Mauro Barbetti

Mauro Barbetti, ‘CHECK POINT’. Inediti

I
L’escursione termica
della notte
a dirci che arriva
arriva l’ora vuota
l’occhio fisso
la strada bianca
l’assenza

*

II
Nel buio
all’infrarosso
azzurra è la notte
e mite se dura
L’allarme invece è rosso
è calura
calore che si muove
nel campo visivo
freddo sudore

*

III
Nel ritrovo bianco
delle strade a giorno
le donne sperano
che il casco
abbia un sorriso
una sigaretta buona
una vagina a casa
e una calda a scorta
che il mitra
non abbia fascicolazioni
né nervi tesi
o conti in sospeso
Ma anche in Occidente
si è poco felici
Forse ancora meno

* (altro…)

Inediti di Mauro Barbetti

ASCISSE

Di quei paradisi
rosi dentro
rasi all’orlo
presi all’incarto
e senza incanto resi
Non per me
s’infiamma il giorno
diversa chiesa conforta
e laica preghiera
con versi stentati
a definirci l’attesa
S’incrina l’asse
su cui tutto giace
inclina al viola
là dove tace
all’imbrunire
la bruma odierna
e sfuma in notte
Dopo di che
non resta sulla porta
che poco più
di un’ombra astrale
e brevi scale
e ascisse a misurare
il rapporto tra una vita
ed il suo perdurare

 

PADRE

Sei del sasso a fine corsa
il fermo transito che è stato
vicenda che non dà misura
di traiettoria occorsa o distanza
ma di quel niente che perdura
nella vita quotidiana
in cui persa come tutti la partita
ti si è diradato il nome
dentro il fiato in lontananza

 

CONFRONTO PRIVATO

Ne convieni
Ci si ritrova per minimi pensieri
qui dove è tardi per nuovi schemi
e il meridiano è già ieri

Eri e sei
a te m’annoda
la vena al braccio
che ti preme contro a sera
lo sfilaccio d’affetto
che lieve approda
sebbene ancora insieme
a silenzi riservati
di paludi stigie

Vige tra noi
la stessa sintassi e struttura
le stesse pause
nei ritmi sonno-veglia
gli stessi passi
a rimbalzo di parete
non più i voli
non l’altura
Solo eroica resistenza

Presenza è la morte
che compare a volte
in un confronto privato
ove non può toglierci
che uno scampolo di tempo oltre
srotolato a definirsi altrove
Non ciò che è già realizzato
o che si porta a resoconto

Affronto il lento compiersi
ma tu sappi
che lieto è stato
il cammino con te
a me
che ho lasciato un fagotto
nel portico di sotto
come a dirti
di non dimenticare (altro…)

Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan

#PoEstateSilva #9: Mauro Barbetti, da Versi laici (2010-2016)

Di questo tempo

Di questo tempo che si perde al vento
al vanto al soldo al come e al quando
al saldo versato senza un rimando
all’attesa invasa di un sentimento

a ciò che si disfa in un solo momento
o si respira .. respinti restando
mantenendo a se stessi .. non resistendo
mutuando forma orma o accento

e la grazia del verso poi .. ancora viva
ma solo la grazia e non più lo sputo
quasi apparisse delitto o misfatto

solo per grazia o dono ricevuto
e mai per diritto progetto o riscatto.
Ringrazia. Non fu data alternativa.

* (altro…)

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)