maurizio landini

La forma del dolore: sperimentazioni linguistiche nella poesia di Maurizio Landini. di Martina Daraio

Pubblichiamo oggi il secondo dei due interventi di Martina Daraio, dottoranda in Scienze linguistiche filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova. Il suo ambito di ricerca è quello della poesia contemporanea marchigiana, terra in cui è nata**, ambito d’indagine cui fanno riferimento anche questi articoli.
Il post riporta la presentazione del poeta Maurizio Landini, che è stata fatta di recente in occasione dell’VIII edizione del festival di poesia “La punta della lingua” di Ancona, con una selezione di testi.

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Maurizio Landini è nato ad Ancona, dove vive, nel 1972.

La scrittura poetica lo accompagna sin da giovanissimo ma la scelta di pubblicare nasce solo in seguito la morte del padre. Il titolo della sua ultima opera è un esplicito riferimento a questo evento: la raccolta, edita nel 2012 dall’editore Marco Saya, si intitola infatti Lo zinco, Lozinco-MaurizioLandini_zps078b8aaee nella dedica leggiamo subito il perché: dice: “mio padre e la cenere li separava lo zinco”. Come spiega l’autore nel suo blog, “di zinco è realizzato l’involucro che ricopre la bara di mio padre, a un anno dalla sua morte, durante il trasporto verso il cimitero di San Benedetto del Tronto, dove si trova il forno per la cremazione. Obbligatorio per legge, esso impedisce una possibile fuoriuscita di sostanze tossiche derivate dalla decomposizione. (…) Lo zinco ci separa dal marcio, dal miasma ma non può nulla contro il dolore del lutto.” Lo zinco è dunque il materiale della cassa in cui è trasportato il corpo senza vita del padre, lo zinco è ciò che divide la vita dalla morte, quello che vediamo da quello che non possiamo vedere, il prima dal dopo, ma che in questo suo potere di separare spazi e tempi non arriva ad impermeabilizzare il dolore.

La raccolta è allora costruita interamente attorno a questo tentativo di avvicinarsi al dolore col solo strumento possibile: la poesia. “Si va con la poesia / incontro alla morte”, recita infatti il primo testo. Con questo obiettivo di comunicare l’ “indicibile” l’operazione compiuta da Landini si configura innanzitutto come ricerca sul linguaggio. Particolarmente interessante proprio per l’alto livello di sperimentazione è la seconda sezione della raccolta, intitolata –sonnia : –sonnia, spiega ancora l’autore nel suo blog, è “la radice sonnolenta dell’insonnia”, è la condizione di attesa del sonno e insieme di arrendimento al dolore. Una condizione di intorpidimento della razionalità in cui a prevalere è l’aspetto percettivo e sensoriale che vive di istanti e squarci piuttosto che di condizioni o situazioni: le dimensioni temporali e spaziali, infatti, nelle poesie di Landini sono pressoché assenti o comunque limitate in stati puntiformi.

Questo tentativo di rappresentare nel testo poetico una sensazione pre-razionale o pre-consapevole rappresenta il fulcro dell’interesse descrittivo di Landini sia a livello tematico che a livello formale ed è, come vedremo, anche l’aspetto più attuale della sua scrittura. Gli anni che stiamo vivendo infatti, e che sono stati definiti iper-modernità, sono da poco succeduti ad un altro periodo, chiamato post-modernità, che per tutti gli anni Ottanta e Novanta ha regnato incontrastato nell’Italia di Craxi e del crescente spirito neoliberista: in anni, cioè, in cui i “padri” erano stati simbolicamente uccisi dalle rivolte sessantottine, le ideologie politiche erano ormai finite o fallite, e il dialogo col passato sembrava possibile solo in forme parodiche. Gli psicanalisti ci parlano della società odierna come di una società caratterizzata dall’ “eclissi dei padri”, dalla mancanza di punti di riferimento univoci e solidi, che ha provocato forte senso di spaesamento e di attesa molto simile alla condizione di –sonnia descritta da Landini. Alla figura del padre si è sostituita quella che provocatoriamente potremmo dire del papi, che è una specie di giovanilistico cugino o fratello maggiore come esemplifica Landini in un suo testo quando scrive: “I padri che vedo sono giovani; / i figli sulle spalle vestono uguali / ai padri”.

L’arrivo dei media, inoltre, ha attivato il processo di virtualizzazione e spettacolarizzazione di ogni evento trasformando anche le tragedie umane in una sorta di show: basti pensare a tutte le guerre che abbiamo “combattuto” davanti alla tv a cominciare da quella Golfo fino all’indimenticabile attentato delle Torri Gemelle, in cui più che all’effettiva devastazione di corpi e di vite sembrava di assistere ad un film. Dagli anni Ottanta e Novanta la finzionalità ha così iniziato a pervadere ogni ambito dell’esistenza (dai discorsi della politica alla retorica del marketing e della pubblicità) producendo un’ipertrofizzazione del discorso e la conseguente impressione che nulla si potesse più dire o fare di veramente autentico. La parola stessa appariva esaurita in un contesto in cui tutto sembrava già stato detto e già stato svuotato di senso. Per dire “ti amo”, spiegava Umberto Eco, ormai era necessario dire “come direbbe Liala, ti amo disperatamente”.

Alla luce di queste premesse si può quindi comprendere perché la contemporaneità, o iper-modernità, per uscire da questa fase di impasse e di torpore debba attivare un processo di ricostruzione che parta dal ridefinire le fondamenta dell’uomo e tra esse, come fa Landini, c’è la ricerca di un nuovo linguaggio. Per spiegare questo aspetto, che è quello cruciale, mi avvarrò anche della lettura del testo ancora inedito di Landini che uscirà a novembre sempre per Marco Saya editore col titolo Dorsale: in questa raccolta, ancora più che in –sonnia, Landini cerca di solidificare la percezione di spaesamento e lo fa innanzitutto ricercando il primordiale, ricorrendo all’archetipo. In Dorsale il vuoto diventa piombo o ferro, antico e rugginoso. Ma non solo: si parla di danza, nascita, morte, proprio in una riscoperta dell’esistenza delle sue componenti più elementari, dalla tavola degli elementi.

All’interno di questo processo di riscrittura delle origini dell’uomo e della poesia si inserisce poi un secondo archetipo che caratterizza la scrittura di Landini e di molti autori contemporanei, e che è quello dell’oralità: la poesia rinasce per essere letta, percepita dai sensi, performata, il poeta stesso rinasce a sua volta nella sua funzione pubblica e ridiventa un cantore, proprio come accadeva secoli e secoli fa agli esordi del genere poetico. Assume allora una grandissima importanza il lavoro prosodico, sui suoni e sui ritmi, attraverso il quale rendere sperimentabile il senso della mancanza come qualcosa di fisico. Nella realtà di una parola mutilata, ad esempio, si rivive l’esperienza disorientante di una perdita, del senso di vuoto. Il silenzio della pagina e gli spazi bianchi vanno quindi in misura sempre maggiore ad insinuarsi all’interno del verso o della parola stessa (con espressioni come “chi-amano”, “mi-dolgo spinale”, “fai come dio, sanguimi” invece se seguimi) producendo un senso di straniamento attraverso il quale dare forma al sentimento della mancanza. Una mancanza, o distanza, che però non riguarda più solo le persone scomparse ma anche quelle presenti: si tratta infatti di un’inautenticità dei rapporti, un’impossibilità di incontro umano che è tutta postmoderna e dalla quale si vuole uscire.

Per concludere, tornando al nesso tra la scrittura di Landini e la perdita del padre, vale la pena domandarsi all’interno di questa rinascita dell’uomo come si costruisca il rapporto coi padri in senso lato: quali siano i modelli a cui l’autore si ispira. Nel corso del periodo postmoderno si sono infatti perse delle figure solide di riferimento anche dal punto di vista storico-letterario. Alla tradizione storiografia desanctisiana si è sostituito un orizzonte polifonico e relativista. Non c’è una sola scuola, non c’è una sola tradizione in cui inserirsi, ma anche grazie ad internet ciascuno è libero di leggere quello che vuole di scegliere i suoi “padri” e costruirsi un percorso personale. È stato infatti significativo che quando io ho chiesto a Landini poeticamente quali fossero le sue “radici” lui in un primo momento mi abbia risposto parlando di “influenze” citando autori presenti, passati, italiani e stranieri il cui unico punto di contatto era l’interesse di Landini nei loro confronti e quindi, in particolare, nei confronti delle loro scelte linguistiche. Questo, che in un primo momento può apparire un limite disorientante e difficile per chi volesse tentare di costruire correnti e criteri di incasellamento degli autori, è però il punto di forza della poesia contemporanea che proprio grazie a questa libertà nella scelta dei modelli e dei percorsi può fornire solide basi ad ogni tentativo di riscrittura creativa, e sostanziale, dell’uomo e della società.

© Martina Daraio

[*]

Si va con la poesia
incontro alla morte, a giorni,
a brani, uno per pollice
gli acini dei rosari.

I

L’attimo prima
del taglio è il rumore

di carne che cede
l’urlo che taglia il lume degli occhi.

III

Cuci mia labbra luminanza
gracile luce la gialla

sbiadisce l’attesa   fila nero
la sutura del giorno.

IV

Occhi calcari mi chiamano
all’ordine de la polvere

le penombre
chi amano indietro i mattini.

da Lo zinco, Marco Saya Edizioni, Milano, 2012.

*

Maurizio Landini è nato ad Ancona nel 1972. Ha scritto le sue prime poesie nel 1986, ispirandosi a un disco di Jean Michel Jarre. Poi si è appassionato a un sacco di cose come la musica elettronica, la fantascienza, i soldatini e l’antropologia culturale, senza rinunciare alla mania di scrivere. La sua prima silloge, Permanenze Lontane (Edizioni della Sera), è del 2011. Nello stesso anno ha creato il progetto di poesia e immagine VersigrafìeEsacerbo (Maldoror Press) è invece un e-book pubblicato nel 2012; nello stesso anno, per Marco Saya Edizioni, esce Lo zinco. Il suo blog si trova qui.

**Martina Daraio è nata a Ancona nel 1987. Dopo aver conseguito la maturità scientifica si è iscritta a Lettere Moderne (indirizzo Storico-artistico) presso l’Università di Bologna, dove si è laureata nel 2009 con una tesi sulla letteratura italiana di migrazione. Nel 2007 ha vinto la Summer Undergraduate Research Fellowship presso il Caltech di Pasadena (Los Angeles) effettuando una ricerca sulla produzione letteraria da luoghi di reclusione nel XVI secolo. Nel 2011 ha conseguito la laurea in Filologia Moderna (indirizzo Teoria e critica della letteratura) presso l’Università di Padova con una tesi sull’attualità di Calvino. Nel 2013 ha iniziato il Dottorato di Ricerca presso l’Università di Padova occupandosi del rapporto tra poesia e territorialità attraverso l’analisi geocritica e geopoetica del caso marchigiano contemporaneo.

[Novità editoriale] Permanenze Lontane&Inediti – Maurizio Landini

Permanenze Lontane, Edizioni della Sera
2011

Introduzione al libro fatto dall’Autore:

“Le permanenze lontane sono giorni trascorsi sulla carta. Soggiorni comunque piacevoli, andirivieni emozionanti come il respiro profumato. Fiato all’anima, suono dietro l’occhio. Lo sguardo disattento sul paesaggio che non cambia. È un viaggio lungo per visitare ciò che non sembra. Riprendersi la terra e l’erba cattiva sotto l’asfalto. Residui dove crescono malinconie rigogliose. Orti incurati e incuranti della quotidianità. Vacanze d’assenza. Piramidi di passato e presente dove riposa in silenzio il silenzio. Nervi scoperti su tutto.”

Il Canneto

Occhio sintetico del plenilunio,
cosciente di non essere chi fosti,
ti si confonde assai,coma del tempo,
e delle cose:ombra delle dune,
volo della luce, sole nell’acqua;
bandiere di paglia danzanti al vento.

Due inediti:

Memorie di una sala tarlata

Non avrò più,
la casa che conobbe i miei versi.
Schiena e ventre bianchi
di te.

Non sei neve

Cadi per me,
e non sei neve.
Nasci e non sei me,
Ma bianca come il talco
profumi la mia gravità.

Nota Biografica

Maurizio Landini. Scrittore, compositore di musica elettronica. Fondatore e curatore del progetto editoriale di Poesia e Immagine “Versigrafìe” (http://cartigliodombra.blogspot.com/). Ha scritto articoli e racconti per diverse riviste del fantastico. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo “Il Corpo della fame” (Wild Boar). In uscita a settembre, la silloge “Permanenze Lontane” (Edizioni della Sera).