Maurizio Manzo

Maurizio Manzo, Inediti da “La resilienza della sagoma”

Foto di Maurizio Manzo

imperdibile a volte decapitata
la sagoma fa una densa danza
e rotola dove finisce la luce
la rivedi al mattino
quando persino il destino
sogna una propria sorte meno decisiva

se riparte da un punto
perde l’orientamento
per ogni discussione
si ritira in se stessa
non spera in comprensione

lei, la sagoma, non sa cosa sia speranza
non rispetta le regole
formule sconosciute
rifiuta il cibo
e per questo pare ribelle
anche se ci provano
il seme non attecchisce e spesso rimbalza

*

al contrario dei santi
le sagome galleggiano
non inquinano e si raggruppano
senza fomentare
si fanno trasportare
sono innocue e non trasmettono malattie

la deriva non le spaventa
una soluzione mirata
sostituirle con la carne
che imputridisce
e risveglia altri squali
in apparenza hanno l’animo di un bambino

socializzano col silenzio
puoi privarle di status quo
del mangiare dell’aria sana
se cammina scalza non sente
male e non sa dove si trova
sono puntuali difficilmente si stancano

*

anche l’anima della sagome
sembra introvabile
questo la rende simile
agli esseri umani
se ti affezioni puoi dipingerla
con molti strati e pure con pitture tossiche

di rimbalzo la luce
sembra animarla
crescono a dismisura
paiono più di noi
fanno paura riunite in cerchio
ma non esistono specie pericolose

in politica è un mondo
di sagome
se ne servono per principio
di quelle di cartone
che il macero distrugge
ogni colore e nasconde ogni pentimento

*

il benessere le ha investite
nel boom economico
il colesterolo è stabile
non mangiano carne né bevono
quando sentono dire a qualcuno
“sei una sagoma” non mostrano vanità

la psoriasi sta alla larga
dalle sagome solo muffa
nei periodi di pioggia
cosparge il primo strato
non va mai a male
né produce botulino scabbia o sifilide

quelle ignifughe sono sparse
nelle isole nei campi
frustate dal grano stordito
dal vento
sembrano lanciarsi commenti
che non arrivano e si perdono tra i pollini

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Nota di Giovanni Nuscis

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Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Prefazione di Pasquale Vitagliano, Editrice ZONA 2016

 

CERCHI

È sparito il tuo mondo dissociato, qualcuno te lo mostra rattrappito
dentro una palla di vetro innevata, c’è anche la tua cattedrale e la piazza
spiazzata quella sofferenza inflitta, tutto ruota intorno a sé un cerchio lento
che non si chiude resta aperto e spento, le cose che non andavano fatte
hanno inciso cicatrici gemelle, e non basta scuotere le spalle il capo.

*

PIETRE

Non ha smesso di lottare si dice, persino rannicchiato nel delirio
ha finito di pesare sui cuori, soffermando sugli sguardi il livore
affonda ogni vivace finto slancio, le parole che hanno perso colore
sono quelle che galleggiano spente, e non c’è palude abbastanza cremosa
anche i lampi cercano il giusto guizzo, a pelo d’acqua pure le pietre danzano.

*

 

ANOMALIE

Si è sempre al proprio interno smisurati, nessuna prospettiva lineare
definisce i confini dove stare, non lo diresti mai che si è deformi
nel rumore della testa che rimugina, nello sguardo che sequenza il contesto
che si fa minuscolo o gigantesco, il guaio è capire quando non è un sogno
che ci si ferma davanti ai burroni, non si svegliano i morti con un bacio.

*

 

SCAFFALI

È smussata una porta che non chiude, dentro una cornice senza più l’aria
affianco ai libri che stanno più stretti, così l’eternità è un lungo sorriso
che occupa scaffali in finto silenzio, a volte ti volti di colpo pensando
a una voce conosciuta a un richiamo, come un film già visto udito alla radio
poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

*

CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

*

 

Caro Maurizio,

ho letto e apprezzato la tua raccolta e mi trovo d’accordo con alcune osservazioni di Pasquale Vitagliano contenute nella sua prefazione. Giustamente osserva, riferendosi alla tua scrittura: “indica anche un orizzonte possibile e diverso rispetto all’attualità poetica. Riconsegna al verso e alla parola l’ambizione di sfidare a mani nude le altre più complete e sensoriali forme d’arte.” Ecco, credo che questo passaggio sintetizzi bene la poetica e la postura resistenziale della tua ricerca, segnando sia lo scarto con la lingua convenzionale e la linearità di senso, più proprie della narrativa e della maggior parte della poesia  soprattutto novecentesca; sia l’ambizione di chiudere nel perimetro di cinquine – al bel ritmo di un doppio endecasillabo – un mondo altro che non è riproduzione fedele e iconica di quello reale, né la sua descrizione.  La poesia vive da tempo una perenne sfida con le altre arti, non solo con la musica d’autore (non è raro che si definiscano poesia testi musicali di alto livello), il teatro, e, soprattutto, col cinema. La poesia, però, a mio parere, resta quella su carta, le altre forme espressive sono appunto altro.

Appropriato il richiamo deleuziano al rizoma, sul presupposto della convenzionalità e illusorietà di ogni principio e fine, che non esistono in fisica; per una scrittura, la tua, che è ponte e raccordo accidentale tra cose lontane e diverse: sospensione, fuori dal tempo, che rapprende, intreccia e unisce  pezzi di mondo senza ricomporlo, ricreandolo ex novo, inedito, sui generis.

Tra le tante, ho particolarmente apprezzato Cerchi, Pietre, Anomalie, Scaffali e Custodi. Poesie che ho letto e riletto, che reggono alle riletture, e non è cosa da poco in un mondo volatile come quello in cui viviamo, nell’ipertrofica produzione di versi, nella crescente precarietà delle parole.

Con le mie congratulazioni, l’augurio che Rizomi cammini e si faccia apprezzare all’interno e fuori della comunità poetica.

 

Sassari, 28 settembre 2016

                                                                    Giovanni Nuscis

 

 

Su Lettere migranti, qui, un’altra nota di lettura a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo (Anna Maria Curci)