significativa, Tibet (Le Lettere, 2011). Qui i temi dell’abbandono, dell’esilio e della morte vengono rovesciati e benedetti, in quanto necessari per com­piere un percorso di liberazione dal dolore e dal peso dell’esistenza. Il vuoto abissale che da sempre ha assediato la poesia di Carifi, provocando un lacerante senso di sra­dicamento e disappartenenza, diviene qui progressiva conquista dello spirito, addio alla notte della materia e del mondo. I dieci capitoli del volume dicono proprio di questo distacco e di questa ascesa alla volta del nulla, inteso quest’ultimo come la no­stra vera essenza. “Scopri dov’è il nulla/ dov’è la tua divisa e la tua neve/ poi comin­cia a salire”:[9] con questi versi si apre infatti la raccolta. La scrittura poetica di Carifi è ancora riconoscibile nelle sue immagini di contrasto, nel suo lessico ricorrente e nel taglio secco e visionario dei versi. Non sembra tanto azzardato sostenere che tutta la produzione precedente  trovi qui il proprio culmine, il traguardo ultimo, il punto estremo della sua chiamata. La parola reca ancora in sé il marchio dell’esilio, quell’impronta d’ombra che da sempre l’ha posseduta, quella ferita primigenia che non si è mai rimarginata, tuttavia pare trascolorare, perdere i propri confini, dilatarsi fino ad un oltre che ammutolisce e che tutto comprende. Nel cammino di conoscenza intrapreso, verso le cime più elevate, tutto c’è e tutto sparisce, le domande si sciol­gono, gli opposti si toccano e si annullano.
Nell’ultima pubblicazione in ordine di tempo, Madre (Le Lettere, 2014), troviamo un Carifi più privato, che ancora una volta si rivolge alla madre, con versi volutamente semplici, disadorni, diretti, quasi scritti con mano infantile, e perciò di una tenerezza estrema, nei quali la consapevolezza del dolore dell’esser-ci, della propria solitudine e della malattia si unisce qui alla nostalgia profonda della figura materna e al deside­rio del  ricongiungimento con essa in un’altra dimensione (“Mia cara mamma, tu che sei dove non c’è spazio,/ sorridi e qualche volta piangi, esisti dove esiste il nulla”).[10]
Come in una confessione estrema, Carifi scrive di esercitarsi ogni giorno all’addio, in un’attesa di liberazione non solo dal male, ma anche dalla scrittura, alla ricerca del silenzio. Dai testi emergono vivissime le immagini più volte ricorrenti legate alla ma­dre, ma soprattutto traspare una dolorosa stanchezza che attende la grazia del riposo e della luce, il nirvana, la pace ultima, come un’infanzia rinnovata e perenne.
Oggi il percorso umano e poetico di Carifi è arrivato fin qui, nella solitudine e nella sofferenza, mediante l’ascolto di una parola che è passaggio, sempre ai bordi dell’inesprimibile, tra spaesamento e familiarità. La sua poesia – comunque la si legga e la si interpreti – incarna proprio questa parola del frattempo, il suo mistero sospeso fra l’abisso dell’origine e quello dell’infinito.

© Mauro Germani


[1] R. Carifi, La piaga del nulla, Cesati, Firenze 1984.
[2] R. Carifi, L’obbedienza, Crocetti, Milano 1986, p. 73.
[3] R. Carifi, ivi,  pp. 73-74.
[4] R. Carifi, ivi, p. 21.
[5] R. Carifi, Occidente, Crocetti, Milano, 1990, p. 15.
[6] R. Carifi, ivi, p. 54.
[7] R. Carifi, Amore d’autunno, Guanda, Parma 1998, p. 87.
[8] R. Carifi, ivi, p. 78.
[9] R. Carifi, Tibet, Le Lettere, Firenze  2011, p. 9.
[10] R. Carifi, Madre, Le Lettere, Firenze 2014, p. 27.

Mauro Germani – Livorno

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A distanza di cinque anni L’Arcolaio stampa la seconda edizione Livorno di Mauro Germani, un libro molto bello. Pubblichiamo qui la prima sezione del libro che ha lo stesso titolo del volume, buona lettura (gm)

***

La morte che era nei Fossi
e quel futuro
quella parola nera
caduta per poco…

Restavano in silenzio gli anni
le cupole alte della notte
e le ceneri, gli avvisi
del tempo.

Restava così
la novella del mare
Livorno ed ogni voce
il mio pianto
in fondo al tuo nome.

***

Visi come bestemmi
anni di buio
tempeste.

E dentro tutti un porto,
anime sporche calate in mare
come luci naufragate o vento
che nega le altezze.

E poi schiuma,
schiuma divina e di piscio
sulle banchine,
memoria di nessuno
in nomine Domini
parole di sale, parole inascoltate
patria nostra sempre
patria amata e maledetta…

***

Il duomo bianco nella notte
come un nome abbandonato.

E poi quel lamento del cielo,
i balconi accesi
nell’attesa,
sul precipizio del cuore…

Oh, lacrime senza volto,
fuoco d’esilio
e d’insonnia, congedo
di tutto l’universo!

Non c’era il tuo sguardo
a dirmi chi ero.

***

Chi ti rubava, chi ti sognava
quando nascondevi il tempo
e mi dicevi: “Resta ancora così,
resta in questa novella
bambino solo per me,
solo senza mondo,
attimo perduto della mia voce,
segreto del mio sangue.
Resta nel nulla che ami,
piccolo capitano del cielo,
piccolo fiore di vento…”.

***

Il mare che chiamò
nella Fortezza
e subito divenne battito
in nome del tuo nome,
voce d’acqua
assediata dal tempo
e sempre
sempre leggenda
viso senza dimora,
febbre alta
nel cielo scoperto.

***

La piazza delle voci e degli odori,
le bambine povere nei portoni.

E forse una vita
dalle mura sgretolate
gemme d’amore e di polvere,
qualcuno
in un pezzo di cielo e di mare.

Oh carità d’infanzia,
vena sottile, tenerezza.

Io preso per mano,
io solitario
a un passo dal vuoto…

***

C’erano lumi
fra le case e la notte,
una promessa
nella vastità del tempo…

Non tornerà una sera felice,
la campagna di Gabbro.

Non torneranno le strade
inghiottite dal buio, le pietre gialle
della locanda, la cena
preparata alla buona,
tutti i morti
venuti a guardarci.

Non torneranno.

Saranno qui, per sempre.

***

Tutte le storie del corridoio,
tutte le ombre dei quadri, i segreti
degli armadi…

Chiamavano così
gli sguardi a mezz’aria,
il canto della burrasca
fra i respiri e la notte,
gli addii dei porti e delle sirene,
le macchie dei visi,
un destino nella corrente…

***

Ogni giorno un mare,
un campo di stelle fiorite…

Così dicevano gli anni, come fosse
per sempre,
come fosse per noi,
ma qualcosa bruciava per l’aria,
feriva i volti e le stanze
rapiva tutte le luci
le giravolte del cielo, i silenzi,
il tuo vestito di niente.

***

Livorno così lontana,
così nuvola e porto
senza più case
e persone
al culmine del mondo.

Ma d’improvviso
un vento si alza
ed è sogno, terra
appena di luce
appena di vita

prima dell’onda.

***

A quale vita interrotta, a quale passo
le strade e i portici brulicanti,
l’aria di sale, il mormorio dell’acqua?

A quale anima perduta, a quale domanda
le voci solitarie, le case in bilico
nella notte, le preghiere
spezzate dal tempo?

A quale fine
queste parole superstiti,
questo singhiozzo di terra e di nulla?

***

Non c’è – non ci sarà più
Livorno
o forse soltanto
qualcuno che scrive
su un piccolo foglio,
un’ombra lontana
che segna,
che macchia la terra.

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Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista di scrittura, pensiero e poesia “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato volumi di poesia e narrativa e in ambito critico si è occupato di numerosi autori classici e contemporanei. Ha curato L’attesa e l’ignoto. L”opera multiforme di Dino Buzzati  (L’arcolaio, 2012) ed ha recentemente pubblicato il volume Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona 2013). Tra le ultime opere in versi Livorno (L’arcolaio, I edizione, 2008), e Terra estrema, (L’arcolaio, 2011).